Vallone di Sea, intervista ai Fratelli Enrico

Il Vallone di Sea è un piccolo scorcio delle Valli di Lanzo, nascosto tra le insenature delle pareti di Forno Alpi Graie. Questo luogo, palestra per i rocciatori e bucolico antro per gli escursionisti più esigenti, si trova nel comune di Groscavallo, ai piedi della parete nord dell’Uja di Ciamarella. Recentemente, la giunta comunale ha manifestato interesse per un bando europeo che stanzierebbe cospicue somme per la realizzazione di piste agropastorali proprio nella valle solcata dalla Stura di Sea. Per opporsi a questa eventuale ma molto concreta possibilità, gli amanti della montagna, soci CAI e non, hanno manifestato il loro dissenso il 9 novembre 2016, riuniti in conferenza al Monte dei Cappuccini. Il Club Alpino Accademico Italiano (CAAI) è intervenuto con Ugo Manera, campione dell’alpinismo nostrano, e con il giovane Matteo Enrico che con l’associazione “Rocciatori Val di Sea” si sta impegnando per ripristinare e valorizzare alcuni pregevoli itinerari di arrampicata del Vallone, da qualche anno caduti nel dimenticatoio. Matteo, in collaborazione con il compagno di cordata e fratello Luca, anch’egli accademico e membro dell’associazione, ha gentilmente risposto alle nostre domande per offrire ai soci Uget una puntuale analisi della situazione.

Le porte del Vallone di Sea
Le Porte del Vallone di Sea, ph. Fulvio Adoglio

D. La realizzazione dell’opera comporta oneri non marginali. Dove porterà e, soprattutto, arricchirà queste valli, le valli di Lanzo, troppo spesso dimenticate?

Le opere da realizzare per i progetti relativi a Sea e Trione (infrastrutture, in questo caso piste, per l’accesso e la gestione delle risorse forestali e pastorali) saranno coperte dal finanziamento europeo solo per l’80% dei costi complessivi. Gli oneri a carico del Comune di Groscavallo risulteranno pertanto essere di circa 220 mila euro, come dichiarato dal Sindaco durante la riunione del 12 settembre in Comune. In particolare la strada in Sea richiederà anche ingenti costi di manutenzione, vista la conformazione geologica e morfologica del vallone. Il comune non ha saputo produrre un piano costi-benefici nè dire per chi effettivamente tali opere saranno vantaggiose. Non ha per ora prodotto un progetto di fattibilità che possa giustificare i costi di consulenze, costruzione, gestione e il pesante tributo che pagherebbe l’ambiente naturale. Non bisogna dimenticare i negativi esempi già presenti in Val Grande e in particolare sul territorio del medesimo comune, in primis la fallimentare strada di Pera Berghina, sottoposta tra l’altro ad accertamenti, e quella di Mea-Vaccheria, che ha distrutto uno dei luoghi più belli delle Valli di Lanzo, come lo definì Gian Piero Motti nella guida “Palestre delle Valli di Lanzo”, ma anche quella di Santa Cristina, nel Comune di Cantoira. I benefici per l’economia della Val Grande e la popolazione in generale saranno inesistenti: queste opere non portano a nessuno sviluppo economico o turistico, come dimostra la costruzione delle strade appena citate. Questa logica di accaparrarsi i fondi europei è assolutamente fallimentare per un’ipotesi di sviluppo a lungo termine perché non ha alla base un progetto strutturato.

Nella serata del 9 novembre scorso, si è affermato che il turismo nelle valli è aumentato. Si può dire quindi, che questa pista sarà un buon strumento per favorire nuovi progetti nel settore turistico?

