1963 Cervino parete Nord

L’amico Andrea Mellano ci fa un altro bellissimo regalo con questo articolo che narra una grandissima impresa alpinistica.

1° RIPETIZIONE ITALIANA – AGOSTO 1963

Cervino,”il più nobile scoglio d’Europa” una montagna affascinante.  La parete nord si presenta in tutta la sua imponenza a chi, arrivando a Zermatt, volge lo sguardo verso la “Grande Becca”.

Salita la prima volta   dai fratelli Schmidt nel 1931, dopo tre giorni di lotta, la parete nord del Cervino ha conservato tutto il fascino e le difficoltà originali. Giovanni Brignolo ed io la mancammo per un soffio a luglio del 1960 e fummo costretti a ripiegare, causa maltempo, alla capanna Solvay, dopo una avventurosa traversata della parete a circa 400 metri dalla vetta. Nel mese di luglio del 1961 due guide del Cervino, Bic e Pession con Piero Nava, riuscirono nell’intento di realizzare “la prima italiana” della parete.

Sabato 10 agosto ci troviamo in quattro a Cervinia: Giovanni Brignolo 24 anni, Beppino Castelli 19 anni, il “bocia”, Romano Perego 29 anni, mio coetaneo, e il sottoscritto. Nella stessa sera raggiungiamo il rifugio dell’Hornli, posto all’inizio della cresta N.E. del Cervino. Il tempo è ottimo e ci sono tutte le condizioni perché duri: vento da Nord e freddo intenso; unico guaio un eccesivo innevamento della parete . Nell’attesa di andare a riposare osserviamo l’arrivo delle numerose cordate che hanno effettuato la salita alla vetta lungo la cresta Svizzera.

Domenica 11 agosto sveglia alle 0,30 e partenza alle 1,30. Il tempo è sempre bello e noi siamo in piena forma. Con le pile frontali raggiugiamo la base del grande scivolo di neve che caratterizza il primo terzo della parete; e qui abbiamo la prima sgradita sorpresa: l’attacco e il tratto superiore dello scivolo sono completamente ghiacciati. Questo significa una perdita di tempo in quanto dovremo scalinare per circa 350 metri.  Malgrado la brutta sorpresa decidiamo di proseguire fiduciosi della tenuta della buone condizioni metereologiche

Per tutta la mattina saliamo sul ripidissimo scivolo di ghiaccio, incidendo migliaia di gradini con un lavoro massacrante dandoci il cambio sovente. Superato lo scivolo iniziamo la pericolosa traversata verso destra. Siamo ormai a 500 metri dalla base e  dovremo proseguire ad ogni costo, perché tornare indietro sarà praticamente impossibile. Per fortuna Il freddo intenso trattiene le pietre incollate alla parete, sopra il grande colatoio che precede la base dello sperone roccioso.

Faccio fatica a riconoscere in che punto esattamente ci troviamo. Durante il mio precedente tentativo qui vi erano placche di roccia pulita, ora  un unico e poco raccomandabile lastrone di ghiaccio vivo le ricopre interamente.

Le condizioni della parete superiore non sono incoraggianti, le nevicate dei giorni scorsi l’hanno mutata completamente.

Terminata la traversata iniziamo la salita del grande “diedro”, sulla parte destra del colatoio. E’ pomeriggio inoltrato, Il Cervino ha ormai allungato la propria ombra sulla valle di Zermatt e le prime luci della cittadina incominciano ad accendersi. Qui in alto è ancora chiaro ma dobbiamo affrettarci a trovare un posto decente per bivaccare, ci accontenteremmo di poterci sedere per passare la notte, ma la Nord del Cervino non concede questi lussi.

E’ notte quando riusciamo a riunirci tutti e quattro su dei massi sporgenti dove a malapena possiamo stare in piedi. Fissiamo alcuni chiodi per poterci assicurare e cerchiamo di fondere un po’ di neve con il fornelletto a gas. Come bilancio della giornata non è male: circa 650 metri di parete saliti, malgrado le pessime condizioni in cui si trova, è più che una discreta prestazione. Il morale è alto e le condizioni fisiche di tutti ancora ottime.

Passare una notte in piedi è una cosa deprimente. Ogni tanto gli occhi si chiudono e le gambe non vogliono saperne di stare ritte: allora bisogna reagire in modo vigoroso per evitare di finire appesi alle corde. Le ore trascorrono lente, maledettamente lente. Se tutto va bene domani saremo in vetta e questo pensiero ci sorregge. Ma da qualche ora pare che il tempo stia cambiando. Da Ovest densi banchi di nubi si stanno avvicinando al Cervino, sappiamo per esperienza cosa significa: maltempo.

