Un viaggio in tre immagini

Ci sono foto che riassumono un viaggio. Per il mio Uganda Rwanda, concluso a fine agosto, ce ne vogliono almeno tre.

Il gorilla

La prima è la foto di un gorilla. La risposta più semplice per dare soddisfazione a chi domanda “Ma cosa c’è da vedere in quei paesi?” è: i gorilla di montagna. Li si vede solo in Uganda, Rwanda e Congo. Noi li abbiamo incontrati nella Impenetrable Forest di Bwindi, in Uganda. Si tratta di un’escursione costosa (650$), che impegna l’intera giornata in un trekking di sei ore, in mezzo ad un intrico vegetale che giustifica pienamente la denominazione della foresta. Si possono visitare esclusivamente i gruppi abituati alla presenza umana, e li si riesce a rintracciare solo grazie ad un lavoro di avvistamento preventivo di squadre di rangers.

Non sono gli unici animali degni di nota che si incontrano durante il viaggio (nei parchi locali vivono rinoceronti, scimpanzé, leoni, leopardi, ecc.), ma sono sicuramente quelli che più impressionano ed emozionano. Si percepisce di essere davanti ai nostri progenitori, ancor prima di sapere che la sequenza del genoma umano è identica al 98 per cento a quella dei gorilla. In quell’ora ad osservarli (per non arrecare eccessivo disturbo, i gruppi di visitatori – mai superiori agli 8 membri – non possono trattenersi di più) ci si riempie gli occhi dei loro gesti, dei loro giochi, dei loro bisticci.

La seconda foto rappresenta quello che, una volta tornati, resta nel cuore: i sorrisi della gente. Facevo un gioco, durante i lunghi trasferimenti sulle sterrate color ocra che attraversano campi e villaggi: salutavo dal finestrino dell’auto le persone che incontravo sulla strada, uomini, donne, bambini; praticamente tutti ricambiavano il saluto, accompagnandolo con un sorriso, anche se erano impegnati, stavano lavorando, camminavano o erano su bici e moto, spesso stracariche.

I sorrisi dei bambini

I sorrisi più belli sono quelli dei bambini. I bambini sono tantissimi ed ovunque. Basti dire che il 50% della popolazione ha meno di 14 anni (in Italia la percentuale è di circa il 14%). Sembra incredibile, ma i bambini in questi paesi non piangono quasi mai; non ricordo di aver assistito ad un capriccio. Spesso sono senza adulti, ma danno l’impressione di gestirsi benissimo; se giocano, lo fanno con semplici cose, ma frequentemente lavorano, in attività non banali, da adulti. Sono spesso scalzi, con addosso magliette sporche e bucate, ma paiono felici.

Ho fatto un video ai bambini che ci hanno accolto all’ingresso in un villaggio di pescatori sul Lago Alberto, e l’ho mandato a molti amici via wapp (sì, il wifi è arrivato anche qui…). Uno di questi invii è arrivato in una spiaggia italica, ed è stato condiviso e commentato da una compagnia di bagnanti, con un effetto curioso: i genitori hanno iniziato a trattare i figli con inconsueta severità… Temo che il confronto con quei sorrisi non abbia giovato al pargolame nostrano, perennemente annoiato, pretenzioso ed insoddisfatto.

La terza foto non c’è. Non può esserci. Sarebbe stata la foto dei memoriali del genocidio Tutsi del 1994 in Rwanda. Luoghi dove si conserva la memoria di una strage incredibile. Uno di questi è la chiesa di Nyamata. Ne avevo letto tanti anni fa, in un libro di un giornalista spagnolo (Javier Reverte, Vagabondo in Africa), ed avevo deciso che prima o poi ci sarei andato. In quella chiesa si rifugiarono 2000 Tutsi. Quando arrivarono gli Hutu, armati di fucili e machete per compiere una strage, non riuscivano ad entrare, avevano davanti un muro umano; i Tutsi erano stipati all’inverosimile nel piccolo edificio. Allora buttarono dentro bombe a mano e spararono dalle finestre. Poi finirono il lavoro a colpi di machete. Si salvarono solo alcuni bambini, nascosti sotto i banchi, seppelliti dai corpi.

Oggi, su quei banchi, hanno lasciato i vestiti degli uccisi; una massa di indumenti che ha perso i vividi colori originari, come se un velo grigio polvere li ricoprisse. Sull’altare hanno lasciato la tovaglia di quel giorno, un tempo bianca, ora chiazzata di sangue scolorito.

Qualche mese prima del viaggio in Africa sono stato ad Auschwitz. Non riesco a non pensare quanto la consapevolezza, il ricordo di queste due tragedie, sia distante, nella percezione comune e nella mia. Dei campi di sterminio ho appreso innanzitutto dai libri di Primo Levi, letti e riletti. Ho fissato nella memoria il racconto di chi sentivo vicino: le montagne di Levi erano le mie montagne, le sue strade di Torino erano le mie. Del genocidio del Rwanda non ricordavo quasi nulla. Sicuramente ne hanno parlato le televisioni, ne hanno scritto i giornali, e non tantissimo tempo fa, ma solo nel 1994. In 100 giorni sono state uccise oltre un milione di persone. Eppure è un ricordo di cui, lontano dal Rwanda, non si ha memoria.

Tre foto potrebbero riassumere un viaggio, ma in quest’angolo d’Africa c’è molto di più: ci sono i cinesi che costruiscono le strade, avendo intuito – già da molto tempo – le potenzialità di questi paesi, giovani e pieni di materie prime. Ci sono le capitali, Kampala e Kigali, che crescono sempre di più, in baraccopoli disordinate. Ci sono i laghi immensi e profondissimi nella depressione della Rift Valley; le cime innevate del Ruwenzory; le mille colline coltivate a tè.

Un viaggio oltre le Colonne d’Ercole, non solo geograficamente, che esce dalle rotte classiche del turismo, e merita di essere inserito tra le proprie mete.

 

Testo e foto di Enrico Galasso, detto Cavùr

 

 

 

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