Andrea Mellano, l’origine dell’arrampicata sportiva italiana

Chi frequenta le palestre di arrampicata deve tanto a questo uomo. Magari, i meno locals non lo conoscono neppure per sentito dire. Invece, Andrea Mellano, un signorotto ormai con barba e capelli bianchi, ha, per così dire, creato l’arrampicata sportiva in Italia. E molto gli si deve se questo sport, come lui dichiara essere “una sorta di atletica verticale”, sarà prossimamente nelle Olimpiadi di Tokio 2020. Ma andiamo con ordine, perché ogni cosa si non si crea dal nulla, ma come dice un brocardo scientifico, “tutto si trasforma”. Insomma, chi è Andrea Mellano? I frequentatori del Vallone di Piantonetto certamente associano il suo nome alla via al Becco di Valsoera- la Mellano-Perego-Cavaliere. Eppure, la sorprendente semplicità di quest’uomo nasce tra le mura cittadine di Torino.

“Prima di arrampicare, giocavo a basket: son cit ma alla fine degli anni 40’ fui tra i primi a vincere un campionato dilettantistico. Poi siamo andati anche in montagna perché finita la guerra nel 1946 frequentavo un oratorio salesiano alla Crocetta. alternando in quegli anni il lavoro di fabbro. Quell’anno l’oratorio organizzò un campeggio a Cervinia. Ricordo bene: salimmo con un camion a gasolio con le panche in legno; giunti a Perreres, siamo stati ospitati dentro una baracca di quelli che stavano costruendo la diga dell’omonimo lago. Lì passammo il primo campeggio: che vista! Vedere il Cervino mi sconvolse: rimasi colpito dalla sua imponenza e dalla grandiosità delle montagne lì attorno. Don Pietro Rota, il salesiano che ci accompagnava organizzò la salita al Breithorn: avevo 12 anni, senza attrezzatura idonea, con la sveglia alle 2 di notte si partì lo stesso. Il don aveva una corda: ci legammo in sette o otto! Nonostante l’inesperienza arrivammo tutti in cima! Eravamo così contenti!” Poi come tanti, i viaggi alla Sbarua, Piantonetto: partire il sabato con la corriera e arrampicare la domenica calcolando bene i tempi per il ritorno a Torino. “Iniziammo nei primi anni 50, con le valli di Lanzo, Poi il Piantonetto, la Sbarua ci chiedevamo: perché si va così poco a tentarle? non solo per le distanze è vero…ma al lunes si lavorava! Spesso si cercava rifugio in alloggi di fortuna, come quello presso il parroco di Rosone in valle dell’Orco dove ritornavamo dopo le gite. E ci veniva comodo: alle 6 del mattino di lunedì partiva il pullman per venire a Torino per lavorare.” All’epoca, sebbene esistesse già la scuola Gervasutti svolgeva le piccole “spedizioni” in compagnia di amici e ricorda  “Quelli del Cai ci vedevano con un certo occhio:eravamo sempre quelli fuori dalla regola. Anche perchè l’ambiente alpinistico a Torino nel secondo dopoguerra era rimasto fortemente colpito dalla dipartita di Boccalatte prima, e Gervasutti dopo. La voglia di fare alpinismo però in me cresceva a dismisura. Pochi uscivano, solo Guido Rossa osava: andava in Dolomiti, sul Bianco…per i più, le vie dei grandi erano intoccabili. Noi non vivevamo questo retaggio storico: eravamo liberi così come era il nostro intendere la montagna. Non eravamo spregiudicati, ma allenati e ci mettevamo alla prova”.

Le proposte per vivere una vita a contatto con la montagna non tardarono: “Arrivai al bivio: verso i vent’anni i miei amici guida Frechey mi proposero di diventare guida ad Ayas. Confesso, ero tentato ma non avevo lo spirito di fare sempre questa vita come professione. C’è da dire che la mia passione non si limitava alla montagna: facevo anche teatro, quindi, non è che la montagna mi avesse totalizzato. In quegli anni poi lavoravo in FIAT nelle grandi officine per le stampe e mi ero iscritto all’Istituto tecnico: di giorno andavo a scuola e la sera lavoravo alle presse. Poi alla maturità: chiesi il permesso e me lo rifiutarono:me ne andai. Ebbi la fortuna di vincere un concorso pubblico al Comune di Torino e successivamente mi iscrissi ad architettura”.