In meno di un’ora siamo al centro di una violenta bufera: turbini di neve ci avvolgono senza interruzioni. Le rocce sovrastanti ci scaricano addosso: grandi quantità di neve farinosa, siamo letteralmente coperti da un manto bianco. La temperatura si è abbassata notevolmente: siamo a meno 15°. Non sappiamo che fare frastornati dall’improvviso maltempo. I miei compagni sono muti; non abbiamo il coraggio di guardarci in faccia e cerchiamo di sistemarci alla meglio per la notte. Le prime ore del mattino ci trovano avvolti dalla neve e intirizziti dal freddo. Ha smesso di nevicare però le slavine continuano inesorabili a investirci.

Lunedì 12 agosto ore 5. Dobbiamo fare qualcosa, se non ci muoviamo siamo finiti; scendere è impossibile, dunque a tutti i costi si deve salire.

Le posizioni in parete sono: a dx Perego al centro Brignolo in basso Castelli fuori campo Mellano che ha scattato la foto

La nevicata è ripresa violenta, non riusciamo vedere a dieci metri attorno a noi; sappiamo solo che dobbiamo salire, salire per sopravvivere. Lentamente ci muoviamo, forse troppo lentamente ma non possiamo alzare gli occhi perché subito siamo accecati dalla neve che scivola in basso dai canali superiori. E’ incredibile come l’uomo riesca ad adattarsi alle situazioni peggiori. Pensare, a mente fredda, di salire una parete di ghiaccio e roccia, sotto una scarica continua di neve e con il maltempo scatenato parrebbe un suicidio pazzesco. Eppure noi saliamo, proprio perché vogliamo vivere. Abbiamo accettato la sfida con la montagna e lei si difende. E’ forte, più forte di noi, ma noi siamo vivi, resistiamo e finché avremo un filo di energia lotteremo.

Non trascuriamo le manovre per proteggerci, per quanto possibile, cercando di dominare la fretta che ci spinge ad accelerare la salita: guai se la fretta dovesse prevalere sulla sicurezza, sarebbe la fine.

Siamo così tesi nella scalata che non ci siamo accorti del trascorrere delle ore. Sono ormai le 18 e saremo costretti ad un secondo bivacco. Già bivaccare, ma dove? Guardiamo attorno sconsolati: solo rocce e ghiaccio ripidissimi ci circondano. Dovremo passare un’altra notte in piedi!

Ci fermiamo su un piccolo gradino di roccia: Romano un po’ più in alto Giovanni, Beppino ed io in basso in un incavo di ghiaccio. La tormenta non accenna a diminuire, il vento fortissimo spazza la parete. Non siamo saliti molto oggi, circa 300 metri e dovremmo essere quasi all’altezza della capanna Solvay. Infatti da uno squarcio delle nubi la intravvediamo, incastrata tra i due caratteristici torrioni della cresta Nord Est sulla via normale Svizzera. Sarà a circa 200 metri in linea d’aria. Ha un sapore amaro di beffa il pensiero che nella capanna potremmo dormire sdraiati e al riparo. Ma via, non è il caso di pensare a queste raffinatezze, piuttosto cerchiamo di sistemarci per la notte.

Fissiamo i chiodi di sicurezza per gli anelli di corda in cui ci infiliamo per riuscire a scaricare un poco le gambe, le corde sono gelate e non è facile manovrarle. Impieghiamo un sacco di tempo a sistemarci infine ci riusciamo e cerchiamo di man giare qualcosa. Nessuno di noi ha fame solo sete, una gran sete che ci stringe la gola. Pare incredibile che in mezzo a tutto questo ghiaccio e neve si debba soffrire la sete, eppure guai se ci lasciassimo tentare a succhiare quei candelotti che ci circondano sarebbe come mettere altro fuoco in gola; mi accorgo che Beppino, di nascosto cerca dimettere in bocca della neve. Gli urlo di smetterla e lui a malincuore la sputa via.

Con miracoli di equilibrio riusciamo a fondere della neve con il fornelletto e a turno   sorseggiare un po’ di liquido, nel quale abbiamo sciolto degli alimenti energetici. Dobbiamo economizzare il gas al massimo, perché se si esaurisse non potremmo bere neanche quel poco che possiamo concederci.

