Attorno al Monte Bianco: considerazioni guardando a terra

Una grandissima muraglia: pietra e neve. Guardala da una parte come dall’altra: tutta una sfida sportiva. E per chi ci vede solo un luogo inospitale per vivere? Non resta che guardare più in basso, o davanti e di fianco ai propri passi: quello che hanno fatto per alcuni secoli migliaia di persone che sono vissute nelle valli che contornano il Monte. Quello che facevano e speravano gli alpigiani sotterrati con le loro bestie dalla frana in Val Ferret circa quattrocento anni fa.
Val Veny: un gran divertimento per i geologi. Lì si infossa la placca europea sotto la placca africana. Se ne vedono i risultati di tanta tribolazione: rocce di diversa conformazione raggruppate dalla raspata gigantesca che screma ciò che è più morbido e stacca e ammucchia da milioni di anni. Tra le fessure della grattata ha trovato sfogo e il tempo di raffreddarsi un grande blocco di granito che ora chiamiamo Monte Bianco. E per la spinta delle placche si sono piegate la valle di Chamonix e la Val Ferret. Risultato che tutto attorno al Monte si trovano rocce di vario tipo, da quelle stratificate che coprivano la placca, a quelle calcaree che costituivano il fondo marino, prima che cominciasse lo scontro, a quelle nuove solidificate in profondità, nelle crepe dello scontro. Tutto ciò ha prodotto suoli ricchi di diversità chimiche e meccaniche e biodiversità.
Lago Combal: come altri laghi alpini si sta riempiendo e al momento manca poco a divenire una torbiera. Tutto attorno piante palustri o di ambiente umido: i piumini o pennacchi (eriofori di varie specie) con le morbide cime bianche, contornati da vari tipi di carice (sembrano fili di erba con la punta ingrossata) e a tratti dalle “margherite” della tussilaggine. Lungo i pendii i cespugli di ontano verde, che si rischia di scambiarli per degli strani noccioli, nascondono le parti basse tra le megaforbie (piante erbacee a foglie grandi) cavolacci e cicorie alpine (adenostyles e petasites, i primi, e cicerbita): a rallegrare ci pensano i loro fiori: rosa dei cavolacci e viola, a margherita, delle cicorie. Buoni ultimi, come fioritura, i salici cominciano a riempirsi di batuffoli bianchi vaporosi che spuntano da spighe a punte. Distingue i vari salici la forma delle foglie, il colore dei rametti e le dimensioni: quelli striscianti dei pascoli sono sfuggenti perché molto piccoli, ma se si guarda bene si nota lo stesso tipo di fioritura, in scala ridotta.
La Pyramid Calcaire: non dovrebbe centrare niente con una situazione di rocce continentali, invece è lì a dire che c’era un mare tranquillo, sul fondo del quale si depositavano i gusci dei molluschi compattando a costituire un fondo calcareo. Quando iniziò la spinta “africana” il fondo marino si frantumò e si ricompose man mano in un nuovo calcare a pezzi: la Pyramid, appunto, che in qualche modo galleggiò o venne espulsa dalla grattata, come il Monte. Dalla parte opposta, in Val Ferret, abbiamo trovato la corrispondenza nella Testa Bernarda (fino al colle Sapin). Un calcare frantumato, simile nell’aspetto, ma da non considerare uguale, è la “pietra di Gassino” usata per diversi monumenti Torinesi ( Superga, Palazzo Madama e altro). Quella che è la continuazione geografica della Val Veny, la Val Ferret, non lo è per la geologia: la fenditura di scontro tra le due placche continua nella valle Sapin, fino al colle, appunto. I bianchi ammassi di gesso visti tra La Visaille e il lago Combal, si ritrovano nella valle Sapin.
Tra le grasse erbe da pascolo, ormai pochissimo considerate per lo scopo, abbiamo incontrato numerosi tipi di raponzoli, blu, non ancora completamente fioriti e, dove l’erba era più bassa, i vaniglioni o nigritelle che profumavano i dintorni. Dove l’erba era più rada abbondavano le fioriture gialle: creste di gallo, doronico del calcare, qualche arnica e crepis aurea. Un colore a parte lo davano gli astri alpini, margherite blu, incontrate in particolare in Val Veny. In tutti i percorsi non è mai mancata la presenza dei gerani dei boschi, piccoli fiori viola con il centro bianco o, dove erano già sfioriti, il loro piccolo becco di cicogna.

