Una pagina di memoria

Tratto da UN ALPINISMO IRRIPETIBILE
Una pagina di memoriadi Emanuele Cassarà – 1970.

Messner, le origini di una leggenda
È l’anno della più grande impresa alpinistica di Reinhold Messner. Parto per Innsbruck dove Reinhold è ricoverato per congelamenti ai piedi. Pubblico in una intera pagina il resoconto della leggendaria tragica scalata: le parole di Messner, il diario della vittoria e del calvario suo e di suo fratello Gunther. Dopo quell’impresa e quella pagina (27 luglio), Reinhold diviene il più popolare e ricercato alpinista d’Italia (e poi del mondo). Sino ad allora era uno sconosciuto. Io stesso l’avevo citato rare volte nella mia settimanale rubrica.
Eccone uno stralcio. dal nostro inviato a lnnsbruck :

Un razzo rosso sul Nanga Parbat Reinhold in vetta, Gunther in cielo
Reinhold scende barcollando sui pietroni di una caotica morena, raggiunge ondeggiando i bordi di una conca erbosa, laggiù c’è una boscaglia, procede penosamente, ma non può fermarsi, adesso; ha fame, prova un’infinita stanchezza, tuttavia è lucido, conscio della situazione in cui si trova. Ha scalato il Nanga Parbat, la montagna nuda, la montagna tedesca per eccellenza, tappezzata di morti, l’orrendo picco disegnato dal sole e dalla tempesta, per il versante di Rupal, che Herman Buhl definì impossibile per gli alpinisti. Il fratello l’ha seguito, ciascuno solo, senza corda. Poi Reinhold e Gunther sono ridiscesi dal versante opposto di Diamir, così realizzando l’incredibile attraversamento di una montagna d’Himalaya di oltre ottomila metri di altezza, su da una parte, in vetta, e giù dall’altra. Ma Reinhold su quella montagna, quasi al termine dell’impresa drammatica, ha lasciato il fratello sepolto per sempre dall’ultima valanga.
Sta camminando da ore, da giorni. In vetta il 27 giugno, oggi è il primo luglio. Tre boscaioli indù gli vanno finalmente incontro, lo sorreggono, poveri uomini magrissimi. Insieme si avviano verso un villaggio pakistano della zona di Diamir, una manciata di spelacchiate casupole nella Valle dell’Indo. In una baracca gli offrono té e pane, intanto lo spogliano per pagarsi dell’aiuto che gli offrono. Lo privano dei sopracalzoni di tela, poi dei calzoni impermeabili, poi di quelli di lana, quindi della giacca imbottita di piume, del primo maglione e del secondo. Rimane in camicia e braghette, a ricoprirlo in qualche modo. S’addormenta. Al mattino, però, deve subito discutere e contrattare.
Portatemi avanti, verso Diamir, verso Gilgit. Quanto volete? L’orologio, le scarpe, il passamontagna, le vitamine, le calze: lasciatemi qualcosa per coprirmi. S’avviano, lo portano in braccio, chilometri e chilometri verso il fondovalle, verso Diamir. Qui l’abbandonano. Reinhold s’aggira disperato nel grande villaggio, le donne si nascondono dietro gli angoli, soltanto i bambini gli stanno attorno, cenciosi e tappezzati di foruncoli. Messner s’addormenta su una stuoia. All’alba decide di proseguire da solo. Esce dal villaggio a piedi scalzi e gonfi, neri del congelamento, fitte lancinanti; è consapevole che ogni ora che passa può significare la perdita di una delle dita dei piedi, addirittura di entrambi i piedi! Gli vengono incontro dei contadini, è il tramonto avanzato, raggiunge il villaggio di Diamirei. Ha percorso dal mattino dieci chilometri. Così fanno quaranta, da quel maledetto ghiacciaio che gli ha sepolto il fratello. A Diamirei è nuovamente solo. Non ci sono che braccia per trasportarlo. Cerca di spiegarsi. Fatemi una barella. Non lo capiscono o non ne sono capaci. Si fa portare assi, chiodi, una sega, della corda vegetale. Costruisce una barella, più simile a una bara, vi si infila, alcuni uomini generosi, come sono sempre gli uomini poverissimi, accettano di portarlo avanti, verso Gilgit. Passano le ore; il fuoco del sole sulla nuca, la fatica che l’ha reso ubriaco, il dolore fisico in ogni parte del corpo non distruggono Messner, cencioso e sudicio. Sbuca alfine una jeep militare, un po’ di fortuna, è tutto finito. Ma una frana, adesso, ostruisce la strada. Al di là della frana una colonna di uomini e di muli: la spedizione tedesca al completo, mancante soltanto di Reinhold e Gunther, gli uomini di punta per la vetta del Nanga da raggiungere lungo la parete di Rupal, nero scivolo infernale.

La spedizione, ritenendo entrambi i fratelli dispersi, ha abbandonato il campo base senza nemmeno un tentativo di ricerca e sta rientrando in Europa!

Il capo, l’ineffabile dottor Karl Herrligkoffer, di Monaco di Baviera, saluta Messner con un cenno della mano, ma non osa avvicinarlo. Messner, d’altra parte, non avrebbe nemmeno la forza per sferrargli un pugno sulla faccia.

Reinhold e Günther Messner. Foto tratta da: cima-asso.it