Hanno prosciugato il lago!

Sotto il lago… (B: Soave)

Tranquilli, l’acqua è ritornata ma la scorsa primavera la notizia aveva acceso la nostra curiosità spingendoci ad organizzare una passeggiata sul fondo. Sappiamo infatti che l’evento è piuttosto raro, avviene ogni 10 anni circa per consentire la manutenzione delle parti sommerse della diga e delle opere connesse.

Un po’ di geografia

Il valico, situato nelle Alpi Cozie a 2083 m, unisce il Piemonte (Val Cenischia, Val Susa) alla Savoia (Valle dell’Arc). Il versante meridionale del colle è caratterizzato da vastissimi pascoli che si estendono per chilometri prima di scendere verso Novalesa. Il piccolo lago naturale posto al centro è ora trasformato in un enorme bacino artificiale.

Un po’ di storia

Il colle del Moncenisio è noto e frequentato da migliaia d’anni. Vi è passato Napoleone, Carlo Magno, Giulio Cesare e, qualcuno dice, Annibale; ha visto transitare mercanti, soldati, pellegrini e persino i saraceni. La casa Savoia lo ha controllato per otto secoli poi, nel 1860 alla cessione della Savoia alla Francia, è diventato confine di stato fra il neonato Regno d’Italia e la Francia. Con il trattato di pace del 1947 però il confine è stato spostato di molti chilometri verso Novalesa, lasciando ai francesi tutta la parte più alta ed ampia del territorio.

Poco dopo il 1920 uno sbarramento ha ampliato il laghetto per alimentare la nuova centrale idroelettrica  di Venaus.  Dopo il 1960 sono stati i francesi dell’EDF a realizzare un nuovo e colossale sbarramento che ha ampliato enormemente il lago (perimetro oltre 17 km) e che alimenta una centrale in Francia oltre alla precedente di Venaus: l’acqua viene divisa fra ENEL e EDF.

E’ così che, in una bella mattina primaverile, parcheggiamo sotto alla strada che porta al Piccolo Moncenisio e iniziamo la discesa verso il fondo del lago, spostandoci verso la grande diga.

Camminiamo in un paesaggio strano, su sabbia ondulata e via via scopriamo tante cose curiose. Strade asfaltate sommerse per decenni, con muretti e spallette ancora in buono stato, opere militari demolite con l’esplosivo ma ancora riconoscibili, ponti che scavalcano rii inesistenti. Imponenti ma di difficile comprensione le opere di convogliamento del torrente Roncia verso il primo invaso.

La diga (B: Soave)

Ed ecco la diga del 1921 che presto raggiungiamo: ne attraversiamo entrambi i tratti, che sono ancora in buono stato. Fin qui è stato frequente l’incontro con altri turisti, soprattutto francesi.

A questo punto rinunciamo a proseguire verso la grande diga. Il livello dell’acqua è ormai risalito, non riusciremmo a vedere i resti dell’ospizio. Iniziamo il ritorno sul versante opposto dove troviamo un terreno più faticoso, spessi strati di sabbia talvolta fangosa per la neve che più in alto sta sciogliendo. Notiamo qui la presenza di vaste estensioni di arbusti secchi: quasi certo trattarsi dei rododendri cresciuti prima dell’immissione dell’acqua, oltre 50 anni fa. Foglie e rametti piccoli sono spariti ma le parti più legnose hanno resistito.

Aggirando le infinite anse del versante raggiungiamo finalmente il torrente del Piccolo Moncenisio,  lo attraversiamo su di un vecchio ponte riemerso per l’occasione e risaliamo alla carrozzabile che ci riporta al parcheggio.

Insignificante il dislivello, stimati quasi 14 km.

Guarda la galleria foto di questo numero per vedere altre foto della gita.

