Intervista con Manolo

Il “Pomeriggio col Mago”
Testo di Giovanna Bonfante. Foto Archivio Manolo e Ilaria Truffo.

Per chiunque abbia una pur vaga conoscenza del mondo dell’arrampicata, il nome di Manolo, al secolo Maurizio Zanolla, classe 1958, evoca nella mente immagini al limite dell’impossibile, su pareti verticali, lisce quanto una lavagna. Non a molti magari è noto il fatto che il “Mago” abbia recentemente compiuto un’altra notevole impresa, rappresentata dalla scrittura di un libro in cui racconta la sua  intera e avventurosa esistenza. Da uomo di montagna, semplice e un po’ schivo, alle interviste ufficiali che seguono le numerose presentazioni del libro, Manolo preferisce le chiacchierate informali, fra un autografo e una dedica, mentre si sorseggia una birra, come tra amici, in un soleggiato pomeriggio estivo.

– Come sei arrivato alla decisione di scrivere un libro?
“Eh… è stato per sfinimento! Da parecchio tempo l’editore mi faceva pressione, mi correva dietro e alla fine ho firmato il contratto… per pietà nei suoi confronti! Poi è venuta la parte più dura: ho dovuto imparare a digitare al computer, perché, dopo aver scritto pagine e pagine a mano non riuscivo più a decifrare la mia stessa calligrafia; ho trascorso intere giornate a ticchettare con un dito solo sulla tastiera e solo dopo molti tentativi ho capito che era necessario“salvare” per non dover ricominciare ogni volta daccapo!  Quando anche il computer si è rotto l’ho quasi interpretato come un segno del destino, che mi sconsigliava di proseguire; ma è venuto in mio soccorso Mauro Corona, regalandomene uno nuovo, e di fronte a tanta solidarietà ho dovuto portare a termine l’opera!”

Nel libro si racconta la tua vita…
“Si racconta la vita in un mondo, quello della mia infanzia, che non c’è più; si narra della mia famiglia, dei miei genitori, a volte assenti fisicamente per lavorare e garantire la nostra sussistenza, ma presenti nel dare un’impronta indelebile al mio carattere, anche se nessuno di loro mi ha mai parlato di montagne… Si parla anche di sentimenti ed emozioni della mia esistenza che, se chiudo gli occhi, mi tornano alla memoria con la stessa intensità di quando li ho vissuti; si parla di pensieri e momenti che, a volte, ho avuto anche pudore a condividere…”

Di tutte le avventure che hai vissuto sulle pareti in montagna,
che cosa ripeteresti?
“Naturalmente devo rispondere: TUTTO! Ciò che ho fatto era il percorso che mi veniva naturale seguire; rifarei ogni cosa perché nessuno mi ha costretto, è stata una scelta libera ed è stata una grande fortuna avere la possibilità di decidere ogni volta la strada da tracciare. È chiaro che adesso, con una forma più razionale di approccio alla vita non sarei più così “matto”; in quel momento l’ho fatto e me ne assumevo la responsabilità. Non ho mai chiesto a nessuno di portarmi su la corda e, a parte le prime volte, ho sempre voluto “andare davanti” e tracciare una via. Anche nelle situazioni in cui mi sono trovato in difficoltà, ed è accaduto in parecchie occasioni, non ho mai voluto addossare responsabilità agli altri e mi dispiaceva quando mi rendevo conto che qualcuno poteva non essere in grado, mentalmente o fisicamente, di seguirmi. Di conseguenza ho spesso preferito scalare da solo per non sentirmi responsabile anche per altri a causa delle mie scelte.”
Poi Manolo aggiunge con molta umiltà:
“Certo adesso non ho neanche il coraggio di guardare chi scala in questo modo, anche se fino a qualche tempo fa ho fatto cose simili. Ma le prospettive, con il trascorrere del tempo, cambiano: anche se una persona scala perché l’ha sempre fatto, è abituata a farlo e gli riesce naturale, giunge un momento in cui gli appigli che sembravano grandi diventano difficili da tenere o non c’è più quella capacità di reagire o di perseverare che è stata per me determinante in tante occasioni. Nella vita le situazioni si modificano e non bisogna temere di cambiare un po’, di prendere in mano la propria esistenza e di cercare di darle una direzione diversa.”

Se non fossi stato lo “scalatore Manolo” che cosa saresti diventato?
“Magari un delinquente!! Non ero tanto d’accordo con la società nei miei anni giovanili; quello era un periodo difficile e molto delicato. Stiamo parlando del ‘68, un momento molto particolare per la vita politica italiana e non solo per quella; non si è più verificata, negli anni successivi, una partecipazione così massiccia di un’intera generazione che desiderava un cambiamento ed è scesa in piazza determinata ad ottenerlo. Mi è sembrato giusto raccontare anche questa parte della mia esistenza nel libro, la scelta di andare controcorrente nel rifiutare la sicurezza di un lavoro in fabbrica per seguire il sogno di una vita di montagna e di un modo diverso di “andare in montagna”.

In Piemonte questa tendenza è stata interpretata dai protagonisti del “Nuovo Mattino”…
“Ma io ero lontanissimo da altre realtà – sorride il “Mago” con semplicità – non conoscevo il Piemonte, non conoscevo la Francia e nemmeno gli Stati Uniti; sono andato avanti con i compagni di quel momento, senza sapere di quanto stessimo progredendo nel raggiungere limiti ed obiettivi di cui mi sono reso conto solo in seguito. In fondo, in quel momento, non era nemmeno importante conoscere altre realtà; l’unica cosa che contasse veramente era dar sfogo al desiderio di seguire i propri sogni!!”

Che cosa può offrire, attualmente, ad un giovane del terzo millennio il mondo verticale?
“Mi sembra che i ragazzi oggi stiano un po’ troppo chiusi in appartamenti, palazzi, cantine… Io ho iniziato in un contesto completamente diverso, in cui non esisteva nulla di quello che c’è oggigiorno; non c’erano le falesie, i chiodi a pressione, le scarpette… Non era neanche immaginabile pensare che l’arrampicata potesse diventare una disciplina olimpica e quando ci rifletto mi sento proprio “giurassico”! Comunque l’importante è che i ragazzi facciano qualcosa che dia loro stimoli, anche se per me è impensabile scindere l’arrampicata dall’ambiente naturale. Ciò che dovrebbero invece ricordare è che, se anche non cammineranno mai su un sentiero, vivono comunque in un mondo che è fragile; l’acqua, che è vita per tutti, viene dalle montagne e queste vanno preservate, mentre negli ultimi decenni abbiamo fatto esattamente l’opposto.”
Dopo un attimo di riflessione prosegue:
“Nella mia lunga frequentazione le ho viste cambiare e ho assistito a fenomeni impensabili anche solo vent’anni fa; ai nostri figli spetta un compito non facile, per ristabilire equilibri delicati che sono stati irrimediabilmente compromessi. Comunque ho fiducia nell’uomo e nelle sue risorse, anche perché, senza un radicale cambiamento, sarà il primo a pagarne le conseguenze. Purtroppo non si vedono svolte a livello governativo e mi sembra stupido che si debba aspettare che l’acqua ci arrivi alla gola prima di cercare di fare un passo indietro; io non ho alcun potere, ma cerco di vivere in un modo che mi permetta di rispettare l’ambiente che ho intorno per poterlo condividere con chi verrà dopo…”

Sicuramente una grande lezione di saggezza da un uomo che ha dedicato la propria vita alla montagna e dalla quale ha imparato molto!
Grazie “Mago”