Il turismo “ecosostenibile” composto anche da tanti stranieri che vedono nelle Valli di Lanzo uno dei pochi luoghi ancora selvaggi e incontaminati delle Alpi non vuole strade ma sentieri meglio segnalati e infrastrutture per l’accoglienza nei paesi di fondovalle. Una pista vista in ottica turistica è anacronistica e dimostra la non conoscenza delle nuove esigenze. In questo modo si torna indietro, alle storture architettoniche create tra gli anni ’60 e ’80 che purtroppo, ancora oggi, deturpano in maniera irrimediabile il territorio. Altre valli piemontesi che hanno puntato su un certo tipo di turismo riscuotono oggi grande successo, vedasi ad esempio la Val Maira.

Bivacco Soardi Fassero nel Vallone di Sea
Bivacco Soardi Fassero, 2207. Ph. Fulvio Adoglio

Per questa pista sono previste opere di sbancamento della montagna; la zona è anche molto amata dagli scialpinisti più attenti, che nel bivacco Soardi Fassero possono riposarsi prima di affrontare i pericolosi pendii. Quali, dunque, i rischi per l’eventuale pista?

I versanti del vallone sono ripidi e battuti dalle grandi valanghe, come d’altra parte indicato nei piani geologici regionali e ben spiegato dal geologo Paolo Barillà nella già citata conferenza del 9 novembre. Pertanto non solo una strada avrebbe un utilizzo annuale molto limitato ma sarebbe soggetta a manutenzione continua, e quindi a costi elevati, tutti a carico del piccolo Comune. Nel momento in cui la disponibilità economica diventasse insufficiente quest’opera verrebbe abbandonata a se stessa e in poco tempo diventerebbe inutilizzabile, ma il danno al vallone rimarrebbe. Anche l’intervento di Paolo Ghisleni, ex funzionario della Regione Piemonte ed esperto di Piani di Sviluppo Rurale, ha dimostrato, calcoli alla mano, che la strada del Trione, per lo sviluppo della filiera del legno, è un’infrastruttura in perdita che potrebbe venire sfruttata al più per una decina d’anni.

Il CAI Torino, ma anche il CAAI e moltissime associazioni ambientaliste, si sono mossi e hanno deciso di opporsi a questa costruzione, forse anche per cercare di proteggere un ambiente dell’alpinismo occidentale…

Il CAI tutto ha come primo articolo la difesa dell’ambiente montano, quindi è naturale e doveroso che si opponga a un progetto che distruggerebbe un ambiente con caratteristiche uniche. La finalità del CAI è quella di valorizzare e incrementare l’escursionismo, l’alpinismo e l’arrampicata senza intaccare l’ambiente, certo anche delle ricadute economiche che si avrebbero da queste attività su tutta la valle. Inoltre, il CAI UGET possiede nel Vallone un importantissimo bivacco, con una valenza alpinistica notevole, dedicato a Nino Soardi e all’indimenticabile Marco Fassero, perito giovane sulla Gura e che sicuramente, avendolo conosciuto molto bene, non avrebbe apprezzato un simile scempio.

Nell’immediato futuro, quali le mosse? Ci sono proposte alternative a questa pista?

Le mosse sono quelle di sensibilizzare la popolazione cercando di spiegare che l’opera, ammesso che servirà, sarà solo a fruizione di pochissimi. Così com’è necessaria la sensibilizzazione sui soldi pubblici spesi dal Comune per le consulenze e per coprire il 20% dei costi. Ma non basta opporsi, dire sempre no, bisogna proporre l’incremento del turismo e soprattutto di quel turismo che cerca in queste valli una bellezza ancora incontaminata, portando di fatto soldi. Stiamo parlando, come già detto, del ripristino della rete sentieristica, ora in stato di preoccupante degrado, e della promozione turistica del patrimonio paesaggistico e naturale di queste valli. Sono molti gli stranieri (soprattutto tedeschi, olandesi, del Nord Europa) ma anche italiani di altre regioni che rimangono entusiasti della bellezza selvaggia di queste valli, ma basiti di fronte all’assenza di cura dei sentieri.

