Vent im Oetztal

La leggera discesa che percorre l’intera l’Engadina fino al confine austriaco è rasserenante e di buon auspicio – non è soltanto la via più breve. E tuttavia le persone che passeggiano beatamente sui bordi del lago di Sankt Moritz esprimono il preciso e non lieve segnale di un intero anno già trascorso per me. In un paese che ha il nome di Guarda stanno appesi nella via cartelli d’affitto: Zimmer mit Piano. Sarà proprio questo il significato, che in stanza si troverà anche un pianoforte accordato? Se sì, evviva. Durante la breve escursione inserita oggi durante il trasferimento verso il Tirolo mi accorgo di un fazzoletto che è caduto dalla tasca; rimango più di un attimo incerto sul da farsi, se tornare indietro o abbandonare sul sentiero forse l’unico residuo indebito in tutta l’Engadina: poi prevale lo scrupolo. Nel frattempo il gruppo di camminatori avvista due presenze che volteggiano sulla verticale: nibbi, falchi, poiane? Io non partecipo alla discussione ornitologica (anche perché non vedo nulla) ma nel ridiscendere i cinquanta metri per il mio recupero fingo il gioco che siano i temuti droni della Confederazione, incaricati del controllo ecologico.

Foto di Eugenio Masuelli

Dopo tanta vastità la valle ora si restringe; sta terminando l’Engadina: comincia, per me e per qualcun altro ora in ciò fortunato, l’aspetto nuovo del viaggio. Il passaggio del confine è soltanto emotivo – non scorgo nessuna interruzione, ma vedo la nuova bandiera senza croce. 2 2 Si svolta verso sud, con un certo intimo stupore che non ha nulla da spartire con le conoscenze geografiche, e lasciato il corso dell’Inn si risale la lunga valle laterale di Oetz. L’isolato borgo di Vent, la destinazione del viaggio, sarà la base per le future escursioni. L’albergatrice Katrin per l’occasione ha indossato un costume tirolese che molto le dona, pare indissociabile dalle sue linee snelle e fini. Il paese naturalmente si legge Fent, ma il gruppo italiano creerà per i sei prossimi giorni un’isola linguistica felice in cui quel nome rimarrà invece a ricordare il vento dei ghiacciai. 3 L’indomani comincia in salita anche prima di mettere gli scarponi. La stanza è la 002 e ne affido le chiavi a una compagna, perché le appoggi a nome mio alla reception dell’albergo. Nella mente la 002 è intanto diventata, per contaminazione con altri viaggi o per motivi che uno scavo nel mio profondo potrebbe rivelare, la 202 – la quale alla reception non è appesa. Faccio impazzire l’affidataria della chiave, coinvolgo anche Katrin, salgo con cuore inquieto sulla seggiovia per Stablein lasciando il problema insoluto: solo sopra i 2500 metri i numeri torneranno a posto nella mia testa e potrò chiedere scusa. Il mio pare uno strano mal di montagna, che funziona alla rovescia guarendo con la quota. Il rifugio Breslauer è un condensato di storia: costruito in terra austriaca da escursionisti prussiani alla fine dell’800, reca 3 il nome di una città che oggi è in Polonia e l’anno prossimo sarà capitale europea della cultura. All’interno è difficile spiegare alla ragazza che si vorrebbe un infuso e non un tè: alla fine arriverà soltanto l’acqua calda – d’altra parte uno dei motivi della scelta dei luoghi non era gustare intorno a sé un’altra lingua, prevalentemente incompresa? La sera visitiamo il piccolo cimitero, accessibile nel recinto attorno alla chiesa – non più di una ventina di tombe, curate di addobbi e di fiori. Le scritte indicano i pochi cognomi del paese, tra cui quello che intitola il nostro albergo. Helga e Otto – trentuno anni tra le due nascite, ventuno tra le due morti – stanno di nuovo insieme; sul lato della strada a far da guardiano c’è il postino Pirpamer che era guida alpina; riesco a tradurre l’epigrafe: “Le montagne sono state tutto, la mia culla, il mio mondo e la mia strada verso di Te”. L’ingenua retorica dei puri è l’unica valida. In albergo il via vai dinnanzi al libero erogatore di birra, vino, Apfelsaft e soda è ancora intenso: ed è con sollievo, auspicando quiete notturna nei corridoi, che osservo le sue lucine spegnersi alle dieci di sera precise. 4 Si sale oggi verso i ghiacciai più famosi, la cui vista gigantesca non deluderà nemmeno chi ne ha visti in vita sua più di chi scrive – nascosta dietro molti di questi c’è l’Italia. I sentieri sono tracciati in modo ineccepibile, a ogni bivio ci sono paline gialle che vengono fotografate come testimonianze delle fatiche e delle altitudini: accanto a una di queste – indica la via per il Gaisbergferner – è rimasta 4 abbandonata la borraccia nera. Dal momento in cui me ne accorgo (questa volta non sarebbero da ripercorrere soltanto cinquanta metri, e la fatica della salita è stata ben maggiore di quella della passeggiata in Engadina) chiedo a tutti i camminatori che incrocio in discesa di dare un’occhiata cammin facendo.

