La via “incompiuta” alla Parete delle Aquile (Dirupi di Balma Fiorant)

Testo di Ugo Manera.
Ugo Manera racconta Adriano Trombetta

Adriano era esuberante in molte cose ma io l’ho trovato sempre simpatico e divertente, oltre che scalatore fantasioso di alto livello. Un giorno mi fece una domanda curiosa, mi chiese di illustrargli quale era stato il modo da me adottato per aprire nuove vie su pareti rocciose. Da poco aveva ripreso e collegato due vie sulla parete principale dell’Ancesieu nel vallone di Forzo: la “Strategia del Ragno”, capolavoro di Isidoro Meneghin, e la sovrastante via “della Sveglia” aperta con me dallo stesso Meneghin. Aveva pulito accuratamente le fessure, tolto erba e sterpi, attrezzato le soste lasciando la roccia priva di ancoraggi fissi ovunque fosse possibile proteggersi con ancoraggi mobili. Ne era risultato così uno dei più belli e difficili itinerari di roccia di tutto il Gran Paradiso, da affrontare nell’ottica più moderna della scalata. Questa era stata la mia risposta.

Il mio modo di aprire

Quando il mio alpinismo si orientò alla ricerca della difficoltà il motivo conduttore prevalente divenne la scoperta e l’apertura di nuove vie. Posare le mani su un pezzo di roccia mai toccato da altri risultò, per tanti e tanti anni, la componente che mi affascinava di più. Credo di aver operato in un periodo fortunato; era finita l’epoca dell’alpinismo eroico, le tecniche di assicurazione della cordata avevano compiuto grandi progressi e si poteva praticare l’alpinismo estremo senza rischiare continuamente la vita. Sulle Alpi poi esistevano ancora enormi possibilità di trovare pareti vergini ove aprire nuove vie e noi eravamo orientati a una visione più sportiva e meno drammatica dell’arrampicata. Ho raccolto perciò “primizie” a piene mani dalla Castello Provenzale alla Valle dell’Orco, dalle valli di Lanzo alle cime del Gran Paradiso, dal Monte Bianco al Monte Rosa. Dalle falesie di bassa quota alle cime più alte. Gli scalatori delle generazioni successive spesso si sono espressi su pareti che io avevo già vistato con i miei compagni di allora, questo è successo a Manlio Motto ed oggi succede ad uno degli scalatori più attivi: Adriano Trombetta. Ora Adriano ha ripreso due nostre vie sulla parete dell’Ancesieu nel vallone di Forzo, le ha ripulite accuratamente creando un itinerario di eccezionale bellezza e difficoltà. Entusiasta del lavoro compiuto mi ha chiesto di illustrargli il nostro metodo di allora per aprire vie di roccia.
Nella mia carriera lavorativa, iniziata a 14 anni, c’è un passato di battilastra in carrozzeria per cui l’arte dell’uso del martello non aveva segreti per me. Negli anni nei quali avevo arrampicato e aperto vie con Gian Piero Motti, insieme, avevamo studiato come riuscire a realizzare chiodature “impossibili” ed avevamo messo a punto un metodo di schiodatura rapido ed inesorabile, nessun chiodo resisteva. Così negli anni a seguire, con Claudio, Isidoro, Franco ed altri, la nostra regola divenne quella di non lasciare nulla in parete (qualche chiodo fu lasciato quando appariva evidente che insistendo si causava la rottura del chiodo stesso). Le nostre vie si caratterizzavano da un ometto di sassi alla base (quando era possibile) e da una precisa relazione tecnica che io sempre mi premuravo di pubblicare e divulgare. Io non ero geloso delle mie vie, anzi ero felice se qualcuno le ripeteva, i ripetitori dovevano però trovarle nelle stesse condizioni che le avevamo trovate noi.
Io non seguivo delle regole etiche vincolanti, Ho deprecato le super direttissime a chiodi a pressione con il conseguente “assassinio dell’impossibile” così fortemente condannato da Messner, ma non mi scandalizzavo certamente per l’uso di qualche chiodo a pressione. Perché toglievo allora tutti i chiodi impiegati? Innanzitutto perché chiodo che si ricupera serve per un’altra via, quindi un fattore di economia, sia di costo che di fatica, poi veramente desideravo che i ripetitori si ritrovassero nelle mie stesse condizioni con l’unico vantaggio di sapere che la via esisteva e di essere in possesso di una relazione tecnica.
Un discorso particolare riguardava invece l’uso di chiodi a pressione e relativo perforatore. Io ho usato una sola volta il perforatore nell’apertura della “Via della Rivoluzione” alCaporal con Motti nel 1973: era toccato a me infiggere i cinque “pressione” impiegati nell’apertura. Dopo quella esperienza non portai mai più con me il perforatore. Come ho già accennato ero un vero esperto di chiodature difficili, affrontare perciò delle strutture rocciose problematiche era una sfida all’impossibile ed una sfida a noi stessi in qualità di raffinati chiodatori, sfide che ci esaltavano ed entravano a pieno titolo a dare un senso alla nostra avventura. Debbo dire che a consuntivo di una carriera conclusa ormai da un pezzo (almeno per quanto riguarda l’apertura di vie difficili), due sole volte non sono riuscito a passare ed ho dovuto ripiegare: negli ultimi 20 metri della via Incompiuta alla Parete delle Aquile e sulla Tour de Jorasses, dopo il diedro a banana della via che poi divenne, qualche anno dopo, “Etoiles Filantes” di Piola.
Quando nel 1981 si trattò di affrontare quella mitica montagna che è il Changabang, con tutte le incognite che questa sfida comportava, non prendemmo neanche in considerazione di dotarci di perforatore e chiodi a pressione. Cinque anni prima su quella stessa montagna avevo visto lo scempio perpetrato dai giapponesi sullo spigolo ovest sud ovest con enorme impiego di chiodi a pressione per cui decidemmo che o eravamo capaci di passare con mezzi tradizionali o quella montagna non era per noi.