Qualcosa di positivo si sta facendo a Balme, culla dell’alpinismo piemontese, dove sono già sorti ben tre posti tappa che vivono su questo tipo di turismo. Perché allora non proporlo anche in Val Grande? Con un ritorno economico importante a fronte di investimenti molto ridotti e ricadute ambientali nulle. Pensate che la guida escursionistica più aggiornata delle Valli l’ha fatta un tedesco! Vorremmo anche ricordare l’opera di ripristino di alcune vecchie vie di Gian Carlo Grassi e l’apertura di nuovi itinerari nel Vallone di Sea, vie splendide, che in poco tempo hanno richiamato numerosi scalatori, tutti entusiasti del posto e delle vie percorse. Il Vallone di Sea non ha niente da invidiare alla vicina Valle Orco, infatti insieme a Marco Blatto e Flavio Parussa abbiamo in progetto la realizzazione di una guida di arrampicata, bilingue. Non bisogna però dimenticare la pastorizia, a tal proposito la proposta già fatta dalla minoranza d’opposizione del Comune è quella di cercare di ripristinare alpeggi già serviti da strade esistenti, in zone tra l’altro molto più prative e sfruttabili, senza bisogno di costruire nuove piste.

Andrea Castellano

Fummo monti, ed or siam sassi

Le prime due glaciazioni che hanno lasciato tracce in Val Susa sono avvenute nel Pleistocene medio, fra 700.000 a 400.000 anni fa, e nuovamente fra 200.000 a 100.000 anni fa. In questi periodi sul versante settentrionale delle Alpi si formarono estese calotte glaciali; il clima del versante italiano, anche allora notevolmente più mite, era insufficiente per calotte glaciali ma bastante per formare enormi ghiacciai vallivi. Durante la prima glaciazione (detta Mindel nelle Alpi austriache), il ghiacciaio valsusino si espanse a ventaglio in pianura sino all’altezza di Druento, Pianezza, Grugliasco, Rivalta, Bruino, Giaveno. Come un nastro trasportatore, portò un’enorme quantità di detriti giunti al ghiacciaio per frane e valanghe o strappati dal ghiacciaio stesso ai fianchi vallivi. Accumulati in lunghi cordoni morenici ai margini del ghiacciaio, furono poi erosi a poco a poco, facendo emergere i massi che contenevano, troppo grandi per essere asportati dalle acque di ruscellamento dei versanti. Così oggi questi massi talvolta appaiono isolati in aree pianeggianti, cui sembrano del tutto estranei: sono i primi massi per i quali fu coniato il termine di erratici.

Al termine della prima glaciazione il clima diventò caldo e relativamente umido, tanto da permettere il ritorno di antenati degli elefanti, rinoceronti e buoi. Questo clima alterò profondamente i ciottoli superficiali delle morene, formando un suolo argilloso dal caratteristico colore rosso vivo.  Nella seconda glaciazione (detta Riss nelle Alpi austriache), il ghiacciaio valsusino si espanse nuovamente sino alla pianura, arrivando però solo all’altezza di Alpignano, Rivoli, Villarbasse, Trana. Le morene di questa glaciazione sono molto vistose perché, avendo meno della metà dell’età delle precedenti, sono più alte e conservano bene la forma originaria: ad esempio, la Cresta Grande fra Rosta e Villarbasse.

I massi del Pleistocene medio di serpentinite sono ricoperti da una patina d’ossidazione lucida e rossastra analoga alle “vernici del deserto”, che deriva da un periodo di clima subarido, collocabile fra 100.000 a 75.000 anni fa, quando nel Mar Ligure vivevano molluschi subtropicali e in Piemonte rinoceronti, iene ed elefanti, in un ambiente paragonabile a quello delle attuali savane africane.

Pera Grossa di Rosta, masso erratico
Pera Grossa di Rosta (ph Michele Motta). La Pera Grossa di Rosta, in gran parte scavata dall’uomo, mostra un netto contrasto cromatico fra il verde bluastro della serpentinite non alterata, visibile dove la roccia superficiale è stata cavata, e il rosso ruggine delle parti che hanno conservato la superficie originale. Queste ultime sono alterate con la formazione di un rind, patina d’ossidazione sviluppata a spese dei minerali di ferro contenuti nella serpentinite.