L’anello di Montestrutto: un’idea per l’autunno

Dislivello 350 m.
Tempo complessivo ore 4,00.
Difficoltà E

Si percorre l’autostrada A5 e, all’uscita di Quincinetto, ci si immette sulla Strada Statale della Val d’Aosta in direzione sud tornando verso Ivrea di 4,5 km: in un’oretta di viaggio da Torino si raggiunge Montestrutto 262 m. Si parcheggia su uno slargo della statale o sul piazzale del Frantoio Comunale. La nostra escursione inizia dal centro del paese, si imbocca via Nomaglio e si segue il sentiero con segnaletica CAI n. 881, il “Sentiero del Castagno”. La nostra prima meta è Nomaglio 571 m. ed il nostro cammino inizia da subito su una splendida mulattiera lastricata.

Un tratto della mulattiera

Poche decine di metri di cammino e di dislivello e raggiungiamo una deviazione a sinistra che ci conduce alla chiesa ai piedi del Castello di Montestrutto. Breve ed imperdibile deviazione: attraversiamo un uliveto tra affioramenti di rocce montonate e ci affacciamo sul panorama che ci accompagnerà per tutta l’escursione, un’alternanza di boschi e squarci panoramici verso il grande anfiteatro morenico della Serra di Ivrea.
Siamo nel solco principale della Val d’Aosta creato dal ghiacciaio Balteo: in basso la Dora ed un fondovalle molto antropizzato alternato a vigneti ed a gibbosità rocciose su cui si intravedono campanili e ruderi di fortificazioni e di castelli.
Dopo aver percorso solo pochi metri di cammino ci rendiamo conto dell’eccezionale microclima di questa zona al confine tra Piemonte e Valle d’Aosta. Anche i più distratti percorrendo in auto il fondovalle avranno notato i bellissimi vigneti con i tralicci in legno a pergolato retti da colonne in pietra; qui anche l’olivo è di casa e ci spieghiamo il perché del Frantoio Comunale dove abbiamo parcheggiato l’auto.
Tornati sul sentiero 881 incontriamo poco dopo il bivio con il sentiero 852 per Torre Daniele e Cesnola che coincide con la Via Francigena e dal quale rientreremo al termine del nostro anello.
La nostra mulattiera prosegue oltre che tra i Castagni tra una grande varietà di piante amanti della luce e del sole, robinie, frassini, ciliegi selvatici, pungitopo, bagolari, querce, un insieme di essenze definibile “bosco mesofilo”. Da notare la buddleia le cui bacche a grappolo erano utilizzate per la tintura dei tessuti.
Lungo il percorso incontriamo dei Piloni Votivi che giustificano il nome anche attribuito al sentiero di “Sentiero dei Salmi “. Fino agli anni 60’ del Novecento qui si svolgeva il rito delle “Rogazioni”, processioni devozionali, grande evento per la comunità, che si svolgevano tra canti e litanie invocando la benedizione e protezione dei santi raffigurati. Così al Pilone della Lisetta si pregava Santa Marta (protettrice delle casalinghe e delle cuoche) e San Pietro (protettore di fabbri, mietitori e muratori); al Pilone della Pota si pregava San Bartolomeo (protegge dalle malattie della pelle), Sant’ Antonio da Padova (protettore di fornai e contadini nonché protettore da ogni tipo di contagio), Santa Caterina (protettrice delle lavandaie, delle sarte, delle ragazze da marito, ecc.); al Pilone del Mulino di Sotto oltre la Madonna del Rosario e San Pietro si pregava Santa Margherita (protettrice delle partorienti e degli agricoltori).
Arrivati a Nomaglio 571 m dopo neanche un’ora di cammino, svoltiamo a sinistra sempre sul sentiero 881. Prima una breve deviazione a destra tra le case del paese per vedere “il burnel”, un monolito di pietra pesante varie tonnellate, oggi usato come vasca per una fontana ma probabilmente lavorato ed utilizzato come sepoltura in epoca Longobarda. Per una sosta gastronomica è anche consigliabile la vicina ed onesta trattoria.
Su asfalto, lungo la via Maestra, costeggiamo l’area pic-nic e, superata la chiesa di San Grato (protettore dei campi contro le tempeste) con il suo piccolo cimitero, imbocchiamo via San Giovanni seguendo la segnaletica rosso-arancio. Poche centinaia di metri ed ecco in una splendida radura la chiesa di San Giovanni della metà del 600’. Qui, adiacente alla parete laterale, una scala in pietra ci immette su un sentiero che inizia alle spalle del piccolo edificio.
Adesso la nostra escursione cambia radicalmente aspetto: il sentiero si sviluppa con continui saliscendi tra boscaglia e rocce montonate, raggiunge un pilone Votivo dedicato a San Giuseppe (raffigurato con gli strumenti del falegname) ed a Santa Teresa d’Avila (invocata contro le malattie di cuore). Imperdibile il panorama e le piccole marmitte glaciali sulle ultime roccette prima che il sentiero si immetta nella vegetazione raggiungendo la soprastante strada asfaltata che attraversiamo proseguendo lungo le poche ma evidenti tracce nel prato a monte.
Poche decine di metri e ci immettiamo in un bel sentiero delimitato da muretti a secco che scende verso Settimo Vittone. A causa della scarsa frequentazione di questo tratto potremmo incontrare rovi ed erbacce che ci potrebbe costringere ad aggirarlo per un breve tratto. Dopo poco incontriamo nuovamente la strada asfaltata che seguiamo per poche centinaia di metri, raggiungiamo un gruppo di abitazioni rurali e subito dopo aver superato il cartello stradale con il nome della località Gen giriamo repentinamente a sinistra. Alla prima casa imbocchiamo a destra il poco visibile sentiero sempre segnalato 881 che dopo pochi metri si trasforma in un’altra bellissima mulattiera lastricata che senza più deviazioni ci conduce fino al fondovalle nei pressi di Settimo Vittone.
Al termine della discesa incrociamo la Via Francigena e ritroviamo le indicazioni per Montestrutto lungo il sentiero 852 che percorreremo per chiudere il nostro anello.