Botrychium lunaria (fonte https://en.wikipedia.org/wiki/Botrychium_lunaria)

 

Una presenza discreta, simpatica nella sua altezzosità, poco diffusa è stata la felce-uva o botrychium lunaria, rinvenuta un paio di volte. Stramba, per la concezione di pianta o di felce che conosciamo, alta al massimo una ventina di centimetri, divisa in due rami, uno fogliare e uno “fruttifero”(spore). E’ il ramo con le spore che attira di più l’attenzione: puntato in alto con il “grappolo”diretto al cielo, più alto della foglia dà un aspetto altezzoso ad un esserino quasi insignificante.
I boschi di protezione non hanno un cartello identificativo. Chamonix deve la propria esistenza quasi completamente ad essi: versanti ripidi e freddi, se non fosse il bosco a frenare la neve, sarebbe una valanga continua. Che sia fredda Chamonix, lo testimonia il ghiacciaio di Bossons che, nonostante il ritiro verso l’alto generalizzato dei ghiacciai, continua ad essere incombente sulla cittadina. Abbiamo percorso il versante solatio, ciò nonostante, il bosco di larici e abeti rossi finiva a 1900 metri di quota. Di fronte, sul versante a mezzanotte, il bosco finiva ben più basso. E ad avvalorare la funzione del bosco come protezione efficace, abbiamo notato che poche sono le installazioni paravalanga: lungo il nostro percorso abbiamo incontrato “solo” alcuni muri di pietra a secco, di notevole massa, ad impedire alla valanga di “partire”. La cosa curiosa è che sul versante assolato ci siano gli abeti rossi: il loro versante preferito è a mezzanotte. Una spiegazione può essere che il versante sia stato boscato da tempo immemore e che a suo tempo sia stato colonizzato da larici e latifoglie (c’erano anche piccole presenze di sorbo degli uccellatori e montano, pioppo tremulo e betulla) che hanno fatto da parasole agli abeti germogliati. In seguito gli abeti maturi hanno ombreggiato larici e latifoglie e ne hanno provocato il recesso.

Arrivederci ad una prossima passeggiata guardando lontano… e anche per terra.

Beppe Gavazza

Nascondino Au Contraire

Dal webmagazine altitudini.it pubblichiamo “Nascondino au Contraire”, un articolo scritto per il concorso Vagabondi delle montagne da Marina Caruso. Da cinque anni il webmagazine  organizza un concorso per blogger di montagna. Blogger è chi si diverte a scrivere sul web, su un proprio sito o ospitato da altri, o, come molti fanno ultimamente, anche solo su una pagina Facebook.

Il concorso ogni anno si distingue per l’argomento scelto e per la forma. In questa edizione il tema i “Vagabondi delle montagne” chiedeva di esprimere, in un’unità multimediale composta da articolo e foto il proprio concetto di montagna come terreno di vagabondaggio, come ricerca della libertà più estrema intesa come quella di non avere una vera meta, liberi da mode e condizionamenti, capaci di liberarsi del superfluo. E i blogger “vagabondi”, provenienti praticamente da tutte le regioni italiane e alcuni anche da fuori Italia non si sono fatti attendere.

Tutte le unità in concorso sono consultabili sul sito altitudini.it
Buona lettura!

Tanto i posti dove nascondersi sul Monte Cinto (M. Caruso)

L’irruente voglia di giocare che non riesco mai a tenere a bada mi ha spinta a prendere la decisione di scalare in solitaria in due giornate Monte Cinto e Paglia Orba partendo all’alba di un qualunque giorno di metà agosto. Inesperta, per niente equipaggiata e poco informata. Ma mi trovavo in Corsica per pochi giorni e chissà quando ancora avrei potuto averne qualcuno tutto per me. Le regole erano chiare e semplici: partire da Huat Asco, arrivare ad un buon orario sul Monte Cinto, raggiungere il rifugio Tighjettu dove passare la notte e il giorno dopo affrontare il Paglia
Orba.

