Sentiero Roma

Il sentiero Roma è un percorso di montagna sito in Alta Valtellina che si caratterizza per l’impegno costante, la lunghezza, la difficoltà del tracciato e la quota in cui si svolge. Le relazioni dichiarano un livello minimo EE per la presenza di ripidi colli sui 3000m e di nevai anche a luglio inoltrato. Ci sono catene che aiutano, ma è scontato che non si può soffrire di vertigini. Normalmente si parte da Novate Mezzola e si arriva a Chiesa Valmalenco per poi tornare all’auto in treno.

Sabato 20 agosto sotto un cielo plumbeo che nulla di buono promette, ci inerpichiamo sulla ripidissima scalinata di pietra che adduce nel segregato vallone di Codera. Raggiungiamo in un paio di ore il paese omonimo che ospitava una scuola ed una chiesa, oggi sede di casette ristrutturate, osteria alpina e qualche rifugio. Non c’è altro mezzo di accesso che il ripido sentiero ma teleferica ed elicottero provvedono al rifornimento dei generi necessari. Dopo un delizioso spuntino all’osteria affrontiamo 2 ore di marcia sotto una pioggia insistente e impietosa, che non ci fa gustare il bellissimo ambiente. Giungiamo così fradici al Rifugio Brasca 1304m dove ci viene acceso il caminetto e, mentre schiacciamo un pisolino nelle sale superiori, i gentilissimi gestori ci imbottiscono gli scarponi di carta di giornali e ce li pongono vicino al caldo focolare…

La cena è ottima, di alto livello e siamo gli unici clienti; le ore passano, la pioggia sembra non smettere ma le previsioni promettono miglioramento.

Infatti la mattina seguente c’è un bel sole che crea fantastici giochi di luce e, dopo dieci minuti di strada, prendiamo il sentiero per il Passo del Barbacan 2598m in una fitta e ripidissima abetaia che ci dà subito un assaggio della durezza di ciò che ci aspetta. Del resto ci sarà un motivo se pochi, soprattutto tedeschi, fanno il sentiero Roma.

Salita, usando anche le mani, l’ultima rampa, il paesaggio si apre sul successivo vallone. Il vallo è davvero stretto e solo la presenza di una serie di catene rende possibile la discesa con una discreta facilità. Appendendoci scimmiescamente alle catene in breve ci immergiamo nella alta valle del Porcellizzo dove vediamo da lontano il Rifugio Gianetti 2534m, una solida e grande costruzione con una ottantina di posti. Il Rifugio sembra a due passi ma impareremo presto che il “vedere” il rifugio non implica il raggiungerlo velocemente. Sovente infatti il fondo e l’obbligo di giri tortuosi fanno sì che i tempi si allunghino tantissimo…

Il Gianetti è un Rifugio importante perché rappresenta la base di salita per le tante vie tracciate sul Pizzo Badile e dintorni. L’ampio e luminoso locale dove si cena è pieno di climber ed il gestore sembra assuefatto a rispondere alle domande dei giovani e meno giovani che l’indomani si cimenteranno sulle tantissime vie presenti nei paraggi.  Questa sera mi godo la posizione di trekker, svincolato dai patemi della difficoltà dei passaggi e della necessità di alzarmi presto. Per noi va bene una bella colazione alle otto, un paio d’ ore dopo i climbers e, riscaldati dai raggi del sole mattutino, ci muoviamo senza fretta verso la meta di oggi, il Rifugio Allievi-Bonacossa 2385m.

Il primo colle è il Passo Camerone. Una serie di catene in ottimo stato sia in salita che in discesa, rendono anche qui facile il transito verso l’alto vallone del Ferro da cui si punta al Passo di Qualido, anch’esso provvisto delle sue belle catene per rendere potabile la ripidissima discesa nell’alta Val Zocca.

Dal Passo il rifugio appare vicinissimo… solito “inganno ottico” perché occorre contornare una bastionata rocciosa e percorrere lunghi ed interminabili saliscendi che dilatano i tempi. Inoltre la frequente presenza di rocce montonate, vuoi per la presenza di acqua, vuoi per la loro inclinazione, fa sì che non sai mai se tengono o meno…

Stanchi ed affamati arriviamo così al rifugio e anche qui la quasi totalità dei presenti, è rappresentata da alpinisti che sono qui per cimentarsi su vie più o meno lunghe e impegnative.

Il mattino del quarto giorno di trekking si presenta ancora con un cielo azzurro. Partiamo dopo la solita ricca colazione con destinazione Rifugio Cesare Ponti 2560m. Il primo passo, del Torrone, ce lo fumiamo in un batter d’occhio ma il vero nocciolo della giornata odierna è il Passo del Cameraccio 2954m, che implica una faticosa risalita su catene in un vallone stretto, ostico ed ancora ingombro di neve. La sorpresa più grande è alla fine della salita, quando compare un ampio ed innevato pianoro, curiosamente costellato di alti ometti in pietra. Il piano degrada dolcemente tramite subdole placche montonate percorse da rivoli di acqua alternate a residue lingue di neve verso l’ampio vallone del Cameraccio che dovremo attraversare integralmente. Con molta attenzione scendiamo l’apparentemente banale declivio e raggiungiamo un piccolo laghetto alla base della famigerata Bocchetta Roma. Il primo tratto di salita su sfasciumi instabili porta ad un ripido nevaio al cui apice un grosso bollo di vernice rossa indica l’inizio della via ferrata. Decidiamo di affrontare il nevaio con i ramponi, la neve è dura, a tratti gelata e la possibilità di scivolare per qualche decina di metri non attira. Raggiungiamo così la base della ferrata. Questa volta si va sul verticale e una certa confidenza con il free-climbing ci aiuta molto. In capo ad un quarto d’ora siamo al gigantesco ometto di pietra della bocchetta e dopo un breve traverso, ormai già in val di Predarossa, possiamo vedere il Rifugio Ponti sotto di noi e, come già sappiamo, falsamente vicino….

Attingendo le ultime energie da qualche barretta riusciamo a completare il lungo spostamento di oggi, sebbene l’ultimo tratto, su pietroni instabili, ci impegni non poco.  Birra & patatine ci sembrano più che meritate, una volta allunati sulla superficie dell’accogliente edificio.

Dopo una piacevole nottata Mercoledì 24 agosto siamo nuovamente pronti al bagno di sole d’ alta montagna che ci attende. Dal rifugio si sale pochi metri e, con un lungo traverso, ci si porta a cavallo della morena che adduce al ghiacciaio alla base del monte Disgrazia. Qui ci infiliamo nella ennesima pietraia e grazie alle solite catene raggiungiamo l’ex rifugio Desio sullo spartiacque tra la Val Màsino e la Val Malenco.