Quest’ultima parte del percorso è bellissima. Praticamente pianeggiante si sviluppa tra massi erratici costeggiando i pergolati dei vigneti.

Giorgio Gnocchi

Pasubio, di qui non si passa

Non c’è niente di meglio quando la storia s’intreccia con un ambiente naturale superbo.
L’idea a Luciano arriva dalla famiglia: perché non fare una gita sociale sui sentieri della Grande Guerra? Detto, fatto: andiamo sul Pasubio, nelle prealpi vicentine, dove si è consumato uno degli episodi più tragicamente importanti dell’intera storia dell’umanità: la Grande Guerra.

Percorrendo la Strada delle 52 Gallerie

Partiamo in 35 da Torino e dopo aver viaggiato tutta la mattina arriviamo a Bocchetta Campiglia (1219 m.), partenza della nostra camminata. Percorriamo la “strada delle 52 gallerie”, un sentiero escursionistico che ci porta fino al Rifugio Generale Papa a Porte del Pasubio (1928 m.). La strada è un’opera ingegneristica che costeggia la montagna, in una zona totalmente rocciosa, lungo quello che un tempo era un camminamento di guerra realizzato dal nostro esercito per portare armi e rifornimenti verso la cima del Pasubio senza essere esposti al fuoco nemico. All’imbocco del sentiero troviamo dei pannelli esplicativi che raccontano la storia di questo territorio. In breve arriviamo alla prima galleria, realizzata dal marzo al dicembre 1917.