Alle 16 del primo giorno ero arrivata sulla vetta del Monte Cinto, in ritardo di parecchio sulla mia tabella di marcia. Mancavano ancora 8 ore per arrivare al rifugio. Avevo poca acqua, le gambe sentivano la fatica, non avevo incontrato più anima viva dalla tarda mattinata. Perdo il sentiero e
inizio a camminare a vuoto, senza punti di riferimento e inveendo contro la cartina approssimativa su cui avevo deciso di fare affidamento. Ero nei guai. E così è iniziato il gioco. Una specie di nascondino al contrario: la Montagna si divertiva a nascondermi mentre io volevo farmi trovare. La conta era finita e io dovevo uscire allo scoperto quanto prima. Se da una parte il gioco mi spaventava, dall’altra questo vagare senza meta contro il tempo mi metteva addosso un’adrenalina che poche altre volte nella vita ho avuto il piacere di provare. Era quello che volevo, no? Vagabondare, silenzi, solitudine. Forse era troppo. E poi non mi sembrava più fosse una mia scelta. Ormai era calata la notte. La Montagna mi offriva i suoi nascondigli in attesa delle prime luci del sole. Ho solamente un sacco a pelo con me. Mi nascondo. Gioco. Il mattino seguente costringo le mie
gambe a proseguire. Parlo a me stessa, canto per tenermi compagnia e farmi forza. Bevo da una pozza d’acqua torbida, non ho potuto resistere. La tana sarebbe dovuta essere il mio punto di partenza, ma a metà della parete nord-est del Paglia Orba, dopo tanto girovagare, decido di seguire
l’unica soluzione sensata che il mio cervello è ormai in grado di formulare: camminare dritta davanti a me in direzione di un paesino che scorgo a valle e che scoprii poi essere Calasima, frazione Albertacce. Le gambe vanno in automatico, gocce di sangue scendono dalle mie labbra spaccate dal sole e dalla sete. Le automobili, le case, un bar. Tre uomini mi corrono incontro.
Tana libera tutti.

La commissione gite alle Eolie

L’arcipelago delle Eolie, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco, prende il nome dall’antica leggenda che lo considerava la dimora di Eolo, il dio greco dei venti. Dal 28 maggio al 4 giugno 2016 la Commissione Gite ha replicato per la 3° volta il trekking alle Eolie, organizzato egregiamente da Gianni Lucarelli e Luciano Zanon, condotto con la solita maestria da quest’ultimo e da una validissima guida trentina, Genny, esperta geologa nonostante la sua giovane età (26 anni), carina, simpatica e chi più ne ha più ne metta.

Il cratere sommitale di Vulcano

Il gruppo, di 31 soci Cai Uget, era ben assortito e si è amalgamato col passare dei giorni. Già durante il viaggio in aliscafo (dopo aereo e pullman), passando dall’isola di Vulcano, abbiamo sentito un marcato odore di zolfo, tipico delle emissioni vulcaniche. E questo si è confermato il carattere dominante dell’arcipelago, grazie a ben 2 vulcani attivi, Vulcano appunto e Stromboli, nonché grazie alla conformazione vulcanica di tutte le isole, con numerosi crateri ora spenti. Infatti la 1° escursione è stata al Monte Pelato di Lipari, dove in epoca altomedioevale s’è avuta una grande eruzione che ha lasciato evidenti tracce: il sentiero percorso in salita è tutto su ossidiana, roccia vetrosa nera traslucida che è stata emessa dal vulcano e grazie alla quale l’isola s’è sviluppata fin dal Neolitico. E di origine vulcanica è anche la pietra pomice che veniva estratta fino a poco tempo fa dalle cave del M. Pelato, costituendo una delle poche industrie dell’arcipelago, poi esauritasi.