Di fronte a noi si stende, sterminata, la Valle Airale, una valle laterale della Val Malenco. Il tragitto si snoda, come ormai siamo abituati, saltellando di pietrone in pietrone, seguendo con attenzione i pochi bolli di vernice scoloritissima e la traccia sul GPS. Solo dopo diverse centinaia di metri il sentiero acquisisce una consistenza apprezzabile e giunti intorno ai 2000 metri di quota il paesaggio diventa bucolico con tanto di pinete, prati e ruscelli spumeggianti. Passiamo al Rifugio Bosio e ci fermiamo per una veloce ristorazione. Il rifugio ci riporta nel “caos” dei valligiani in vacanza che con un’oretta di cammino su strada sterrata vengono qua a gustare le tante prelibatezze.

Qualche relazione conclude qua la tappa odierna ma noi contiamo di arrivare fino a Chiesa in Valmalenco per cui abbiamo ancora parecchia strada da fare. Quando vi giungiamo nel tardo pomeriggio decidiamo di permetterci un lussuoso albergo con tanto di camera privata ed abbondantissima cena con ogni prelibatezza locale.

Da Chiesa con un bus pubblico scenderemo l’indomani a Sondrio dove un treno ci riporterà a Colico. Lì con l’auto avremo poi modo di spostarci al parcheggio di Predarossa per salire al Disgrazia.

Ma quella è un’altra storia…

Marco Centin

Gita al Santuario di Sant’Ignazio

Il Santuario di Sant’Ignazio, data la sua collocazione, non può passare inosservato a chi risale le Valli di Lanzo. Ha anche una firma illustre: Bernardino Vittone. La sua quota (931 m) è modesta ma partendo dal basso diventa una passeggiata interessante per la stagione delle giornate corte.

Il percorso descritto non presenta difficoltà, anche con un po’ di neve, e risulta adatto anche ai soci un po’ avanti con gli anni. Volendo si può arrivare in treno al punto di avvio. Il dislivello è modesto, inferiore ai 500 m, ma il percorso ad anello allunga piacevolmente il tragitto.

Santuario di Sant’Ignazio da Loyola, Pessinetto (foto S.Colagrande)

Partiamo dalla stazione ferroviaria di Germagnano (485 m) e, attraversando verso destra l’abitato, troviamo presto la strada per la frazione Margaula. Tagliando qualche tornante per campi e boschi raggiungiamo in breve la frazione, in bella posizione sopra il capoluogo. Si può raggiungerla in auto ma vi è poco spazio per parcheggiare.

Raggiunte le ultime case a sinistra, troviamo un sentiero che, alternando salitine e tratti piani panoramici, contorna le pendici del Monte Momello. Lontano in basso si scorge il Ponte del Diavolo di Lanzo. Ad un bivio ignoriamo il sentiero che sale verso la cima e proseguiamo nel bosco in un lungo saliscendi. Il paesaggio via via si apre verso l’imbocco della valle di Viù e verso Traves e, di tanto in tanto,  appare la nostra meta.

Panorama verso Traves (foto S.Colagrande)

Finalmente, con l’attraversamento del rio Funghera, riprendiamo per un tratto la salita seguita da un ulteriore spostamento in avanti. Siamo ormai tanto sotto al santuario che la costruzione è scomparsa alla vista. Ad un bivio ben  segnalato (759 m) attacchiamo una dura risalita a scalini che ci porta sui prati vicini al cancello di ingresso. C’è il cancello chiuso ma non la cancellata per cui entriamo tranquillamente senza incontrare anima viva. Chiaramente, data la stagione, è tutto chiuso ma noi sappiamo che dietro  la monumentale costruzione troveremo un ampio piazzale panoramicissimo con tanto di tabella per leggere il paesaggio. Il piazzale è contornato da roccette in pieno sole, posto ideale per il picnic. Per chi preferisce soluzioni meno spartane basta ridiscendere al cancello e scoprire che nel paesino sottostante si trova un grande bar trattoria. Il tempo di percorrenza, per chi cammina con andatura “non sportiva” è poco più di 2 ore.

La discesa sarà più diretta: arrivati all’asfalto costeggiamo le poche case tenendoci a destra e, dopo 150 – 200 m troviamo a destra le indicazioni del sentiero che scende verso Germagnano. Sentiero buono e spesso panoramico che in un’oretta ci porta ad un caratteristico colletto. Di qui seguiamo in leggera salita la lunga cresta del Monte Momello e, arrivati alla sommità ci fermiamo per goderci il vastissimo panorama della conca di Lanzo illuminata dal sole ormai basso. Seguendo il sentiero la discesa è rapida e chiudiamo l’anello incontrando il sentiero del mattino. Ormai Margaula è vicina e in breve raggiungiamo anche il capoluogo.

di Pier Felice Bertone

A spasso tra i Massi Erratici della Bassa Val Susa

19 Febbraio 2017
Volantino Trail dei Massi Erratici

La notizia che gli Orchi Trailers di Rivoli, un bel gruppo di semplici amanti delle corse in natura, organizzano per il prossimo 19 febbraio 2017 il Trail dei Massi Erratici (iscrizioni aperte!) ha risvegliato in me una passione fin qui solo sopita per questi imponenti blocchi di roccia, che oltre trent’anni fa impegnavano molti dei miei fine settimana in un divertente gioco d’arrampicata. Dagli anni settanta Giancarlo Grassi e altri appassionati del “Mucchio Selvaggio”, tra i quali ricordo Marco Bernardi, si sono dedicati all’esplorazione dei massi della bassa val di Susa e dell’anfiteatro morenico di Rivoli tracciando passaggi su ogni metro delle loro superfici. Da questa esperienza è nato il libro cult “Sassismo spazio per la fantasia”. Libro alla mano, con la mia famiglia, percorrevo la fitta rete di strade bianche e sentieri della collina morenica alla ricerca dei massi minuziosamente descritti: dalla Pera Grossa di Rosta alla Pera Luvera, alla Pietra Salomone e tante altre, tutte protagoniste della mostra “Sentinelle di pietra”, ospitata dal Museo Regionale di Scienze Naturali nel 2010.