Arcobaleno sulla Strada degli Scarrubi

La lunghezza complessiva della strada è di circa 6.300 metri, di cui circa 2.300 in gallerie di larghezza minima 2 metri e 20 e pendenza media del 12%. Le gallerie furono scavate seguendo la naturale conformazione della montagna: alcune lunghe una decina di metri, altre oltre 300. Non servivano solo a salire in quota ma diventavano depositi di munizioni e punti di controllo e di attacco.
Mentre le percorriamo ci sembra di entrare sempre di più nel cuore della montagna. Usciti dall’ultima galleria ci troviamo di fronte al Rifugio Generale Achille Papa (1935 m.), la nostra meta per il pernottamento, giusto in tempo per evitare un bell’acquazzone. Renato, il gestore, ci sorprende con la cena in cui spiccano i bigoli al ragù d’anatra e la torta di nocciole: davvero un rifugio a cinque stelle! La mattina ci raggiunge Piero, della sezione Cai di Schio; sarà la nostra guida storica per visitare la “Zona Sacra”, un museo all’aria aperta di trincee, cunicoli, gallerie, ricoveri e opere commemorative.
Il primo monumento che incontriamo è l’Arco Romano, edificato però in epoca fascista, con il cimitero della Brigata Liguria, il reparto comandato dal Generale Achille Papa, il cui motto era “Di qui non si passa”, frase riportata in ferro battuto su di un artistico supporto metallico all’entrata a monito imperituro.
Osservati da alcuni camosci, proseguiamo verso la “Selletta del Comando” dove gli austriaci quasi riuscirono a sfondare la nostra “prima linea”. Seguendo una trincea arriviamo alla località “Sette Croci” che ricorda una faida del XV secolo tra pastori finita nel sangue. Ora il sentiero inizia a salire deciso verso il Dente Austriaco (2203 m.) dove era il fronte degli imperiali. Piero ci racconta della guerra di mine e contro mine, della galleria Ellison che partendo da qui e passando sotto la selletta tra i due Denti, arriva sotto quello italiano dove fu fatta brillare la carica di 50 tonnellate che lo sconvolse.
Purtroppo non è una bella giornata, ma il vento gelido apre ampie schiarite su un panorama bellissimo. Questo freddo pungente ci può solo fare immaginare le condizioni ostili che i soldati di entrambe le fazioni hanno sofferto per tutto il conflitto. La vita sul Pasubio superò ogni umana sopportazione: “il vivere fu ben più duro che morire”.
Percorriamo la selletta che lo separa di pochi metri dal Dente Italiano (2220 m.) salendo in silenzio e commozione.
Sul Palon, la massima elevazione del Pasubio (2236 m.) nei giorni più limpidi lo sguardo arriva fino alla laguna di Venezia: oggi non è uno di quei giorni, ma la nostra vista arriva comunque fino alle Pale di San Martino nelle Dolomiti.
Dopo la foto di gruppo rientriamo verso il rifugio, dove ci congediamo da Piero e iniziamo la nostra discesa verso l’appuntamento con il pullman, percorrendo la strada degli Eroi. La sua denominazione trae origine dalle targhe commemorative dedicate ai quindici decorati con Medaglia d’Oro al Valore, fissate sulla parete rocciosa lungo i due chilometri che collegano il Rifugio Papa alla Galleria d’Havet.

Foto di gruppo sul Monte Palon, Zona Sacra

E’ stata una gita bellissima in compagnia di tanti amici che hanno condiviso forti emozioni nel ricordo dei nostri nonni e di tutti quelli che hanno combattuto e sono morti per la nostra libertà e per il nostro futuro.

di Roberto Gagna

Clicca qui per vedere la galleria di foto.

Grand Galibier, il labile confine tra scialpinismo e sci ripido

Il Grand Galibier è una montagna francese delle Alpi Cozie che quota 3228 metri. Si trova al confine tra i dipartimenti delle Alte Alpi e della Savoia tra i comuni di Valloire e di le Monêtier-les-Bains. A poca distanza dalla vera e propria punta parte, lato Valloire, un ripido canale che è meta ambita di tanti sciatori amanti dei pendii inclinati.

Grand Galibiè, il canale visto dalla Tete Noire (Ph C. Giovando)

Anche io ne avevo subìto il fascino e vi avevo pure visto alcuni francesi “sbucarne” fuori con evidente soddisfazione per la bella salita in un ambiente severo. Ciò che rende praticabile una pendenza sostenuta è più la qualità della neve che la sua ripidità. La discesa è un 4.3-E2 ovvero un po’ più difficile di un OS il che significa… abbordabile, facendo un po’ di attenzione!
L’itinerario più veloce per noi italiani è quello di percorrere la traccia per la frequentata Tete Noire svoltando nella parte alta a destra per infilarsi, con ramponi e picca, in uno stretto e ripido canale che adduce ad una piccola spianata a venti minuti dal Grand Galibier. Questa salita la percorremmo in gita sociale del GSA il 13 aprile 2014 e tutti i 32 partecipanti salirono, senza problemi, l’apparentemente ostico canalino (come testimonia la relazione della gita).
Domenica 10 Aprile 2016 siamo di nuovo qua in veste “privata”! I volti dei “runner” amici di Orfeo lasciano presagire un’andatura non troppo “meditativa”.
La meteo oggi è fantastica e le previsioni sembrano ottime. Anche la temperatura è perfetta. Assenza totale di vento. Insomma, tutto sulla carta sembra assicurare il successo!