La montagna era per i momenti liberi “Volevo arrivare dove gli altri non se la sentivano di andare. Con molti amici di Milano affrontammo vie severe. Ricordo la nord del Roseg, la Cassin alla Cima Ovest di Lavaredo. Eravamo nel 1964, Proprio sul famoso traverso beccammo un temporale improvviso: sentii una botta e poi il buio… ripresomi mi accorsi che mi aveva sbattuto fuori dalla parete appeso alle corde ( “E meno male che la scarica non le ha bruciate” ho subito pensato) Giovanni Brignolo già verso la sosta mi scuote gridando a Perego “Non è morto, si muove!” Preso un po’ dall’adrenalina risalii veloce con i soci che mi tiravano. Una volta raggruppaticisi, mi accorsi delle conseguenze: la folgore mi aveva torto lo scarpone, bruciato la calza e fuso la catena d’oro al collo e avevo un occhio e un orecchio lesionati. Finii la via in queste condizioni così come la discesa per i ghiaioni.  A Torino andai subito al Centro di Medicina dello Sport e il medico con non-chalance mi riferì “Con l’incidente che hai avuto, non dovresti essere vivo!”. Sorte ben diversa per altri 2 tedeschi che invece non hanno avuto il mio stesso miracolo”.

Essere studente-lavoratore è già un bell’impegno, se poi ci si mette pure un hobby così pesante…mi interrompe ”Non eravamo niente di speciale, ma eravamo affiatati e allenati, sapendo anche rinunciare come quando provammo la prima italiana alla nord del Cervino: andammo nel 1963 arrivammo a 200 metri dalla vetta quando, colpiti dalla tormenta, dovemmo ritirarci; traversai fino alla Horligrat e andammo a casa. L’anno dopo tornai con Beppe Castelli e Romano Perego: la facemmo, ma era la seconda italiana…” Con Perego è rimasta un grande itinerario che porta la firma anche del lecchese Cavaliere “La via alla Valsoera ha avuto una nascita un po’ difficoltosa. Sapevamo che già Gervasutti voleva fare questa salita al Becco. Con Perego e Cavalieri ci trovavamo a Courmayeur in estate.  Nel 1959 eravamo reduci dal tentativo del Pilone Centrale al Freney: alla Fourche il meteo ci consigliò di ritirarci. Come al solito, giunti al rifugio Torino il meteo si fece bonaccia. Ormai prossimi al ritorno a casa, per non perdere la giornata salimmo per primi il Pilier a Tre Punte, vicino al PilierGervasutti. Volevamo intitolare la vetta allo scomparso Leonessa. Ma Chabod ci suggerì un più classico “Pilier a Tre Punte”. Così il 1959 si concluse per noi” ma apriva delle porte su altre valli. “L’anno dopo nel 1960 di nuovo meteo impossibile. Avevo già esplorato con Brignolo l’itinerario al Becco di Valsoera; pensai che questa fosse l’occasione. Lo proposi e andammo. Non fu difficilissimo uscirne ma in vetta fummo imprigionati dalla tormenta. discendemmo una via laterale sulla Sud, e così potemmo dire di aver fatto per primi quest’itinerario. Non nascondo che il fatto di salire le montagne per la prima volta mi dava il piacere della scoperta. Unico.”

Il nome di Andrea Mellano è legato all’arrampicata sportiva “Erano anni che quest’attività diversa ma non alternativa all’alpinismo andava ad affermarsi. Con Emanuele Cassarà ci siamo lanciati a fare SportRoccia nel 1985 a Bardonecchia. Rischiammo, anche dal punto di vista finanziario. L’Uget e Accademico ci sponsorizzarono, dal CAI però piovvero accuse di non conoscere la storia e annacquare i valori dell’alpinismo. Nonostante questo ce la facemmo. Da quel momento possiamo dire che è iniziata l’ascesa dell’arrampicata come sport:nacque la Federazione, la Società Arrampicata Sportiva a Torino e in generale un modo diverso di guardare alla sicurezza in montagna”. Sicurezza: parola d’ordine nell’arrampicata sportiva: sali, cadi ma le protezioni devono tenere. Un po’ come dire che se fai i cento metri ad ostacoli, questi non ti devono ammazzare se non li salti.

Chi fa arrampicata sportiva è come chi fa i 100 metri in un determinato tempo, a prescindere dalla vittoria. Non va caricato di forme di vita. Ognuno poi se lo sente come vuole. Cassarà ed io ci battemmo affinché passasse un concetto fondamentale in bassa valle così come in alta montagna: la sicurezza. Fino ad allora, si diceva che chi metteva meno chiodi era il più bravo: e invece no, bisognava dire che era il più stupido! Quello per cui bisogna dire grazie all’arrampicata sportiva è che ha insegnato a molti che andavano in montagna che è importante proteggersi ed assicurarsi bene. Tant’è vero che oggi i grandi exploit sono fatti da chi prima praticava l’arrampicata sportiva, vedi Brenna, Mingolla e così via”.

Limitare il rischio per lasciare spazio al gesto tecnico, al libero confronto tra uomo e parete.

“La montagna ha il valore dell’uomo che vi si misura, altrimenti, di per sé, essa non sarebbe che un grosso mucchio di pietre” (W.Bonatti)