Lo Zaino

Elogio della normalita’
Testo e foto di Emilio Botto.

Non saprei dire se entrando in un negozio specializzato in articoli per la montagna solitamente ci siano esposti più modelli di scarponi oppure di zaini. Sono più propenso ad immaginare di questi ultimi. Ci sono zaini di ogni capacità (per altro misurata in litri). Anche del colore degli zaini non ne faccio menzione. Ci sono zaini per ogni tipologia di attività che viene svolta in montagna. Uno zaino da escursionismo è diverso da uno per alpinismo e questo ultimo è diverso se praticato in giornata, in due giorni oppure più.

Qui si apre il mondo dei trekking che possono essere di vario tipo in funzione dell’ambiente nel quale verrà svolto. Poi ci sono gli zaini da running, i marsupi da passeggiata e così via fino agli zaini che si camuffano da pochette per il teatro. Per farla breve oramai non è più tempo dello zaino “tuttofare”. Comunque non è così raro talvolta imbattersi in qualcuno che, rimasto fedele al primo acquisto, si porti in spalle per una escursione di qualche ora lo zaino di 80 litri magari acquistato trenta anni prima in occasione del campeggio estivo fatto con gli amici ai tempi della gioventù. Provo una simpatica ammirazione per queste persone. Innanzitutto per la loro determinazione nel portare un peso di tali fattezze e non meno per la rigorosa fedeltà all’oggetto. Per contro il mio primo zaino, un bel Falchi blu, da anni giace incellofanato sul solaio e non esiste nemmeno più l’azienda torinese che lo produsse. Come ovvio nello zaino dovremmo riporre tutto il necessario per una escursione. La letteratura su questo argomento è ancora più vasta dei modelli di zaini presenti sul mercato e sul web basta ricercare con le parole esatte che non mancheranno i consigli più diversi. Soffermo la mia brevissima riflessione su questo aspetto ovvero sulla quantità di oggetti che ci portiamo in spalla. Ancor prima di una valutazione sulla usabilità degli oggetti che vengono riposti in uno zaino in funzione della escursione che viene intrapresa, penso essi siano un buon indicatore di talune caratteristiche psicologiche degli individui. Affermo ciò poiché dentro uno zaino da 80 litri portato in spalla per la escursione di una giornata immagino ci sia il pensiero di chi ha bisogno di avere sempre tutto con sé. Di chi non sa staccarsi molto dalle cose quotidiane anche in circostanze diverse e la sua insicurezza lo conduce a circondarsi di tanto superfluo. All’opposto ci sono gli zaini mignon che difficilmente superano i 10 litri che taluni usano per una escursione su ghiacciaio a 4000 m di altezza. Ho incontrato persone sul Plateau Rosà in sole scarpette da running! All’opposto dei primi, indipendentemente dal luogo frequentato, ove nello zaino venga riposto praticamente nulla siamo nel campo delle iper-sicurezze, oserei azzardare nello smodato ego di se stessi. Vi è mai capitato di vedere zaini con appesi scarpe, tazze, fiori finti, bandierine, amuleti di vari materiali, toppe dei luoghi visitati ed ovviamente zaini immacolati così come usciti di fabbrica? Siete fra quelli che chiudono lo zaino fino all’ultimo lacciolo previsto dal modello oppure fra quelli che vanno in giro con lo zaino mezzo aperto, indossato con uno spallaccio più lungo dell’altro? Uno zaino parla di chi lo porta.
Non giudico alcuno ma indico unicamente che ogni escursione è una storia a sé e lo zaino di conseguenza. Non esistono escursioni uguali e non esistono zaini preparati nello stesso modo. Solamente con il molto equilibrio che si dimostra nella preparazione dello zaino, in montagna non si corrono troppi rischi (ipotermia, sfinitezza, ecc.). Uno zaino in sé deve essere inesistente ai nostri pensieri durante l’escursione. Così facendo si potranno dedicare tante delle nostre energie nella osservazione dell’ambiente circostante e viverlo.