Grand Galibier, canale di salita (ph. C. Giovando)

In undici ci avventureremo nel ripido budello mentre i restanti sette opteranno per la meno adrenalinica ma pur sempre bellissima “normale” verso Pont de l’Alpe il che è esattamente il percorso seguito nella sociale nel 2014. Sappiamo che ha nevicato venerdì notte, una spanna, anche se al sole di tale neve non c’è traccia.
Quando, uscendo dal primo canale, giungo al piccolo pianoro ad oltre 3100, i super-runner stanno già facendo ritorno, a piedi, dalla sommità del Gran Galibier. Per non perdere tempo tolgo subito le pelli e, salutati gli amici che torneranno verso Pont de l’Alpe, percorro i pochi metri che mi dividono dall’imbocco della “canala”.

Grand Galibier, ingresso nel canale.(Ph C. Giovando)

La conosco già ma valuto, come tutti, la consistenza della neve e la tenuta della stessa. Due francesi stanno per uscirne dopo averlo salito picca e ramponi: si stupiscono di trovare così tanta gente ad accoglierli (in realtà stiamo aspettando che si tolgano perché non vorremmo scaricare loro addosso della neve provocandone la caduta). Sono giovani e forti e, in breve, escono e possiamo scambiare due parole con loro sullo stato del manto nevoso.
Confermano le nostre impressioni, cioè la presenza di una spanna di neve fresca su uno strato duro. Tutti siamo già pronti per cui, dopo qualche secondo, respirone e giù nel budello. L’imbocco è ripido ma tranquillamente sciabile. Si salta, come sempre nel ripido, ma la presenza dello strato di neve superficiale mi frena agevolmente, limitando parecchio la paura che un po’ prende quando ci si imbarca in avventure sciistiche simili.
Dopo i primi 20-30 metri la pendenza aumenta parecchio e, al contempo, la presenza di due fasce rocciose laterali, restringe il canale a pochi metri di larghezza. I famosi 50 gradi devono essere qua e mi auguro che non ci siano altri tratti simili.

Mi sposto sul lato sinistro e procedo con un cauto “dérapage” per alcuni metri usando la mano a monte come appoggio.