Nel Pleistocene superiore (75.000 anni fa, Würm) il ghiaccio tornò ancora una volta allo sbocco della Val di Susa ma, poiché l’avanzata fu inferiore alla precedente, non riuscì a superare le morene lasciate dalle glaciazioni passate e si accumulò in destra orografica. Qui il ghiacciaio si divise in due lobi, uno dei quali risalì lungo il Sangone, a quel tempo affluente nella Dora Riparia. In questa valle era presente un ghiacciaio grande, ma non abbastanza da riunirsi a quello valsusino. Le sue acque di fusione, non potendo seguire il percorso originario, trovarono una via per la pianura, incidendo la stretta forra ancora oggi seguita dal Sangone fra Trana e Giaveno. Ultimo residuo dell’antico spartiacque fra Val Sangone e pianura, rimase la dorsale del Moncuni, circondata e parzialmente seppellita dai depositi glaciali e costellata di massi erratici.

L’area fra Trana e Avigliana, non subendo più l’erosione fluviale, ha conservato bene diverse morene frontali (molto visibili perché delimitano laghi e zone palustri), formate da successive e sempre meno forti avanzate glaciali dell’ultima glaciazione.

Modelli della parte terminale della Val Sangone, illustrazione di D. Giordan. Il modello superiore ricostruisce l’aspetto dell’area durante l’ultima glaciazione, quello inferiore le tracce rimaste nel paesaggio attuale: la torbiera di Trana, la morena di S. Bernardino, lo stretto passaggio in cui scorre il Sangone presso Trana.

Nel Pleistocene superiore il paesaggio doveva somigliare a quello dell’attuale Terra del Fuoco. Prive di vegetazione, le colline erano spazzate da forti venti asciutti tipo föhn, che alzavano nuvole di polvere per depositarla nuovamente sulla Collina di Torino e sull’Altopiano di Poirino. Vi vivevano animali della fauna alpina attuale quali lo stambecco e la marmotta, accanto ad altri ormai scomparsi per la caccia, quali l’alce e il castoro.

Michele Motta

 

 

 

 

160 anni di storia: il coro della SAT omaggia il coro Cai Uget

Le luci della sala ottocentesca si spensero con precisione sabauda dando il via allo spettacolo. Un impacciato presentatore, fuori dal suo contesto burlone, cercava di mantenere un contegno consono al prestigio della serata. Le poltrone di velluto rosso quasi non si vedevano, occupate in ogni ordine di posto.  I canti salirono alti e armonici ad avvolgere il pubblico, nutrendo le emozioni che tutti si aspettavano.

Questa sala profuma di storia e di cultura e ogni qualvolta capiti di cantare qui, il nostro ego artistico s’ingrandisce un poco di più. L’apertura delle celebrazioni per il nostro settantesimo anniversario non poteva avere battesimo migliore: insieme ai maestri trentini che chiudono il loro novantesimo proprio in terra sabauda. In platea sono seduti i ragazzi che hanno partecipato al corso di avviamento alla coralità di questo 2016. Il giovane gruppo ha già avuto la soddisfazione di vincere recentemente, il concorso Yarmonia. Non male come inizio!

La SAT è sempre un’attrazione. È chiamato il Conservatorio delle Alpi, la scuola accademica del canto di montagna. La precisione esecutiva che poggia sulla tradizione e sulla storia, rende questa corale unica nel suo genere, apprezzata e applaudita in tutto il mondo.

Il legame tra i nostri cori parte da lontano ed è fondato su una stima reciproca costruita negli anni, fin da quando l’allora direttore del Coro Uget, Gilberto Zamara incontrò Silvio Pedrotti in un’intervista confronto raccolta e trascritta da Mario Allia e Mauro Pedrotti. Due generazioni di musicologi e appassionati mettevano sul tavolo la loro passione ricamando nota dopo nota, lo spartito della vita: Veci e Bocia in un ideale passaggio di testimone che si concretizzerà nelle future direzioni dei due gruppi corali.

