Una via per giovani aquilotti

Emanuele ed io, nelle nostre peregrinazioni per le falesie del Piemonte, abbiamo sempre un occhio di riguardo per la nostra principale attività sezionale: le gite dedicate ai giovani aquilotti dell’Alpinismo Giovanile. Al rientro dalle vacanze abbiamo voluto percorrere questa facile via di cresta che si affaccia sull’Alpe Colombino, in quella che fu la culla dello sci in Val Sangone fino a che la neve smise, a partire dagli anni settanta, di ammantare con generosità i pendii dell’Aquila di Giaveno.

Giovani promesse

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La dosolina

Nome che deriva dal Latino “ dal o del Sole,” la si sente anche nell’antica e bella variante Dusolina che spesso si ritrova in poemi e romanzi cavallereschi medievali come ‘I reali di Francia’ di Andrea da Barberino.
Al maschile, assai poco diffuso diventa Desolino da un antico nome dato ad un vento che viene dal Levante del mare Adriatico. Pare possa derivare da altri nomi latini come declinati in Desiderio, Desiderata, narra di persona cordiale, franca, vivace, cosi come dal luminoso significato: “Dal sole al sole e nel sole”, in questo celeberrimo canto la troviamo prima innamorata e appassionata descrittrice di questo suo sentimento, poi delusa e sconfortata dal comportamento poco galante del suo “Napolitano” andato sino a Bologna per cambiare partito.
L’infido maschio, non pago del suo tradimento, dichiara alla povera sventurata di baciarla a patto di trovarla sola, ma di farle passare dei brutti momenti la trovasse in compagnia.

La Dosolina la va di sopra
la si mette al tavolino
solo per scrivere ‘na leterina
e per mandarla al Napolitan.
Napolitano l’è nà a Bologna
a zercarse la morosa
la Dosolina povera tosa
Napolitano l’abandonò!
LA DOSOLINA “1
Ma se ti trovo sola, soletta
un bei baso te darìa
ma se ti trovo in compagnia
te l’ho giurato t’ammazzerò.

Popolare in molte zone del nord Italia, nasce in Trentino come canto di svago da canticchiare nelle ore di lavoro nelle filande della zona, in particolare attorno a Rovereto, fiore all’occhiello di quella via della seta che esportava prodotto di qualità in tutta europa fin dal 1500 per opera del genovese Agostino de Spinulis che qui avviò la bachicoltura con il benestare del principe vescovo Uldarico IV e l’avvallo da Massimiliano I d’Austria.
Fin dal 1926 fa parte del repertorio del coro della SAT di Trento nella sua celebre armonizzazione a 4 voci pari di Antonio Pedrotti, ma è famosa in molte varianti di pari dignità e valore etnico e folcklorico trovando spazio e popolarità anche nel repertorio di Orietta Berti nel corso degli anni 70 del novecento.
Il ritmo incalzante e sincopato racconta la vicenda, anche nelle sue parti più truci, sempre con il sorriso, supportato dal ritardo delle voci baritonali a far da contrappunto a quelle tenorili.
Ancora oggi ispira parole e pensieri, ma sappiamo bene che è l’Amore ad essere energia infinita ed indissolubile, insieme estasi e tormento.
“Una lettera,
parole scritte al buio
per chi mai leggerà i tuoi sospiri”

Fonti:
*tratto da: Fabio Recchia – La Notte più Oscura – 2010 selfpublishing
Roberto Ghiringhelli – La lavorazione della seta nel Roveretano – Atti Acc. Agiati 1984

Marcialonga 2018

IL NOSTRO SOCIO MARIO PIVA, CLASSE 1928, E’ UN AFFEZIONATO DELLA MANIFESTAZIONE. ANCHE QUEST’ANNO NON HA MANCATO DI PARTECIPARE. ECCO IL SUO RESOCONTO

Come da tradizione consolidata da ormai diversi decenni alcuni atleti ugetini partecipano alla piu’ antica e prestigiosa gara di fondo italiana, che si svolge l’ultima Domenica di gennaio: la Marcialonga.