… e rimase Incompiuta

Estate 2004, siamo sulle rocce del Caporal per girare le riprese del documentario “Cannabis Rock”: io e Piero Pessa in veste di attori e vari cineoperatori assistiti da due guide: Enzo Luzi ed Adriano Trombetta. Le riprese vengono effettuate sulla via “del Sole Nascente”, la bellissima e mitica via aperta da Mike Kosterlitz, Gian Carlo Grassi e Gian Piero Motti nel 1973. Per due giorni operiamo in grande allegria ed al termine delle riprese, in cima al Caporal, sostiamo ad ammirare le pareti che ci circondavano. La Parete delle Aquile spicca proprio di fronte con le sue strutture evidenziate dalle ombre pomeridiane, Adriano non conosce la struttura ed è incuriosito, io gli racconto un po’ di storia dato che sono stato io tracciare la prima via ed a darle il nome. Successivamente sulle “Aquile” ho aperto altre 4 vie, una delle quali è rimasta incompiuta.
La via Incompiuta risale al 1979. Allora arrampicavo con Isidoro Meneghin, ci aveva colpito nella parte destra della parete una zona di rocce rosse in gran parte strapiombanti. Era evidente, osservandolo dal basso, che si trattava di un problema di difficile soluzione e che sicuramente avrebbe richiesto dell’arrampicata artificiale molto elaborata. Attaccammo con gli attrezzi più sofisticati di allora ad eccezione di punteruolo e chiodi a pressione mezzi che, di comune accordo, avevamo deciso di non impiegare.
Ricorremmo a tutta la nostra abilità per superare i tratti in artificiale, nella nostra ormai vasta esperienza in questo tipo di scalata non avevamo mai trovato passaggi così impegnativi. Decidemmo di quotare l’artificiale A4, grado di difficoltà che fino ad allora non avevamo mai usato nelle vie da noi aperte.
Riuscimmo a passare ma una sgradevole sorpresa ci attendeva, al termine della via ci trovammo di fronte un’ultima placca compatta di 20 metri. Non appariva estrema ma nessuna fessura o incrinatura la incideva.
Provammo in tutti i modi ma senza praticare dei buchi non c’era nessuna possibilità di assicurarsi, ripiegammo perciò e la via rimase “Incompiuta”.
Passò l’estate ed un giorno, diretto ad arrampicare a Frassinière nel Briançonnais, passando sotto le pareti mi sentii chiamare, alzai gli occhi e scorsi Adriano Trombetta appeso sotto uno strapiombo mentre provava un tiro di elevata difficoltà; mi urlò che era andato alle “Aquile” per completare la via “Incompiuta” ma non era riuscito a passare al secondo tiro. Incuriosito mi feci raccontare del suo tentativo. Aveva superato la prima lunghezza di corda in arrampicata libera dove io ero salito in artificiale, si era preso dei rischi perché non riuscendo ad infiggere chiodi, era passato in libera sulla placca allontanandosi dal fondo del diedro e per dieci metri non era riuscito a piazzare protezioni. Alla seconda lunghezza di corda però era stato respinto, Adriano non era riuscito a raggiungere il vecchio chiodo Cassin da noi lasciato 25 anni prima e che rappresentava l’unico ancoraggio sicuro che Isidoro era riuscito a piazzare in quella lunghezza estrema. Trombetta era ridisceso e, deciso a ripetere il tentativo con materiale più sofisticato, aveva lasciato una corda fissa sulla prima lunghezza di corda.
Tra Adriano e me ci sono 40 anni di differenza e sentire raccontare da lui, talento emergente dell’alpinismo, di uno scacco subito su una mia via, fece balenare in me un lampo di orgoglio e mi vidi proiettato all’indietro a battagliare con Isidoro su quelle rocce. D’istinto gli proposi di andare a ripetere il tentativo insieme, precisando però che il mio ruolo non poteva essere che di “spalla” non essendo più in grado di fare il protagonista su quelle difficoltà.