Fiamme e fumi sullo Stromboli

Eppure non è del tutto spenta l’attività vulcanica dell’isola di Lipari: nella parte occidentale, da noi esplorata verso la fine del trekking, abbiamo trovato delle fumarole. Da alcune fenditure del terreno escono esalazioni molto calde di vapore acqueo, zolfo e anidride carbonica. Inoltre, sempre in zona, alle Terme di S. Calogero, c’è una sorgente di acqua calda con temperature di oltre 35°, sfruttata già dagli antichi Romani. Invece a Vulcano c’è molto di più. Vulcano, che ha dato il suo nome a tutti i vulcani del mondo, è ancora in attività. L’ultima eruzione, risalente al 1888, ha modificato tutto il paesaggio e potrebbe ripetersi in qualunque momento. La salita al cratere è esteticamente molto bella: già originali le forme bizzarre degli spuntoni rocciosi della costa, poi salendo al di sopra del bosco si attraversa un’incredibile tavolozza di colori, dal giallo dello zolfo al verde del silicio al rosso del ferro, che risaltano sul blu intenso del mare. Scenario indimenticabile dell’enorme cratere, che abbiamo percorso interamente fino alla cima e poi giù, armati di mascherine, tra fumi, vento e calore che ci hanno fatto sentire il “respiro” del vulcano. Mi è piaciuto immensamente. “Iddu: il faro del Mediterraneo” si riferisce invece allo Stromboli, il più attivo dei vulcani delle Eolie e non solo. Ha 100.000 anni d’età e si eleva imponente dal fondo marino per 2400 m, di cui 924 sopra il livello del mare. Per andare in cima al “Pizzo”, sull’orlo dell’antico cratere Neostromboli, occorre farsi accompagnare da una guida alpina e munirsi di casco e pila frontale, per poter godere dell’incredibile scenario notturno offerto quotidianamente dal vulcano, particolarmente affascinante col buio, e scendere poi dalle ripidissime ceneri vulcaniche, in cui si affonda come fosse neve. Lo Stromboli ci ha dedicato uno spettacolo superaffascinante sulla “Sciara del fuoco”: dapprima esplosioni a base di grandi fumate, poi eruzioni violente e rumorose di fiammate e lapilli, riprese con entusiasmo crescente dai nostri instancabili fotografi! E poi giù, quasi alla cieca, per più di 900 m di ceneri. Bello, anche questo indimenticabile. Abbiamo continuato a seguirne l’attività da lontano anche nei giorni seguenti, al di sopra della superficie marina, dalle altre isole. Affascinante è stata anche Salina, l’isola più verde dell’arcipelago, formatasi dall’unione di 2 isole vulcaniche vicine, poi saldatesi grazie all’attività di numerose bocche vulcaniche. Memorabile l’escursione alla “Fossa dei Felci”, la “vetta” delle Eolie (962 m) raggiunta su un sentiero all’ombra di bellissimi alti eucalipti, con un repertorio notevole di flora endemica: ginestra del Tirreno (Genista tyrrena), citiso delle Eolie (Cytisus aelolicus), fiordaliso delle Eolie (Centaurea aeolica) dalla ricca tavolozza cromatica. La discesa attraverso un fitto bosco fiabesco, su sentiero ripido, sassoso, scalinato in modo sconnesso e a tratti disagevole, è stata rallegrata da un exploit di Sergio Colaferro, che si è esibito in una canzone abruzzese spassosa, facendoci poi cantare a turno una lunga filastrocca mentre scendevamo un’infinita scalinata. Ogni tanto si aprivano stupendi belvedere, da cui potevamo ammirare l’instancabile attività dello Stromboli, che si vedeva in lontananza sul mare azzurrissimo. Ci stava salutando…

di Bianca Compagnoni

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Pasubio, di qui non si passa

Non c’è niente di meglio quando la storia s’intreccia con un ambiente naturale superbo.
L’idea a Luciano arriva dalla famiglia: perché non fare una gita sociale sui sentieri della Grande Guerra? Detto, fatto: andiamo sul Pasubio, nelle prealpi vicentine, dove si è consumato uno degli episodi più tragicamente importanti dell’intera storia dell’umanità: la Grande Guerra.

