Archivi categoria: Alpinismo

MERIDIANI MONTAGNE: FERRATE SULLE ALPI OCCIDENTALI

Da domani 10 giugno 2020 in edicola il secondo numero dello speciale di Meridiani Montagne:  Ferrate sulle Alpi Occidentali

L’editoriale del direttore
Le prime ferrate alpine italiane risalgono agli inizi del Novecento (vedi il precedente numero speciale di Montagne dedicato alle Dolomiti), ma fin da principio l’idea di attrezzare le pareti con catene e pioli per facilitare l’ascesa anche agli alpinisti meno esperti venne accolta con una certa freddezza, perché questa “nuova pratica” poteva avere, secondo alcuni, risvolti poco prevedibili, se non addirittura funesti. Oltretutto in quegli anni costruire ferrate significava trasportare a spalla grandi quantità di materiali e attrezzi, passare lunghe ore in parete a conficcare pioli, tirare cavi d’acciaio, disegnare gradini nella roccia. Un lavoro durissimo.
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EIGER PARETE NORD – PRIMA ASCENSIONE ITALIANA

Nel 1962, a ventiquattro anni dalla prima salita compiuta da Harrer e Heckmaier, nessun italiano era ancora arrivato in vetta all’Eiger dalla parete Nord.
Siamo nell’agosto del 1962: Armando Aste, Pierlorenzo Acquistapace, Gildo Airoldi, Andrea Mellano, Romano Perego, Franco Solina salgono la terribile Parete Nord dell’Eiger: è la prima italiana
Grazie all’amico Andrea Mellano ripubblichiamo il suo racconto di questa grandissima impresa alpinistica.
(già pubblicata sul libro celebrativo dei cinquant’anni del CAI UGET Torino nel 1963)

«…Non andate sull’Eiger…» queste erano le parole della canzone che Hermann Buhl cantava al suo compagno di cordata durante il bivacco sulla terribile parete.

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L’ arrampicata sportiva: da Sport Roccia 1985 a Tokyo 2020 (2021)

Oggi, sabato 16 maggio 2020,  nel nostro salone UGET avremmo dovuto celebrare l’ammissione dell’arrampicata sportiva  tra le discipline olimpiche con un convegno e la partecipazione di tantissimi protagonisti di allora, tra i quali Andrea Mellano , Marco Bernardi e Marco Scolaris,  presidente della federazione mondiale  IFSC.
Purtroppo questa situazione emergenziale per la pandemia del corona virus non ce l’ha permesso: e così, come pure i Giochi Olimpici, anche noi abbiamo rinviato l’evento. Riteniamo importante ricordare ma soprattutto far conoscere ai giovani questa primogenitura torinese grazie alla lungimiranza dei suoi ideatori. 
Volendo anche ricordare l’importante ruolo ricoperto dalla nostra sezione patrocinando la manifestazione pubblichiamo alcuni documenti tratti dalla nostra rivista annuale  liberi cieli” – 1984

Il Consiglio Direttivo dell’UGET nella riunione dell’11 febbraio 1985 ha ascoltato – su proposta del presidente Leo Ussello – una relazione di Andrea Mellano, accademico del CAI e di Emanuele Cassarà, entrambi consiglieri della Sezione, sull’organizzazione di Sport Roccia 85 – l° meeting internazionale competitivo di arrampicata sportiva individuale.

Il Consiglio ha accettato di farsi primo patrocinatore della manifestazione, approvando poi definitivamente l’iniziativa a verbale nella riunione del 18 marzo 1985, all’unanimità.

Ecco la lettera di annuncio ufficiale del meeting poi presentato alla stampa dinanzi alla presidenza dell’UGET il 18 aprile 1985 al Museo della Montagna

Un’idea torinese

L’iniziativa costituisce una novità assoluta e clamorosa per l’Italia e l’Europa.
Si tratta della prima competizione internazionale di arrampicata sportiva individuale: una vera gara sportiva sulla roccia aperta a tutti, italiani e stranieri.

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Grandes Jorasses

Anche l’amico Igi Salza ci regala il bel racconto di una sua grande impresa alpinistica. Buona lettura …

Le Grandes Jorasses, annoverate tra le più belle montagne del mondo, possiedono un magico potere di attrazione e sono avvolte da un’aura di grande prestigio. Chi, aspirante alpinista medio, come il sottoscritto, non serba almeno qualche reminiscenza di lettura delle storiche conquiste che si sono realizzate sugli scoscesi versanti e sulle arcigne creste delle Grandes Jorasses? Così per me la salita della via normale alla cima Walker ha costituito per anni una delle massime ambizioni, degna di figurare a coronamento di un’intera stagione.
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In ricordo di Gianni Comino: c’è un tempo per sognare

Il 28 febbraio  1980 cadeva sul seracco di destra della Poire, al Monte Bianco, un ragazzo di appena 28 anni, durante il tentativo di apertura in solitaria di una linea visionaria. 
Gianni Comino, originario di Vicoforte, non è stato solo una figura di indiscussa valenza alpinistica; la sua storia, prima ancora, rappresenta  un grande inno al valore della vita e dell’amicizia.
A quarant’anni da allora, il 30 gennaio 2020, nel nostro salone con la presenza della sorella Anna, dello scrittore Paolo Castellino  e di tanti suoi amici lo abbiamo ricordato.
Pubblichiamo la premessa al libro biografico “C’è un tempo per sognare”
che vi invitiamo a leggere …

L’alpinismo è un mondo meraviglioso, vasto e dalle molteplici sfaccettature; un sistema in continua evoluzione, composto da una complessa trama a maglia irregolare intessuta tra rocce, ghiacci e sentieri. Di tutto ciò il vero collante è da sempre rappresentato dalle vicende umane, le quali conferiscono un senso al tutto. Senza di esse, le montagne forse sarebbero prive di significato, magari belle a vedersi e a fotografarsi, ma vuote della storia cucita a suon di passi, respiri ansimanti, martellate sui chiodi che conferisce loro quasi un alito di vita e le rende entità capaci di interagire ed interloquire, sebbene con un linguaggio proprio che a noi uomini talvolta può sfuggire. Continua la lettura di In ricordo di Gianni Comino: c’è un tempo per sognare

La storia di un diedro

Sempre grazie all’importante lavoro di Alessandro Gogna con il suo bellissimo blog (www.gognablog.com) pubblichiamo, della grande produzione di scritti dell’ugetino Gian Piero Motti, un bellissimo articolo pubblicato sul nostro annuario Liberi Cieli nel 1967.

