C’era una volta l’inverno Riflettiamo sulla crisi climatica

Testo di Luca Calzolari*. Foto di Roberta Cucchiaro.

Ciò che è straordinario diventerà presto la normalità. Questa considerazione, che porta con sé profondi significati e conseguenze a volte difficili da immaginare, nella sua semplicità potrebbe essere pronunciata da chiunque abbia un minimo senso delle cose. Potrebbe, certo. Ma invece a dirlo è la scienza. Lo scorso agosto abbiamo assistito al racconto dello scioglimento dei ghiacciai in Groenlandia. Una narrazione accompagnata da immagini che non concedono molto spazio alla fantasia e che però sono ancora insufficienti per incidere quanto sarebbe necessario sulla coscienza collettiva. Questo accade soprattutto perché la maggioranza continua a percepire gli oceani – l’Atlantico del Nord e l’Artico – come spazi geograficamente ed emotivamente lontani. Un errore comune, diffuso, evitabile. Soprattutto se si pensa che la terra – almeno per come lo conosciamo oggi – è coperta da 15 milioni di chilometri quadrati di ghiacci. Stiamo parlando di circa il dieci percento del suolo emerso. Se questa massa si sciogliesse integralmente, il livello dei mari si alzerebbe di settanta metri e potremmo dire addio al nostro mondo. Almeno per come lo conosciamo oggi.

Eppure, in questa drammatica scalata verso il disastro, lo scioglimento ha raggiunto in estate un nuovo picco che eguaglia il precedente record del 2013. «Presto tutto questo rappresenterà la normalità», dicono gli scienziati. E non stentiamo a credergli. Allora che fare? Quando si tratta di analizzare i fenomeni abbiamo sempre i dati dalla nostra parte. Sono numeri su cui si regge l’impalcatura della nostra temporanea indignazione. Ma oltre le cifre, ben oltre le proiezioni e gli indicatori di tendenza, sarebbe bene che ci soffermassimo ancora una volta sulle due questioni più importanti e interessanti: primo, siamo stati noi a causare tutto questo (quindi dobbiamo fare i conti anche con il peso della responsabilità); secondo, la lotta agli effetti del cambiamento climatico non passa esclusivamente dalle emissioni di una ciminiera o dai gas di scarico delle nostre auto, ma anche dallo sfruttamento del suolo, da una maggiore giustizia sociale e dal cibo.

Verso i laghi Palasinaz

In pratica per combattere quella che senza mezzi termini bisogna chiamare “crisi climatica” occorre fare i conti con le nostre abitudini, con la quotidianità. Servono scelte individuali, oltre a quelle di più ampia scala a livello politico, che generino comportamenti accomunati dalla sostenibilità. Se così non fosse, saremo costretti a dover toccare con mano un destino che, come ci avverte la scienza, potrebbe essere davvero catastrofico. Ogni grido sugli effetti della crisi climatica ha origine da indagini e ricerche che, per buona fortuna, hanno almeno il merito di metterci in allerta. Se il tema dei rifugiati climatici è una certezza (secondo le stime saranno più di un miliardo entro il 2050), è altrettanto vero che molte specie animali (una su otto) si stanno estinguendo per la stessa ragione che ha spinto milioni di persone a emigrare. Secondo il “Global assessment report”, documento prodotto dalla piattaforma intergovernativa per la biodiversità e servizi ecosistemici (Ipbes) dell’Onu, tra le principali cause che stanno determinando l’estinzione di un milione di specie animali e vegetali ci sono i cambiamenti nell’uso della terra e del mare, lo sfruttamento diretto degli organismi, i cambiamenti climatici e l’inquinamento. Tutte questioni correlate che stanno cancellando da questo pianeta allodole, pernici bianche, stambecchi, pipistrelli, aquile, api. La lista, piuttosto lunga, proseguirebbe ancora. Recentemente, sulle pagine del New Yorker, lo scrittore americano Jonathan Franzen ha scritto la sua opinione: ritiene che non ci sia più niente da fare perché fermare il cambiamento climatico è impossibile. Secondo lui occorre passare alla fase successiva, ovvero quella in cui sarà necessario pensare a come difenderci. Ritiene che ci si debba adattare al nuovo mondo. Quello prospettato da Franzen è uno scenario apocalittico che potrebbe ancora essere evitato. Nonostante tutto, infatti, ci sono segnali di speranza. E la storia che stiamo scrivendo grazie a Greta Thunberg e tutti quei giovani che hanno spontaneamente aderito al movimento ambientalista “Fridays for future” fa pensare che non sia ancora tutto definitivamente compromesso. Se saranno quei giovani a insegnare ai loro padri il rispetto per questa terra, allora potremmo dire che le nuove generazioni saranno riuscite a ricostruire ciò che è stato distrutto da chi li ha preceduti.

*Luca Calzolari, direttore responsabile della stampa sociale del Club Alpino Italiano.