Beppe Tenti, l’esploratore di Overland

Un bella intervista della giornalista Anna Galdolfi del Corriere della Sera al nostro socio CAI UGET Beppe Tenti.

«A 90 anni salgo sul Kilimangiaro e corro per 12 km. I camion arancioni me li diede l’avvocato Agnelli. Rimpianti? Non so l’inglese»
Viaggiatore, avventuriero, creatore del programma in onda ininterrottamente su Rai 1 dal 1995. In curriculum decine di escursioni sull’Himalaya e la via della Seta a bordo di una Panda 4×4. «La cosa più bella che ho visto? La nipotina Sophie»

Beppe Tenti, 90 anni a febbraio, nonno da aprile (foto Stefano Porta/LaPresse)

Beppe Tenti, il 3 febbraio sono novanta.
«Ma me ne sento meno».
Quanti anni si dà?
«Sessantacinque? Pesa un po’ l’età quando corro: devo andare piano».
Corre?
«Tutti i weekend, una dozzina di chilometri alla montagnetta di San Siro, esco anche se piove. C’è il giro di due chilometri e lo faccio più volte».
Tanta stima.
«Tenersi in forma è importante. A mezzogiorno non mangio mai: sto leggero e vengo in ufficio».
Beppe Tenti è un’icona. Per chi ama i viaggi – rigorosamente fuori dalle rotte turistiche e dentro i luoghi più remoti – e non solo. In curriculum: 48 presenze in Nepal, 23 in India, 19 volte sul Kilimangiaro portandoci 1.200 persone, 13 in Perù, 13 volte sulla via della Seta. Ha pianificato tutte le salite di Reinhold Messner ai 14 Ottomila himalayani, macinato 13 mila chilometri con i cani sulle rotte artiche. Esplorazioni vissute e raccontate: il quasi-novantenne (compleanno il 3 febbraio) nato a Torino e da 60 anni milanese (base al Portello) è l’inventore di Overland, in onda ininterrottamente dal 1995 su Rai1. «Li chiamano docu-travel prima erano “filmati”. Adesso parte mio figlio Filippo».
Lei viaggia ancora?
«Meno di un tempo, ovviamente. L’anno scorso in Nepal mi sono preso un’infezione. Portavo un gruppo al campo base dell’Everest. Mi hanno detto di stare più tranquillo ma tanto lì non tornerò: è diventato un posto invivibile, un circo».
A 89 anni alle pendici dell’Everest, nientemeno.
«Per la nona volta. La gente arriva al campo base in elicottero, va in gita al Kala Patthar in giornata, si fa i selfie e scende, nei rifugi trova le coperte riscaldate. Non c’è più niente dell’Everest di un tempo».
Se c’è qualcuno che lo sa, è lui. Tenti l’esploratore si fa trovare nel suo ufficio di viale Onorato Vigliani (Overland è anche un’agenzia di viaggi) tra carte geografiche e scatoloni da trasloco.
State partendo tutti?
«Siamo in affitto e ci hanno detto: o comprate o vi spostate. Penso ci sposteremo perché qui è un po’ stretto: ci serve lo spazio per allargare l’agenzia di viaggi. Ho visto alcuni uffici e salutato quando se ne sono usciti con la richiesta di 10 mila euro al metro quadrato. I prezzi a Milano sono impazziti, è complicato anche per chi ha un’attività avviata come la nostra. Comunque l’ultima parola spetta a Filippo: è lui il capo».
Filippo è dal 2013 il volto di Overland, Beppe resta il timoniere cui chiedere consiglio.
Anche in agenzia?
«Arrivo alle 8.30 e apro l’ufficio: resto fino alle 18.30. Spesso i clienti chiedono di me e io volentieri ci faccio due parole».
Mai una giornata sul divano.
«Stiamo a casa ad annoiarci in due?». Sorride. «Scherzi a parte, mia moglie Margherita (Grisi, ndr) lo sa che devo muovermi, fare. Siamo sposati dal 1983: mi conosce. Ha una grande pazienza».
Margherita girava il mondo con lei?
