Le notti bianche

Pubblichiamo il post del torinese Marco Vergano, finalista del concorso Blogger Contest 2016 di altitudini.it. L’edizione 2016 di tale concorso toccava il tema “I vagabondi della montagna”, e Marco ci propone un vagabondaggio invernale: le notti bianche.

L’idea di un bivacco invernale nacque con un amico, quasi per gioco, una decina d’anni fa. Una sera di gennaio dell’inverno più nevoso che ricordi, salimmo con le pelli al Pian della Mussa, con l’idea di cenare e passare fuori la notte. Si prevedeva bel tempo, per cui avevamo lasciato a casa la tenda. Di quella notte ricordo un freddo pungente, che ci costrinse ad una cena rapida prima di infilarci nei sacchi a pelo. I cristalli liquidi del mio orologio appoggiato sulla neve segnarono ancora i -18°, prima di svanire del tutto.

One Million Star Hotel, foto di Marco Vergano

Ricordo di aver per la prima volta compreso la definizione di “silenzio assordante”: distesi sotto una stellata incredibile, in mezzo a una pineta rada addormentata sotto metri di neve, l’unico rumore percepibile era il nostro respiro. Tutto sembrava così lontano, eppure così vicino: dalla sistemazione del nostro one million star hotel, la montagna diventava pura contemplazione.
Rispetto all’estate, tutto era amplificato: il freddo, l’isolamento, il silenzio. Negli anni a seguire il bivacco invernale è diventato un appuntamento fisso, una o due volte a stagione. Il nostro vagabondare ci portava dai boschi della Val Troncea ai colli dell’alta Valle Pesio, dal Vallone di Enchiausa ai ghiacciai del Monte Rosa. Con poca o tanta neve, a volte in due a volte in gruppo, sotto la stellata o sotto la nevicata, con pochi o tanti gradi sottozero. Che la salita durasse quaranta minuti oppure quattro ore, che il dislivello fosse 150 oppure 1500 metri, gli obiettivi erano sempre la cena e la notte sotto le stelle, mai la salita del giorno dopo o la prestazione. Non è mai stato un bivacco alpinistico, funzionale a una scalata o a una vetta, ma un bivacco fine a se stesso, anche se il mattino dopo magari una vetta la si saliva.
Un bivacco sempre per scelta e mai per necessità: avere un cielo limpido ed essere lontani dalle luci del fondovalle è sempre stato più importante che non avere una bella neve da sciare (che comunque non guasta mai!). Con il tempo siamo diventati più smaliziati, l’arte del bivacco si impara con la pratica: un fornello più efficiente, sci più leggeri ma scarponi più caldi, un paio di scaldini chimici nel pacco batteria della macchina foto, che così scatta fino all’alba anche sotto una spanna di neve fresca. Nello zaino, una macedonia liofilizzata al posto dei mandarini, che a venti gradi sottozero diventano perfetti per giocare a biliardo dopo cena.
Goethe diceva che “i monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi”. E’ una scuola di cui consiglio i corsi serali, soprattutto d’inverno.

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