La tormenta di neve si è un po’ placata, in compenso un vento freddo e fortissimo ci perseguita. Sono circa le 11 di sera e il cielo è tornato sereno: sarà la volta buona? Giù nella Valle le luci di Zermatt brillano intensissime. Laggiù c’è vita, calore, comodità quassù invece, sulla Nord del Cervino, solo freddo e dubbi su come uscire indenni da questa avventura di ferragosto.

Oggi salendo, sotto la neve che ci flagellava ho sentito Giovanni imprecare: “No! No! non si può salire così, porco mondo! Non bastano le difficoltà, no ci vuole anche la tormenta di neve, questo è un inferno, non ne posso più”. Era lo sfogo di un giovane che si sentiva sfuggire lentamente le forze. Anche Beppino ha fortissimi dolori ai piedi e lo sento lamentarsi e imprecare. Romano ed io siamo in apparenza più calmi. Le difficoltà ambientali, non sempre favorevoli che abbiamo incontrate su altre montagne, ci hanno abituati agli imprevisti, ma in cuor nostro ora abbiamo molti dubbi e vorremmo che finisse questa avventura che mai ci saremmo aspettati.

Martedì 13 agosto ore 4,30 Il cielo è incredibilmente sereno. Increduli ci guardiamo attorno, non crediamo ai nostri occhi. A levante il sole fa impallidire le stelle, tutti sentiamo che le forze e la volontà stanno tornando e iniziamo i preparativi per proseguire. Alle 6,30 riprendiamo la scalata. Le condizioni della parete sono sempre proibitive, festoni di ghiaccio ricoprono tutte le rocce circostanti e la progressione riprende impegnativa e pericolosissima.

Cervino Nord Brignolo traversata del grande canale

Il sole ci ha quasi raggiuti, rianimandoci. Beppino e Giovanni, che durante la notte si erano a lungo lamentati del freddo ai piedi, ora paiono più calmi: oggi si sale con il sole! La progressione è però sempre lenta a causa del ghiaccio che ricopre le rocce. Sopra di noi gli strapiombi della vetta appaiono vicinissimi. A mezzogiorno circa siamo all’altezza della “spalla” della cresta Nord Est, più o meno a quota 4150. E’ a questo punto che Giovanni ed io, nel 1960, a causa del maltempo improvviso siamo stati costretti ad attraversare tutta la parete Nord per raggiungere la capanna Solvay. Questo percorso è l’unica possibilità per uscire dalla parete, oltre non resta altro che tentare di raggiungere la vetta.

Nessuno ha il coraggio di parlare. Guardo Romano e subito capisco cosa pensa. Da due giorni lottiamo al limite del possibile per scalare questa maledetta parete. Ora il maltempo pare abbia concesso una tregua e le difficoltà maggiori sono superate. No, non possiamo “scappare”. Purtroppo il bel tempo è durato poco. Improvvisamente il cielo si è nuovamente rannuvolato, grosse nubi ci stanno avvolgendo e la bufera di vento e neve è ripresa fortissima: di nuovo in piena tormenta a circa200 metri dalla vetta! Siamo in un settore molto pericoloso per le condizioni attuali della parete. Oggi è impossibile continuare. Sono le i8 ed è già buio.

Romano e Beppino, sono a circa una decina di metri da me e Giovanni, stretti ad una sporgenza di roccia, Giovanni ed io siamo fermi su un lastrone inclinato coperto di ghiaccio: è così che passiamo la notte.

Presi in pieno dalla tormenta, senza un riparo non offriamo nessuna resistenza alla sua violenza. La neve ci ricopre completamente e noi cerchiamo di smuoverla per non essere sommersi ma è un lavoro inutile, perché in poco tempo siamo nuovamente  ricoperti e non riusciamo a vederci l’un l’altro pur essendo vicini. E così per un tempo infinito.

Cervino Nord Perego al terzo bivacco

Abbiamo sete, fame e ci dobbiamo accontentare di qualche formaggino mescolato a un po’ di neve.  In queste situazioni è impossibile usare il fornelletto per ricavare un po’ di acqua. È un inferno che dura tutta la notte. Ogni tanto lancio una voce a Romano e Beppino, per sincerarmi della loro presenza. Non dobbiamo lasciarci prendere dalla sonnolenza e muoviamo il corpo e gli arti per evitare principi di congelamento, che purtroppo Beppino e Giovanni stanno già avvertendo. Il tempo scorre lentissimo, ma riusciamo a passare anche questa notte.

