Potranno i boschi trentini ripartire dopo Vaia?

L’anniversario della tempesta che ha colpito il Nord-Est.
Testo di Bianca Compagnoni. Foto di Paola Graziadei.

Innanzitutto, vi domanderete che cos’è Vaia: i Trentini hanno chiamato così il catastrofico evento di fine ottobre 2018 che ha danneggiato disastrosamente i boschi del Trentino-Alto Adige e di parte del Veneto e da cui cercano di uscire con tutte le loro forze. Non so se sapete come sono i Trentini, io lo so perché ci sono nata: di fronte a difficoltà di questa portata, anziché lamentarsi e aspettare aiuti da altri, si rimboccano le maniche e cominciano subito a darsi da fare per uscirne al più presto possibile. Poi naturalmente accettano volentieri gli aiuti, che sono stati numerosi sia dallo Stato sia dal CAI e altri enti. Io sono stata in Valsugana tutto il mese di giugno e ho contattato gli uffici forestali di Levico Terme (il mio paese di nascita) e di Asiago, dove alcuni di voi sono andati in agosto con l’UGET. Ne ho ricavato materiali informativi piuttosto vasti, da cui ho potuto farmi un’idea della complessità del problema. Vi risparmierò troppi dettagli tecnici, piuttosto vorrei farvi partecipi delle mie impressioni personali nell’impatto con una situazione che ha sconvolto tutto l’ambiente. La prima cosa che ho notato è stata la quantità di turisti, anomala nel mese di giugno. Bene, mi sono detta. Allora non c’è stata indifferenza al problema. E questo è positivo. In realtà, però, ho notato che nessuno cercava di approfondire la conoscenza della situazione e m’è sembrato che prevalesse la superficiale curiosità, come di fronte a un incidente qualunque. Ma forse è stata solo una mia impressione. Non mi è stato possibile percorrere neanche uno dei miei soliti sentieri che collegano Levico a Vetriolo (bella località 1000 m più alta) e alla Panarotta, che è la prima cima della catena dei Lagorai e che normalmente raggiungevo a piedi per poi recarmi alle due vette del Fravort. Erano tutti distrutti, impercorribili. Niente lamponi da assaggiare, niente orchidee da riempirmi gli occhi. Alle cime sono arrivata grazie al fatto che tra Vetriolo e la Panarotta c’è una bella pista di sci e perciò hanno liberato una strada percorribile in auto che consente di camminare su una stradina che porta alla cima! Di lassù poi mi è stato possibile arrivare anche al Fravort, ma senza l’entusiasmo solito, anzi col cuore stretto a vedere la devastazione generale delle foreste. Uno del posto m’ha detto: cerchiamo di prenderla bene; prima i boschi erano così fitti che impedivano di vedere l’altro versante della Valsugana, visibile solo dalle cime, mentre ora si vede tutto anche mentre si sale. Insomma, tutti cercano di prenderla al meglio.

Anch’io ho cercato di fare così e un giorno sono andata in cerca di sentieri aperti. Otto ore e mezzo ho camminato inutilmente: ogni volta che vedevo un sentiero privo del fatidico cartello “chiuso”, lo prendevo ma regolarmente dopo un po’ trovavo lo sbarramento di alberi caduti, impossibili da superare. A questo punto, ho cambiato versante e sono andata all’altopiano di Asiago, dove ho potuto scalare il Pizzo di Vezzena. Anche lì i sentieri erano chiusi, ma la stradina militare mi ha consentito di arrivare fino alla vetta, anche se lunga e con qualche albero caduto da scavalcare. Poi un’altra volta sono andata ad Asiago e in un ufficio forestale del Comune mi hanno dato l’elenco di tutti i sentieri e della loro percorribilità. Mi hanno dato anche degli articoli scritti da esperti del luogo, grazie ai quali ho potuto capire i motivi per cui i danni dell’altopiano sono diversi dal resto della Valsugana. Qui gran parte del boschi si sono salvati, ma alcune alture sono state private totalmente di alberi, che in parte sono già stati portati via e smaltiti come legname. Si parla di un milione di alberi caduti, quindi non pochi. Il problema risale anche ad un errato rimboschimento effettuato dopo i disastri della prima guerra mondiale, negli anni intorno al 1920. Per motivi economici, hanno messo quasi tutti alberi di Abete rosso (Picea abies). È noto che i boschi con scarsa varietà di alberi sono più fragili, con bassa stabilità, tanto più se formati da Abete rosso, che ha un apparato radicale a sviluppo superficiale quindi facilmente scalzabile dal vento. Infatti già in passato si erano verificati episodi di aree schiantate, ma di minori dimensioni. Ma come si sono svolti i fatti che hanno determinato un tale disastro?
Sulle Alpi, a partire dal 26 ottobre, si è verificata quella che i meteorologi chiamano una situazione “di blocco” tipica delle situazioni alluvionali sul nord Italia. Dal mattino del 29 s’è alzata la temperatura e tra pomeriggio e sera si sono scatenati venti eccezionali, dai 120 km/h ai 190 a Passo Manghen, accompagnati da piogge torrenziali. Le raffiche più violente hanno interessato in particolare le zone orientali del Trentino.
Ora sono in pieno svolgimento gli interventi di esbosco e ricostituzione dei boschi danneggiati, ma ci vorranno ancora anni per vederne i risultati. Sarà un periodo molto impegnativo, con problemi ardui da affrontare per tutto il settore forestale. Prima di tutto, sarà necessario rimuovere più in fretta possibile il materiale dai boschi, anche per evitare che gli alberi caduti diventino preda di un insetto piccolo ma distruttivo, il bostrico, che si annida sotto la corteccia scavando gallerie nei tronchi degli alberi schiantati riducendone il valore commerciale e causando danni anche agli alberi sopravvissuti al disastro.Gli esperti dicono che questo è un grave pericolo per i boschi. Un secondo problema da affrontare riguarda l’economia: il legno abbattuto è di tale entità da causare una notevole diminuzione dei prezzi del legno stesso.

Finita poi l’emergenza del recupero dei tronchi abbattuti, ci sarà da effettuare il ripristino delle foreste, e sarà una grande sfida! Credo e spero che i miei amati boschi del Trentino possano vincere questa difficile battaglia!