Spazi. Foto di Eugenio Masuelli

Troverò ovunque gentilezza in varie lingue: alla fine del pomeriggio un gruppo di ragazzi mi riconosce da lontano, arresta la corsa, mi chiama: gli dispiace, hanno guardato, non l’hanno ritrovata. Manterrò per tutta le settimana le speranze: qui prima o poi tutto si ritrova, come la vicenda del vicino Similaun insegna. 5 Il giovedì si sale al celebre rifugio Ramolhaus, il dominatore delle guglie. Nel briefing la gita è stata annunciata come molto faticosa, ma viene detto che esiste la possibilità di fermarsi in un pianoro panoramico prima della meta: mi pongo quello come traguardo. Dopo quattro ore di salita sto ancora cercando il pianoro, ma intanto vedo già incombere la punta sulla quale sta inerpicato il rifugio in una posizione straordinaria da castello di Nosferatu; arrivo così alla destinazione finale. La fatica non mi impedisce di verificare, prima ancora di andare in bagno, che il Ramolhaus (3006 metri di altitudine) è rifugio di Amburgo e della Bassa Elba: anche questo un sogno di montagna realizzato da tedeschi di grandi pianure, e la visuale che da qui si gode basta del tutto a spiegarlo.

Foto di Eugenio Masuelli

Al centro dei ghiacciai domina il Karles Spitze che – dal lato sud – si chiama soltanto Cima di Quaira, come spiega la meno emotiva cartina geografica. 5 All’interno del rifugio incontriamo un signore sottile di Francoforte che aspetta la zuppa di verdure. Sentendo la nostra lingua, interviene con cortesia: ama l’italiano, lo studia. Conosce, come accade a me con il tedesco, parole e frasi anche complesse e poi si ferma drammaticamente davanti a quelle più semplici e fondamentali: siamo in qualche modo simmetrici. Mi spiega che i ghiacciai solo in Austria si chiamano Ferner anziché Gletscher, dal tedesco Firn che significa neve: rimane il dubbio su questa sorta di confusione linguistica tra la neve e ghiaccio. Fuori, sulla terrazza panoramica, sono intanto in corso le foto di gruppo: io perdo la cerimonia a causa di quella conversazione ibrida scambiata nel profumo di zuppa – ma è forse giusto che si celebri solo chi già dall’inizio intendeva arrivare al termine della salita, e non un vincitore inconsapevole. La sera nella piccola hall dell’albergo si assiste alla consueta scena di persone di varie età installate sulle poltrone per chattare al telefonino e capitanate da una robusta ragazza austriaca dalle clamorose gambe nude, presenza fissa in quelle ore – il tutto nella stonatura garbata del solo lettore cartaceo, mio coetaneo, di un romanzo che non conoscevo, di un emulo (così dice il risvolto di copertina) di Joseph Roth: autore quindi consono ai luoghi. Succede però che un giovane compagno di viaggio venga improvvisamente abbandonato dalla batteria del suo I Phone, e lui passi con disinvoltura a un libretto di filosofia che prima faceva solo da sostegno al telefono: sarà pure una seconda scelta, la statistica dei presenti non si ribalta ma dal mio punto di vista migliora. 6 Di notte, nella stanza silenziosissima, mi accade un sogno in cui si ripete ossessivamente la frase interrogativa “Vox clamans in deserto, aut vox legens in extremo”? – come a voler discernere, forse, tra l’eccesso di chi profetizza troppo presto e di chi apprende invece troppo tardi. La voce tormentosa, un messaggio non di superficie, è stata certamente abilitata dalla stanchezza e dagli effetti della tachipirina – senza escludere la squisita mescola personale di birra, soda e succo di mele che, grazie all’erogatore delle libertà, aveva concluso la mia serata. 6 Oggi si annuncia una camminata più tranquilla. Il bus ci ha trasportato a oltre 2000 metri di quota, alla frazione più alta di Soelden, composta di alberghi modernissimi che d’estate sono disabitati. Si percorre per due ore il sentiero che prende il nome da un tal dr. Bachman, fino al laghetto nascosto in una conca. E’ lì che ci raggiunge la notizia della perdita, avvenuta due ore prima a Torino, di un’amica preziosa di molti di noi, che solo da poco tempo si era scoperta malata. Quella notizia e la vista del lago Peerlsee rimarranno a lungo unite nella mia memoria. 7 La sera del penultimo giorno il tempo peggiora e la temperatura si abbassa: un segnale forte ne è la robusta ragazza della hall che ora chatta indossando i pantaloni lunghi. Katrin ci presenta i suoi figli. I due gemelli dodicenni aiutano il minuto cameriere slovacco a servire in tavola, e stasera 7 indossano la versione maschile del costume contadino, con le bretelle incrociate dietro. La bimba invece è ancora piccola e viene tenuta in braccio da Katrin, che confessa come tutti nella famiglia la trattino come una piccola principessa: colei per cui tutto si fa, a cui nulla si nega. Quando chiedo alla bimba il suo nome lei si volta con uno scatto velocissimo da animaletto, nascondendo e schiacciando il viso contro il petto della mamma: un’improvvisa timidezza infantile, o l’impatto con il mio strano parlar tedesco? Quei figli, afferma Katrin, saranno la quinta generazione di albergatori: lei non ha dubbi, sembrerebbe, sulle loro future scelte. Si fanno gli ultimi acquisti nel mondano centro di Soelden, dove il fascino del non essere capiti svanisce poiché tutti parlano inglese: una nostra giovane signora ha acquistato un grembiule da cucina con scritte in gotico e bei fiori montani – rimane perplessa quando le viene raccontato da insinuanti voci maschili che l’uso è quello di non indossare null’altro sotto, mentre si gira la polenta. 