Pietra Salomone, massi erratici Collina Morenica Rivoli
Pietra Salomone (ph Roberto Gagna)

Scrive Giorgio Fea nel catalogo della mostra:
“I massi erratici dell’anfiteatro morenico di Rivoli-Avigliana, proprio per le loro caratteristiche di rarità e di rappresentatività, rientrano a pieno titolo tra i “beni geologici” e costituiscono una componente essenziale del nostro patrimonio naturale, ma non solo. Infatti, essi sono anche una “finestra” su un passato storico-culturale regionale ormai quasi dimenticato: per la loro forma, la loro mole e la loro posizione, spesso curiosa e dominante rispetto al paesaggio circostante, questi massi hanno da sempre colpito l’immaginazione dell’uomo. Quello primitivo ne incise la superficie con coppelle e canalette che ancora oggi suscitano tra gli archeologi accesi dibattiti sul loro reale significato; quello storico, vi incise croci e vi impiantò piccole cappelle per esorcizzare le antiche credenze precristiane legate al culto delle pietre, sopravvissute fin quasi ai giorni nostri nelle tradizioni e nel folklore popolare; quello moderno, alpinista o arrampicatore, vi vede palestre di solida roccia in grado di offrire valide alternative alle vie alpine. […] I massi erratici, veri e propri documenti della storia naturale della Terra, luogo di incontro fisico ed ideale delle popolazioni del territorio attraverso miti, leggende, religioni e sport, sono siti che per valore scientifico e paesaggistico, memoria storica, fruibilità sportiva e didattica, devono essere tutelati e conservati affinché anche le generazioni future possano usufruirne.

E naturalmente, per poter tutelare e conservare, occorre prima conoscere…”.

Vi diamo quindi appuntamento per il prossimo 12 marzo quando con il gruppo TAM, e insieme all’amico geologo Michele Motta, andremo a conoscere questi documenti della storia naturale della Terra, seguendo il percorso del trail: 23 chilometri nell’Anfiteatro Morenico, tra i comuni di Villarbasse, Rosta e Reano.

Qui trovate un articolo scritto per noi da Michele, in cui spiega la storia geologica della zona. Michele ha attivamente contribuito alla stesura della Legge Regionale 23, promulgata il 21 ottobre 2010, per la “Valorizzazione e conservazione dei massi erratici di alto pregio paesaggistico, naturalistico e storico”, che tutela esplicitamente anche “i massi erratici oggetto della pratica di arrampicata sportiva”. Possibile trovare migliore compagnia?

Roberto Gagna

Alpi Ribelli

alpiRibelliAlpi Ribelli, prima edizione giugno 2016, è l’ultima fatica letteraria di Enrico Camanni. Non ho il piacere personale di conoscerlo anche se, da anni, contribuisco sensibilmente al suo bien-etre, possedendo parecchio materiale di sua produzione. Difficile del resto, per un appassionato di montagna delle nostre latitudini, ignorare questo Torinese del ‘57 attivissimo, sia in montagna sia sulla carta, fin da giovane.

Dal 1977 è redattore alla Rivista della Montagna ma con la Fondazione del “suo” Alp, una innovazione rispetto alla più tradizionale Rivista della Montagna, nel 1985 diventa un riferimento nell’editoria alpinistica. Lo dirigerà per 13 anni per poi virare su riviste più culturali come L’Alpe. Non andrei avanti con la sua vastissima e dotta biografia spendendo invece due parole su “Alpi ribelli”.

Seppur non esente da pubblicazioni di carattere romanzesco (sempre in chiave montana, ça va sans dire, cito solo “La sciatrice e l’ultima Camel blu) questo “Alpi Ribelli” è da inserire nel filone “saggistica” proponendo una visione dell’ambiente delle alte terre come luogo di rifugio e di formazione/frequentazione di personaggi perennemente in lotta contro l’ordine imposto, spesso contro dittature, regimi anti-democratici o correnti “poco ambientaliste”.
Si apre con una dotta e panoramica inquadratura del fenomeno Alpino riferita all’ambiente da intendere in contrasto all’ambiente di pianura. L’essenza del libro è proprio, scrive Camanni, la contrapposizione storica tra le terre alte e basse. “Alpi e Libertà” è il filo conduttore del secondo capitolo in cui ci si cala con maggiore enfasi nel contesto locale, anche se qui, giustamente, si trascende da una visione nazionalista in quanto il fenomeno della ribellione Alpina nasce più spesso a causa di una diversa visuale da chi vive e governa legiferando in pianura che non tra gli abitanti di territori che hanno sempre in comune la difficoltà del vivere quotidiano e quindi sono uniti da tribolazioni assolutamente identiche.
Il primo ospite monografico (la stessa struttura verrà poi mantenuta nel successivo sviluppo del libro) lo incontriamo nel terzo capitolo dedicato alla figura del valsesiano Dolcino, noto come frà Dolcino; il nemico a cui opporsi è qui rappresentato dalla opprimente Chiesa di Roma che ne vorrebbe la testa. La fine di Dolcino unitamente alla sua amica Margherita e ad un altro capo dei ribelli viene descritta con una insolita attenzione ai più macabri dettagli…
Con una certa attenzione al registro cronologico veniamo poi resi edotti delle tribolazioni passate dai vari Giosuè Javanel a capo dei ribelli Valdesi, i fratelli Berthalon nei pressi di Briancon che si rifiutano di prestare servizio militare, il sindaco Gatineau di Cervières che scongiurando la costruzione di un super-mega impianto sciistico qui a noi vicino gioca a due passi da casa nostra (e siamo negli anni settanta, non nel medioevo!), il dotto Carlo Alberto Pinelli, Mountain Wilderness con la pletora di nomi famosissimi tra cui un esauriente excursus su Alex Langer, il talentuoso Comici, il socialista Tita Piaz, il senatore Attilio Tissi, la bolognese Giovanna Zangrandi e tantissimi altri nomi, alcuni noti, altri meno ma sempre accomunati da un innato anelito verso la libertà, contro le imposizioni ottuse di un regime, di un modo di pensare, di un movimento religioso, di una cultura da gregge e tutti accomunati dalla presenza incombente di una montagna come luogo di azione, di rifugio, di crescita, di vita.

L’associazione dei personaggi alla montagna evidenzia quasi sempre una approfondita conoscenza dei luoghi da parte dell’autore; siti non incontrati nella sterile realtà virtuale di Internet o sulle pagine di qualche rivista, almeno non solo, ma derivanti da una frequentazione in chiave alpinistica o sci-alpinistica quando non semplicemente escursionistica, degli ambienti oggetto della prosa.

La visuale di Camanni, emergente chiara ed inconfutabile da questo libro, è quella di una persona colta ed intelligente che ha vissuto e vive la montagna in chiave ludica, preoccupato per il suo futuro, profondamente a conoscenza dei processi storici che, inevitabilmente non si riducono all’ambiente alpino ma che spessissimo, di sicuro troppo, hanno segnato il destino di vite, di generazioni, di popoli, determinati in sedi e contesti totalmente avulsi dalle realtà oggettive dell’ambiente delle alte terre. L’analisi storica, sociologica che scaturisce dal libro è estremamente interessante e lo stile di scrittura è piacevolissimo e scorrevole.
Camanni non si limita ad elencare fatti e personaggi nel loro contesto narrandone le vicissitudini. Sul finale si prende il lusso di suggerire quasi in punta di piedi, mi verrebbe da dire in stile sabaudo, che il turismo dolce e l’agricoltura pulita, sweet and slow, sono l’unico futuro possibile per le Alpi e cita, a corollario della sua tesi, i casi della Valmaira e della Valpelline che ben conosciamo noi torinesi. Mi permetto di aggiungere che è significativa l’ampissima presenza di stranieri, come sempre più avanti di noi, nella frequentazioni di areali dove si “prenota l’emozione del silenzio” (per usare un’espressione dello stesso Camanni).