Un evento di festa, per il piacere di ritrovarsi tra vecchi e nuovi amici, e di trepidazione al giorno della vigilia quando la preoccupazione per la sciolina di tenuta assale i partecipanti: “E’ meglio mettere una base stick o una (klister), anche perche’, coi repentini cambiamenti climatici, tale operazione diviene sempre piu’ un rompicapo.

Sei fondisti si sono presentati al via, in perfetta parita’ di sesso, tre donne e tre uomini, e, tutt/e/i quant/e/i hanno raggiunto l’ambito traguardo di Cavalese, dopo 70 Km. di fatica che, sulla tratta centrale del percorso (tra Pozza di Fassa e Ziano di Fiemme),s’è fatta particolarmente sentire, causa una neve fradicia e l’assenza di binari che, per la tecnica classica, sono fondamentali per eseguire il passo alternato

Di particolare rilievo le prestazioni di Carla Lagori tra le donne e Gianni Natale tra gli uomini rispettivamente con 6h. 29 min. e 5h. 34min.

Al termine della gara, comunque, tutti abbastanza soddisfatti del loro risultato e, alla sera, grande Festa in albergo, dove la Signora Lucia ci accoglie sempre con grande entusiasmo ed ospitalita’ prodigandosi sempre per fornirci il miglior servizio possibile.

Mario Piva

Sogna in grande e osa fallire

Sogna in grande e osa fallire, così era scritto come sottotitolo sulla copertina di un libro in vetrina a Courmayeur . Ecco così e andato il mio Tot Dret, ho sognato in grande e ho fallito, mi sono allenato bene, mi sono messo a dieta, ho preparato lo zaino perfetto, ma non è bastato, il mio fisico ha deciso che non era giornata, ma ecco com’è andata.

Mercoledì mattina metto ancora mano allo zaino, lo completo con le barrette e qualche gel, preparo il materiale da mettere nella sacca che l’organizzazione ci farà trovare a metà percorso, mi faccio un bel piattone di riso in bianco, un po’ d’insalata e via verso Gressoney.

Alle 15 sono su, al ritiro del pettorale e del pacco gara, c’è anche il controllo del materiale obbligatorio, viene fatto a sorteggio, mi fanno pescare tre bigliettini, a me è toccato far vedere ai commissari, lo zaino, la borraccia, i ramponcini e la benda adesiva elastica, che ovviamente era nel posto meno accessibile dello zaino. Ritorno in macchina e cerco di dormire un po’ , ma con scarso successo, preparo il sacco da dare all’organizzazione, è più di quanto immaginavo, comunque riesco a farci stare tutto e lo consegno.

Alle 18:30 mi mangio un po’ di insalata di riso. Arriva Cristina, mi vesto, verso le 20 ci spostiamo in zona partenza, entriamo in un bar, io prendo un tè, alle 20:30 un bacio a Cri e vado in griglia.

In griglia trovo Daniele con cui avevo condiviso l’ecotrail di Parigi nel 2008,
nel briefing ci spaventano con il meteo, caldo nei fondovalle per colpa del foehn e vento gelido in quota, con possibilità di pioggia e neve, non ci facciamo mancare niente.

Conto alla rovescia e via! La prima parte è in piano, leggera salita si corricchia un paio di chilometri poi si fa sul serio: incomincia la salita, incontro Daniele che fa un cambio di frontale, proseguiamo insieme. Stabilizziamo l’andatura, la fila di luci guardando in su o in giù è spettacolare, passiamo il primo colle e arriviamo a Champoluc, cribbio dopo aver preso freddo non c’è neanche un po’ di tè caldo, fortunatamente anche se è quasi l’una c’è un chiosco aperto, ci facciamo fare un tè, ci viene offerto perché non siamo di Milano!

Ricominciamo a salire verso il Col di Nana, perdo Daniele che mi stacca, in discesa mi passano un po’ di persone, arrivo alla base vita di Valtournanche, fa caldo. Ritrovo Daniele, mangio, bevo, poi mi chino a prendere qualcosa nello zaino, quando mi rialzo mi sento svenire, faccio in tempo ad appoggiarmi al tavolo, bevo un bicchiere di coca, mi sembra di stare meglio, ripartiamo. Dico a Daniele che se vuole allungare faccia pure, proseguiamo insieme fino al rifugio Barmasse, mi sembra di stare meglio, ma non è così, poco dopo mi stacco da Daniele e non lo riprenderò più.