8 Il bus lascia Vent. L’albergatrice in piedi sotto l’arco fiorito saluta a lungo con la mano: un’immagine da ricordare, da non sprecare con una fotografia. L’escursione finale è di quelle che promettono emozioni durature: si scavallerà il Timmelsjoch (il Passo del Rombo) per scendere in Italia con una discesa a piedi di mille metri. I dépliant descrivono il Timmelsjoch come “la porta segreta verso il Sud” – dove nel “nach Süden” c’è quanto un cuore 8 nordico sa esprimere di struggimento, di desiderio e di sogno, non esenti da invidia e diffidenza verso chi senza alcun merito ha in sorte di passare l’intera sua vita in quel mondo dei climi dolci e dei mari calmi. Il bus sale la strada ripida, che ogni tanto – come i cartelli avevano avvisato – è attraversata da mucche nere dalla coda bianca: i grandi occhi scrutano diffidenti soprattutto le motociclette e i centauri. Esattamente sullo spartiacque, sotto un’aquila di bronzo un’epigrafe recita: “Ciò che l’amicizia unisce la politica non può dividere”. Nella frase, da sottoscrivere in ogni valico e cresta e pianura di confine, non sfugge tuttavia l’implicito ruolo negativo della politica, almeno in questi luoghi: piacerebbe poter affermare che la buona politica sappia, a sua volta, anche riunire ciò che l’inimicizia ha diviso. La discesa a piedi dopo il Passo è aspra, e inizia nel freddo pungente sotto la pioggia: l’ordine, che risuona nella stretta gola montana, di usare i copri zaino regala un brivido di avventura come si dovessero inastare le baionette. E tuttavia, soltanto pochi minuti dopo il momento intimamente epico, lo scroscio dalle nubi basse e i rivoli scorrenti ovunque sul sentiero fanno nascere stimoli che polarizzano su un solo bisogno primario il camminatore non più giovane, inibendogli per un lunghissimo quarto d’ora ogni prospettiva più ampia e più alta di quella di un cespuglio possibilmente amichevole. Le mucche, forse già dell’altra nazionalità, fanno risuonare di campanacci le rupi mentre il pastore magrissimo corre su e giù senza parlare, preoccupato della nostra presenza: qualcuno insinua che lui non tenga con sé un cane in aiuto perché la compagnia gli sarebbe eccessiva. 9 Dopo alcune ore di discesa si è giunti in Val Passiria – è Italia, ma nessuno se ne accorge, né dalla lingua parlata né dalle bandiere esposte intorno a case pulitissime: vecchia storia di confini probabilmente ingiusti, frutto di guerre antiche e per certi versi ancora non terminate. La speranza di futuro viene offerta dalla denominazione del sentiero che stiamo percorrendo: E-5 è un “Itinerario Europeo”. 9 Il pasto viene consumato a Rabenstein seduti sull’asfalto e sotto gli ombrelli aperti a modo di tenda: per ulteriori conforti occorrerà essere trasportati più sotto, dove accanto al museo di Andreas Hofer mature signore dalle generose scollature – il solo aspetto in comune con Katrin è il costume tirolese, ma questa contaminazione un po’ mi dispiace – serviranno ai più fortunati di noi strudel e alti bicchieri di birra, magistralmente schiumati. A Merano – l’imperatrice più amata del mito asburgico soleva passeggiarci a lungo, e Kafka vi scriveva alcune delle lettere a Milena – la pioggia batte forte sul parabrezza dell’autobus rendendo tutto invisibile e confondendo le epoche. L’ultima scritta in tedesco compare sui pannelli luminosi dell’autostrada prima di Trento e avvisa di code a tratti: con la parola Stau l’esotico ci lascia definitivamente. Nell’attenzione emozionata di chi, per il mestiere di un tempo, sa quanto ogni faticosa complessità organizzativa sfugga al pubblico che beatamente ne fruisce, si assiste all’appuntamento al casello per la sostituzione degli autisti, obbligatoria a fronte dei tempi di guida (mentre si scendeva a 10 piedi dal Timmelsjoch l’autobus aveva compiuto il lungo giro dal Brennero – la porta verso il Sud che non è segreta). Il resto è soltanto un ritorno veloce tra saluti anticipati, con il pensiero rivolto – forse per esorcizzare la fine dell’evasione – ai bagagli che saranno da scaricare sotto l’acqua torinese. A me, nel ritirare la valigia, viene improvvisamente alla luce il numero 202: il giorno del mio compleanno. Di tutto ciò io so che scriverò; come pure so che, anche nell’ultima delle stesure, alcune delle sensazioni più forti rimarranno inespresse: c’è sempre qualcosa che teme di rimanere immutabile su una qualche forma di carta – nemmeno se scrivessi soltanto per me stesso.