Un libro che non dovrebbe mancare nella biblioteca di chi va in montagna… con la testa.

Marco Centin

Quelli di lassù, i villaggi più isolati delle alpi

Ezio Sesia è sempre stato incuriosito dalla vita in quei villaggi in quota, arroccati nel nulla, dove tutto sembra più difficile e probabilmente lo è. Negli ultimi vent’anni ha approfondito la storia di villaggi come Mollières, un paese francese a 1571 metri, che nella sua lunga storia ha visto la scomoda annessione all’Italia: con una semplice passeggiata di 40 chilometri e un buon dislivello gli abitanti potevano raggiungere il “loro” comune, a Valdieri!

Quelli di lassù, itinerari alpini
Quelli di lassù – Ezio Sesia

Ezio ha visitato questi villaggi, d’estate e d’inverno, e ce li presenta, con tanto di percorsi escursionistici e non solo nel volume “Quelli di lassù” edito da Mulatero. In 288 pagine di storia, itinerari e immagini ci dimostra che non esiste solo la croce di vetta, esiste anche la curiosità, il piacere di una passeggiata per raggiungere Obermutten, dove tutto è di legno, o per andare a scoprire il mistero di San Bernolfo.

Gli itinerari proposti sono decisamente originali, e coprono tutto l’arco alpino, dalle Marittime alle Giulie.  Non presentano particolari difficoltà (E, massimo EE) e dislivelli moderati, dai 500 ai 1000 metri. Oltre ai percorsi di escursionismo, il libro suggerisce anche anelli di fondo e percorsi di ciaspole e sci.

Simona Righetti ha introdotto la serata di presentazione testimoniando l’interesse della casa editrice Mulatero per questi territori isolati:  “In quest’epoca in cui si cerca di fuggire dalla ‘comfort zone’ raggiungendo le zone più isolate in montagna, in cui anche i territori più impervi vengono vissuti come un fantastico parco giochi, abbiamo ritenuto che fosse opportuno riscoprire la vita di quelle comunità che la parola comfort non sapevano nemmeno cosa volesse dire.”

Durante la serata, Ezio ci ha deliziati con aneddoti e diapositive, lasciandoci con tanta curiosità ed un nuovo volume in biblioteca.

Grazie Ezio!

 

 

 

Hanno prosciugato il lago!

Sotto il lago… (B: Soave)

Tranquilli, l’acqua è ritornata ma la scorsa primavera la notizia aveva acceso la nostra curiosità spingendoci ad organizzare una passeggiata sul fondo. Sappiamo infatti che l’evento è piuttosto raro, avviene ogni 10 anni circa per consentire la manutenzione delle parti sommerse della diga e delle opere connesse.

Un po’ di geografia

Il valico, situato nelle Alpi Cozie a 2083 m, unisce il Piemonte (Val Cenischia, Val Susa) alla Savoia (Valle dell’Arc). Il versante meridionale del colle è caratterizzato da vastissimi pascoli che si estendono per chilometri prima di scendere verso Novalesa. Il piccolo lago naturale posto al centro è ora trasformato in un enorme bacino artificiale.

Un po’ di storia

Il colle del Moncenisio è noto e frequentato da migliaia d’anni. Vi è passato Napoleone, Carlo Magno, Giulio Cesare e, qualcuno dice, Annibale; ha visto transitare mercanti, soldati, pellegrini e persino i saraceni. La casa Savoia lo ha controllato per otto secoli poi, nel 1860 alla cessione della Savoia alla Francia, è diventato confine di stato fra il neonato Regno d’Italia e la Francia. Con il trattato di pace del 1947 però il confine è stato spostato di molti chilometri verso Novalesa, lasciando ai francesi tutta la parte più alta ed ampia del territorio.

Poco dopo il 1920 uno sbarramento ha ampliato il laghetto per alimentare la nuova centrale idroelettrica  di Venaus.  Dopo il 1960 sono stati i francesi dell’EDF a realizzare un nuovo e colossale sbarramento che ha ampliato enormemente il lago (perimetro oltre 17 km) e che alimenta una centrale in Francia oltre alla precedente di Venaus: l’acqua viene divisa fra ENEL e EDF.

E’ così che, in una bella mattina primaverile, parcheggiamo sotto alla strada che porta al Piccolo Moncenisio e iniziamo la discesa verso il fondo del lago, spostandoci verso la grande diga.

Camminiamo in un paesaggio strano, su sabbia ondulata e via via scopriamo tante cose curiose. Strade asfaltate sommerse per decenni, con muretti e spallette ancora in buono stato, opere militari demolite con l’esplosivo ma ancora riconoscibili, ponti che scavalcano rii inesistenti. Imponenti ma di difficile comprensione le opere di convogliamento del torrente Roncia verso il primo invaso.

La diga (B: Soave)

Ed ecco la diga del 1921 che presto raggiungiamo: ne attraversiamo entrambi i tratti, che sono ancora in buono stato. Fin qui è stato frequente l’incontro con altri turisti, soprattutto francesi.

A questo punto rinunciamo a proseguire verso la grande diga. Il livello dell’acqua è ormai risalito, non riusciremmo a vedere i resti dell’ospizio. Iniziamo il ritorno sul versante opposto dove troviamo un terreno più faticoso, spessi strati di sabbia talvolta fangosa per la neve che più in alto sta sciogliendo. Notiamo qui la presenza di vaste estensioni di arbusti secchi: quasi certo trattarsi dei rododendri cresciuti prima dell’immissione dell’acqua, oltre 50 anni fa. Foglie e rametti piccoli sono spariti ma le parti più legnose hanno resistito.

Aggirando le infinite anse del versante raggiungiamo finalmente il torrente del Piccolo Moncenisio,  lo attraversiamo su di un vecchio ponte riemerso per l’occasione e risaliamo alla carrozzabile che ci riporta al parcheggio.

Insignificante il dislivello, stimati quasi 14 km.

Guarda la galleria foto di questo numero per vedere altre foto della gita.