Mercoledì 14 agosto, ore 6. Un vento fortissimo ha spazzato nuovamente le nubi, che ora si rincorrono sopra di noi; guardo verso romano e Beppino e vedo solo una massa scura in movimento, lancio un urlo e da quella massa informe giunge una risposta confortante. Dunque siamo tutti vivi e, pare, ancora in discrete condizioni: la scalata continua. Lentamente Giovanni ed io li raggiugiamo e tutti insieme riprendiamo a salire a cordate separate, alternandoci al comando. Canali di ghiaccio, paretine di roccia instabile si susseguono.  Dopo un ultimo salto roccioso vediamo a una cinquantina di metri sopra di noi la vetta italiana e, poco lontano a destra, la vetta massima del Cervino con la grande croce ricoperta di ghiaccio. Ancora pochi metri e siamo in vetta!

Cervino vetta Perego Castelli

Raggiunta la cima sentiamo un rumore di aereo che volteggia sopra la grande croce, pare ci voglia salutare, noi rispondiamo agitando le piccozze. Sono le 11,20: abbiamo salito la Nord di questa montagna affascinante, ma per noi in questi giorni è stata orribile. E non è ancora finita, ora dobbiamo scendere.

Cervino vetta Andrea e Giovanni

Di nuovo il tempo sta cambiando e il sole ha lasciato il posto alle nubi che si stanno accumulano sul Cervino. In una giornata di buona visibilità, la discesa lungo la cresta svizzera non è molto impegnativa, ma oggi, con la tormenta che si sta nuovamente scatenando e le condizioni invernali della montagna, non sarà molto facile: siamo stanchi, maledettamente stanchi e provati da questi giorni di impegno fisico al limite e forte tensione nervosa.

Sono il solo che conosce la discesa, la responsabilità mi preoccupa ma cerco di reagire per la salvezza di tutti. Nevica, maledetto Cervino, e si è alzata anche una fitta nebbia, tanto per non farci mancare nulla. Comunque scendiamo con la massima prudenza il tratto che ci separa dalla Capanna Solvay che raggiungiamo verso le 17: ce l’abbiamo fatta, ragazzi ce l’abbiamo fatta! Restiamo un attimo muti immobili, poi entriamo e ci abbracciamo finalmente al riparo dalla tormenta, che fuori continua a imperversare. Cerchiamo subito di preparare dell’acqua con la neve per calmare la sete che ci tormenta da giorni. Proviamo ad accendere il fornelletto, ma questo non si accende: la bomboletta del gas è esaurita. No, Nooo! Non possiamo stare senza bere! Abbiamo tutti le gole riarse, Beppino dà anche segni di malessere generale. Affannosamente rovistiamo dappertutto nel piccolo rifugio, ma non troviamo nulla, solo qualche candela che utilizziamo per fondere un po’ di neve e pezzi di ghiaccio e finalmente bere qualcosa di liquido al quale aggiungiamo quel che è rimasto di caffè solubile. Abbiamo ancora dei pezzetti di formaggio che ci dividiamo e finalmente possiamo, dopo quattro giorni, sdraiarci e riposare.

Giovedì 15 agosto, ore 5. Fuori continua a nevicare: è proprio un bel Ferragosto!!! Dobbiamo assolutamente scendere, a tutti i costi. Il nostro stato fisico generale non è dei migliori. Beppino è il più grave, le dita dei suoi piedi presentano evidenti segni di congelamento e i suoi riflessi generali sono alterati. Giovanni anche lui ha un piede con principi di congelamento, e Romano ha una avanzata oftalmia che lo sta quasi accecando. Io, tolta una generale spossatezza sono ancora fortunatamente in discreta forma fisica.

Romano con insistenza mi chiede se ricordo bene il percorso di discesa, lo rassicuro ma in cuor mio ho qualche incertezza. Pensare di passare un’altra notte su questa montagna, seppure al riparo della capanna è impossibile: Beppino e Giovanni hanno bisogno Assolutamente di cure, come pure Romano con i suoi occhi che peggiorano sempre più. Esco dalla capanna e l’ambiente esterno non è dei più invitanti. La visibilità però è buona e ha smesso leggermente di nevicare.  Il percorso di discesa, che si svolge lungo la cresta Nord Est è interamente coperto dalla neve e sarà difficile trovare la via solita che conosco. Proviamo non abbiamo altra scelta.

