Riflessione “diversa” dopo una tragedia

Ogni volta che c’è un incidente in montagna si aprono sui giornali e nelle menti ipotesi sulle cause e giudizi di tutti i tipi, e poi fortunatamente anche riflessioni.

Quando muore un amico  preferisco ricordare i brevi momenti trascorsi insieme e riflettere sulle ragioni che mi portano a volere a sessant’anni suonati ancora, più timidamente di una volta,  esplorare ed immergermi nel mondo della roccia, della neve, del ghiaccio e del cielo.  Per questo voglio riportare due citazioni che ho letto ed ascoltato dopo la valanga sullo Chaberton che è costata la vita al nostro caro amico Adriano Trombetta, guida Alpina ed istruttore Cai, e  a due suoi compagni.

La prima l’ho letta su La Stampa e sono le parole di un operatore del soccorso che, alla domanda del giornalista sul comportamento tenuto dai ragazzi, rispondeva: “ Noi non diamo mai giudizi, il nostro compito è soccorrere. Nessuno esce di casa la mattina per andare a farsi male “.  Un chiaro messaggio disinteressato di una persona che crede in quello che fa.

La seconda è  stata l’omelia del prete della parrocchia di Santa Agnese che iniziava con “Invidio gli alpinisti che si avvicinano idealmente a Dio salendo in alto e  le guide alpine che insegnano a Vivere.”. Un messaggio di vita e di coraggio.

Sì, perché la vita è vivere ogni giorno cercando di trasmettere agli altri le cose migliori che abbiamo, quelle che sappiamo fare meglio, quelle che ci appassionano, possibilmente lasciando perdere le altre.

I corsi del Cai, i libri, le conferenze e le lezioni sono un importante bagaglio per capire la montagna e suoi pericoli, per frequentarli con maggiore consapevolezza. La sicurezza assoluta però non esiste e nessuna legge o regolamento potrà darcela.

Concludo citando una frase di Gaston Rebuffat, alpinista scrittore e fotografo degli anni cinquanta, quando malato di tumore constatava:  “C’e’ chi si affanna per aggiungere anni alla nostra vita, ma nessuno per aggiungere vita ai nostri anni”.

Silvio Tosetti

 

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