Percorrendo la Strada delle 52 Gallerie

Partiamo in 35 da Torino e dopo aver viaggiato tutta la mattina arriviamo a Bocchetta Campiglia (1219 m.), partenza della nostra camminata. Percorriamo la “strada delle 52 gallerie”, un sentiero escursionistico che ci porta fino al Rifugio Generale Papa a Porte del Pasubio (1928 m.). La strada è un’opera ingegneristica che costeggia la montagna, in una zona totalmente rocciosa, lungo quello che un tempo era un camminamento di guerra realizzato dal nostro esercito per portare armi e rifornimenti verso la cima del Pasubio senza essere esposti al fuoco nemico. All’imbocco del sentiero troviamo dei pannelli esplicativi che raccontano la storia di questo territorio. In breve arriviamo alla prima galleria, realizzata dal marzo al dicembre 1917.

Arcobaleno sulla Strada degli Scarrubi

La lunghezza complessiva della strada è di circa 6.300 metri, di cui circa 2.300 in gallerie di larghezza minima 2 metri e 20 e pendenza media del 12%. Le gallerie furono scavate seguendo la naturale conformazione della montagna: alcune lunghe una decina di metri, altre oltre 300. Non servivano solo a salire in quota ma diventavano depositi di munizioni e punti di controllo e di attacco.
Mentre le percorriamo ci sembra di entrare sempre di più nel cuore della montagna. Usciti dall’ultima galleria ci troviamo di fronte al Rifugio Generale Achille Papa (1935 m.), la nostra meta per il pernottamento, giusto in tempo per evitare un bell’acquazzone. Renato, il gestore, ci sorprende con la cena in cui spiccano i bigoli al ragù d’anatra e la torta di nocciole: davvero un rifugio a cinque stelle! La mattina ci raggiunge Piero, della sezione Cai di Schio; sarà la nostra guida storica per visitare la “Zona Sacra”, un museo all’aria aperta di trincee, cunicoli, gallerie, ricoveri e opere commemorative.
Il primo monumento che incontriamo è l’Arco Romano, edificato però in epoca fascista, con il cimitero della Brigata Liguria, il reparto comandato dal Generale Achille Papa, il cui motto era “Di qui non si passa”, frase riportata in ferro battuto su di un artistico supporto metallico all’entrata a monito imperituro.
Osservati da alcuni camosci, proseguiamo verso la “Selletta del Comando” dove gli austriaci quasi riuscirono a sfondare la nostra “prima linea”. Seguendo una trincea arriviamo alla località “Sette Croci” che ricorda una faida del XV secolo tra pastori finita nel sangue. Ora il sentiero inizia a salire deciso verso il Dente Austriaco (2203 m.) dove era il fronte degli imperiali. Piero ci racconta della guerra di mine e contro mine, della galleria Ellison che partendo da qui e passando sotto la selletta tra i due Denti, arriva sotto quello italiano dove fu fatta brillare la carica di 50 tonnellate che lo sconvolse.
Purtroppo non è una bella giornata, ma il vento gelido apre ampie schiarite su un panorama bellissimo. Questo freddo pungente ci può solo fare immaginare le condizioni ostili che i soldati di entrambe le fazioni hanno sofferto per tutto il conflitto. La vita sul Pasubio superò ogni umana sopportazione: “il vivere fu ben più duro che morire”.
Percorriamo la selletta che lo separa di pochi metri dal Dente Italiano (2220 m.) salendo in silenzio e commozione.
Sul Palon, la massima elevazione del Pasubio (2236 m.) nei giorni più limpidi lo sguardo arriva fino alla laguna di Venezia: oggi non è uno di quei giorni, ma la nostra vista arriva comunque fino alle Pale di San Martino nelle Dolomiti.
Dopo la foto di gruppo rientriamo verso il rifugio, dove ci congediamo da Piero e iniziamo la nostra discesa verso l’appuntamento con il pullman, percorrendo la strada degli Eroi. La sua denominazione trae origine dalle targhe commemorative dedicate ai quindici decorati con Medaglia d’Oro al Valore, fissate sulla parete rocciosa lungo i due chilometri che collegano il Rifugio Papa alla Galleria d’Havet.

Foto di gruppo sul Monte Palon, Zona Sacra

E’ stata una gita bellissima in compagnia di tanti amici che hanno condiviso forti emozioni nel ricordo dei nostri nonni e di tutti quelli che hanno combattuto e sono morti per la nostra libertà e per il nostro futuro.

di Roberto Gagna

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Sul più alto vulcano dell’Asia

Nell’estate 2014, dal 3 al 17 agosto, ho partecipato ad un viaggio in Iran organizzato da “Avventure nel mondo” con il supporto  dell’organizzazione del Sig. Ader shir Soltani.