L’anello di Montestrutto: un’idea per l’autunno

Dislivello 350 m.
Tempo complessivo ore 4,00.
Difficoltà E

Si percorre l’autostrada A5 e, all’uscita di Quincinetto, ci si immette sulla Strada Statale della Val d’Aosta in direzione sud tornando verso Ivrea di 4,5 km: in un’oretta di viaggio da Torino si raggiunge Montestrutto 262 m. Si parcheggia su uno slargo della statale o sul piazzale del Frantoio Comunale. La nostra escursione inizia dal centro del paese, si imbocca via Nomaglio e si segue il sentiero con segnaletica CAI n. 881, il “Sentiero del Castagno”. La nostra prima meta è Nomaglio 571 m. ed il nostro cammino inizia da subito su una splendida mulattiera lastricata.

Un tratto della mulattiera

Poche decine di metri di cammino e di dislivello e raggiungiamo una deviazione a sinistra che ci conduce alla chiesa ai piedi del Castello di Montestrutto. Breve ed imperdibile deviazione: attraversiamo un uliveto tra affioramenti di rocce montonate e ci affacciamo sul panorama che ci accompagnerà per tutta l’escursione, un’alternanza di boschi e squarci panoramici verso il grande anfiteatro morenico della Serra di Ivrea.
Siamo nel solco principale della Val d’Aosta creato dal ghiacciaio Balteo: in basso la Dora ed un fondovalle molto antropizzato alternato a vigneti ed a gibbosità rocciose su cui si intravedono campanili e ruderi di fortificazioni e di castelli.
Dopo aver percorso solo pochi metri di cammino ci rendiamo conto dell’eccezionale microclima di questa zona al confine tra Piemonte e Valle d’Aosta. Anche i più distratti percorrendo in auto il fondovalle avranno notato i bellissimi vigneti con i tralicci in legno a pergolato retti da colonne in pietra; qui anche l’olivo è di casa e ci spieghiamo il perché del Frantoio Comunale dove abbiamo parcheggiato l’auto.
Tornati sul sentiero 881 incontriamo poco dopo il bivio con il sentiero 852 per Torre Daniele e Cesnola che coincide con la Via Francigena e dal quale rientreremo al termine del nostro anello.
La nostra mulattiera prosegue oltre che tra i Castagni tra una grande varietà di piante amanti della luce e del sole, robinie, frassini, ciliegi selvatici, pungitopo, bagolari, querce, un insieme di essenze definibile “bosco mesofilo”. Da notare la buddleia le cui bacche a grappolo erano utilizzate per la tintura dei tessuti.
Lungo il percorso incontriamo dei Piloni Votivi che giustificano il nome anche attribuito al sentiero di “Sentiero dei Salmi “. Fino agli anni 60’ del Novecento qui si svolgeva il rito delle “Rogazioni”, processioni devozionali, grande evento per la comunità, che si svolgevano tra canti e litanie invocando la benedizione e protezione dei santi raffigurati. Così al Pilone della Lisetta si pregava Santa Marta (protettrice delle casalinghe e delle cuoche) e San Pietro (protettore di fabbri, mietitori e muratori); al Pilone della Pota si pregava San Bartolomeo (protegge dalle malattie della pelle), Sant’ Antonio da Padova (protettore di fornai e contadini nonché protettore da ogni tipo di contagio), Santa Caterina (protettrice delle lavandaie, delle sarte, delle ragazze da marito, ecc.); al Pilone del Mulino di Sotto oltre la Madonna del Rosario e San Pietro si pregava Santa Margherita (protettrice delle partorienti e degli agricoltori).
Arrivati a Nomaglio 571 m dopo neanche un’ora di cammino, svoltiamo a sinistra sempre sul sentiero 881. Prima una breve deviazione a destra tra le case del paese per vedere “il burnel”, un monolito di pietra pesante varie tonnellate, oggi usato come vasca per una fontana ma probabilmente lavorato ed utilizzato come sepoltura in epoca Longobarda. Per una sosta gastronomica è anche consigliabile la vicina ed onesta trattoria.
Su asfalto, lungo la via Maestra, costeggiamo l’area pic-nic e, superata la chiesa di San Grato (protettore dei campi contro le tempeste) con il suo piccolo cimitero, imbocchiamo via San Giovanni seguendo la segnaletica rosso-arancio. Poche centinaia di metri ed ecco in una splendida radura la chiesa di San Giovanni della metà del 600’. Qui, adiacente alla parete laterale, una scala in pietra ci immette su un sentiero che inizia alle spalle del piccolo edificio.
Adesso la nostra escursione cambia radicalmente aspetto: il sentiero si sviluppa con continui saliscendi tra boscaglia e rocce montonate, raggiunge un pilone Votivo dedicato a San Giuseppe (raffigurato con gli strumenti del falegname) ed a Santa Teresa d’Avila (invocata contro le malattie di cuore). Imperdibile il panorama e le piccole marmitte glaciali sulle ultime roccette prima che il sentiero si immetta nella vegetazione raggiungendo la soprastante strada asfaltata che attraversiamo proseguendo lungo le poche ma evidenti tracce nel prato a monte.
Poche decine di metri e ci immettiamo in un bel sentiero delimitato da muretti a secco che scende verso Settimo Vittone. A causa della scarsa frequentazione di questo tratto potremmo incontrare rovi ed erbacce che ci potrebbe costringere ad aggirarlo per un breve tratto. Dopo poco incontriamo nuovamente la strada asfaltata che seguiamo per poche centinaia di metri, raggiungiamo un gruppo di abitazioni rurali e subito dopo aver superato il cartello stradale con il nome della località Gen giriamo repentinamente a sinistra. Alla prima casa imbocchiamo a destra il poco visibile sentiero sempre segnalato 881 che dopo pochi metri si trasforma in un’altra bellissima mulattiera lastricata che senza più deviazioni ci conduce fino al fondovalle nei pressi di Settimo Vittone.
Al termine della discesa incrociamo la Via Francigena e ritroviamo le indicazioni per Montestrutto lungo il sentiero 852 che percorreremo per chiudere il nostro anello.

Quest’ultima parte del percorso è bellissima. Praticamente pianeggiante si sviluppa tra massi erratici costeggiando i pergolati dei vigneti.

