Lettere dall’Everest

Giovanni Rossi ha raccolto in “Lettere dall’Everest” decine di brani delle lettere che Mallory ha scritto alla moglie, alla sorella o agli amici negli anni ’20 del secolo scorso, nel corso delle spedizioni inglesi all’Everest. Si può seguire, attraverso la lettura di questi brani, l’intera storia delle tre spedizioni  (1921, 1922, 1924) organizzate con lo scopo dell’esplorazione geografica e dell’ascensione del Monte Everest. George Mallory ne è stato un protagonista, forse il maggiore. Nel tentativo finale dell’ 8-9 giugno 1924 alla vetta, Mallory e il suo compagno Andrew Irvine persero la vita e soltanto nel 1999 è stato ritrovato il corpo di Mallory. Irrisolto l’interrogativo che tutti si sono posti in questi decenni: i due alpinisti sono morti prima o dopo la conquista della cima più alta del mondo? Leggi tutto “Lettere dall’Everest”

A Fenestrelle con la TAM

Da quando ho iniziato a frequentare la montagna da escursionista , mi sono spesso imbattuto nelle testimonianze di secoli di rivalità e scontri tra il regno sabaudo e la Francia: strade militari, ridotte, caserme sopravvissute agli ultimi decenni di abbandono, e gli immortali giganti, prima visti sempre solo di sfuggita, i Forti: un richiamo irresistibile, per uno che si scoprì Bogia Nen alla scuola elementare, visitando le gallerie della cittadella e il Museo Pietro Micca! Leggi tutto “A Fenestrelle con la TAM”

Valle stretta 70 anni dopo

Il 10 febbraio 1947, con la firma del trattato di pace avvenuta a Parigi,  l’Italia uscì definitivamente dall’avventura della seconda guerra mondiale. La gente piangeva i suoi morti e restavano da sanare gravi ferite materiali; a tutto ciò si aggiunse l’amarezza per le rettifiche territoriali imposte dai vincitori.

In Piemonte, a differenza di quanto accadde in altre regioni, le rettifiche non toccarono territori popolati, ma soltanto il Colle del Moncenisio, la cima dello Chaberton e la Valle Stretta, lontani dai centri abitati; zone note però anche ai non residenti, perché interessanti sotto l’aspetto alpinistico o turistico. In particolare la separazione dalla Valle Stretta toccò tanti appassionati di montagna.

 

28 Agosto 1928, il papà del nostro Pierfelice era in Valle Stretta

Possiamo immaginare quali furono ai tempi i sentimenti di delusione provati dagli italiani, puniti per colpe di chi li aveva governati, o quelli di soddisfazione e di rivalsa dei francesi. Ma ora, con l’abbattimento delle formalità di confine tra le nazioni europee, è legittimo chiedersi quali siano i vantaggi conseguiti dagli abitanti di Nevache, entro i cui confini comunali è confluita la Valle Stretta, o quali i danni subiti dagli abitanti di Bardonecchia, dal cui comune la valle è stata staccata.

La “Rivista della Montagna” nel 1982 pubblicò un articolo del nostro socio Marziano Di Maio, “La guerra per i confini”, storia delle rivendicazioni territoriali francesi alla fine della seconda guerra mondiale. Nell’articolo Marziano affermava che, in pratica, la cessione della Valle Stretta sarebbe stata un regalo non richiesto.

Un altro nostro socio, Franco Barneaud, bardonecchiese, ha più volte organizzato e diretto gite sociali in Valle Stretta, rievocando quei lontani eventi. Franco aggiunge ancora qualche considerazione:

<< Anche se nel 1946 avevo solo otto anni, ricordo perfettamente le scritte sui muri del paese “Viva Bardonecchia italiana” e “Viva Valle Stretta italiana”, mentre non ricordo di aver notato scritte inneggianti all’annessione alla Francia: la popolazione si sentiva più italiana che francese (fin dal trattato di Utrecht del 1713 era stata staccata dalla Francia) e con il trattato di pace del febbraio 1947 nessun abitante cambiò nazionalità, in quanto la Valle Stretta, divenuta francese, non aveva abitanti stabili ma solo alpigiani nel periodo estivo.   La conseguenza più fastidiosa fu che i proprietari di case e terreni dovettero ogni anno recarsi a Nevache per pagare le tasse relative, fino a quando rimasero in vigore.

L’ambiente naturale della Valle Stretta non ha subito sostanziali degradi, i sentieri dell’alta valle sono rimasti gli stessi da secoli e le montagne, ovviamente, continuano ad essere meravigliose.  La valle è anzi valorizzata, sia dalla ricostruzione del secondo rifugio,“Rois Mages” (un tempo dell’Uget)[…]sia dalla ristrutturazione di quasi tutte le baite.

Tutto bene dunque?  Non proprio, perché è rimasto insoluto il problema della manutenzione ordinaria della strada carrozzabile di fondo valle (finora ha provveduto il Comune di Bardonecchia).  

Ma la cerchia di vette che circondano la Valle Stretta resta indifferente alle beghe umane: loro non hanno padroni.>>

Alpi Ribelli

alpiRibelliAlpi Ribelli, prima edizione giugno 2016, è l’ultima fatica letteraria di Enrico Camanni. Non ho il piacere personale di conoscerlo anche se, da anni, contribuisco sensibilmente al suo bien-etre, possedendo parecchio materiale di sua produzione. Difficile del resto, per un appassionato di montagna delle nostre latitudini, ignorare questo Torinese del ‘57 attivissimo, sia in montagna sia sulla carta, fin da giovane.