Rientro e aiuto i miei compagni che sono ancora nelle cuccette a prepararsi per la discesa, ma loro tergiversano. Non possiamo ritardare ancora, mi metto a urlare, li insulto, li minaccio di abbandonarli scendendo da solo. Finalmente, si muovono. Romano, a parte il dolore agli occhi, che lo rendono quasi cieco, ha ripreso la sua vigoria e determinazione.

Sempre divisi in due cordate, ma molto ravvicinati, iniziamo la discesa della cresta procedendo lentamente per maggiore sicurezza, sul terreno misto coperto di neve e ghiaccio. La visibilità è buona e cerco di ricordare i tratti giusti del percorso. Stiamo perdendo quota. Beppino e Giovanni sono al limite delle loro forze, Romano ed io dobbiamo quasi sostenerli nei tratti più difficili. Giovanni, il Giovanottone atletico e pieno di vita, ha i nervi a pezzi. Il dolore ai piedi lo fiacca e lo vedo piangere di rabbia. Vedere la sofferenza dei miei compagni abbattuti, mi stimola a reagire: urlo, li strattono con la corda tesa e l’aiuto di Romano, affinché continuino a scendere.

Siamo ormai oltre la metà della discesa e intravvediamo in basso il rifugio dell’Hornli e questo ci ridà forza.

Ad un tratto sentiamo delle voci venire dal basso. No non è una allucinazione, sulla parete nord, durante i bivacchi, abbiamo tutti avuto l’impressione di udire delle voci, ma era il vento che infilandosi nelle fessure delle rocce ci dava quelle sensazioni. Oggi però quelle che sentiamo sono proprio voci umane e noi rispondiamo ai loro richiami. Siamo a poco meno di150 metri dalla fine della cresta e urlo loro di salire per aiutarci nell’ultimo tratto. Ormai li vediamo: è un piccolo gruppo che sta salendo veloce e ora riusciamo anche a capirci; ci chiedono se li abbiamo visti, visti chi? Chiediamo noi, quelli della Nord ci rispondono. Siamo noi quelli della Nord urliamo all’unisono.

A questa nostra risposta uno scoppio di esclamazioni festose ci accolgono. Superiamo ancora il breve tratto insidioso che ci separa e ci incontriamo. Sono nostri amici di tante avventure in montagna. Siamo tutti commossi e ci abbracciamo. Vedo un ragazzone con il casco che si appoggia alla roccia piangendo, è Ottavio Bastrenta, e con lui Alberto Risso, Dario Agostini, Fausto Follis, Silvio Bajetto e molti altri che si erano organizzati per venire alla nostra ricerca. Grazie amici vedervi oggi qui è per noi la più grande dimostrazione di amicizia e condivisione di una comune passione.

La Nord del Cervino è veramente finita: E’ stata durissima ma ce l’abbiamo fatta. La solidale collaborazione delle nostre due cordate e l’amicizia che da tempo ci lega, sono state fondamentali per mantenerci uniti, anche nei momenti più drammatici della salita, e questo è il grande valore dell’alpinismo.

Sono le 14 quando entriamo nel rifugio, accolti festosamente dagli alpinisti presenti e dal vecchio custode che conosciamo da tempo. Dopo esserci rifocillati, ci organizziamo per il ritorno. Beppino, Giovanni e Romano hanno assoluto bisogno di cure e scenderanno, accompagnati da Alberto, Fausto, Dario, Silvio, a Zermatt con una corsa speciale della funivia per una urgente visita presso il locale ospedale. Purtroppo Beppino ha pagato duramente il successo sulla Nord del Cervino. A Torino ha dovuto sottoporsi alla quasi totale amputazione delle dita di entrambi i piedi. Giovanni e Romano per fortuna se la sono cavata con alcuni giorni di convalescenza.

La Stampa 18/08/1963 (1) Beppino Castelli
La Stampa 18/08/1963 (2) Beppino Castelli

Gli amici sono partiti. Io riprendo lo zaino e con Ottavio, nello stesso pomeriggio, attraversiamo la base della parete Est del Cervino e raggiugiamo il colle del Furggen, dal quale scendiamo a Cervinia e poi giù in Valle d’Aosta, a casa di Ottavio, per il sospirato riposo, non prima di aver apprezzato l’ottima cucina e le squisite bucce di arancia caramellate di sua mamma.

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