Il Ghiacciaio dello Scarasson

Testo di Alberto Cotti. Foto Bartolomeo Vigna.


“E quando guardi a lungo in un Abisso,
anche l’Abisso guarderà dentro di te”.

F. Nietsche

C’è un ghiacciaio sulle Alpi piemontesi che intende resistere al progressivo surriscaldamento del clima e che riesce a sopravvivere grazie al luogo in cui è posto, le profondità buie e ventose di una grotta, l’Abisso Scarasson.
La grotta fu scoperta nel 1960 dal Club Martel di Nizza ed esplorata durante una serie di “punte” nel 1961 che portarono alla conoscenza del ghiacciaio e dell’Abisso Scarasson fino alla profondità di 135 m. L’Abisso si apre a quota 2206 m s.l.m., non distante dalle omonime Rocce che si trovano sul sentiero GTA che mena al Colle Scarasson delle Alpi Liguri nel Sistema Carsico del fiume Pesio.
Il ghiacciaio diventò subito rinomato nell’ambiente speleologico, ma giunse alle luci della ribalta solo quando, nel 1962, lo scienziato speleologo Michel Siffre scelse questo luogo per condurre una ricerca, un cimento senza precedenti; come ha scritto il Calleris “Non era ancora capitato a nessuno di scendere a cento metri di profondità nella nuda roccia per trovarsi di colpo in un ambiente di colate e concrezioni di ghiaccio trasparente che, coprendo un migliaio di metri quadri e scendendo per decine di metri nei grandi vuoti di un abisso, si adagiano su pavimenti lici come una pista di pattinaggio”. La ricerca di Siffre, mirata a comprendere i cambiamenti fisici e mentali in una persona completamente isolata dallo scorrere del tempo scandito dal moto apparente del Sole, fu la prima di questo genere nella storia. In quei giorni, con una tonnellata di materiale si installò per due mesi in una sala della grotta nelle vicinanze del ghiaccio. Lo scopo principale di Siffre era quello di studiare questo stupendo ghiacciaio, ma scarseggiando di fondi per il finanziamento della spedizione, ampliò il progetto con lo studio del corpo umano “fuori dal tempo”, in condizioni isolate e difficoltose. Parigi e la sua università di medicina risposero con un finanziamento e con l’interesse dichiarato dell’aereonautica militare che necessitava di test reali per i suoi piloti e di dati per la nascente medicina aerospaziale. Siffre studiò a fondo il corpo del ghiacciaio, compiendo carotaggi e analisi, ed esso si rivelò essere composto da innumerevoli sottili strati di ghiaccio (di spessore centimetrico fino al massimo a superare il decimetro) intervallati da altrettanti finissimi livelli stratiformi di polveri e silt. La presenza di pollini, confermava la natura esterna dell’alimentazione della massa ghiacciata. Egli lo considerò un ghiacciaio fossile, un relitto dell’ultima glaciazione, con uno spessore non inferiore ai 30 metri, venutosi a creare per accumulo e compressione successiva di masse nevose provenienti dall’ingresso o per congelamenti successivi di films d’acqua in scorrimento o per i due fenomeni in coincidenza. Attualmente non vi sono prove per ritenere questo ghiacciaio come la parte restante di uno più antico legato all’ultima glaciazione ma, in un articolo del 2015, Vigna evidenzia che i sottili strati da cui è composto sono stati contati in diverse migliaia, e gli attribuisce un’età altrettanto antica, nell’ordine delle migliaia di anni. Per risolvere l’enigma e indicare un’età per il nostro, nel 2002, nel 2011 e nel 2015 sono stati effettuati campionamenti e analisi chimiche sui pollini, sulle polveri e sugli elementi radioattivi Cesio e Uranio ma nessuna di queste campagne ha restituito i risultati sperati. Quindi, in mancanza di dati certi, il ghiacciaio potrebbe davvero essere un relitto fossile come ipotizzato da Siffre.