Proseguo sempre più lentamente, al rifugio Magiá prendo la pastina in brodo, mai cosa più gradita, qualcuno dice che allungano il tempo limite di Oyace, ma non troviamo conferme, potrei fermarmi qui, ma al Col di Vessona mi aspetta Cri e a Oyace i miei genitori e mia sorella (scoprirò dopo che c’erano anche i miei figli per farmi una sorpresa), quindi continuo almeno arrivo tra facce amiche.

Si incomincia a salire verso il rifugio oratorio di Cuney, prima fa caldo, mi tolgo la giacca, subito dopo incomincia a piovere, al Cuney diluvia, il tendone è riscaldato, altri colleghi decidono di fermarsi qui, io riparto.

Al Colle Chaleby c’è vento forte, pioggia, neve che mi sferza la faccia, non finisce più, ma poco prima del Col Vessona trovo Cri che sfidando le intemperie mi è venuta incontro: un abbraccio che vorrei non finisse mai, ripartiamo, al bivacco Clearmont c’è un’equipe di volontari fenomenale, lei è stata adottata, è da stamattina alle 10 e mezza che è lì che mi aspetta. Sono ormai le 15, un bel piatto di pasta me lo sono meritato, fuori nevica alla grande, dopo una bella mezz’ora ci mettiamo in marcia.

Ha smesso di piovere e nevicare, ma non il vento, che ci accompagna fino al Col Vessona pochi metri sopra il bivacco. Dal colle è tutta discesa (o quasi) fino ad Oyace, il mio corpo si addormenta, ho i movimenti rallentati, Cri mi sprona a muovermi ma non ce la faccio, sono tremendamente lento, un bradipo, vorrei buttarmi per terra e dormire, ma siamo vicini, non si può, sto fondo valle non arriva più.

Finalmente il ponte e l’ultima risalita, ci sono anche mio papà e mia sorella, arrivo sotto alla strada, salgo in macchina e mi faccio portare al ristoro di Oyace a presentare il mio ritiro.

Poi casa, doccia, pasta, nanna….

Mi spiace, mi spiace per Cristina che mi ha spronato, supportato e sopportato in questi mesi di preparazione, mi spiace per i miei figli, Matteo e Paolo, che mi avevano preparato la sorpresa aspettandomi al passaggio di Oyace, mi spiace per i miei genitori e mia sorella che erano lì ad aspettarmi e mi spiace per tutti gli amici che hanno creduto e tifato per me seguendomi virtualmente su Facebook.

Guido Borio

 

Del Brenta Dolomiti

Prendiamo un bel gruppo di storditi,
con in mezzo un po’ di arditi.
C’è qualcosa che li tenta,
forse le Dolomiti del Brenta?
Allora si parte coraggiosi,
Che nessuno si riposi.
Ci son due pastori savi:
gagliardi, pazienti, anche bravi,
che conducono tutto il gregge.
E seguendo alcune frecce,
lor compattano la truppa,
dal breakfast alla zuppa.

Poi si dorme tutti insieme,
E a qualcuno gli conviene.

Dunque ci son due buontemponi,
Uno e’ Davide l’altro è Toni.
Vengon poi gli arrampicatori,
sono forti come tori.
Claudio, Franco, Max e Nanni
Li vogliamo tutti gli anni.

Maschi alfa beta e gamma,
che ci badano come mamma.
Uno che ti dia una mano?
C’è lui, c’è Germano.

Silenzioso e’ Roberto, a volte evanescente,
da scoprire lentamente.

E’ con noi un gigante buono,
il suo nome è Mauro Bono.
Poi c’è uno che ti aggiusta,
anche senza usar la frusta.
Grazie a Dio che l’ha inventato.
Si è lui è Renato.