Giorgio Gnocchi

Attorno al Monte Bianco: considerazioni guardando a terra

Una grandissima muraglia: pietra e neve. Guardala da una parte come dall’altra: tutta una sfida sportiva. E per chi ci vede solo un luogo inospitale per vivere? Non resta che guardare più in basso, o davanti e di fianco ai propri passi: quello che hanno fatto per alcuni secoli migliaia di persone che sono vissute nelle valli che contornano il Monte. Quello che facevano e speravano gli alpigiani sotterrati con le loro bestie dalla frana in Val Ferret circa quattrocento anni fa.
Val Veny: un gran divertimento per i geologi. Lì si infossa la placca europea sotto la placca africana. Se ne vedono i risultati di tanta tribolazione: rocce di diversa conformazione raggruppate dalla raspata gigantesca che screma ciò che è più morbido e stacca e ammucchia da milioni di anni. Tra le fessure della grattata ha trovato sfogo e il tempo di raffreddarsi un grande blocco di granito che ora chiamiamo Monte Bianco. E per la spinta delle placche si sono piegate la valle di Chamonix e la Val Ferret. Risultato che tutto attorno al Monte si trovano rocce di vario tipo, da quelle stratificate che coprivano la placca, a quelle calcaree che costituivano il fondo marino, prima che cominciasse lo scontro, a quelle nuove solidificate in profondità, nelle crepe dello scontro. Tutto ciò ha prodotto suoli ricchi di diversità chimiche e meccaniche e biodiversità.
Lago Combal: come altri laghi alpini si sta riempiendo e al momento manca poco a divenire una torbiera. Tutto attorno piante palustri o di ambiente umido: i piumini o pennacchi (eriofori di varie specie) con le morbide cime bianche, contornati da vari tipi di carice (sembrano fili di erba con la punta ingrossata) e a tratti dalle “margherite” della tussilaggine. Lungo i pendii i cespugli di ontano verde, che si rischia di scambiarli per degli strani noccioli, nascondono le parti basse tra le megaforbie (piante erbacee a foglie grandi) cavolacci e cicorie alpine (adenostyles e petasites, i primi, e cicerbita): a rallegrare ci pensano i loro fiori: rosa dei cavolacci e viola, a margherita, delle cicorie. Buoni ultimi, come fioritura, i salici cominciano a riempirsi di batuffoli bianchi vaporosi che spuntano da spighe a punte. Distingue i vari salici la forma delle foglie, il colore dei rametti e le dimensioni: quelli striscianti dei pascoli sono sfuggenti perché molto piccoli, ma se si guarda bene si nota lo stesso tipo di fioritura, in scala ridotta.
La Pyramid Calcaire: non dovrebbe centrare niente con una situazione di rocce continentali, invece è lì a dire che c’era un mare tranquillo, sul fondo del quale si depositavano i gusci dei molluschi compattando a costituire un fondo calcareo. Quando iniziò la spinta “africana” il fondo marino si frantumò e si ricompose man mano in un nuovo calcare a pezzi: la Pyramid, appunto, che in qualche modo galleggiò o venne espulsa dalla grattata, come il Monte. Dalla parte opposta, in Val Ferret, abbiamo trovato la corrispondenza nella Testa Bernarda (fino al colle Sapin). Un calcare frantumato, simile nell’aspetto, ma da non considerare uguale, è la “pietra di Gassino” usata per diversi monumenti Torinesi ( Superga, Palazzo Madama e altro). Quella che è la continuazione geografica della Val Veny, la Val Ferret, non lo è per la geologia: la fenditura di scontro tra le due placche continua nella valle Sapin, fino al colle, appunto. I bianchi ammassi di gesso visti tra La Visaille e il lago Combal, si ritrovano nella valle Sapin.
Tra le grasse erbe da pascolo, ormai pochissimo considerate per lo scopo, abbiamo incontrato numerosi tipi di raponzoli, blu, non ancora completamente fioriti e, dove l’erba era più bassa, i vaniglioni o nigritelle che profumavano i dintorni. Dove l’erba era più rada abbondavano le fioriture gialle: creste di gallo, doronico del calcare, qualche arnica e crepis aurea. Un colore a parte lo davano gli astri alpini, margherite blu, incontrate in particolare in Val Veny. In tutti i percorsi non è mai mancata la presenza dei gerani dei boschi, piccoli fiori viola con il centro bianco o, dove erano già sfioriti, il loro piccolo becco di cicogna.

Botrychium lunaria (fonte https://en.wikipedia.org/wiki/Botrychium_lunaria)

 

Una presenza discreta, simpatica nella sua altezzosità, poco diffusa è stata la felce-uva o botrychium lunaria, rinvenuta un paio di volte. Stramba, per la concezione di pianta o di felce che conosciamo, alta al massimo una ventina di centimetri, divisa in due rami, uno fogliare e uno “fruttifero”(spore). E’ il ramo con le spore che attira di più l’attenzione: puntato in alto con il “grappolo”diretto al cielo, più alto della foglia dà un aspetto altezzoso ad un esserino quasi insignificante.
I boschi di protezione non hanno un cartello identificativo. Chamonix deve la propria esistenza quasi completamente ad essi: versanti ripidi e freddi, se non fosse il bosco a frenare la neve, sarebbe una valanga continua. Che sia fredda Chamonix, lo testimonia il ghiacciaio di Bossons che, nonostante il ritiro verso l’alto generalizzato dei ghiacciai, continua ad essere incombente sulla cittadina. Abbiamo percorso il versante solatio, ciò nonostante, il bosco di larici e abeti rossi finiva a 1900 metri di quota. Di fronte, sul versante a mezzanotte, il bosco finiva ben più basso. E ad avvalorare la funzione del bosco come protezione efficace, abbiamo notato che poche sono le installazioni paravalanga: lungo il nostro percorso abbiamo incontrato “solo” alcuni muri di pietra a secco, di notevole massa, ad impedire alla valanga di “partire”. La cosa curiosa è che sul versante assolato ci siano gli abeti rossi: il loro versante preferito è a mezzanotte. Una spiegazione può essere che il versante sia stato boscato da tempo immemore e che a suo tempo sia stato colonizzato da larici e latifoglie (c’erano anche piccole presenze di sorbo degli uccellatori e montano, pioppo tremulo e betulla) che hanno fatto da parasole agli abeti germogliati. In seguito gli abeti maturi hanno ombreggiato larici e latifoglie e ne hanno provocato il recesso.

Arrivederci ad una prossima passeggiata guardando lontano… e anche per terra.

Beppe Gavazza

Nascondino Au Contraire

Dal webmagazine altitudini.it pubblichiamo “Nascondino au Contraire”, un articolo scritto per il concorso Vagabondi delle montagne da Marina Caruso. Da cinque anni il webmagazine  organizza un concorso per blogger di montagna. Blogger è chi si diverte a scrivere sul web, su un proprio sito o ospitato da altri, o, come molti fanno ultimamente, anche solo su una pagina Facebook.