Una nuova e intrigante interpretazione sulla genesi la fornisce il medico e speleologo Calleris; in un suo articolo del 2003 propone che a creare questa mole ghiacciata sia stato il vento che comunemente percorre le grotte; l’autore, con una serie di considerazioni scientifiche (derivate dagli studi
di F. Trombe, V. N. Slavyanov e G. Badino) e con attenti calcoli, indica e dimostra come l’aria che percorre sensibilmente la grotta potrebbe aver dato vita al ghiacciaio per fenomeni di condensazione e deposizione di acqua. La massa d’aria, che entra sotto terra con una certa quantità di vapore acqueo, incontrando temperature ambientali di molto inferiori alla sua, come conseguenza si viene a trovare in condizioni di sovrasaturazione di vapore; in quel momento si attiva la condensazione dell’acqua che precipita e diviene ghiaccio per le basse temperature stesse. I pollini e le polveri, altrettanto, sarebbero trasportate dal vento ipogeo e con questa intuizione l’autore vede la grotta come parte viva della montagna, in
continuità con l’ambiente esterno che la influenza e la crea.
Anche questo ghiacciaio sotterraneo, in ogni caso, si sta lentamente riducendo; Vigna interviene per indicare il surriscaldamento planetario come causa ma, a partire da una serie di ipotesi, considera più verisimile che lo scioglimento sia legato al cambiamento della circolazione dell’aria all’interno del sistema carsico del Pesio; l’attività speleologica, questo è dimostrato ampiamente, aprendo nuovi ingressi con la disostruzione dei buchi ritenuti interessanti per l’esplorazione, altera l’equilibrio termico e barometrico dei sistemi carsici, cambia le possibilità di circolazione delle masse d’aria e non di rado crea nuove condizioni climatiche anche per gli ingressi delle grotte. Dunque è possibile che in passato l’Abisso Scarasson al suo ingresso fosse aspirante in inverno, inghiottendo una grande quantità di neve. Dopo i numerosi scavi e le conseguenti nuove grotte trovate ed esplorate nell’area nel corso degli ultimi cinquant’anni, le nuove osservazioni sembrano indicare che ora il medesimo ingresso sia soffiante in inverno, e abbia cioè invertito la sua circolazione d’aria; tale nuova condizione inibisce il risucchio della neve e l’ingresso potrebbe aver cessato di alimentare il ghiacciaio con gli apporti invernali dall’esterno. Ma con la nuova teoria della formazione per condensazione e deposizione di acqua ad opera del vento ipogeo, queste considerazioni sullo scioglimento legato all’attività speleologica sono meno incidenti e Calleris indica come causa plausibile della fusione della massa glaciale le variazioni climatiche del pianeta.
Dunque, forse per via dell’attività speleologica, forse per il rialzo delle temperature degli ultimi decenni o in causa dei due fenomeni in concomitanza, questo tesoro nascosto va lentamente svanendo; e migliaia di anni fa, poco lontano dallo Scarasson vi era un altro ghiacciaio che ora è scomparso.
Scendeva dalla Colla del Pas verso la Gola delle Fascette e, nella sua parte basale, entrava in grotta e si ancorava alla terra come una lingua bianca dentro alla Carsena di Piaggia Bella. Le alternanze climatiche del pianeta si susseguono e sono inarrestabili ma il ghiacciaio dello Scarasson è nato davvero nascosto; la coibènza della roccia e il buio totale lo salveranno e porterà nel futuro le sue gelide, incomprese, rivelazioni.

Riferimenti:
– AAVV – “Atlante delle aree carsiche piemontesi” – Volume 1 – 2010 – Associazione Gruppi Speleologici Piemontesi, Torino.
– Calleris Valter – 2003 – “I misteri di un ghiacciaio sotterraneo” – “Alpidoc” n° 47, rivista dell’ associazione Alpidoc – Le Alpi del Sole, Fossano (Cn). Vigna Bartolomeo – 2015
“Il ghiacciaio sotterraneo dello Scarasson, un malato sotto osservazione” – “Grotte” n°164, rivista del Gruppo Speleologico Piemontese, supplemento a CAI-UGET Notizie, Torino.