Brutto, un racconto di treno

Forse non era il treno del Bernina ma.. (http://it.interrail.eu/)

Qualche giorno fa avevo deciso, come al solito all’ultimo momento, di accettare l’invito di una coppia di amici a passare una giornata nella loro casa in montagna: il tempo di una telefonata di conferma e poi – lo zaino è sempre pronto – una corsa in auto verso la stazione di Collegno, la mia porta verso la Valle di Susa. Quando entro nell’atrio della stazione con i soldi pronti in mano, vedo che la macchina erogatrice dei biglietti è già impegnata in duello con una ragazza che vorrebbe usare il bancomat – e sento contemporaneamente il mio treno arrivare sul binario 2. Non ho alternative a salire comunque e subito in vettura.
Il capotreno, si vede che è persona gentile: mi rimprovera con garbo, fa le domande di rito e poi conclude che, insomma, gli dispiace molto ma deve comunque farmi proprio pagare il supplemento.
Non ci penso nemmeno a protestare, so di essere in fallo – e poi quella gentilezza mica si incontra spesso. Il biglietto per Ulzio costa poco, io l’ho pagato esattamente il doppio.
Mi cerco un sedile nella zona centrale. La ragazza di fronte a me sta sottolineando a matita un libro scientifico che m’incuriosisce e del quale non riesco dalla mia posizione a leggere il titolo; sarebbe così cortese, penso, far invece capire sempre al prossimo i libri che si leggono: una sorta di biglietto da visita, da cui potrebbero nascere feconde contaminazioni e ispirazioni. Dopo che la ragazza è scesa a Bussoleno, mi posso dedicare senza rimpianti allo studio di uno scontrino che ritrovo nel portafoglio: un acquisto fatto di recente in Austria, di una borraccia nuova. Leggo il nome e il cognome del giovane venditore del negozio di Soelden, la cui fisionomia
ricordo abbastanza bene: la privacy forse non è tenuta in gran considerazione laggiù, io invece la rispetterò quasi fino in fondo raccontando che le iniziali sono D. F. (D è un nome che, al femminile, è ben presente nella mia vita; F. è il tipo di chitarra elettrica che tentava di suonare un figlio quando stava a casa con me).
Ma la sorpresa linguistica che io cerco viene subito sotto, quando scopro che il prezzo lordo sullo scontrino viene chiamato Brutto.
Forse mi assopisco. Ripassa il capotreno: io non risparmio la battuta amena che, con quello che ho pagato, sto finalmente viaggiando sul TGV. Lui solo allora mi riconosce e mi si siede di fronte.
“Mi restituisce il biglietto che le ho fatto”? – mi chiede. Tira fuori la macchinetta, armeggia sui tasti, stampa un nuovo foglio e mi restituisce una banconota da 5 euro.
“Perché, scusi”? – chiedo stupito (ma non poi troppo: spiegherò poi).
“Vede, caro signore, io voglio essere giusto. Lei con me non ha fatto obiezionialla multa, ma io poco dopo nell’altravettura sono incappato in una passeggera nella stessa situazione. Ha cominciato a protestare, a esibire giustificazioni, mi ha anche detto che la macchinetta a Collegno non accettava il bancomat, stava alzando la voce. Insomma, mi ha fatto una testa così e io, alla fine, cosa vuole, per non sentirla più non le ho fatto pagare il supplemento. Ora è giusto che non lo paghi nemmeno lei”.
Ripone nella borsa la sua piccola stampante, rimette il berretto con la visiera, mi saluta e sparisce verso il fondo del treno.
Dovrei essere riconoscente soprattutto alla sconosciuta, ma con il di lei carattere temo non andrei d’accordo: lo
sono invece, senza remore, verso una battuta che per una volta non mi ha nuociuto e naturalmente verso il capotreno: c’è anche il conforto di considerare come la mia prima impressione di una persona sia spesso quella corretta. Devo però ora spiegare che in un certo dormiveglia di galleria avevo fantasticato proprio sulla restituzione del supplemento, sul fatto che il prezzo Brutto alla fine diventasse, nel lieto fine, un prezzo netto.

Eugenio Masuelli

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