Il concorso ogni anno si distingue per l’argomento scelto e per la forma. In questa edizione il tema i “Vagabondi delle montagne” chiedeva di esprimere, in un’unità multimediale composta da articolo e foto il proprio concetto di montagna come terreno di vagabondaggio, come ricerca della libertà più estrema intesa come quella di non avere una vera meta, liberi da mode e condizionamenti, capaci di liberarsi del superfluo. E i blogger “vagabondi”, provenienti praticamente da tutte le regioni italiane e alcuni anche da fuori Italia non si sono fatti attendere.

Tutte le unità in concorso sono consultabili sul sito altitudini.it
Buona lettura!

Tanto i posti dove nascondersi sul Monte Cinto (M. Caruso)

L’irruente voglia di giocare che non riesco mai a tenere a bada mi ha spinta a prendere la decisione di scalare in solitaria in due giornate Monte Cinto e Paglia Orba partendo all’alba di un qualunque giorno di metà agosto. Inesperta, per niente equipaggiata e poco informata. Ma mi trovavo in Corsica per pochi giorni e chissà quando ancora avrei potuto averne qualcuno tutto per me. Le regole erano chiare e semplici: partire da Huat Asco, arrivare ad un buon orario sul Monte Cinto, raggiungere il rifugio Tighjettu dove passare la notte e il giorno dopo affrontare il Paglia
Orba.

Alle 16 del primo giorno ero arrivata sulla vetta del Monte Cinto, in ritardo di parecchio sulla mia tabella di marcia. Mancavano ancora 8 ore per arrivare al rifugio. Avevo poca acqua, le gambe sentivano la fatica, non avevo incontrato più anima viva dalla tarda mattinata. Perdo il sentiero e
inizio a camminare a vuoto, senza punti di riferimento e inveendo contro la cartina approssimativa su cui avevo deciso di fare affidamento. Ero nei guai. E così è iniziato il gioco. Una specie di nascondino al contrario: la Montagna si divertiva a nascondermi mentre io volevo farmi trovare. La conta era finita e io dovevo uscire allo scoperto quanto prima. Se da una parte il gioco mi spaventava, dall’altra questo vagare senza meta contro il tempo mi metteva addosso un’adrenalina che poche altre volte nella vita ho avuto il piacere di provare. Era quello che volevo, no? Vagabondare, silenzi, solitudine. Forse era troppo. E poi non mi sembrava più fosse una mia scelta. Ormai era calata la notte. La Montagna mi offriva i suoi nascondigli in attesa delle prime luci del sole. Ho solamente un sacco a pelo con me. Mi nascondo. Gioco. Il mattino seguente costringo le mie
gambe a proseguire. Parlo a me stessa, canto per tenermi compagnia e farmi forza. Bevo da una pozza d’acqua torbida, non ho potuto resistere. La tana sarebbe dovuta essere il mio punto di partenza, ma a metà della parete nord-est del Paglia Orba, dopo tanto girovagare, decido di seguire
l’unica soluzione sensata che il mio cervello è ormai in grado di formulare: camminare dritta davanti a me in direzione di un paesino che scorgo a valle e che scoprii poi essere Calasima, frazione Albertacce. Le gambe vanno in automatico, gocce di sangue scendono dalle mie labbra spaccate dal sole e dalla sete. Le automobili, le case, un bar. Tre uomini mi corrono incontro.
Tana libera tutti.

La commissione gite alle Eolie

L’arcipelago delle Eolie, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco, prende il nome dall’antica leggenda che lo considerava la dimora di Eolo, il dio greco dei venti. Dal 28 maggio al 4 giugno 2016 la Commissione Gite ha replicato per la 3° volta il trekking alle Eolie, organizzato egregiamente da Gianni Lucarelli e Luciano Zanon, condotto con la solita maestria da quest’ultimo e da una validissima guida trentina, Genny, esperta geologa nonostante la sua giovane età (26 anni), carina, simpatica e chi più ne ha più ne metta.

Il cratere sommitale di Vulcano

Il gruppo, di 31 soci Cai Uget, era ben assortito e si è amalgamato col passare dei giorni. Già durante il viaggio in aliscafo (dopo aereo e pullman), passando dall’isola di Vulcano, abbiamo sentito un marcato odore di zolfo, tipico delle emissioni vulcaniche. E questo si è confermato il carattere dominante dell’arcipelago, grazie a ben 2 vulcani attivi, Vulcano appunto e Stromboli, nonché grazie alla conformazione vulcanica di tutte le isole, con numerosi crateri ora spenti. Infatti la 1° escursione è stata al Monte Pelato di Lipari, dove in epoca altomedioevale s’è avuta una grande eruzione che ha lasciato evidenti tracce: il sentiero percorso in salita è tutto su ossidiana, roccia vetrosa nera traslucida che è stata emessa dal vulcano e grazie alla quale l’isola s’è sviluppata fin dal Neolitico. E di origine vulcanica è anche la pietra pomice che veniva estratta fino a poco tempo fa dalle cave del M. Pelato, costituendo una delle poche industrie dell’arcipelago, poi esauritasi.

Fiamme e fumi sullo Stromboli

Eppure non è del tutto spenta l’attività vulcanica dell’isola di Lipari: nella parte occidentale, da noi esplorata verso la fine del trekking, abbiamo trovato delle fumarole. Da alcune fenditure del terreno escono esalazioni molto calde di vapore acqueo, zolfo e anidride carbonica. Inoltre, sempre in zona, alle Terme di S. Calogero, c’è una sorgente di acqua calda con temperature di oltre 35°, sfruttata già dagli antichi Romani. Invece a Vulcano c’è molto di più. Vulcano, che ha dato il suo nome a tutti i vulcani del mondo, è ancora in attività. L’ultima eruzione, risalente al 1888, ha modificato tutto il paesaggio e potrebbe ripetersi in qualunque momento. La salita al cratere è esteticamente molto bella: già originali le forme bizzarre degli spuntoni rocciosi della costa, poi salendo al di sopra del bosco si attraversa un’incredibile tavolozza di colori, dal giallo dello zolfo al verde del silicio al rosso del ferro, che risaltano sul blu intenso del mare. Scenario indimenticabile dell’enorme cratere, che abbiamo percorso interamente fino alla cima e poi giù, armati di mascherine, tra fumi, vento e calore che ci hanno fatto sentire il “respiro” del vulcano. Mi è piaciuto immensamente. “Iddu: il faro del Mediterraneo” si riferisce invece allo Stromboli, il più attivo dei vulcani delle Eolie e non solo. Ha 100.000 anni d’età e si eleva imponente dal fondo marino per 2400 m, di cui 924 sopra il livello del mare. Per andare in cima al “Pizzo”, sull’orlo dell’antico cratere Neostromboli, occorre farsi accompagnare da una guida alpina e munirsi di casco e pila frontale, per poter godere dell’incredibile scenario notturno offerto quotidianamente dal vulcano, particolarmente affascinante col buio, e scendere poi dalle ripidissime ceneri vulcaniche, in cui si affonda come fosse neve. Lo Stromboli ci ha dedicato uno spettacolo superaffascinante sulla “Sciara del fuoco”: dapprima esplosioni a base di grandi fumate, poi eruzioni violente e rumorose di fiammate e lapilli, riprese con entusiasmo crescente dai nostri instancabili fotografi! E poi giù, quasi alla cieca, per più di 900 m di ceneri. Bello, anche questo indimenticabile. Abbiamo continuato a seguirne l’attività da lontano anche nei giorni seguenti, al di sopra della superficie marina, dalle altre isole. Affascinante è stata anche Salina, l’isola più verde dell’arcipelago, formatasi dall’unione di 2 isole vulcaniche vicine, poi saldatesi grazie all’attività di numerose bocche vulcaniche. Memorabile l’escursione alla “Fossa dei Felci”, la “vetta” delle Eolie (962 m) raggiunta su un sentiero all’ombra di bellissimi alti eucalipti, con un repertorio notevole di flora endemica: ginestra del Tirreno (Genista tyrrena), citiso delle Eolie (Cytisus aelolicus), fiordaliso delle Eolie (Centaurea aeolica) dalla ricca tavolozza cromatica. La discesa attraverso un fitto bosco fiabesco, su sentiero ripido, sassoso, scalinato in modo sconnesso e a tratti disagevole, è stata rallegrata da un exploit di Sergio Colaferro, che si è esibito in una canzone abruzzese spassosa, facendoci poi cantare a turno una lunga filastrocca mentre scendevamo un’infinita scalinata. Ogni tanto si aprivano stupendi belvedere, da cui potevamo ammirare l’instancabile attività dello Stromboli, che si vedeva in lontananza sul mare azzurrissimo. Ci stava salutando…