Ecco che arriva la quota rosa,
Non la portano sulla Tosa,
solo belle, lunghe, bocchette.
pietre, ghiaccio e due scalette.
La nostra mascottina,
di certo è Carlottina.
Lorena mai sfiatata,
ha per tutti una parlata.
C’è una bella e bona,
il suo nome è Simona.
Che dire della Anna
che la grappa si tracanna?
E’ caduto come manna
del suo compleanno il dì
Festeggiato li per lì.
E la nostra amica Kia,
è un bene che ci sia.
E poi c’è Enrica.
Che è sempre una gran fica,
gnocca da fare paura,
in montagna va sicura.

Lucianina sopra il ghiaccio,
abbisogna di un tosto braccio.
Coi ramponi rivoltanti,
chiede aiuto a tutti quanti.

E non è ancora finita,
Ora tocca ai capigita.
Con Ivano e con Guido
non si è mai sentito un grido.

A Guido e ad Ivano,
entusiasti noi plaudiamo

Bene, chiedo scusa a tutti quanti.
Donne, uomini ed infanti.
Per queste rime azzardate
andando per ferrate.
Orfani di esimia poetessa,
la mia socia Silvia Tessa.

Qui, quindi concludiamo
e a casa ce ne andiamo
dalle Dolomiti del Brenta,
dove chi non gode si accontenta!

Luciana Bergamasco

Paradiso del Brenta

Ho messo 4k di giudizio

Sabato 3 Settembre 2016, ore 9 – Cogne 1531m. Sereno e caldo.

Ci siamo, incomincia l’avventura con Alberto, Enrico e Renato. Dopo oltre 500Km e 50.000m di allenamento pensavo di essere pronto.

Siamo in poco più di 600 pretendenti; l’obiettivo di Alberto e Renato è quello di una buona classifica mentre il mio e di Enrico si limita a completare la gara.

Nell’euforia collettiva della partenza ci lasciamo trascinare ad un ritmo decisamente corsaiolo. Al giardino botanico, dopo meno di 3km, Albi e Renè si sono già involati e si comincia a salire seriamente. Un’occhiata al Sunto dà una VAM di 700 metri all’ora: è troppo e decidiamo di calare un po’. Al rifugio, al tavolo di rifornimento, c’è Jean il gestore, che conosco bene dopo i tanti pernottamenti scialpinistici, che mi dice: “Tranquillo, non esagerare e attacca a tutta dopo Gressoney”.

Ripartiamo e ben presto scavalchiamo il Col Loson 3296m, il punto più alto di tutta la gara, fra due ali di appassionati che incitano tutti indistintamente: sembra l’immagine di certi colli del Giro d’Italia.

Un cartello impietoso dice che mancano 58,6km e 4369m di dislivello. Gulp! Mi viene in mente quando i miei maestri del GSA Carlo e Beppe mi dicevano: ” Quando pensi di essere morto di fatica ricordati che nel barile c’è un doppio fondo con tanta riserva ancora da spendere”.

Dopo Degioz attraversiamo il Colle di Entrelor e più in basso ritrovo il percorso familiare che ci porta a Rhemes dove c’è un posto di ristoro e dove facciamo una piccola pausa. Mi dicono che Renato è passato con oltre un’ora di vantaggio e le ali alle gambe: “Va troppo forte, è matto? ” penso.

E’ ormai l’imbrunire quando ripartiamo con le frontali per l’ultimo colle della giornata, il Col Fênetre.

Poco prima di raggiungerlo, guardando indietro nel buio, vedo un serpentone di luci che risalgono in lenta processione. Abbiamo percorso i primi 50 km dalla partenza e ci aspetta ormai solo più la discesa. Quando passiamo all’Epée restano 7 interminabili km per raggiungere Valgrisanche dove arrivo che è quasi mezzanotte.

Qui si può mangiare, fare la doccia e dormire. Dormire? E chi ci riesce? Mi stendo ma il sonno non arriva. Enrico, dopo una doccia riesce a chiudere occhio. Io, visto il casino che comportava, mi sono limitato ad un semplice lavaggio dei piedi completamente neri per la polvere della giornata. É tanto che non piove e tutti i sentieri sono secchi e, con il passaggio di tanti bipedi, si crea una polvere sottile ed impalpabile che in certi punti, alla luce delle frontali, sembra di correre in un pulviscolo in sospensione! Mi prenderò mica la silicosi?