«Certo. Dei viaggi di famiglia, fatti quando non c’era la scuola, c’è traccia nei documentari: Filippo e Gaia, la mia figlia maggiore, ogni tanto si intravedono. Margherita ha 16 anni meno di me, siamo diversi eppure fatti l’uno per l’altra, anime gemelle».
In un anno quanti mesi stava lontano da casa?
«Sei, nove. Non mi ritengo avventuroso, il mio è semplicemente lavoro: richiedeva di fare viaggi e riprese e li facevo».
Si è infilato in posti pericolosi.
«Una volta, nello Yemen, ci hanno sparato per derubarci: i proiettili fischiavano nelle orecchie, pensavo di morire. L’assalto dei predoni (ero sull’ultimo camion della carovana, sto sempre lì perché se succede qualcosa ci sono) è avvenuto durante una tempesta di sabbia. L’autista, ex legionario, ci ha portato in salvo. Tuttavia resto fatalista: muoversi con cautela è la priorità ma se è destino che accada qualcosa, accadrà».
Quando è arrivato a Milano?
«Negli anni sessanta, per organizzare viaggi: avevo un ufficio in zona Corso Sempione. Grazie a Milano il mio lavoro è decollato. Diversamente avrei continuato a fare l’impresario edile».
Perché ha fatto anche quello.
«Ho cominciato nell’edilizia, devi sincronizzare ogni dettaglio: se non coordini idraulico, elettricista, tutti, una casa non la tiri su. Non era il mio campo però affina la capacità organizzativa».
È vero che il suo primo viaggio è stato di protesta?
«Sono un animale da oratorio. Il don di Borgata Parella, a Torino, proponeva viaggi separati per maschi e femmine. A me ‘sta cosa non piaceva e a 18 anni ho affittato un pullman per andare Courmayeur. Eravamo 40, la corriera piena, maschi e femmine. Che successone. Al ritorno mi hanno vietato di entrare in parrocchia. Allora mi sono iscritto al Cai Uget di Torino».
E ha sbancato.
«Dicevano: il prossimo weekend si va sul Monte Bianco. Alla quattordicesima volta sono sbottato: “Eddai, facciamo qualcosa di pazzo, andiamo sul Kilimangiaro!”. Mi hanno preso sul serio, raffica di iscrizioni. Ho contattato la Lufthansa, abbiamo imbarcato zaini e tende. Era il 1967, non ero mai uscito dall’Italia: in 49 siamo atterrati a Nairobi».
Nei suoi libri racconta alcuni aneddoti. Come la volta che, a Nairobi, si è quasi fatto arrestare.
«Scesi dal volo ci aspettava un pullman. L’autista: vi porto in hotel? Noi: non abbiamo soldi, piantiamo le tende. Ci scarica in un posto paradisiaco: alberi, fiori. La mattina sentiamo le sirene: eravamo nel giardino botanico della città, ultra-protetto. Con la polizia sfodero la parlantina (mi ha portato ovunque): non lo sapevo, scusate. Allungo qualche banconota. Dopo una ramanzina ci hanno lasciato andare».
In quella spedizione ha perso un compagno di cordata.
«Eravamo tra la seconda e la terza capanna, un gruppo sale prima con alcuni sherpa. Io li seguo in solitaria, sul sentiero vedo una sagoma. Mi avvicino: è un portatore caduto, agonizzante. Lo carico sulle spalle, lui mi fa una carezza, percorro 500 metri e capisco che è morto. Sceso a valle ho cercato la sua famiglia: per anni siamo rimasti in contatto».
Un inizio scioccante.
«Però sapevo che era la mia strada. A casa avevo centinaia di libri di esploratori di ogni epoca. Pensavo: se sono riusciti loro a girare il globo in tempi così difficili lo posso fare anche io».
Ci dica del quasi-incidente diplomatico con i tedeschi sull’Everest.
«Con il Cai Uget abbiamo poi riproposto spedizioni. Una volta, in hotel a Katmandu, scopro che sta per arrivare un gruppo tedesco. Erano tantissimi, avrebbero assunto tutti i portatori. Allora cambio il programma al mio gruppo: la città la visitiamo al ritorno, si sale. Gli sherpa disponibili sono venuti con noi, i tedeschi ne hanno trovati pochissimi e hanno fatto una settimana di ritardo perché non potevano far trasportare le attrezzature. Ci siamo incrociati: noi tornavamo e loro ancora salivano, ho sentito parole irriferibili…».