Il coro Cai Uget

Torniamo alla serata: ultimati i saluti delle autorità e le frasi di doverosa circostanza, lo spettacolo prende vita; apriamo noi come padroni di casa. Siamo al completo; nessuno poteva mancare a questa serata. In platea sono seduti i ragazzi che hanno partecipato al corso di avviamento alla coralità di questo 2016. Il giovane gruppo ha già avuto la soddisfazione di vincere recentemente, il concorso Yarmonia: non male come inizio!

Abbiamo scelto quattro canti a rappresentare le diverse anime che risuonano dentro la nostra storia, quello di chiusura è Varda la Luna, omaggio alla Storia del canto, al fondatore Pedrotti, al nostro legame con la SAT. Questa esecuzione è stata particolarmente emozionante in quanto i “giovani” coristi ugetini si uniscono a noi sul palco per la loro prima apparizione pubblica. La percezione concreta del futuro e della salute del nostro amato coro!

Il coro SAT

Terminati i canti, i giubbotti blu scendono dal palco lasciando il proscenio ai presidenti che si scambiano doni e cioccolatini in un anticipo Natalizio: certo rimarrà nella storia la forma di fontina personalizzata con i loghi delle due corali che il presidente Costantino, detto il “margaro”, ha consegnato ad un sorpreso Pedrotti. Con il sorriso ancora sul volto, il maestro chiama a sè i coristi.

Pian piano si schierano i giubbotti marrone, cambia la giacca del presentatore e parte la magia del conservatorio: il nostro e il loro. Gli applausi sono fragorosi, dopo ogni esecuzione, e i volti dei trentini si stendono in piccoli sorrisi senza perdere la tensione del concerto: professionali in ogni situazione.

Un pubblico soddisfatto lascia la sala da concerto con la soddisfazione nelle orecchie e con la solida presenza tra le mani dell’ultimo CD del coro Cai Uget (L’aj sentù cantè…) quale concreto ricordo e promessa per il futuro.

 

Inaugurazione Sentiero Anna Bordoni

Sabato 17 settembre 2016 è stato inaugurato il sentiero dedicato ad Anna Bordoni, instancabile organizzatrice di gite, trek e visite culturali. È il sentiero 204a che inizia poco dopo i Monti di Mezzenile – alla prima grande curva, a fianco di un pilone votivo rosa – e porta, con una facile camminata nel bosco, alla Cialmetta, ai piedi dell’Uja di Calcante.
Eravamo in tanti (prima fra tutti Brusha!) a ricordare Anna con affetto in quella mattinata senza sole: ognuno con la propria nostalgia e con i propri ricordi belli. È stato piacevole percorrere a gruppetti di amici il “suo sentiero” e sostare tutti insieme alla Cialmetta.

La famiglia di Anna era presente al gran completo: figli, nipotini, sorella, altri nipoti e pronipoti. Una piccola schiera di bambini! La loro vivacità e i semplici giochi subito organizzati hanno colorato di serenità il nostro incontro, testimoniando a noi adulti che la vita, oggi come sempre, rinasce e continua.

Descrizione sentiero: Alpe Boirai – Colle della Cialmetta

Progetti di compleanno per il coro

Il Coro sta per arrivare ai suoi settant’anni e si sta preparando al meglio per offrire e regalarsi un 2017 denso di emozioni e sorprese. Festeggiare un anniversario è un po’ come cucinare una cena speciale per ospiti particolari: la cura e la precisione deve andare dalle ricette agli ingredienti, alla preparazione dei piatti fino al dolce e ai piccoli dettagli di allestimento delle tavole. Gli ingredienti li abbiamo già, sono gli stessi che ci hanno permesso di arrivare fino qui: passione e impegno conditi da un pizzico di goliardia e avvolti nelle foglie della memoria che cerchiamo ogni giorno di conservare e rinverdire. La nostra storia verrà raccontata in un percorso musicale, verbale ed emozionale che sta già prendendo corpo nella registrazione del nuovo CD, il cui titolo “L’aj sentu cantè” rende bene la naturalezza del canto popolare così come lo intendiamo in tutte le sue forme, ben esplorate nei settant’anni di armonizzazioni nate all’interno del Coro.