Il puntino rosso rappresenta la posizione del vulcano Damavand, in Iran.

Il programma comprendeva la salita al Damavand, la visita della Persia classica con i suoi gioielli storici (Shiraz, Persepoli, Pasargade con la tomba di Dario) e il proseguimento per il nord a Esfhan, attraversando la catena montuosa dei Zagros in un ambiente naturale dei deserti Dasht-e Kavir, Dasht-e Lot.

Avvicinandosi al Damavand

La salita del Monte Damavand (5671 m) è molto ambita e attrae praticanti di trekking e alpinismo da tutto il mondo. Il versante sud in estate si presenta senza neve o al limite se ne notano poche chiazze, che non ostacolano la salita. Montagna di origine vulcanica dalla forma regolare di un cono, si presenta sempre con un cappello di nuvole formate dalle emissioni di vapori. E’ situata a nord dell’Iran nella catena montuosa dell’Elburz (o Albroz) a meno di cento chilometri dalla capitale Teheran. In quest’area montuosa ci sono più della metà delle oltre duecento cime superiori ai 4000 metri degli Elburz. Il Damavand è la più alta montagna dell’Asia centrale e il più alto vulcano del continente asiatico. Affascinante per gli alpinisti che collezionano le cime vulcaniche dei sette continenti: le seven summits dei vulcani.

Damavand, Le prime luci dell’alba proiettano l’ombra del vulcano sulla pianura.

La salita inizia il 5 agosto dal campo due, in località Polur a 3050 m. Siamo undici escursionisti, con tre guide. La prima tappa si percorre in meno di cinque ore coprendo un dislivello di 1200 metri per giungere al rifugio a 4250 metri.

Il nuovo Rifugio all’ultimo campo, a 4250 metri

Il giorno successivo viene dedicato all’acclimatamento e il terzo giorno, all’alba, prima che sorga il sole, ci apprestiamo all’attacco della sommità del Damavand. In sei ore di cammino su sentiero evidente, su pendio di costante pendenza, si raggiunge la meta.

Damavand, alla base del cono sommitale, poco prima della cima. Il colore del terreno è dovuto a materiale solforoso.

Dalla vetta del vulcano, accanto alla bocca che erutta gas solforosi, si gode il magnifico scenario del parco nazionale del Mazdaran. Vallate strette e profonde evidenti nonostante gli oltre due mila metri di differenza.
Si rientra a Teheran con una tappa rilassante e rigenerante ai bagni di Al Garm. Le acque tiepide e ricche di minerali provengono dalle viscere del vulcano.
Rientriamo a casa dopo quindici giorni di viaggio nel paese di una popolazione accogliente ed ospitale. Anche il cibo e l’artigianato ci hanno fatto vivere un’esperienza indimenticabile.

Carmelo Mimmo Zuccarello

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Finnmarksvidda, ovvero il pesce al cartoccio

Finnmark, contea a Nord della Norvegia. Immagine di  TUBSOpera propria 

Pesce al cartoccio? Come può venire in mente un’immagine del genere in Norvegia? Dal 24 al 29 febbraio saliamo in quattro italiani ad Alta, al nord della Norvegia, per partecipare ad una mini spedizione di 80 chilometri in autonomia, cioè con slitte e tende, unitamente ad un polacco e ad un inglese accompagnati da due guide, nel Finnmark.