Ripartiamo alle 2 di notte per Courmayeur. Renato è molto avanti ed Albi è addirittura fra i primi 50, e chi lo ferma più?

Le gambe per il momento girano bene. Sarà perché si riparte in discesa?

A Planaval ristoro al volo e risalita al Lac du Fond e di qui all’aspro Col Crosatie. Discesa spacca gambe di 800m e risalita al Passo Alto per scendere al Rifugio Deffeyes. L’alba lascia ormai intravedere l’anfiteatro del Rutor, una gioia per gli occhi mentre le gambe non vedono l’ora finisca questa interminabile discesa.

Arrivati a La Thuile approfittiamo di una fontana per fare un bel pediluvio; sono quasi le 13 ed è ancora lunga per Courmayeur.

Dietro il paese le bandierine ci fanno scendere! Dove cavolo si passerà? Cerco di individuare qualche concorrente ma ormai i distacchi sono rilevanti e quelli che mi precedono sono punti lontani. Passiamo la Youla e il Col d’Arp. Ahio, la fatica si fa sentire!

Nella discesa, dopo quasi 100km, le gambe cominciano a chiedere pietà, strano. Io sono sempre stato un buon discesista, facevo a rotta di collo dallo Chaberton a Cesana in 50’ senza fatica e adesso mi tocca subire la sorte inversa.

Continuo, superato da parecchi, e quando raggiungo Enrico, che si è fermato ad aspettarmi, decidiamo di separarci: ci vedremo a Courmayeur e lì deciderò se proseguire.

Gli ultimi 10km li faccio in compagnia di un branco di barboncini che mi mordono rotule e quadricipiti.

Arrivo a Courmayeur alle 19,30.

Renato ha cominciato a sentir male ad una gamba; speriamo gli passi magari con un antidolorifico. Io ne faccio un uso sfacciato per proseguire.

La doccia non la cerco e neppure la mensa ma il dormitorio sì: mi manca più il riposo di tutto il resto. Trovata una brandina libera mi sdraio con gli indumenti con cui sono arrivato e dormo profondamente fino alle 4:30. Al risveglio la prima preoccupazione sono le gambe: mi alzo, muovo i primi passi e scopro che non sono più imballate. Bene! Cerco nel borsone un paio di calze pulite e dopo una breve colazione riparto alle 5 di buona lena con la frontale accesa. Le gambe sono tornate toniche e con questo è tornato anche il buon umore.

Passo ai Rifugi Bertone e Bonatti dopo un lungo sentiero che costeggia in quota la Val Veny.

Poco dopo ci aspetta il Colle di Malatrà e subito riprende la discesa e con essa anche il dolore alle ginocchia.

Rifugio Frassati (ph Spataro Marco)

Al Rifugio Frassati, entro e richiedo assistenza medica. Una graziosa dottoressa mi fa una fasciatura a mo’ di ciambella attorno alla rotula. Riparto e riesco quasi a correre. Funziona! Mentre mi incerottava mi ha anche raccomandato di non prendere più antidolorifici e di bere molto per evitare guai renali a fronte di tutti quelli che ho preso. Lo stesso consiglio che Massimo mi aveva dato più volte durante la preparazione. Mi sovviene la visita medico sportiva fatta da lui:”Tutto ok siamo a posto per le attività sportive ma a te e agli altri non dovrei firmare il certificato perché vi voglio bene. Sai come la penso: sono contrario a queste gare troppo deleterie e spacca gambe.”

A Saint Rhemy breve ristoro e defaticante pediluvio in una fontana. Mangio poco e quel poco lo butto giù a fatica. La nausea chiude ogni stimolo di fame.

Riparto sotto un sole asfissiante verso i restanti 21 km. Le gambe adesso sembrano tenere ma, a sorpresa, inizia a farsi sentire la schiena.

