La collina morenica tra Rivoli e Avigliana

Quando attacchi la rampa che porta in cima al Monte Cuneo (Moncuni per gli amici), sai già che faticherai. Potrebbe esserci fango, anzi, sicuramente ci sarà fango; e quelle radici piazzate proprio in mezzo alla traiettoria che devi dare un colpo di pedale al momento giusto, altrimenti ti fermi, in bilico tra cadere e riprendere. Quasi sempre cadi, e ripartire diventa un’impresa che tanto vale che scendi e spingi. Poi arriva quello con la e-bikes e ti schizza il casco di fango, scusandosi, ma proprio non si può fermare.

Tu fatichi. Sempre. Tanto o poco dipende dalla tua forma, ma arriverai con il cuore a battiti accelerati e il fiato corto. Fortuna che poi arrivi in cima e quel panorama sempre uguale, ma sempre diverso ti apre la vista dal Monviso alle Levanne, passando per la val Sangone, l’Orsiera, il Rocciamelone, con la Sacra sempre vigile a guardia della valle. Sul fondo, il lago piccolo di Avigliana, che se ti sporgi intravedi anche uno spicchio di quello grande. Puoi salire sulla cima (sia detto con il dovuto rispetto per le punte più professionali) da diversi sentieri, arrampicandoti da Trana, Avigliana, Reano o Buttigliera. Siamo sul punto più alto della collina morenica Rivolese. In cima una croce e da qualche mese delle bandiere di preghiera tibetane in un confronto culturale che può essere fusione di fedi e, al contempo, benedizione.

Moncuni è bello con qualsiasi tempo, che la nebbia lo circonda di silenzio, la pioggia gli dona lucentezza e anche il caldo torrido dell’estate può trasformarlo in un piacevole centro elioterapico. L’intera collina morenica compresa da Rivoli e Avigliana, nata dal ritrarsi del ghiacciaio valsusino, è un intrico di sentieri, antiche mulattiere e carrarecce che un tempo venivano usati dalle genti dei borghi limitrofi: merci, storie, vite di generazioni hanno lasciato le loro impronte sui versanti collinari. Oggi le strade di veloce comunicazione favoriscono il periplo del territorio piuttosto che il suo attraversamento, ma nel corso degli ultimi anni, ciclisti ed escursionisti hanno contribuito a tenere pulite le antiche vie di comunicazione.

Similmente alla serra di Ivrea, la natura detritica del terreno, ha favorito negli anni la coltivazione della vite, anche se ormai ne rimangono tracce solo in territorio villarbassese. Pare che proprio su queste alture, nel 1266, venne iniziata la coltivazione del Nebbiolo, vitigno che negli anni sarebbe diventato tra i più pregiati del Piemonte. La preziosa e meticolosa ricerca di Luigi Caramori e Carlo Beltramino partita dall’analisi del documento di Stanislao Cordero di Pamparato, che riguardava la “Storia del Piemonte” certifica che 750 anni fa il vitigno era già presente sui rilievi rivolesi. Vigne, sentieri e panorami aperti e rilassanti sono la cornice abituale di molti appassionati ciclisti, che utilizzano questi tracciati durante tutto l’anno. I bikers più agonisti li trovi soprattutto nelle stagioni intermedie, quando il clima rigido rende impraticabili i tracciati in quota. I ciclisti più legati all’aspetto escursionistico, invece pedalano qui tutto l’anno.

Diverse associazioni lavorano attivamente per mantenere puliti i sentieri della collina. Su tutti l’AIB di Reano (https://www.aibreano.it/) che vive su e per la collina morenica, ma anche la giovane ASD AVVENTURIAMOCIFALABRAK (https://www.asdavventuriamocifalabrak.com/), un manipolo di appassionati che solcano la collina in lungo e in largo, contribuendo alla pulizia e alla ricerca e manutenzione dei sentieri antichi. La collaborazione tra le due associazioni ha portato anche a palettare e segnare un itinerario ad anello che parte dal centro di Reano e arriva in cima al monte Cuneo, spesso ripercorrendo la via dei Pellegrini segnata tempo fa da Pro Natura.

La SIXSBOSCARO (https://www.facebook.com/sixsboscaro/) invece ha organizzato la prima 6 ore del Moncuni, competizione agonistica e amatoria su un anello da percorrere in singolo, a coppie o a squadre il maggior numero di volte. Collaborando con i Falabrak e l’AIB sono riusciti a mettere in piedi una manifestazione che ha favorito la conoscenza del territorio, il rispetto dell’ambiente e il recupero di vecchi sentieri. La prima edizione ha visto ben 150 partenti. Bell’inizio! Una gara che amplifica i tracciati collinari da anni parte del circuito del XC Piemonte con una tra le più suggestive e impegnative gare di coppa. Single track e tracciati da enduro si alternano lungo i versanti della collina morenica. Non di rado, manipoli di cicloescursionisti salgono su questi versanti anche di sera, bivaccando in cima e scendendo con il favore del buio: fasci luminosi di torce a led, neofiaccole, moderne lampare di montagna illuminano il bosco sempre vivo, sempre pulsante di vita.