Dedico queste piccole visioni di cammino al ricordo di A. B.

Eugenio Masuelli

La Scala Granda, un esemplare recupero

Salendo la scala granda, foto di Pfb
Erba abbondante, ma passaggio pulito. Foto di Pfb

Mollia è un piccolo comune valsesiano. Il capoluogo (880 m), attraversato dalla strada provinciale per Alagna, è circondato da versanti alti e ripidi; sul lato solatio si trovano alcune frazioni e, più in alto, numerosi alpeggi. Una fitta rete di sentieri univa queste realtà, un tempo popolose, situate fra gli 800 e i 2000 m di quota. In particolare le frazioni Grampa (956 m) e Piana Fontana erano collegate al sovrastante alpeggio Orticosa (1397 m) da una ardita “accorciatoia” dal nome significativo: la Scala Granda, che consentiva ai montanari di evitare un lungo giro riservato ai carichi più grevi e alla transumanza.
La Scala Granda, che definirei esempio di ingegneria spontanea, segue un tracciato decisamente ripido che si insinua su cenge e spaccature di balze rocciose alte decine di metri. I salti, altrimenti impercorribili, vengono superati con vere e proprie scalinate in pietra, da cui il nome del sentiero.
L’abbandono degli alpeggi e dei coltivi avvenuto nel corso del ‘900, ha portato a trascurare e spesso dimenticare capolavori come questo. Frane, smottamenti e l’inesorabile ritorno dei boschi avevano quasi nascosto la Scala Granda ma un gruppetto di volontari, di cui fa parte Claudio Romagnoli, attuale sindaco di Mollia, lavora per ridare agibilità ai sentieri del suo territorio. Uno degli ultimi interventi è stato effettuato proprio sulla Scala Granda nella primavera 2014. L’itinerario è ora fruibile in sicurezza anche con l’acqua dei rii abbondante.
Abbiamo approfittato di un incontro con Claudio per porgli alcune domande.
D: Cosa vi spinge a questi lavori di riscoperta e ricupero?
E’ importante e doveroso mantenerli, nel rispetto dei sacrifici compiuti dai nostri predecessori e per far conoscere agli escursionisti la bellezza del camminare su sentieri storici.
D: Il vostro intervento volontaristico trova appoggio negli enti pubblici (comuni, regione) o da parte del CAI?
I finanziamenti di queste opere sono della Comunità Europea attraverso il “G.A.L. Terre del Sesia”, emanazione della Comunità Montana.
D: Questi sentieri riscoperti e ripristinati confluiranno nel catasto regionale sentieri o sulle pubblicazioni del CAI?
Sì, vengono segnalati dai volontari e inseriti nel catasto a cura della Sezione di Varallo Sesia del CAI. La Scala Granda porta i numeri 282 e 282a.

Grazie Claudio complimenti e buon proseguimento.