Donne e montagne – NON SOLO L’8 MARZO

Testo di Anna Torretta. Foto archivio Torretta

Soprannomi ce ne hanno sempre dati dalla “fidanzata del Monte Bianco”, per Henriette D’Angeville nel 1838, a considerarci strambe e irresponsabili o semplici accompagnatrici, non vere compagne di cordata. «Nel secolo scorso se ne fa addirittura una questione scientifica: il genere femminile sarebbe inadatto alla montagna sia dal punto di vista fisico (alcuni medici sostengono persino che lo sforzo ad alta quota condurrebbe alla sterilità) sia da quello psicologico, essendo il “gentil sesso” fragile e debole per natura. La cosa più assurda è che la teoria va contro ogni evidenza pratica: le donne sono deboli o fragili tanto quanto gli uomini, anzi, spesso sono costrette a mostrare una forza di volontà anche superiore o, come ha detto a metà del secolo scorso Charlotte Whitton, la prima donna sindaco di una città canadese, devono fare tutto due volte meglio di un uomo per essere considerate brave la metà. Per fortuna, aggiunge, non è difficile.

Certo, ogni genere ha le sue specificità, i suoi talenti. Gli uomini sono fisicamente più dotati, è evidente. Sono più robusti, più muscolosi. Le donne, in compenso, sono agili ed elastiche, hanno dita forti e, soprattutto, instaurano un rapporto speciale con la montagna. Basta vedere il modo in cui approcciano la parete: gli uomini l’attaccano, le donne si avvicinano, la accarezzano, ci parlano. Gli uomini conquistano la vetta, le donne la raggiungono. E sanno soffrire, il dolore fa parte della loro natura.» (La Montagna che non c’è, Anna Torretta, Piemme Edizioni).

Fare una spedizione tra donne ha un sapore particolare, sicuramente diverso da una spedizione in cui sei l’unica donna in un gruppo di uomini o una spedizione mista, semplicemente perché le dinamiche sono differenti, come nella vita. Non è detto che sia facile, anzi tutt’altro. Ma alla fine le soddisfazioni personali sono tante.

A ottobre sono andata in spedizione in Nepal in un luogo remoto, direi sconosciuto, raggiunto, fino ad ora, da pochissimi occidentali. Sono andata con altre 3 donne, complice è stato il concorso per progetti di spedizioni al femminile “Grit & Rock Award,” www.gritandrock.net.
Il premio è dato a progetti di spedizioni con membri principalmente femminili, per incoraggiare l’alpinismo di ricerca in rosa, per ispirare altre scalatrici.
La fondazione Grit & Rock è stata creata da Masha Gordon, una “bussinesswoman” di successo, nata in Russia, madre di due bambini, mai stata particolarmente sportiva. Un giorno, 10 anni fa, Masha si è letteralmente innamorata della montagna ed è stata rapita dall’alpinismo: è diventata la donna più veloce nel 2016 a completare la salita delle Seven Summit in 238 giorni, entrando nel Guinness dei
primati. Ha creato una fondazione che aiuta le ragazze con diverse problematiche in Inghilterra ad avvicinarsi all’arrampicata, si è inventata il premio Grit&Rock Award e molto altro.

Mi iscrivo al suo concorso con un team internazionale il mese di gennaio 2018: la spagnola Cecilia Buil, la messicana Ixchel Foord e la fotografa spagnola Dafne Gisbert. Il progetto è di aprire una via su una montagna non ancora scalata, la cui foto Cecilia l’ha trovata pubblicata sull’American Alpine Journal, Il Mugu Peaks 5.470m: una montagna con due cime gemelle ed un arco in mezzo che le collega. Mugu si trova nel Nord-Ovest del Nepal, ma esattamente dove non lo sappiamo ancora.
Alla premiazione a Chamonix a febbraio sono presenti grandi nomi dell’alpinismo: Catherine Destivelle, Liv Sansov,nella giuria Lydia Bradey, Christian Trommsdorff e Victor Saunders. Noi ragazze siamo il team vincitore! Partiamo per il Mugu Peaks, situato nel Karnali district, al confine con il Tibet, nei primi giorni di ottobre. La valle che porta a Mugu si allunga da Gamgadhi, la capitale del distretto, situata vicino al Rara Lake, verso nordest. Secondo i dati pubblicati nel 2004 dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo il distretto di Mugu risulta essere all’ultimo posto nel Nepal nell’Indice di sviluppo umano (Wikipedia). Abbiamo avuto una piccola finestra di tempo splendido, ma le giornate sono sempre state attraversate da un vento molto forte e tanto freddo. Dopo due tentativi di raggiungere direttamente “l’arco di Mugu” la parete si è imbiancata con 20cm di neve. Abbiamo dovuto scegliere una linea più facile, il canalone sud-sud-est che porta alla cima sommitale. Ci siamo fermate 50m prima della vetta a causa della scarsa qualità della roccia e del freddo intenso. Abbiamo scoperto un piccolo paradiso, il villaggio di Mugu, che da centro di commercio, prima della chiusura dellafrontiera con il Tibet da parte dei cinesi, è diventato un villaggio morto, per poi riprendere vita grazie alla presenza sulle montagne che lo circondano dello Yarchagumba, il Viagra dell’Himalaya. Abbiamo avuto più portatori donne che uomini, ragazze giovani. Il “sindaco” di Mugu ci ha chiesto di portare nel mondo la storia del villaggio e delle sue montagne. Devo raccontarvela, ma ci sarà un’altra occasione!
Ragazze se avete delle idee per spedizioni esplorative il prossimo anno, provate a scrivere a award@gritandrock.com

Foto: Mugu Peaks 5.470m, Karnali district, Nepal nord-occidentale, prima Ascensione effettuata da noi 3, nel canale sud-sud-est