Il coro Cai Uget, foto di Alessandro Arato

I palchi delle numerose sale del Piemonte che ci vedranno in concerto nel 2017 saranno anticipati il prossimo 10 dicembre dal Coro della SAT da noi invitato al Conservatorio G. Verdi di Torino. Il prestigioso gruppo corale di Trento avrà il compito e l’onore di illustrare la storia del canto popolare e questo per noi sarà un fantastico anticipo rispetto all’anno della nostra celebrazione. I nostri canti di inizio e la presentazione del nostro CD daranno il via al concerto SAT, alla riscoperta della vostra e nostra tradizione. Sarete con noi?

di Pietro Bastianelli

Relazioni Armoniche: Passa Parola

Quando Piero Jahier all’età di 32 anni si arruolò volontario nel corpo degli Alpini era il 1916. A casa lasciava la moglie, un bimbo di cinque anni ed una promettente carriera letteraria costruita in anni di studio e dedizione. Il padre, suicida nel 1897, aveva determinato lo spostamento della famiglia a Firenze, città di origine materna, dove Piero completati gli studi liceali si iscrisse alla locale facoltà di Teologia Valdese.
Conosceva Torino e la Val di Susa per averle frequentate negli anni giovanili, quindi gli Alpini rappresentavano la logica scelta per dare il proprio contributo alla causa della guerra italica.
“Altri morirà per la Storia d’Italia volentieri e forse qualcuno per risolvere in qualche modo la vita. Ma io per far compagnia a questo popolo digiuno / che non sa perché va a morire”
Durante gli anni del fronte curò la redazione del giornale di trincea, L’Astico, con lo pseudonimo di Barba Piero, nomignolo che utilizzò anche per la raccolta Canti dei Soldati.
L’esperienza della guerra di trincea trovò la sua consacrazione nella prosa “Con me e con gli alpini”, una sorta di diario del fronte dove si racconta l’assurdità di quel conflitto, che avrebbe cambiato per sempre il significato della parola “guerra”.
Nel testo trova posto anche una marcia funebre, non completamente edita, che ha ispirato il testo di Passa Parola, in lingua veneta:

Passa Parola che la monta ancora, Passa parola che sale ancora
ma per mi, tosi, non la monta pu. ma per me, ragazzi, non sale più.
Mai so sta bon de catarte sola, Mai son stato capace di “prenderti” sola,
addio Mariola, me toca morir. addio Mariola, mi tocca morir.

Sergio Liberovici ricama una melodia struggente intorno al lamento di chi non potrà più ritornare a casa e con il rammarico di non aver dichiarato il proprio amore.
Gino Mazzari poi armonizzò quel canto ampliando il senso di perdita ma anche di determinata abnegazione degli Alpini, che pur in punto di morte si premurano di avvisare i commilitoni che “la monta ancora”, che non è finita e bisogna andare avanti.
Nel canto, il “piano” della prima parte si apre sull’inciso “…mai so sta bon de catarte sola…”, quasi che con le ultime energie si volesse far arrivare l’estremo segno d’amore a colei che sola può capirlo.
La seconda strofa ha un “bocca chiusa” struggente, che come quartetto d’archi avvolge
l’ascoltatore nel respiro lento e sempre più flebile che anticipa il trapasso.
Negli anni questo brano è diventato il simbolo del nostro Coro, a significare la dedizione e l’attaccamento che, con le debite differenze, i coristi hanno per la loro compagine.
Negli anni il ricordo di chi ha cantato tra le nostre file si è sovrapposto all’immagine degli Alpini che lottavano per la libertà, rendendo ogni esibizione sia pubblica sia privata un momento di emozione per il cuore di ciascun corista e di chi ascolta.
Passa Parola è anche il titolo scelto per la collana di spartiti del Coro pubblicati negli anni, a significare la necessità che il lavoro di salvaguardia della tradizione popolare non si esaurisca ma sopravviva di bocca in bocca, a memoria delle generazioni future.