La salita al colle, con vento e nuvole minacciose si rivela comunque meno faticosa del previsto anche per la piacevole compagnia di Eleonora, una concorrente local. Passata indenne la zona nuvolosa con poche gocce rinfrescanti, ci aspettano i 6km di discesa ad Ollomont dove arrivo alle 19,45.

Nella palestra sembra di essere in un formicaio. La parte superiore è dedicata all’infermeria mentre in quella inferiore c’è il deposito dei borsoni e due unici servizi, accessibili tramite uno stretto corridoio dove a malapena passano due persone: un caos. Non ho una brandina e non so dove mettere la roba quindi decido di lavarmi solo i piedi e cambiarmi i calzini. Passo in infermeria e sono fortunato perché non c’è troppa coda. Un’altra dottoressa molto simpatica mi fa distendere su una brandina da campo chiedendomi se si può assentare un momento ed io decido di approfittarne per schiacciare un pisolino. Mezz’ora dopo mi sveglia e mi re-incerotta le rotule.

La zona adibita a dormitorio è strapiena ed anche il deposito borse è stipato di brandine per cercare di far spazio a tutti visto che, dopo tre giorni, il sonno sembra essere la cosa più ambita.  In quel caos resistiamo meno di un’ora; non oso pensare come sarebbe andata se in questa tappa fossimo arrivati bagnati fradici!

Con Enrico, Renato, che nel frattempo abbiamo raggiunto, ed i nostri acciacchi partiamo alle 23:30. Saliamo al Col Bruson nel buio più assoluto con una temperatura gradevole. Abbiamo fatto i primi 1100m della tappa, ce ne restano poco meno di 3000. Quando arriviamo a Oyace dove c’è un campo base intermedio sono le 4,30. Qui tutto è tranquillo e possiamo dormire e mangiare dopo il caos di Ollomont! Renato trova una brandina libera mentre io ed Enrico ci sistemiamo direttamente sul tavolato: più che dormire ci si riposa e io cerco disperatamente di trangugiare del cibo.

Sul tavolo dei rifornimenti c’è veramente di tutto: bevande di ogni tipo calde e fredde, prosciutto, speck, formaggi, frutta, biscotti cioccolata. Non manca nulla, tranne l’appetito! E’ incredibile questa difficoltà assoluta di mangiare ed anche di bere.

Ripartiamo da Oyace alle 5,30. Renato stringe i denti per il dolore alla gamba ma dopo una mezz’ora abbandona; mancano ancora 35km e 3000 metri di dislivello, e sarebbe stato un calvario.

Passiamo i Colli Vessona e Chaleby e ci buttiamo nella lunga discesa al Rifugio Magià dove arriviamo alle 14 sotto un sole cocente. Adesso ci aspetta la risalita di 800m alla Fênetre de Tzan.

In questo tratto mi spoglio letteralmente, strappando via anche i cerotti e rimanendo in slip e maglietta. Ad Ollomont avevo scaricato dallo zaino ramponcini, piumino e guanti infrangendo il regolamento ma la mia schiena non ne poteva più.

Mancano ancora 15km e dire che mi sono sembrati eterni e maledettamente dolorosi è un eufemismo.

Alle 21, dopo oltre venti ore per i monti, arrivo finalmente a Valtournanche dove faccio una lunga doccia.

Mi consulto telefonicamente con Massimo cercando di spiegargli i dolori alla schiena e su suo fermo sollecito decido di alzare bandiera bianca dopo 212km e 15.230m di dislivello.

Verso le 3, mezzo rintronato impiego un paio di minuti per capire che il cellulare che sta strillando è il mio: è Renato che secondo gli accordi mi sveglia. Gli comunico che mi ritiro. Lui ha già recuperato l’auto a Cogne e nel tempo in cui raccatto tutta la mia roba mi raggiunge per caricarmi.

Siamo tristi e rammaricati.

Enrico, con i piedi gonfi e tutto incerottato riparte e riuscirà a completare il percorso. Percorso che Alberto ha chiuso invece brillantemente al 20° posto fra i Top runner in poco più di 110h. Anche Eleonora, la Valdostana che non dorme mai, riesce ad arrivare al traguardo: alla fine completeranno la gara in 300 su 615 partiti.