di Bianca Compagnoni

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Pasubio, di qui non si passa

Non c’è niente di meglio quando la storia s’intreccia con un ambiente naturale superbo.
L’idea a Luciano arriva dalla famiglia: perché non fare una gita sociale sui sentieri della Grande Guerra? Detto, fatto: andiamo sul Pasubio, nelle prealpi vicentine, dove si è consumato uno degli episodi più tragicamente importanti dell’intera storia dell’umanità: la Grande Guerra.

Percorrendo la Strada delle 52 Gallerie

Partiamo in 35 da Torino e dopo aver viaggiato tutta la mattina arriviamo a Bocchetta Campiglia (1219 m.), partenza della nostra camminata. Percorriamo la “strada delle 52 gallerie”, un sentiero escursionistico che ci porta fino al Rifugio Generale Papa a Porte del Pasubio (1928 m.). La strada è un’opera ingegneristica che costeggia la montagna, in una zona totalmente rocciosa, lungo quello che un tempo era un camminamento di guerra realizzato dal nostro esercito per portare armi e rifornimenti verso la cima del Pasubio senza essere esposti al fuoco nemico. All’imbocco del sentiero troviamo dei pannelli esplicativi che raccontano la storia di questo territorio. In breve arriviamo alla prima galleria, realizzata dal marzo al dicembre 1917.

Arcobaleno sulla Strada degli Scarrubi

La lunghezza complessiva della strada è di circa 6.300 metri, di cui circa 2.300 in gallerie di larghezza minima 2 metri e 20 e pendenza media del 12%. Le gallerie furono scavate seguendo la naturale conformazione della montagna: alcune lunghe una decina di metri, altre oltre 300. Non servivano solo a salire in quota ma diventavano depositi di munizioni e punti di controllo e di attacco.
Mentre le percorriamo ci sembra di entrare sempre di più nel cuore della montagna. Usciti dall’ultima galleria ci troviamo di fronte al Rifugio Generale Achille Papa (1935 m.), la nostra meta per il pernottamento, giusto in tempo per evitare un bell’acquazzone. Renato, il gestore, ci sorprende con la cena in cui spiccano i bigoli al ragù d’anatra e la torta di nocciole: davvero un rifugio a cinque stelle! La mattina ci raggiunge Piero, della sezione Cai di Schio; sarà la nostra guida storica per visitare la “Zona Sacra”, un museo all’aria aperta di trincee, cunicoli, gallerie, ricoveri e opere commemorative.
Il primo monumento che incontriamo è l’Arco Romano, edificato però in epoca fascista, con il cimitero della Brigata Liguria, il reparto comandato dal Generale Achille Papa, il cui motto era “Di qui non si passa”, frase riportata in ferro battuto su di un artistico supporto metallico all’entrata a monito imperituro.
Osservati da alcuni camosci, proseguiamo verso la “Selletta del Comando” dove gli austriaci quasi riuscirono a sfondare la nostra “prima linea”. Seguendo una trincea arriviamo alla località “Sette Croci” che ricorda una faida del XV secolo tra pastori finita nel sangue. Ora il sentiero inizia a salire deciso verso il Dente Austriaco (2203 m.) dove era il fronte degli imperiali. Piero ci racconta della guerra di mine e contro mine, della galleria Ellison che partendo da qui e passando sotto la selletta tra i due Denti, arriva sotto quello italiano dove fu fatta brillare la carica di 50 tonnellate che lo sconvolse.
Purtroppo non è una bella giornata, ma il vento gelido apre ampie schiarite su un panorama bellissimo. Questo freddo pungente ci può solo fare immaginare le condizioni ostili che i soldati di entrambe le fazioni hanno sofferto per tutto il conflitto. La vita sul Pasubio superò ogni umana sopportazione: “il vivere fu ben più duro che morire”.
Percorriamo la selletta che lo separa di pochi metri dal Dente Italiano (2220 m.) salendo in silenzio e commozione.
Sul Palon, la massima elevazione del Pasubio (2236 m.) nei giorni più limpidi lo sguardo arriva fino alla laguna di Venezia: oggi non è uno di quei giorni, ma la nostra vista arriva comunque fino alle Pale di San Martino nelle Dolomiti.
Dopo la foto di gruppo rientriamo verso il rifugio, dove ci congediamo da Piero e iniziamo la nostra discesa verso l’appuntamento con il pullman, percorrendo la strada degli Eroi. La sua denominazione trae origine dalle targhe commemorative dedicate ai quindici decorati con Medaglia d’Oro al Valore, fissate sulla parete rocciosa lungo i due chilometri che collegano il Rifugio Papa alla Galleria d’Havet.

Foto di gruppo sul Monte Palon, Zona Sacra

E’ stata una gita bellissima in compagnia di tanti amici che hanno condiviso forti emozioni nel ricordo dei nostri nonni e di tutti quelli che hanno combattuto e sono morti per la nostra libertà e per il nostro futuro.

di Roberto Gagna

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