Per rendere più adrenalinico il passaggio cominciano a sibilarmi proiettili di neve gelata provenienti dall’alto. I compari sono partiti e non possono certo fermare le colate di neve e tutto quello che si stacca…
“Sarà meglio muoversi e togliersi dalla linea di tiro!” penso ma il pendio è ancora tostino… i 50 gradi continuano ma appena terminati, mi sposto a sinistra per togliermi dai casini e trovo anche neve bella. Bene, qui è proprio divertente, scendo abbastanza veloce, incontrando piccole aree ghiacciate che obbligano ad una maggiore presa di lamine. Comunque sono sempre veloce a cambiare assetto e tenere gli sci paralleli ma distanti tra di loro. Mi godo il percorso, fuori dai blocchi di neve gelata che, con grande fortuna, mi passano a pochi metri ma non mi colpiscono mai.
Raggiungo così una piccola area assolata, forse l’unica del canale, e mi volto a guardare le evoluzioni di chi mi segue. È veramente raro vedere una simile truppa impegnata in un canale ma oggi va così! I miei compagni di avventura tirano giù di tutto.
Orfeo, poco più alto di me, si è stancato di prendersi in testa le continue scariche di chi sta sopra e lancia epiteti irripetibili. In questi casi il casco è d’obbligo proprio per attutire la caduta di tutto ciò che piove incessantemente dall’alto. Qualcuno mi ha fatto osservare che chi scende per primo trova la neve migliore…
Probabilmente è vero: il canale è intonso e c’è più possibilità di essere frenati dallo strato di polvere superficiale che si accumula a valle però oltre a prendersi le scariche di tutti, aprire la discesa implica sempre un po’ di incoscienza/coraggio perché le condizioni “reali” del canale sono ignote!
Scendo ancora un po’, ormai sono a metà canale (che misura sui 600 metri di dislivello) portandomi tutto a destra. Di tanto in tanto discrete colate di polvere transitano silenziose e imponenti nel centro del canale. Passarci dentro con gli sci vorrebbe dire essere trascinati via perché la massa di neve, pesante si approprierebbe della spatola dello sci e, sbilanciando il povero skieur, ne causerebbe la caduta.
Noto una figura sola salire lentamente, fortunatamente fuori dalla linea di massima pendenza. La raggiungo, sia per portarmi al sicuro che per curiosità: è una bella ragazza sola! Il padre è rimasto alla base del canale ed ora la sta osservando crogiolato al sole qualche centinaio di metri più in basso. La fanciulla si stupisce parecchio quando la informo che siamo quasi una dozzina impegnati in discesa. Dalla sua posizione non poteva vedere la parte alta del canale. È perplessa quando le comunico simili numeri e resta indecisa sul da farsi. Tipa tosta, di Villeneuve, la lascio alle sue elucubrazioni e proseguo la discesa, ormai facile e sicura.
Orfeo mi raggiunge e giochiamo per un po’ a scaricarci pendii nevosi uno addosso all’altro, ormai mancano pochi metri al sole ed all’uscita. Ci teniamo sulla sinistra dove il terreno sembra meno cosparso dalle tante piccole gobbe residui di vecchie valanghe. Dall’uscita del canale entriamo nel regno della moquette: la neve è compatta, uniforme, omogenea, nessuna pietra e lo strato superficiale è fuso, giusto quello che serve per lasciare le tracce… ci dilunghiamo in una serie di serpentine, in pieno sole, liberi e soddisfatti.
Stop ed attesa dei compagni che sono ancora parecchio su! Tutti comunque scendono e sembrerebbe andare tutto bene se non che… Renato perde uno sci in una banale caduta. Lo vediamo andare avanti e indietro a piedi cercando di vedere lo sci, siamo piuttosto lontani e comunicare a voce non è facile. Passano i minuti e cominciano a nascere angoscianti interrogativi: se lo sci non si trova che fare? Risalire il canale e scendere al punto di partenza o continuare la discesa fino a Valloire e da lì prendere un taxi?
Anche la ragazza francese intanto ha cominciato la discesa; evidentemente salire su un canale triturato ed ormai completamente privo di neve fresca non le interessava. Avvicinandosi a Renato li udiamo confusamente scambiarsi delle battute e poco dopo la ragazza trova lo sci e lo porge al nostro! Renato si mette lo sci e ci raggiunge in pochi secondi….
Scendiamo ancora “tenendo la sinistra” su una neve da sballo. Il livello di chi mi accompagna è eccelso: non si fa in tempo a tirare un attimo il fiato che tutti sono lì…