Più di così non potevo fare e alla fine, per una volta, ho messo giudizio.

Orfeo Corradin

Sua Maestà Shapur I

Didascalia: Il Re dei Re, Shapur I

Un mese in Iran, privi di velleità esplorative o ipogee, per portare in vacanza gli occhi. Il progetto prevede di vagare un po’ per il paese, rigorosamente con mezzi pubblici, per vedere cose belle e camminare per montagne senza blasone, ma fornite di calcare, per il solo gusto di mettere un piede davanti all’altro. E magari curiosare un po’ nel carsismo iraniano.

Così vagabondando ci troviamo a Shiraz, nella parte centro meridionale del paese, antica città achemenide, ottima base di partenza per tutta una serie di cose che stanno nei dintorni. Dove dintorni è da intendersi in maniera piuttosto ampia in modo che con solo quattro ore di bus arriviamo a Bishapur, sito sasanide enorme e magnifico.

Qui veniamo a sapere dell’esistenza di una statua alta sei metri posta all’ingresso di una ineffabile caverna. La Lonely Planet conferma la notizia e da un’indicazione un più: occorre risalire per una stretta gola. Una successiva indagine svelerà come la gola sia in effetti il vallone largo quattro chilometri che abbiamo davanti. Come al solito Lonely parla di cose che non conosce.

Si tratta di risalire il suddetto vallone per un’ora abbondante, arrivare a un villaggio e di qui imboccare un ripido sentiero che risale la montagna fino alla famosa caverna. E fin qui è facile: poi si tratterà anche di tornare alla civiltà, coprire in qualche modo i 25 km che ci separano dalla stazione dei bus in tempo per l’ultima corsa che ci dovrebbe riportare a Shiraz, 250 km più a est.

La salita è una corsa ma alla fine la statua c’è davvero, malconcia ma c’è. Ha partito un po’ le ondate arabe del 650 d.C. e ancor più i recenti restauri: ora ostenta un paio di tremende gambe in cemento armato che non sminuiscono però i suoi sei metri di altezza. Si tratta di Shapur I re dei Sasanidi che può vantarsi, unico nella storia, di avere catturato in battaglia un imperatore romano (Valeriano) e avere, di fatto, fermato l’avanzata imperiale in Asia.

Dietro la statua la cosiddetta caverna presenta aspetti inaspettati: una galleria freatica larga una ventina di metri si inoltra nel buio. Quindi una gigantesca grotta lunga circa un chilometro che alterna grandi sale a laghetti concrezionati da scoprire con l’aiuto delle scarne luci che casualmente avevamo con noi.

All’uscita l’ultima sorpresa: un sedicente speleologo locale in transito ci organizza via telefono un passaggio per la stazione bus alla quale arriveremo col lussuoso anticipo di una decina di minuti sull’ultima corsa per Shiraz.

Tuscany Trail

 

 

Ed eccomi qui a scrivere i ricordi del mio Tuscany Trail quasi un anno dopo averlo percorso. Alla vigilia dell’edizione 2017, consideriamolo come  un in bocca al lupo all’amico Lorenzo che avrà l’occasione di cimentarsi  quest’anno.

L’idea di percorrere in mountain bike 540 chilometri e quasi 11.000 metri di dislivello positivo, attraversando la Toscana da nord a sud mi ha subito affascinato, non avendo più voglia però di affrontare notti in bianco pedalando e non vedere neanche il panorama, decido di dormire in luoghi confortevoli e cartina del percorso alla mano pianifico quattro soste in B&B. Tre amici concordano con me la scelta e insieme il primo giugno partiamo per Massa dove c’è la consegna dei pettorali ed il briefing. Oltre 530 partecipanti con bici di ogni genere, dalle più snelle Gravel, simili a quelle da ciclocross alle Fat bike con le ruote grosse, tutti equipaggiati con svariati tipi di borse per trascorrere in autonomia il percorso. L’evoluzione del bikepacking è veramente innovativa.