Pietro Bastianelli
Bibliografia:
Piero Jahier,Con me e con gli alpini, Roma: Edizioni de “La Voce”, 1920.
Piero Jahier,Canti di soldati, Milano: Mursia Editore

Tanti tituli – Maggio 2016

Soddisfatti ASAG 2015

Flavio Bellan, Emanuele Sardo, Enzo Gilli della comm. Alpinismo Giovanile e Vittoria Cappa, Carlo Giraudo, Ferruccio Elmi delle Sottosezione di Trofarello hanno superato il corso di Accompagnatore Sezionale Alpinismo Giovanile (ASAG) 2015.

Carlo Giraudo ha superato il corso ASE 2014-2015 presso la Scuola Sezionale di Escursionismo Maurizio Bechis.

Soccorso Alpino, è finita la pacchia

Seguendo l’esempio di altre regioni alpine, anche la Regione Piemonte ha deliberato che d’ora in poi non tutti gli interventi di soccorso alpino saranno gratuiti. Saranno infatti a pagamento quelli “immotivati, inappropriati o provocati da comportamento imprudente”. I rimborsi (che andranno alla Regione) saranno sulla base di un ticket fisso di 120 euro più altri 120 per ogni minuto di elicottero oppure 50 euro all’ora (salva la prima ora) per ogni squadra di terra impegnata. Il tutto però con un tetto di 1000 euro, non di più.

Leggi tutto “Soccorso Alpino, è finita la pacchia”

Nordic che?!

Terza uscita, collina morenica di Rivoli

Ho conosciuto Ibrahim prendendo il caffè la mattina nel suo bar.
– Sai sono appassionato di montagna
– Io sono Maestro di Nordic Walking, sai quell’attività fisica e sportiva finalizzata al benessere della persona che va svolta con una precisa tecnica…

– Interessante, ma perché non la proponiamo alla mia sezione del CAI UGET Torino?Bell’idea, adesso vado ad associarmi anch’io poi ne parliamo!

– Nordic che???
– Nordic Walking, sai, quel tipo di camminata che utilizza i bastoncini.
Difficile spiegare ad Aldo, il nostro presidente, con poche parole cos’è il nordic walking; soprattutto perchè non lo so bene neppure io. Ma ho la sua fiducia e mi propone di parlarne con Mara, responsabile dello sci di Fondo
Escursionismo. Chiamiamo Ibra ed in breve il primo corso è organizzato: presentazione, dimostrazioni e tre lezioni.
In un autunnale sabato mattina nel verde del Parco della Tesoriera al cospetto di Villa Sartirana (perché è così che si chiama la bellissima villa barocca settecentesca) i nostri allievi sono pronti e motivati. La prima lezione è da subito molto gradevole ed il Maestro simpatico e paziente.
Camminare lo fanno tutti, ma fare i passi lunghi? E “rullare” i piedi? E alternare sapientemente i bastoncini? E intanto sorridere? Poi si impara il movimento delle mani, che non è affatto naturale. Insomma, non è così semplice.
Dopo tre lezioni, di cui una “magica” sulla Collina Morenica di Rivoli, ecco la valutazione finale: tutti promossi, tutti soddisfatti, tutti davvero dispiaciuti che il corso sia finito. Ciao Pablo, Elisabetta, Laura, Domenico, Elena, Paola e Marcella. Buone passeggiate a tutti!
Agli amici Ugetini un arrivederci in primavera per il secondo Corso di Nordic Walking!”

Roberto Gagna