Val Grande di Lanzo: Tre giorni in solitarie

Testo e foto di Alessandro Cauda

Eccomi qui, dopo dieci giorni di vacanza con la famiglia sto percorrendo il mercoledì sera la strada in direzione Groscavallo. Tre giorni attesi durante le vacanze “comuni“ un po’ a tutte le famiglie… quelle che io chiamo pre confezionate. Non ho programmi specifici, solo tante idee e la voglia di entrare in quella dimensione che solo chi ha provato può comprendere o disprezzare, dipende dai punti di vista. Mi sistemo nell’alloggio dei miei suoceri a Pialpetta e, visto il meteo, decido per il rifugio Daviso l’indomani. Giovedì mattina parto all’alba con lo zaino carico del materiale per arrampicare in solitaria; con una splendida passeggiata in mezzo alla natura selvaggia e senza incontrare anima viva in poco meno di 3 ore raggiungo il rifugio, due chiacchiere coi gestori, un bicchiere di the caldo (com’è d’uso al Daviso per tutti coloro che lo raggiungono) e mi dirigo verso la Paretina del Rifugio dove, sotto un cielo terso contornato dalle cime del bacino Gura – Martellot, inizio ad arrampicare in autoassicurazione sulle vie del settore destro.

Concentrato nelle complicate e metodiche manovre dell’arrampicata in autoassicurazione non mi accorgo che sono le 13:00 e, visti gli accordi coi rifugisti, raccolgo l’attrezzatura e torno al rifugio per il pranzo. Consumo il pranzo coi 2 gestori ed un giovane di Chialamberto anche lui da solo, sembra di essere tornato indietro nel tempo quando nei rifugi ci si ritrovava in pochi. Ridiscendo a valle nel pomeriggio ed anche il ritorno avviene in completa solitudine con uno sguardo ai vari alpeggi ed il pensiero che va alla dura vita dei montanari che un tempo salivano sino qua con le mucche. Dopo la lunga discesa rientro nell’abitato di Forno Alpi Graie ed all’auto. Torno a casa con la pace e la gioia negli occhi e nel cuore.

Venerdì mattina il tempo è nebbioso ma non piove, decido di tornare a Forno per andare alla parete del Roncet, ma lungo il sentiero inizia a piovigginare, un attimo di incertezza e decido di ritornare indietro, trovarmi da solo in parete sotto la pioggia non mi entusiasma. Nessun risentimento, sono qui per vivere quello che la natura e la montagna mi concedono e non voglio prendermi nulla a tutti i costi.
Una volta rientrato in paese a Forno decido di salire al Santuario N.S. di Loreto dove dopo la messa mi intrattengo a chiacchierare con Don Sergio, un prete di quelli veri, diretto, una gran persona. Pranzo a casa e col miglioramento del tempo riorganizzo l’attrezzatura e lo zaino e raggiungo la “Parete delle gare” di fronte alla località Campo della Pietra. Approfitto di questo bel sito per ripassare le tecniche di artificiale e con calma, progressione lenta e metodica staffa dopo staffa raggiungo la sosta della via scelta che risale una placca levigata spittata di 6b+. Al centro della parete scorre dell’acqua che precipitando dall’enorme tetto provoca una nebbiolina che, illuminata dai bassi raggi solari del tardo pomeriggio, crea un’atmosfera fiabesca ed un gioco di arcobaleni e sfumature rendendo il tutto ancora più incredibile.

Naturalmente solo io in tutta la parete. Rientro all’imbrunire consapevole di aver trascorso un’altra giornata intensa ed incredibile. Sabato ultimo giorno in valle. Mi sveglio col sole quindi dopo colazione sono di nuovo a Forno diretto verso il “Roncet”. Il sentiero come le vie sono stati risistemati a puntino, in 15 minuti di cammino sono all’attacco delle vie. Solito rito di “vestizione” e preparazione del materiale controllato e ricontrollato più volte. Il primo tiro scorre veloce ed integro gli spit esistenti con 2 friend, la sosta si trova su un bel terrazzo più alto delle piante alla base e da qui ho la visuale completa del magico vallone di Sea con i suoi gias sospesi Leitosa primo, secondo e terzo. La memoria mi porta ai terreni di avventura affrontati in passato per raggiungere la Cittadella ed il Torrione del Gallo. Affronto il secondo tiro che subito alla partenza mi mette alla prova su un passaggio di quinto che in solitaria mi è sembrato veramente tosto, ma è solo una questione mentale; prova e riprova decido di azzerare il passo senza sensi di colpa. Piazzo un nut bull ed un friend e sono alla seconda sosta posta sotto un tetto. Svolgo tutte le manovre: discesa, risalita e recupero corda e parto per il terzo tiro: un diedrino ben ammanigliato che butta in fuori per fortuna ben protetto a spit ravvicinati ma che mette a dura prova la mia concentrazione; dopo segue una placca di quinto per arrivare all’ultima sosta, aspetto un attimo, mi guardo attorno ma mi rendo conto che la mia testa non trova più lo stimolo giusto… forse dopo 3 giorni di arrampicata solitaria inizio a perdere la concentrazione ma va bene così.

Decido di calarmi, non è quella placchetta non superata a rendermi infelice, anzi. Torno alla base con due doppie e sono contento così. Durante la discesa penso a questi 3 giorni fantastici, unici ed irripetibili. Lo so che tornerò, che cercherò altri percorsi, altre vie ed altri viaggi fisici e mentali. Mi sento in pace con me stesso, soddisfatto, libero come un animale selvatico. Adesso posso ritornare alla vita di tutti i giorni sognando la prossima volta.

In uscita dal tiro di artificiale