Per arrivare a Moncuni si può partire da svariati posti; praticamente ogni paese ai piedi della colina morenica ha un suo tracciato che arriva in cima. Strade, carrarecce, sentieri e tracce si incrociano e intrecciano in un fitto dedalo di solchi nel terreno, segno tangibile di quanto questo posto sia stato e sia tuttora vissuto. Si può partire dal Castello di Rivoli parcheggiando l’auto nei pressi, oppure arrivare fino a Villarbasse e lasciare l’auto nella piazza delle scuole, o ancora arrivando in treno a Rosta. Il tracciato citato in precedenza, prende il via dal Parco di Reano, presso il quale si può lasciare l’auto; si prende la strada asfaltata che punta verso la chiesa parrocchiale che, strappo deciso, costellato di sassi e radici, per sbucare sul piazzale antistante la croce, raggiungibile in pochi passi dopo aver poggiato la bici nel simpatico parcheggio/barometro dei Falabrak. Siamo sulla cima di Moncuni, e lo sguardo può spaziare su buona parte dell’arco alpino. La meta offre innumerevoli possibilità per scendere da una via diversa da quella seguita in salita: una delle migliori è quella che prosegue l’itinerario di salita, tuffandosi tra le radici di piccole querce e permettendo di esplorare il versante opposto, guardando verso Trana. Attenzione soltanto a piegare a sinistra alla prima deviazione per evitare di scendere troppo e trovarsi sulla provinciale Reano-Trana. Si arriverà da una pineta su un tracciato molto divertente, dove le radici degli alberi tracciano percorsi sempre nuovi e diversi e portano a Casa GraBosco, piccola costruzione dalla quale, in breve discesa si ritorna sulla strada asfaltata che sale dal Paese. Sarà sufficiente seguirla per ritornare alla chiesa parrocchiale reanese e ritornare al Parco, che, aggirata, permette di transitare di fronte al monumento ai caduti e prosegue lungo via Case Benna, arrivando con una discreta pendenza alla fine del tratto asfaltato. Si segue la carrareccia che prosegue in salita (pendenze tra l’11 e il 12%) che, con una serie di tornanti, conduce a Pernaberta, cascina privata ristrutturata di recente. Lungo questo tratto, badate bene all’indicazione di Fontana Castello, unico punto d’acqua fino in cima. Da Pernaberta, sempre confortati dai cartelli con il cinghiale Falabrak, si supera un dosso deciso per scendere leggeri e, tenendo la destra, entrare nel bosco che con breve dislivello, ci porta sul crinale della collina. Seguendo il sentiero verso sinistra, si arriva a Col Buchet da cui si intravede già il lago piccolo di Avigliana e dal quale si può scendere a Borgata Sala di Avigliana. Lungo questo tratto non è difficile scorgere le tracce residue dei bombardamenti aerei della seconda mondiale, visto che proprio qui c’erano postazioni di vedetta. Dopo un piccolo accenno di discesa, il sentiero, proprio di fronte si inerpica, attraverso il bosco, affrontando l’ultimo strappo deciso, costellato di sassi e radici, per sbucare sul piazzale antistante la croce, raggiungibile in pochi passi dopo aver poggiato la bici nel simpatico parcheggio/barometro dei Falabrak. Siamo sulla cima di Moncuni, e lo sguardo può spaziare su buona parte dell’arco alpino. La meta offre innumerevoli possibilità per scendere da una via diversa da quella seguita in salita: una delle migliori è quella che prosegue l’itinerario di salita, tuffandosi tra le radici di piccole querce e permettendo di esplorare il versante opposto, guardando verso Trana.
Attenzione soltanto a piegare a sinistra alla prima deviazione per evitare di scendere troppo e trovarsi sulla provinciale Reano-Trana.

Si arriverà da una pineta su un tracciato molto divertente, dove le radici degli alberi tracciano percorsi sempre nuovi e diversi e portano a Casa GraBosco, piccola costruzione dalla quale, in breve discesa si ritorna sulla strada asfaltata che sale dal Paese. Sarà sufficiente seguirla per ritornare alla chiesa parrocchiale reanese e ritornare al Parco.

Testo di Pietro Bastianelli