La Parete dei Militi è considerata dalla maggioranza degli alpinisti torinesi null’altro che uno “sporco muro”, una parete che esce sui prati, e soprattutto una parete marcia. In effetti la qualità della roccia non è delle migliori: si tratta di un calcare assai alterato, che richiede un’arrampicata attentissima, sovente logorante. Ogni appiglio deve essere provato, accarezzato; tutto muove e scricchiola sinistramente e la chiodatura, per di più, è assai difficoltosa per la ricerca di fessure adatte e sicure.

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Arrampicando coi fulmini

Dopo le imprese sul Cervino e sul Pizzo Badile ecco un’ altra bellissima impresa dell’amico Andrea Mellano raccontata in questo articolo scritto per la rivista del CAI, Scandere, nel 1964. Si tratta di un articolo già ripreso nel 2018 da Alessandro Gogna sul suo interessantissimo quotidiano online Gognablog

Dolomiti! Per un occidentale come me, l’idea di andare a cercar grane in Dolomiti desta già qualche preoccupazione, figuriamoci poi quest’anno che non sono riuscito ad allenarmi coscienziosamente, causa un piede maledetto che al ritorno dalla spedizione mi ha fatto dannare costringendomi per parecchio tempo all’inattività. Non facevo però grandi sforzi per rimettermi in forma. Preferivo andarmene in giro con certi amici anche loro poco propensi a un intenso allenamento in roccia e più inclini alle delizie della buona tavola valligiana. Questa mia aperta indifferenza ai sani principi della montagna aveva destato qualche allarme tra i miei amici più scatenati e, tanto per non far nomi, i soliti Giovanni Brignolo, Ottavio Bastrenta, Roberto Amari, ecc., i quali, maledetti, ordirono trame per riagguantarmi e condurmi ancora a «trovare lungo» sulle pareti più dure delle Alpi. Naturalmente l’iniziatore era Romano Perego, anche lui smanioso di cimentarsi, come apertura di stagione, su qualche salitella dolomitica; salitella, diceva lui… I risultati non si fecero attendere. Risultati dovuti non tanto all’abilità dei miei compagni, quanto alla carenza, in quel momento, di compagne di gita interessanti. Mi lasciai dunque convincere da quei volponi e partimmo niente meno che per scalare la via Cassin alla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo. Continua la lettura di Arrampicando coi fulmini

L’intervista: MARCO BERNARDI

Per ricordare ed apprezzare, ecco che rispolveriamo dalla rivista della montagna di ottobre 1992 una bellissima intervista di Roberto Mantovani a Marco Bernardi

Dalle grandi solitarie sulle pareti alpine alle short climbs delle falesie. Un cammino in discesa o, piuttosto, una strada diversa? I torinesi sono gente strana: tentazioni e fallimenti, lampi e crepuscoli, amori, riconoscimento e impegno sociale, difficilmente scivolano come in un film nella loro vita. Piuttosto si contraddicono, si urtano, compressi nei crogioli della fabbrica del mito

Marco Bernardi, trentaquattro anni (nel 1992 ndr), consulente informatico, un viso da ragazzino che denuncia a malapena l’età. Ex alpinista solitario, ex guida alpina, ex primo della classe in arrampicata libera (fino a qualche anno fa si chiamava ancora così), è stato uno degli inventori del free climbing di casa nostra e ha aperto la strada all’arrampicata sportiva va dell’ultima generazione. Persino i climber “sintetici” e i patiti dell’indoor gli devono qualcosa. A lui, però, il ruolo del maestro sta stretto ed è convinto di non avere nulla da insegnare.

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Carlo Crovella: Climbomat

In questo racconto (che risale a venticinque anni fa, ma che sembra scritto ai giorni nostri) Carlo Crovella metteva già in guardia dal rischio che la tecnologia potesse costituire il Cavallo di Troia per uno stretto monitoraggio individuale, in montagna e non solo. Il progresso tecnologico ha perfino sopravanzato le valutazioni di allora: app, Big Data, social media hanno costruito una gabbia stile Grande Fratello che, anziché evolvere la nostra esistenza, ci imprigiona tutti quanti.
(pubblicato su ALP agosto 1994 e poi confluito nel volume La Mangiatrice di uomini, Vivalda Editori, 2011)

Arrivarono alla base della parete proprio con il primo sole.

Saltarono fuori dall’automobile e, guardando in alto, concentrarono l’attenzione sul lungo diedro che costituisce il passaggio chiave della salita.

“Speriamo che sia chiodato!” dichiarò Luciano.

“E ci mancherebbe!” gli rispose Rodolfo.

Era solo una battuta scaramantica, ma sapevano tutti e due che la via era ottimamente attrezzata. D’altra parte non poteva che essere così: uno sperone di roccia saldissima, che, partendo dal parcheggio, si impenna come la prua di un transatlantico, a fianco di un coreografico ghiacciaio. C’erano tutti gli ingredienti perché la via fosse molto frequentata, quindi perfettamente attrezzata.

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