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La Scala Granda, un esemplare recupero

Salendo la scala granda, foto di Pfb
Erba abbondante, ma passaggio pulito. Foto di Pfb

Mollia è un piccolo comune valsesiano. Il capoluogo (880 m), attraversato dalla strada provinciale per Alagna, è circondato da versanti alti e ripidi; sul lato solatio si trovano alcune frazioni e, più in alto, numerosi alpeggi. Una fitta rete di sentieri univa queste realtà, un tempo popolose, situate fra gli 800 e i 2000 m di quota. In particolare le frazioni Grampa (956 m) e Piana Fontana erano collegate al sovrastante alpeggio Orticosa (1397 m) da una ardita “accorciatoia” dal nome significativo: la Scala Granda, che consentiva ai montanari di evitare un lungo giro riservato ai carichi più grevi e alla transumanza.
La Scala Granda, che definirei esempio di ingegneria spontanea, segue un tracciato decisamente ripido che si insinua su cenge e spaccature di balze rocciose alte decine di metri. I salti, altrimenti impercorribili, vengono superati con vere e proprie scalinate in pietra, da cui il nome del sentiero.
L’abbandono degli alpeggi e dei coltivi avvenuto nel corso del ‘900, ha portato a trascurare e spesso dimenticare capolavori come questo. Frane, smottamenti e l’inesorabile ritorno dei boschi avevano quasi nascosto la Scala Granda ma un gruppetto di volontari, di cui fa parte Claudio Romagnoli, attuale sindaco di Mollia, lavora per ridare agibilità ai sentieri del suo territorio. Uno degli ultimi interventi è stato effettuato proprio sulla Scala Granda nella primavera 2014. L’itinerario è ora fruibile in sicurezza anche con l’acqua dei rii abbondante.
Abbiamo approfittato di un incontro con Claudio per porgli alcune domande.
D: Cosa vi spinge a questi lavori di riscoperta e ricupero?
E’ importante e doveroso mantenerli, nel rispetto dei sacrifici compiuti dai nostri predecessori e per far conoscere agli escursionisti la bellezza del camminare su sentieri storici.
D: Il vostro intervento volontaristico trova appoggio negli enti pubblici (comuni, regione) o da parte del CAI?
I finanziamenti di queste opere sono della Comunità Europea attraverso il “G.A.L. Terre del Sesia”, emanazione della Comunità Montana.
D: Questi sentieri riscoperti e ripristinati confluiranno nel catasto regionale sentieri o sulle pubblicazioni del CAI?
Sì, vengono segnalati dai volontari e inseriti nel catasto a cura della Sezione di Varallo Sesia del CAI. La Scala Granda porta i numeri 282 e 282a.

Grazie Claudio complimenti e buon proseguimento.

Lo Spartiacque

Il sole già scalda alle dieci del mattino. Il capo-gita percorre il sentiero, per nostra fortuna ombroso qua e là, con il passo saggio dei settantotto anni – lo scaramantico lungo ombrello appeso al braccio.
Camminando ci affresca con poche efficaci parole la battaglia delle Alpi del giugno 1940, il colpo di pugnale contro la Francia già sconfitta dai nazisti. Leggi tutto “Lo Spartiacque”

Fame e Fatica: perché? W-hy?

Torres del Paine, Mirador Las Torres

La nostra vacanza fuori stagione inizia a metà novembre. Dopo una tappa tecnica a Buenos Aires e tre giorni spesi tra balene, pinguini e paciosi elefanti marini nella Penisola Valdes, ci regaliamo venti comode ore di pullman per raggiungere il Parco Nazionale Torres del Paine, in terra cilena. In questa zona tutte le bellezze naturali sono diventate parchi dagli anni ‘30. Leggi tutto “Fame e Fatica: perché? W-hy?”

Dal Valentino al Parco della Maddalena

Un consiglio ai lettori: se non l’avete mai percorsa non snobbate come banale l’escursione che vi proponiamo in questo articolo. Le montagne sono vicine a Torino ma volete mettere i vantaggi di un’escursione a chilometri zero, che inizia nel Parco del Valentino, per la precisione dai 227 m del Ponte Isabella e raggiunge i 715 m del Faro della Vittoria posto al culmine del Parco della Maddalena?

Sentiero 16, (fonte http://www.paesaggiopocollina.it/)

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A modo mio

Sarà il quinto corso di Escursionismo da accompagnatore, non da docente, nonostante le serate a chiacchierare illustrando diapositive di piante o animali o cartine geografiche. Nella mia vita non ho mai fatto l’insegnante: ho reso comuni le esperienze e le conoscenze mie e di altre persone. Ne sono uscito ogni volta con qualcosa in più da comunicare la prossima volta e con domande da risolvere.

Leggi tutto “A modo mio”