Detto fatto: poco tempo dopo ci trovammo a salire di fianco al Caporal, nel canalone che porta alla Parete delle Aquile. Quante volte avevo salito quella pietraia, sempre con qualche progetto nuovo in testa. Giungemmo alla base della parete nel punto che io ben ricordavo, la corda lasciata da Adriano penzolava lungo il diedro e noi la risalimmo con gli autobloccanti; Adriano si sistemò indosso il materiale da scalata e si avviò verso il passo che lo aveva respinto. Si era portato il trapano ed alcuni “fix” per attrezzare le soste e per piazzare le protezioni lungo la placca finale che ci aveva fermati. La roccia, nel tratto che aveva respinto il tentativo di Adriano, oltre ad essere strapiombante e priva di fessure, è anche friabile; il mio giovane amico ne staccò dei pezzi mentre cercava di fissare qualche cosa per progredire. Io, attento ad arrestare eventuali cadute, osservavo anche i materiali che impiegava: i “clif” e le “rurp” le usavo anch’io ai miei tempi, le ancorette invece non le avevo mai impiegate; ciò che notavo di molto diverso erano le staffe: io usavo staffe con tre gradini, raramente quattro, e cercavo di salire quasi sempre anche sul primo gradino; ora vedevo che le staffe moderne hanno molti gradini e sono vicini tra di loro. Nell’artificiale moderno si usano spesso ancoraggi aleatori per cui le sollecitazioni debbono essere molto soft, cosa non garantita dalla nostra tecnica che era più rude. Il tempo scorreva, il mio compagno saliva lento ed ogni tanto invece di Adriano mi sembrava di rivedere Isidoro con il suo casco appeso alla cintura (male lo sopportava in testa) ad imprecare perché la roccia lo respingeva. Adriano superò il punto che lo aveva fermato nel suo primo tentativo, raggiunse il nostro vecchio chiodo e riuscì ad ultimare la difficile lunghezza. Io lo raggiunsi passando con difficoltà da un ancoraggio all’altro e ricuperando tutto il materiale tranne il vecchio chiodo.
Un tratto poco difficile ci consentì di raggiungere lo strapiombo che difende l’accesso alla fessura finale; due vaghi diedri privi di fessure lo solcano, qui la roccia è perfetta, mancano solo le fessure, mi ricordavo che in questo tratto ero dovuto ricorrere a tutta la mia “arte” di chiodatore per riuscire a salire. Anche Adriano si impegnò al massimo per infiggere qualche cosa in quelle rughe superficiali ma comunque salì e raggiunse la base della fessura finale. Il tempo era però volato e quando lo raggiunsi era ormai tardi decidemmo perciò di ripiegare lasciando delle corde fisse per poi ritornare a completare l’opera.
Le cose però non andarono secondo le nostre intenzioni: Adriano si infortunò ad un ginocchio, subì un intervento che lo costrinse ad un periodo di inattività così non ritornammo più. Sulle “Aquile” sono rimaste le nostre corde ormai inutilizzabili e la via continua ad essere incompiuta. Non sono neanche troppo dispiaciuto per questa conclusione, in fondo ho rivissuto una vecchia avventura in chiave moderna ed il punto interrogativo è ancora là, forse qualcuno troverà la voglia di andare a cancellarlo.

Infine non mi rimane che formulare una considerazione: nel 1979 in un giorno avevamo aperto la via salvo gli ultimi pochi metri, 25 anni dopo, in due tentativi non siamo giunti dove eravamo arrivati allora, è probabile che la nostra “Incompiuta” sia la più difficile via in artificiale dei dirupi di Balma Fiorant prima dell’avvento dell’artificiale moderno di Valerio Folco.

Ugo Manera

Il 17 febbraio 2017 Adriano Trombetta, guida alpina e istruttore
di alpinismo, veniva travolto da una valanga nel canalone dello Chaberton. Con lui perdevano la vita Margherita Beria, maestra di sci, ed Antonio Lovato istruttore della scuola di alpinismo Gervasutti.