Una testimonianza. Itaca nel sole. Cercando Gian Piero Motti

Martedì 22 maggio 2018, al cinema Massimo, è stato proiettato “Itaca nel sole. Cercando Gian Piero Motti”, un film documentario diretto dai giovani Tiziano Gaia e Fabio Mancari sulle vita e sulle imprese di Gian Piero Motti, il grande alpinista animatore del “Nuovo Mattino”, il movimento che ha contestato le degenerazioni dell’alpinismo eroico cercando di fondare un nuovo umanesimo della montagna. La sala era al completo, gremita di amici soci CAI, conoscenti, stimatori di Gian Piero. Vi ho partecipato anch’io che con l’alpinismo ho poco da spartire, ma ho avuto la fortuna di incontrare, tanti anni fa, il grande alpinista.

Negli anni settanta, ogni estate, intorno alla metà di agosto, Gian Piero mostrava le diapositive delle sue imprese nel mitico bar “Cesarin”, a Breno, nella Val Grande di Lanzo. La serata era una festa per tutto il paese: villeggianti e locali non mancavano a quell’avvenimento tanto atteso in cui Gian Piero raccontava e commentava in maniera ineccepibile le sue scalate nella valle dell’Orco oppure nella sua amata Val di Lanzo. Io, poco più che bambina, rimanevo estasiata dalla sua capacità di raccontare in maniera così dettagliata e coinvolgente le sue imprese ed emozionata alla vista di quei magnifici scenari montani. Insomma, ogni anno, durante le vacanze estive, aspettavo con trepidazione quel momento. Dal 1975, dalla morte di mio padre, ho smesso di villeggiare a Breno e, anni dopo, ho saputo, da una mia conoscente brenese, della tragica scomparsa dell’alpinista. La notizia mi ha sbalordita e commossa, così ho cominciato a documentarmi sulla sua vita, scoprendo che, oltre all’eccezionale atleta che tutti conoscevano, Gian Piero era un uomo dalla personalità complessa e profondamente travagliata.

Era un uomo di raffinata sensibilità culturale, pensatore inquieto, narratore prolifico e originale, amante dei classici italiani e americani e della musica, un uomo eclettico sotto tutti i punti di vista. Proveniva da una famiglia agiata, ben conosciuta in Val Grande ed egli stesso si definiva di estrazione borghese; non gli mancava niente: disponeva dei materiali migliori e poteva permettersi di andare in montagna in Lancia Fulvia Coupée, eppure… il “mal di vivere”, quel male infido e insidioso, così poco compreso dalla maggior parte delle persone, si era impadronito di quel ragazzo a cui non mancava proprio niente per essere felice. Gian Piero, a soli trentasette anni, ha deciso di abbandonare la vita, nonostante gli avesse dato tutto.

Il film è stato una testimonianza da parte dei suoi migliori amici non solo delle sue imprese eroiche da solo o condivise, ma anche della sua vita con tutte le ansie, le contraddizioni, i dubbi dell’uomo Gian Piero. Proprio quella parte del film è stata particolarmente toccante e ha fatto sì che Gian Piero Motti rimanga per me una figura cara e indimenticabile.

di Carla Eterno