Dal 1977 è redattore alla Rivista della Montagna ma con la Fondazione del “suo” Alp, una innovazione rispetto alla più tradizionale Rivista della Montagna, nel 1985 diventa un riferimento nell’editoria alpinistica. Lo dirigerà per 13 anni per poi virare su riviste più culturali come L’Alpe. Non andrei avanti con la sua vastissima e dotta biografia spendendo invece due parole su “Alpi ribelli”.

Seppur non esente da pubblicazioni di carattere romanzesco (sempre in chiave montana, ça va sans dire, cito solo “La sciatrice e l’ultima Camel blu) questo “Alpi Ribelli” è da inserire nel filone “saggistica” proponendo una visione dell’ambiente delle alte terre come luogo di rifugio e di formazione/frequentazione di personaggi perennemente in lotta contro l’ordine imposto, spesso contro dittature, regimi anti-democratici o correnti “poco ambientaliste”.
Si apre con una dotta e panoramica inquadratura del fenomeno Alpino riferita all’ambiente da intendere in contrasto all’ambiente di pianura. L’essenza del libro è proprio, scrive Camanni, la contrapposizione storica tra le terre alte e basse. “Alpi e Libertà” è il filo conduttore del secondo capitolo in cui ci si cala con maggiore enfasi nel contesto locale, anche se qui, giustamente, si trascende da una visione nazionalista in quanto il fenomeno della ribellione Alpina nasce più spesso a causa di una diversa visuale da chi vive e governa legiferando in pianura che non tra gli abitanti di territori che hanno sempre in comune la difficoltà del vivere quotidiano e quindi sono uniti da tribolazioni assolutamente identiche.
Il primo ospite monografico (la stessa struttura verrà poi mantenuta nel successivo sviluppo del libro) lo incontriamo nel terzo capitolo dedicato alla figura del valsesiano Dolcino, noto come frà Dolcino; il nemico a cui opporsi è qui rappresentato dalla opprimente Chiesa di Roma che ne vorrebbe la testa. La fine di Dolcino unitamente alla sua amica Margherita e ad un altro capo dei ribelli viene descritta con una insolita attenzione ai più macabri dettagli…
Con una certa attenzione al registro cronologico veniamo poi resi edotti delle tribolazioni passate dai vari Giosuè Javanel a capo dei ribelli Valdesi, i fratelli Berthalon nei pressi di Briancon che si rifiutano di prestare servizio militare, il sindaco Gatineau di Cervières che scongiurando la costruzione di un super-mega impianto sciistico qui a noi vicino gioca a due passi da casa nostra (e siamo negli anni settanta, non nel medioevo!), il dotto Carlo Alberto Pinelli, Mountain Wilderness con la pletora di nomi famosissimi tra cui un esauriente excursus su Alex Langer, il talentuoso Comici, il socialista Tita Piaz, il senatore Attilio Tissi, la bolognese Giovanna Zangrandi e tantissimi altri nomi, alcuni noti, altri meno ma sempre accomunati da un innato anelito verso la libertà, contro le imposizioni ottuse di un regime, di un modo di pensare, di un movimento religioso, di una cultura da gregge e tutti accomunati dalla presenza incombente di una montagna come luogo di azione, di rifugio, di crescita, di vita.

L’associazione dei personaggi alla montagna evidenzia quasi sempre una approfondita conoscenza dei luoghi da parte dell’autore; siti non incontrati nella sterile realtà virtuale di Internet o sulle pagine di qualche rivista, almeno non solo, ma derivanti da una frequentazione in chiave alpinistica o sci-alpinistica quando non semplicemente escursionistica, degli ambienti oggetto della prosa.

La visuale di Camanni, emergente chiara ed inconfutabile da questo libro, è quella di una persona colta ed intelligente che ha vissuto e vive la montagna in chiave ludica, preoccupato per il suo futuro, profondamente a conoscenza dei processi storici che, inevitabilmente non si riducono all’ambiente alpino ma che spessissimo, di sicuro troppo, hanno segnato il destino di vite, di generazioni, di popoli, determinati in sedi e contesti totalmente avulsi dalle realtà oggettive dell’ambiente delle alte terre. L’analisi storica, sociologica che scaturisce dal libro è estremamente interessante e lo stile di scrittura è piacevolissimo e scorrevole.
Camanni non si limita ad elencare fatti e personaggi nel loro contesto narrandone le vicissitudini. Sul finale si prende il lusso di suggerire quasi in punta di piedi, mi verrebbe da dire in stile sabaudo, che il turismo dolce e l’agricoltura pulita, sweet and slow, sono l’unico futuro possibile per le Alpi e cita, a corollario della sua tesi, i casi della Valmaira e della Valpelline che ben conosciamo noi torinesi. Mi permetto di aggiungere che è significativa l’ampissima presenza di stranieri, come sempre più avanti di noi, nella frequentazioni di areali dove si “prenota l’emozione del silenzio” (per usare un’espressione dello stesso Camanni).

Un libro che non dovrebbe mancare nella biblioteca di chi va in montagna… con la testa.

Marco Centin