Attorno al Monte Bianco: considerazioni guardando a terra

Una grandissima muraglia: pietra e neve. Guardala da una parte come dall’altra: tutta una sfida sportiva. E per chi ci vede solo un luogo inospitale per vivere? Non resta che guardare più in basso, o davanti e di fianco ai propri passi: quello che hanno fatto per alcuni secoli migliaia di persone che sono vissute nelle valli che contornano il Monte. Quello che facevano e speravano gli alpigiani sotterrati con le loro bestie dalla frana in Val Ferret circa quattrocento anni fa.
Val Veny: un gran divertimento per i geologi. Lì si infossa la placca europea sotto la placca africana. Se ne vedono i risultati di tanta tribolazione: rocce di diversa conformazione raggruppate dalla raspata gigantesca che screma ciò che è più morbido e stacca e ammucchia da milioni di anni. Tra le fessure della grattata ha trovato sfogo e il tempo di raffreddarsi un grande blocco di granito che ora chiamiamo Monte Bianco. E per la spinta delle placche si sono piegate la valle di Chamonix e la Val Ferret. Risultato che tutto attorno al Monte si trovano rocce di vario tipo, da quelle stratificate che coprivano la placca, a quelle calcaree che costituivano il fondo marino, prima che cominciasse lo scontro, a quelle nuove solidificate in profondità, nelle crepe dello scontro. Tutto ciò ha prodotto suoli ricchi di diversità chimiche e meccaniche e biodiversità.
Lago Combal: come altri laghi alpini si sta riempiendo e al momento manca poco a divenire una torbiera. Tutto attorno piante palustri o di ambiente umido: i piumini o pennacchi (eriofori di varie specie) con le morbide cime bianche, contornati da vari tipi di carice (sembrano fili di erba con la punta ingrossata) e a tratti dalle “margherite” della tussilaggine. Lungo i pendii i cespugli di ontano verde, che si rischia di scambiarli per degli strani noccioli, nascondono le parti basse tra le megaforbie (piante erbacee a foglie grandi) cavolacci e cicorie alpine (adenostyles e petasites, i primi, e cicerbita): a rallegrare ci pensano i loro fiori: rosa dei cavolacci e viola, a margherita, delle cicorie. Buoni ultimi, come fioritura, i salici cominciano a riempirsi di batuffoli bianchi vaporosi che spuntano da spighe a punte. Distingue i vari salici la forma delle foglie, il colore dei rametti e le dimensioni: quelli striscianti dei pascoli sono sfuggenti perché molto piccoli, ma se si guarda bene si nota lo stesso tipo di fioritura, in scala ridotta.
La Pyramid Calcaire: non dovrebbe centrare niente con una situazione di rocce continentali, invece è lì a dire che c’era un mare tranquillo, sul fondo del quale si depositavano i gusci dei molluschi compattando a costituire un fondo calcareo. Quando iniziò la spinta “africana” il fondo marino si frantumò e si ricompose man mano in un nuovo calcare a pezzi: la Pyramid, appunto, che in qualche modo galleggiò o venne espulsa dalla grattata, come il Monte. Dalla parte opposta, in Val Ferret, abbiamo trovato la corrispondenza nella Testa Bernarda (fino al colle Sapin). Un calcare frantumato, simile nell’aspetto, ma da non considerare uguale, è la “pietra di Gassino” usata per diversi monumenti Torinesi ( Superga, Palazzo Madama e altro). Quella che è la continuazione geografica della Val Veny, la Val Ferret, non lo è per la geologia: la fenditura di scontro tra le due placche continua nella valle Sapin, fino al colle, appunto. I bianchi ammassi di gesso visti tra La Visaille e il lago Combal, si ritrovano nella valle Sapin.
Tra le grasse erbe da pascolo, ormai pochissimo considerate per lo scopo, abbiamo incontrato numerosi tipi di raponzoli, blu, non ancora completamente fioriti e, dove l’erba era più bassa, i vaniglioni o nigritelle che profumavano i dintorni. Dove l’erba era più rada abbondavano le fioriture gialle: creste di gallo, doronico del calcare, qualche arnica e crepis aurea. Un colore a parte lo davano gli astri alpini, margherite blu, incontrate in particolare in Val Veny. In tutti i percorsi non è mai mancata la presenza dei gerani dei boschi, piccoli fiori viola con il centro bianco o, dove erano già sfioriti, il loro piccolo becco di cicogna.

Botrychium lunaria (fonte https://en.wikipedia.org/wiki/Botrychium_lunaria)

 

Una presenza discreta, simpatica nella sua altezzosità, poco diffusa è stata la felce-uva o botrychium lunaria, rinvenuta un paio di volte. Stramba, per la concezione di pianta o di felce che conosciamo, alta al massimo una ventina di centimetri, divisa in due rami, uno fogliare e uno “fruttifero”(spore). E’ il ramo con le spore che attira di più l’attenzione: puntato in alto con il “grappolo”diretto al cielo, più alto della foglia dà un aspetto altezzoso ad un esserino quasi insignificante.
I boschi di protezione non hanno un cartello identificativo. Chamonix deve la propria esistenza quasi completamente ad essi: versanti ripidi e freddi, se non fosse il bosco a frenare la neve, sarebbe una valanga continua. Che sia fredda Chamonix, lo testimonia il ghiacciaio di Bossons che, nonostante il ritiro verso l’alto generalizzato dei ghiacciai, continua ad essere incombente sulla cittadina. Abbiamo percorso il versante solatio, ciò nonostante, il bosco di larici e abeti rossi finiva a 1900 metri di quota. Di fronte, sul versante a mezzanotte, il bosco finiva ben più basso. E ad avvalorare la funzione del bosco come protezione efficace, abbiamo notato che poche sono le installazioni paravalanga: lungo il nostro percorso abbiamo incontrato “solo” alcuni muri di pietra a secco, di notevole massa, ad impedire alla valanga di “partire”. La cosa curiosa è che sul versante assolato ci siano gli abeti rossi: il loro versante preferito è a mezzanotte. Una spiegazione può essere che il versante sia stato boscato da tempo immemore e che a suo tempo sia stato colonizzato da larici e latifoglie (c’erano anche piccole presenze di sorbo degli uccellatori e montano, pioppo tremulo e betulla) che hanno fatto da parasole agli abeti germogliati. In seguito gli abeti maturi hanno ombreggiato larici e latifoglie e ne hanno provocato il recesso.

Arrivederci ad una prossima passeggiata guardando lontano… e anche per terra.

Beppe Gavazza

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