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La mia valanga amica

Sabato 13 aprile 2013.

Cabalisticamente lo si intuisce già solo dal doppio numero 13 contenuto nella data che sicuramente è stato un giorno per Matteo e me molto fortunato e notoriamente la buona sorte è vicina in special modo ai principianti o ai distratti come me.

Con Teo, arrivato da Torino, che si cambia e sistema gli ultimi carichi nel mega zaino, ci incamminiamo sci ai piedi verso il rifugio Prarayer di Valpelline.

Passata la diga il dolore ai piedi mi impone una riflessione.
Rimugino, penso ai prossimi giorni, alla fatica, alla sete, ed il timore di essere poco allenata per affrontare il percorso del Raid pur prospettato magnifico!
Decido di ripropormi il problema alla sera, dopo la cena in rifugio consultandomi con gli amici.
Rallento il passo, i miei talloni sono ormai “incendiati” un bruciore assurdo anche ai lati degli alluci e l’escoriazione sul malleolo già sanguina…….
Uffa….uffa ……uffa…..
Che “situasiun”: è da stamattina che cammino con gli scarponi, ed ora son le 16 passate!

Teo mi precede di una trentina di metri, la giornata è spaziale, bellissima.
Nel punto della stradina su cui stiamo transitando sono scese slavine e occorre prestare attenzione.
Teo è già fuori dal bosco e davanti gli si stende il sentiero di costa, a destra il dirupo e giù in fondo il lago, a sinistra la parete innevata della montagna.

Rumore, un sinistro rumore.
Vedo la massa che scivola urlo, urlo…
Attento Matteo, attento, sono li ferma con lo sguardo fisso su di lui che nel tentativo di tornare verso di me inciampa … ma si rialza e…
Inesorabilmente viene raggiunto dalla neve sporca di terra.
Fermo lo sguardo su quel punto del mondo, nell’attesa che smetta questo movimento diabolico per raggiungerlo e scavare con tutta la mia forza, devo farcela.

Altro rumore, stavolta peggio, il balordo è più vicino e provo a girarmi per scappare ma non riesco nemmeno a finire la rotazione del busto che le mie gambe rimangono intrappolate in quel cemento marroncino il cui livello sta salendo velocemente nonostante le mie grida per scongiurarne l’arresto …
Arriva la “spallata” finale che mi abbatte, giù di spalle al lago, vedo sopra di me un salto di roccia nel boschetto, poi tutto nero, buio, profondo, immobile costretto il solo cervello a continuare la sua attività di registratore, di sperimentatore, di creatore di idee e inventore di sentimenti e considerazioni, giudizi, ricordi, paure e una sequenza infinita di parole per descrivere tutto quello che può fare il cervello umano tranne, in questo caso, comandare i centri nervosi per muovere lo splendido e resistente apparato motorio che lo contiene.
Un blocco all’infinito viaggiare.

Quindi la consapevolezza dell’istante …
Quanto tempo resisterò? Quanto? Quanto?
Quindi finisce qui la mia vita?
Una forte esplosione mi si oppone dentro, non posso morire!
Sono un Buddha ho una missione importantissima.
Devo fare Kosen Rufu (*).

Il seguito è mistico, impossibile da prevedere, da augurarsi, da immaginarsi in qualche manuale di tecnica di sopravvivenza.
Sento di nuovo quel rombo, ma ora ne sento anche la vibrazione e un colpo.

Un’aurea di chiarore arriva alle mie pupille attraverso le palpebre, d’istinto percepisco il movimento del mio polso ora miracolosamente di nuovo libero nell’aria, porto la mano a pulire la mia faccia da quel freddo e graffiante elemento.
Ecco bocca e naso sono liberi di riprendere tutta l’aria che serve per urlare ancora e più forte il nome di Matteo.
Bocca e naso respirano e gridano aiuto velocissimi, ora ho liberato anche il braccio destro e tento di togliermi la neve di dosso.
Matteo mi chiama, che gioia!
E comincia una canzone, un duetto…….
Solo Matteo, solo Cecilia, e riesco a sollevare la testa fino a raggiungere con lo sguardo il buon amico che si sta liberando e che verrà ad aiutarmi.
Son li, il terrore che qualcos’altro si distacchi e che mi copra definitivamente è un gigante, un insieme infinito di galassie, incommensurabile.
Dall’altezza del diaframma in giù sono immobilizzata ed ora le gambe cominciano a pulsare oppresse dalla pressione e martoriate dalla posizione, attorcigliate.
Le mie mani cominciano a rifiutarsi di toccare ancora il freddo elemento che contemporaneamente si sta trasferendo a tutto il mio essere.

Proprio una bella giornata!

