Mi piaceva solo andare in montagna

Letizia ci apre la porta: è indaffarata nelle faccende di casa. Ci accoglie come fossimo dei nipoti giunti a trovare i nonni dopo una lunga assenza. Piero Malvassora scende dalle scale della mansarda a braccia aperte: è un arzillo signore di 90 anni in piena forma e “un po’ sordo” come ci confessa, ma questo proprio non lo dà a vedere. Ci fanno accomodare in salotto; Letizia, la moglie, gentilmente ci offre degli stuzzichini: siamo all’ora dell’aperitivo e quale cosa migliore se non gustare un po’ di cibo con racconti di montagna?

Aiutato da Lanfranco Peyretti vicino di casa dei Malvassora e storico socio Uget, Piero inizia a raccontare un po’ della sue vicende alpinistiche:

“Non facevo la guida di mestiere! Non potevo, ero una guida di Torino, mi piaceva solo andare in montagna”

Lo ripeterà spesso nel corso del nostro dialogo. Certo, oggi siamo abituati a una montagna frenetica, salite veloci e rapide, ma Piero Malvassora ci riporta indietro a quei momenti in cui nonostante tutte le difficoltà si andava in montagna per il solo divertimento di andarci.

Ci svela con una certa tristezza che il nome della via, “Malvassora”, non rende merito al suo compagno Garzini, e al socio di sempre Graziano Felice, salito con i due primi apritori l’anno dopo per confermare l’itinerario.  “La via del Becco Meridionale della Tribolazione” ci dice subito “porta casualmente il mio nome. C’era con me Garzini di Torino, che aveva l’età di mio padre. Lui stesso aveva adocchiato la salita anni prima, proponendo alla sua guida, un tal Pessotti, di salirla insieme.”

Malvassora al bivacco Gamba; dietro di lui, Aiguille Noire de Peuterey (3773m)

La guida giudicava l’ascensione “impossibile”, ma Garzini evidentemente non si perdette d’animo. Il fato ha fatto incontrare lui e Malvassora sul Cervino, momento in cui scatta la scintilla. Salgono nel 1955 dalla normale del Becco per poi calarsi dalla via ideale vista da sotto. Tuttavia, la nebbia che li ha braccati sulla cima non li lascia nemmeno nelle corde doppie. Tempo d’incastrare un cuneo di legno con un po’ di fil di ferro, si arrendono e compiono una veloce ritirata: sarà per l’anno prossimo, tentando la prima salita dal basso, vera avventura.

“Quando abbiamo fatto la via al Becco l’anno dopo” racconta Malvassora “ eravamo partiti Garzini ed io da Torino in treno, poi in corriera fino a Locana. Da lì, una lunga salita a piedi” “A piedi?” ribatto stupefatto. “Eh si, una volta si faceva così. A dire il vero, allora stavano costruendo la diga del Teleccio; chiedemmo al capocantiere di salire con loro sul furgone: tuttavia poteva portare solo i nostri sacchi. Così siamo partiti da Locana, abbiamo dormito nelle malghe alle grange superiori e il giorno dopo siamo andati alla via”.

Chi frequenta la salita oggi trova soste a spit collegate, qualche protezione in loco a cui aggiunge le proprie “veloci”.  Malvassora e Garzini invece avevano solo 3 chiodi, qualche cordino e la corda di canapa.  La loro salita rimane oggi una delle più frequentate nella valle. La descrizione è disponibile su Gulliver.

Ma la carriera di guida è ricca di episodi, come una discesa dal Ciarforon dove impara a spese proprie, e del compagno di cordata, la tecnica per arrestare la caduta. O ancora le spedizioni extraeuropee: tra gli anni 60 e 70 è un pioniere delle salite in Africa e Sud America. Non prime assolute certo, ma per primo metteva il cuore e la passione che aveva per la montagna portando gli amici di sempre.

La Stampa 1967, Spedizione al Kilimangiaro

Letizia interviene in aiuto “Sei andato al Kilimanjaro, Piero, con Beppe Tenti“.  Il ricordo di quella salita è ben impresso: “Quando l’hanno salito” continua Letizia “hanno patito prima il lungo avvicinamento nella foresta pluviale. La prima volta hanno dormito nelle tende. La seconda sono andata anch’io, ma eravamo nei lodge attrezzati per i turisti”.

E proprio il  lavoro ordinario di Malvassora porta Mike Kosterlitz durante il periodo della sua permanenza a Torino, a casa Malvassora . “Venne il figlio del capo del dipartimento di Fisica a dirmi che c’era un inglese che voleva andare in montagna.” Ricorda Piero un po’ dispiaciuto per non vederlo da tanti anni. “Un po’ annoiato risposi che l’avrei portato. Quando Kosterlitz mi presentò il suo curriculum alpinistico, eh… aveva fatto la Direttissima americana al Dru e la Philip-Lamm al Civetta; morale, dovetti presentarlo a Motti e agli altri. Dopo un anno è tornato per qualche mese, aveva già una figlia. Andare in hotel  gli sarebbe costato troppo: gli abbiamo proposto di stare da noi. E così ha fatto”.  Mike Kosterlitz, scalatore scozzese premio Nobel per la fisica nel 2016, visse qualche anno a Torino per studio: di lui abbiamo parlato in questo articolo.  Prossimamente sarà a Torino per il conferimento di alcune onorificenze: “Mi piacerebbe rincontrarlo” aggiunge commosso Piero.

La storia di un alpinista è anche segnata purtroppo da rischi che a volte mutano in incidenti o ricordi tristi “Frequentavamo le vie alla Sacra di San Michele con Cesare Re e c’era anche Guido Rossa”. Il ricordo del sindacalista è vivo negli occhi del nostro interlocutore. Con un po’ di commozione riprende “ Si andava in bicicletta, e poi alla fine si faceva la merenda Sinoira. Anche per la Sbarua si partiva il pomeriggio del sabato perché al mattino si lavorava. Un mio amico in lambretta faceva la spola: raccoglieva uno di noi, lo portava in una locanda dove alloggiavamo e tornava indietro a prenderne un altro, così fino a che tutti potevamo ritrovarci a Cantalupa”. Questo incontro è anche un momento per rivivere un momento di fratellanza tra amici alpinisti. “Dopo un inizio di inverno con tempo stabile, decidiamo di andare a fare la cresta Furggen al Cervino. Con me c’era Alderighi. Iniziata la salita, il tempo cambia. Due giorni di tempesta, ma per fortuna solo un mignolo mozzato”. Alcuni amici, saliranno a cercare gli sfortunati Alderighi e Malvassora riportardoli a valle, mettendo a repentaglio a loro volta la vita. A tal proposito. Letizia ricorda le parole di Achille Compagnoni: “Sulla Furggen siete stati bravi, ma anche un po’ imprudenti; infischiatene delle critiche che ti hanno fatto”.

Questo aperitivo è anche l’occasione per ricordare un bell’episodio di solidarietà con una guida francese che presenta Malvassora e i suoi clienti al gestore del Gouter per farli dormire al caldo del rifugio, visto il numero esorbitante di alpinisti di quel week-end. “ Ci sono poche persone così, ma è straordinario che ci sia gente ancora così solidale e buona”.

Sul finire, è anche il momento per ritornare sugli anni in cui lui e la moglie  hanno gestito il rifugio Guido Rey: ”Facevamo fino a 250 coperti al giorno quando gli impianti andavano a ritmo”.

Oggi quegli impianti non ci sono più e forse neppure quell’alpinismo.