Purtroppo si preannunciano forti temporali sulle apuane e l’organizzatore ipotizza anche di spostare la partenza di qualche ora per far passare la “bomba d’acqua” prevista al mattino. Insomma non si va a dormire tranquilli, ma al mattino siamo tutti pronti sotto una leggera pioggerellina in Piazza degli Aranci a Massa, bici bella carica e pesante, sguardo sul GPS per verificare la presenza della traccia da seguire fino a Capalbio sull’Argentario e comincia l’avventura.

Passerella tra le vie della città con la folla che saluta da sotto gli ombrelli. Dopo una ventina di chilometri è subito affanno: la temuta bomba d’acqua è passata qualche decina di minuti prima di noi con conseguente allagamento della strada. Si pedala in 10 centimetri d’acqua senza distinguere il bordo strada, inizia la salita sulle Apuane, discesa infangata ma fortunatamente a Bagni di Lucca non piove più e tutti umidi e sporchi percorriamo la lunga risalita fino a Casa di Monte. Qui, dopo 98 km e 3000D+, un accogliente albergo ci permette di fare asciugare il tutto sui termosifoni accessi.

Nei giorni successivi il cielo plumbeo accompagna le nostre pedalate, ma le frequenti schiarite lasciano ammirare panorami fantastici. Quando, dopo aver Costeggiando il Bisenzio e l’Arno, invadiamo  Piazza della Signoria a Firenze i turisti ci guardano attoniti, stupiti nel vedere così tanti ciclisti coperti di fango. Proseguiamo dopo le foto di rito verso il  Chianti.  Dopo un  percorso  130 km e 2800D+ rendiamo onere alla zona con una cena ben innaffiata dal vino, non più dalla pioggia.

Proseguiamo verso San Gimignano e seguendo in gran parte la Via Francigena arriviamo prima a Monteriggioni poi a Siena. Continuiamo sulle strade bianche dell’Eroica,  una manifestazione storica per bici d’epoca, e arriviamo poi facilmente nei pressi di Buonconvento dove dopo i soliti 130 km e solo 2400 D+ possiamo riposarci in un B&B tutto per noi.

Sulle strade dell’Eroica

La giornata successiva  inizia pedalando tra i vigneti nei pressi di Montalcino. A causa di un’esondazione, il percorso viene deviato:  beh un po’ di scorrevole asfalto è la gioia per le nostre gambe! E poi di nuovo sulla via Francigena per arrivare a Radicofani con gradita discesa fino a Ponte a Rigo dove si lascia la Francigena per dirigersi verso le caratteristiche cittadine di Sorano e Pitigliano inerpicate su contrafforti di tufo. Nel pomeriggio arriviamo nei pressi di Manciano e avendo percorso 115 km. 2100 D+ ,ci fermiamo in B&B con piscina dove dopo una nuotata ci rifocilliamo per affrontare l’ultima tappa.

Si riparte con ottimismo considerando che si scende al livello del mare, mancano all’incirca 100 km e 1000 D+ ed arrivati ad Albinia dopo aver percorso il Tombolo della Giannella, inizia la salita che da Porto Santo Stefano arriva sulle panoramiche alture dell’Argentario per poi scendere a Porto Ercole. Finalmente una giornata soleggiata e calda senza prendere pioggia, ultimi chilometri nella rilassante pineta del Tombolo di Feniglia, poi una breve salita verso Ansedonia e proprio nell’ultimo tratto, in terreno sabbioso, mi si “intraversa” la ruota anteriore e finisco a terra: panico! Tutto a posto fortunatamente: riparto così verso il traguardo dove arrivo alle 14:30 dopo 4 giorni, 5 ore e 30 minuti.

L’importante per me era portare a termine l’avventura e della classifica poco mi importava, ma ve lo dico lo stesso: ho terminato in posizione 169, su 280 circa arrivati e oltre 200 ritirati.

Esperienza indimenticabile, vissuta in parte con i miei  compagni di viaggio ma nella maggior parte da solo, in quanto si era scelto di fare ognuno la propria andatura e trovarsi poi nei posti tappa.

La scelta di passare le notti in posti confortevoli alla luce dei fatti si è poi rivelata giusta, sicuramente ripetibile in altri analoghi eventi già in mente per il prossimo futuro.

di Michele Giordano