Arrivati a pochi metri da Plan Lachat, sopra Valloire, ripelliamo e ci apprestiamo a risalire i 750 metri di dislivello che ci porteranno in punta alla Tete Noire. Se fino all’uscita del canale il sole non aveva mai rappresentato un problema adesso lo diventa: nel cielo tersissimo, senza una nuvoletta, ci cospargiamo di “protezione cinquanta”. Maniche corte, via in salita, cercando di stare dietro a chi sembra avere preso la gita per una race all’ultimo sangue…
Siamo fortunati perché è presente una traccia. Peccato che si interrompa poche decine di metri sotto “l’uscita” al colletto che dista pochi metri dalla Tete Noire.
L’ultimo tratto decidiamo di farlo a piedi, sci in mano. Senza neanche i ramponi saliamo veloci nella traccia di Chiara e, in poco tempo, sbuchiamo finalmente sul lato di Serre Chevallier. Domanda ovvia: “Che facciamo? Andiamo in punta?” Hai fatto trenta… E via sulla punta, di nuovo ski-aux-pieds! Dove, per essere onesti, tira un leggero venticello che però a 2842 metri fa sentire i suoi effetti. In pochi minuti siamo tutti in vetta, pronti per iniziare l’ultima discesa che, nonostante siano le 13,40 ci regala ancora una neve di ottima qualità.
La copertura nevosa non è continua fino alle auto ma, sfruttando al meglio le residue lingue di neve, riusciamo a toglierci gli sci a non più di cinque minuti dalle auto…
Gitone! Ne valeva la pena! Dislivello fatto da me, che non ho raggiunto la prima vetta, 1950 metri che passano i 2000 per coloro che sono saliti sul Grand Galibier.

Ringraziamenti e complimenti a: Orfeo, Roberto, MassMass il dutur, Guido, Fabrizio, Chiara, Renato, Ernesto, Andrea, Enrico.
E bravissimi anche quelli che hanno optato per la discesa soft: Sergio, Giacomo, Mike52, Battista, Annalisa, Cristina, Loorenz e… last il nostro quadrupede alpinista Russel un quasi veterano dello skialp.

Marco Centin

La Scala Granda, un esemplare recupero

Salendo la scala granda, foto di Pfb
Erba abbondante, ma passaggio pulito. Foto di Pfb

Mollia è un piccolo comune valsesiano. Il capoluogo (880 m), attraversato dalla strada provinciale per Alagna, è circondato da versanti alti e ripidi; sul lato solatio si trovano alcune frazioni e, più in alto, numerosi alpeggi. Una fitta rete di sentieri univa queste realtà, un tempo popolose, situate fra gli 800 e i 2000 m di quota. In particolare le frazioni Grampa (956 m) e Piana Fontana erano collegate al sovrastante alpeggio Orticosa (1397 m) da una ardita “accorciatoia” dal nome significativo: la Scala Granda, che consentiva ai montanari di evitare un lungo giro riservato ai carichi più grevi e alla transumanza.
La Scala Granda, che definirei esempio di ingegneria spontanea, segue un tracciato decisamente ripido che si insinua su cenge e spaccature di balze rocciose alte decine di metri. I salti, altrimenti impercorribili, vengono superati con vere e proprie scalinate in pietra, da cui il nome del sentiero.
L’abbandono degli alpeggi e dei coltivi avvenuto nel corso del ‘900, ha portato a trascurare e spesso dimenticare capolavori come questo. Frane, smottamenti e l’inesorabile ritorno dei boschi avevano quasi nascosto la Scala Granda ma un gruppetto di volontari, di cui fa parte Claudio Romagnoli, attuale sindaco di Mollia, lavora per ridare agibilità ai sentieri del suo territorio. Uno degli ultimi interventi è stato effettuato proprio sulla Scala Granda nella primavera 2014. L’itinerario è ora fruibile in sicurezza anche con l’acqua dei rii abbondante.
Abbiamo approfittato di un incontro con Claudio per porgli alcune domande.
D: Cosa vi spinge a questi lavori di riscoperta e ricupero?
E’ importante e doveroso mantenerli, nel rispetto dei sacrifici compiuti dai nostri predecessori e per far conoscere agli escursionisti la bellezza del camminare su sentieri storici.
D: Il vostro intervento volontaristico trova appoggio negli enti pubblici (comuni, regione) o da parte del CAI?
I finanziamenti di queste opere sono della Comunità Europea attraverso il “G.A.L. Terre del Sesia”, emanazione della Comunità Montana.
D: Questi sentieri riscoperti e ripristinati confluiranno nel catasto regionale sentieri o sulle pubblicazioni del CAI?
Sì, vengono segnalati dai volontari e inseriti nel catasto a cura della Sezione di Varallo Sesia del CAI. La Scala Granda porta i numeri 282 e 282a.

Grazie Claudio complimenti e buon proseguimento.