Finalmente arriva Matteo.
Si è vestito un po’, siamo rimasti nella neve con addosso una t-shirt a maniche corte, lo zaino i pantaloni calze e scarponi completamente fradici.
E attacca a spalare.
Spala, spala, ahio…scusa ti ho fatto male…
Non importa, scava, ho i crampi alle gambe. Ma come i crampi? Non lo so, ho tanto male!

Teo riesce a sfilarmi lo zaino e mi veste, ora son praticamente seduta e prendo anche il piumino, il mio respiro continua ad essere quello di un mantice impazzito ed ecco ora appaiono le gambe, solo la fantasia di Picasso o Dalì avrebbe potuto disegnarle con la forma che avevano preso.

Il pensiero che fossero rotte e inutilizzabili assale Matteo che con il suo Kiai (**) continua la faticosa corsa per la dissepoltura.

Nella foga si rompe il manico della pala che per effetto del contraccolpo vola giù verso il dirupo ma sempre supportati dalla buona sorte non fa molta strada.
Lui la recupera e la rimonta a mo’ di zappa e per sicurezza mi chiede di prendere la mia.
E così scopre che l’ho dimenticata nello zaino nero che ho usato al mattino per la gita alla Tza.
Non mi vergogno a dire che son sprofondata nell’imbarazzo e nel disagio totale nei confronti dei compagni di Raid, ma Teo mi incoraggia, mi ricorda che siamo vivi e tanto basta, in futuro faremo tesoro di quell’esperienza.

Finalmente trovati gli attacchi degli sci riesce a sfilarmeli e prova a “ricompormi” gli arti inferiori che in un paio di minuti ritornano ad essere con dolore mossi volontariamente.
OOOhhhhissa … sono di nuovo in piedi, sulle mie gambe, e sempre quella respirazione a mantice nervoso.
Teo prova con un paio di scossoni a farmi smettere, ma lo tranquillizzo, non è pericoloso, è una mia tecnica di reazione al dolore e alla paura (fin da bambina), sono lucida e lui lo riscontra.

Un forte abbraccio e gli occhi colmi di commozione suggellano la certezza che siamo vivi, sani e in grado di raggiungere gli amici al rifugio.

Piano piano, sci ai piedi, siamo di nuovo una dietro l’altro con gli occhi stupiti e il cuore colmo di gratitudine alla vita, ed io svelo il mio segreto di fede buddista.

Tutto Il resto sono: amici, cena, foto, auto, girasoli e … vita!

cecilia


Note

(*)Kosen Rufu: Il termine giapponese kosen-rufu esprime un concetto di fondamentale importanza per i membri buddisti della scuola di Nichiren Daishonin.
Spesso viene tradotto come “pace nel mondo”, intesa però in senso più vasto della semplice “assenza di guerre”.

Si potrebbe definire come pace omnicomprensiva, ottenuta attraverso un radicale cambiamento nel cuore delle persone grazie alla diffusa adozione di valori umanistici quali – prima di ogni altro – l’assoluto rispetto per la dignità della vita.

L’espressione kosen-rufu ha un’origine antica e appare nel ventitreesimo capitolo del “Sutra del Loto, precedenti vicende del bodhisattva Re della medicina”.
In un brano del capitolo si legge: «Dopo la mia estinzione, nell’ultimo periodo di cinquecento anni, dovrai diffonderlo in tutto Jambudvipa e non permettere mai che la sua diffusione sia interrotta».
L’espressione «dovrai diffonderlo [il Sutra del Loto]» viene resa da Nichiren Daishonin con il termine kosen-rufu.

(**)Kiai: nelle arti marziali è il grido che accompagna i momenti “topici” di un kata (forma) o di un kumite (combattimento), in cui si dirige la massima energia vitale per intimorire e sopraffare l’avversario.
Essa è un’espressione di senso compiuto: Ki (気) sta per energia vitale e ai (合, 合い) può essere tradotto come unione.
L’individuo unisce la propria energia vitale e quella della natura attraverso l’espirazione provocata dalla forte contrazione addominale.
La tradizione orientale fa risiedere la vitalità fisica nell’addome (tanden) e ritiene che degli appropriati esercizi respiratori possano incrementarla.
È il diaframma che consente una respirazione profonda e ampia, mentre il movimento dei soli muscoli costali induce una respirazione superficiale e di difficile controllo.
Il tempo dell’espirazione corretta (ventrale), determinata dalla decisa contrazione dei muscoli addominali corrisponde, quindi, al momento di massima espressione di forza.
L’altra componente del Kiai è psicologica.
Il grido è intimamente connesso alle emozioni individuali, quando le nostre normali risorse non possono assicurarci la sopravvivenza, la forza e la volontà che necessitano emergono solo con l’esasperazione delle emozioni.
La possibilità di ampliare le capacità in condizioni estreme ha permesso agli antichi guerrieri di codificare il grido, che divenne il kiai.

Cai Uget