Suo figlio ha raccontato: «In Congo mi hanno arrestato a un posto di blocco. C’era anche mio padre, lontano alcuni chilometri. Quando sono riuscito a contattarlo ha risposto: ho buttato la pasta, vengo a recuperarti domani così impari a fare il pirla». Conferma?
«La carovana voleva fermarsi e cenare. Filippo e altri sono andati avanti per trovare dove accamparci, ma io tenevo i passaporti di tutti. Li hanno fermati ed è successo il guaio. Ha chiamato ma per me era più urgente far sì che il gruppo si rifocillasse. Poi sapevo che a lui non sarebbe successo niente di grave…».
Avete 50 anni di differenza.
«Filippo è nato nel 1985, Gaia nel 1984. Sono entrambi molto in gamba, ho voluto imparassero l’inglese perché non conoscerlo bene è stato il mio cruccio. Filippo è più bravo di me: ha studiato alla Bocconi, si sa muovere perfettamente».
Di lei non si può certo dire il contrario.
«Parlo il piemontese, l’italiano, il francese, con lo spagnolo me la cavo mettendo le S alla fine delle parole. L’inglese l’ho appreso parlando con gli sherpa. Mi faccio capire perché sono empatico».
Ha conquistato anche Cesare Romiti quando era ai vertici della Fiat.
«L’ho conosciuto a una cena a Venezia, dal mio amico Giancarlo Ligabue (paleontologo e politico scomparso nel 2015). A tavola col dottor Romiti restiamo a parlare di viaggi. Il giorno dopo ricevo una chiamata: mi voleva incontrare in ufficio. Vado a Torino: “Faresti un viaggio con le Panda?”. Erano le prime 4X4: nel 1985 siamo andati in Cina, sulla via della Seta. Quattro mesi sulle tracce di Marco Polo. Preparavo filmati e li vendevo alla Rai. Una di quelle tre Panda è ancora al museo dei motori di Shangai».
Di Romiti è l’idea dei camion arancioni.
«A Pechino ci aveva ricevuto una delegazione di alti funzionari cinesi. Pochi mesi dopo uno di loro, in visita alla Fiat, è così entusiasta delle Panda viste con noi che lo dice a Gianni Agnelli. Il quale mi scrive una lettera e con Romiti propone una nuova avventura: girare il mondo con gli Iveco 330.30, i primi camion a raffreddamento ad aria che allora si usavano solo nelle aree delle trivellazioni. Ho accettato e rilanciato: andiamo da Roma a New York via terra, passando dalla Siberia, poi giù in Patagonia, da lì all’Africa (Città del Capo) e su fino a Capo Nord in Norvegia. Era il 1994. Dormivamo e cucinavamo sui tir. L’arancione l’ha proposto Romiti: se avessimo avuto problemi in Siberia ci avrebbero trovato più facilmente».
Lei si manteneva grazie agli sponsor?
«Le tv volevano i filmati. Si è fatta avanti la Rai, da allora ci lavoro».
Da qui anche il suo ruolo di controfigura.
«Giuliano Montaldo girava per la Rai la miniserie Marco Polo, mi chiede di seguire la logistica in Nepal e di guidare una delle troupe. Viene fuori che Kenneth Marshall, il protagonista, non se la sente di fare riprese in luoghi impervi. Così ingaggiano me: per la prima volta davanti alla macchina da presa».
Qualcosa della sua vita che non rifarebbe?
«Rifarei tutto».
Qualcosa che non ha fatto e vorrebbe fare?
«Se mi metto in testa di fare qualcosa alla fine la faccio».
Modestamente.
«Eh già. Però, come ho detto, l’inglese lo studierei meglio».
Per i novant’anni pianifica un viaggio?
«Vorrei andare sul Kilimangiaro per la ventesima volta».
Regali che desidera?
Si ferma, estrae il cellulare: «Filippo mi ha già fatto quello più bello, guardi qui». Video, foto. «Da aprile sono nonno! Ho visto tante cose nella vita, ma belle come Sophie mai».