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18 gennaio 2004
Traversata Limonetto Vernante



Ciao a tutti,

Dopo l’avventura di Domenica scorsa, in cui abbiamo avuto un avvertimento di quanto la montagna può diventare da amichevole a pericolosa, il direttivo ha deciso di scrivere un commento, aperto ai giudizi e alle critiche di tutti.

Non si vuole spaventare nessuno e non si vogliono nascondere le cose, piuttosto affrontarle nei termini corretti, nello spirito sociale volontaristico del CAI.

Ciò che è accaduto Domenica offre sicuramente spunto per facili critiche, da un lato da parte di alcuni padri fondatori che potranno lamentare “mi l’avia dilo ca l’era pericolos…”, dall’altro da parte di tutti coloro che identificano il gruppo come un’agenzia di gite organizzate assolutamente prive di rischi.

Ancora prima deve essere spunto per una profonda riflessione da parte del direttivo e di tutti i direttori di gita.

E’ stato sbagliato partire per andare in gita? Riteniamo di no.
E’ stato sbagliato andare a fare quella gita?

Il direttivo ritiene di aver fatto bene a fare la gita. Se le critiche devono piovere verso qualcuno i direttori del gruppo si mettono nel numero di chi sarebbe partito o perlomeno il direttivo comprende pienamente lo spirito dei conduttori e non ritiene assolutamente giusto levare il minimo disappunto verso di loro per quanto successo.
Forse anche perché lo spirito del gruppo non è quello di un pacchetto viaggi “Francorosso” non si deve pensare mai a delegare la propria vita a chi ha una patacca in più, chi avesse avuto il timore giustificato di rimetterci le piume l’avrebbe dovuto farlo presente (magari in sede privata) a chi di dovere, magari poi tornandosene sui propri passi. Uno dei capigita si sarebbe reso disponibile a tornare indietro con lui.

E’ stato sbagliato non fermarsi prima? Il rischio nullo non esiste; quale livello di rischio è lecito accettare o proporre come accettabile, soprattutto a chi non ha l’esperienza o non si vuole assumere la responsabilità valutarlo personalmente?
Questa è una domanda che bisogna sempre porsi e che ognuno tratta con la propria sensibilità ed esperienza, sicuramente sempre in buona fede (l’organizzazione del gruppo è un servizio che alcuni soci offrono su base volontaria ad altri soci).

L’indice di pericolo “marcato” segnalato pressoché costante dalle cozie alle marittime, era peraltro imputabile alla possibilità di distacco di valanghe a lastroni dovuti al rigelo ma ciò che ci ha coinvolti è stata una cosa ben diversa.
La valanga che ci ha coinvolto era fortunatamente una valang(hetta) di superficie, era un robina di entità modesta, l’abbiamo amplificata noi con il fatto della gita sociale, dell’essere in tanti, delle previsioni non ottimali con cui ci siamo mossi.
Quasi tutti noi abbiamo già visto valanghette simili e questa non era la prima in cui qualcuno di noi si è trovato travolto.
A volte si dovrebbe pensare quanto sia pericoloso andare in bicicletta in città oppure camminare su facili sentieri esposti.

A breve comunque si sarebbe dato il dietrofront per tutti, in quanto il pendio era in condizioni tali da obbligare l’apertura a mettere i coltelli pur con 20 cm di neve fresca, che non aderiva per nulla alla lastra di ghiaccio sottostante; nel punto in cui siamo stati investiti, dove pur senza coltelli si riusciva ancora a salire, si capiva quanto lo strato superficiale fosse instabile; continuando a salire e trovando condizioni ancora peggiori saremmo sicuramente tornati indietro.
Onestamente però nessuno dei direttori si aspettava però una conseguenza potenzialmente così pericolosa per una “valanghetta” superficiale.

Indubbiamente, con il senno del poi, è stata sbagliata la valutazione sulla sicurezza del tratto di pendio incriminato, forse non in assoluto ma sicuramente in considerazione del contesto specifico (numero di persone sul pendio, velocità di progressione).
Ogni volta che si vanno a considerare i resoconti dei giornali si troveranno sempre gli errori di valutazione commessi da partecipanti (cosa ci facevano delle guide sul Fallere lo scorso anno?).
Quasi mai la montagna è cattiva e basta, l’errore è umano e i capigita sono a turno i nostri soci.

Cosa si può fare adesso? Beh l’informazione certo giova a chiunque; perlomeno può fugare la certezza di essere incapaci sul da farsi.
E poi magari scrivere e parlare di quanto è successo, per esorcizzare l’esperienza e magari anche per ricostruire con esattezza gli avvenimenti e portarli a conoscenza degli altri.
Di fatto in quella valanga non eravamo in dodici, in realtà eravamo in ottanta, tutti abbiamo capito che potava riguardare chiunque di noi, da questo lato è stata “istruttiva”.

Facciamo un’analisi tecnica dell’errore:
Il pendio era moderatamente inclinato ma il piano di scivolamento ghiacciato non era assolutamente coeso con la nevicata soprastante.
Il piccolo smottamento di neve fresca iniziale provocato dall’apertura ha prodotto l’effetto valanga che in una ventina di metri ha prodotto un accumulo di neve superiore al metro, sufficiente per seppellire una persona sdraiata.
Certe regole che ogni tanto vengono “messe in secondo piano” vanno invece rispettate, come ad esempio non stare tutti incolonnati lungo lo stesso percorso e sotto lo stesso bacino; l’apertura ha un compito delicato e deve essere in grado di farlo senza avere dietro la coda.

Facciamo un’analisi tecnica dell’intervento di autosoccorso:
I coinvolti hanno subito liberato il viso di quanti erano rimasti sepolti, spento gli arva quando possibile e alcune squadre hanno lavorato per spegnere l’arva a chi era rimast sepolto. Immediatamente è iniziata la ricerca con l’arva di eventuali sommersi ed effettivamente Teresa era rimasta completamente sommersa.
Successivamente è stato fatta una verifica di ricerca su tutta l’area coinvolta dalla valanga e si è organizzato l’appello dei partecipanti alla gita che risultavano tutti presenti.

Ci siamo spaventati?
Certamente, ma è così che bisogna agire, velocemente e con ordine e organizzazione.
A posteriori si sarebbe potuto essere ancora più veloci, ma la velocità richiede esperienza e conoscenza di quanto può succedere.
Qualcuno ritiene l’ARVA ancora inutile, o pensa che se anche le pile sono un po’ scariche va tutto bene lo stesso?

Facciamo un’altra considerazione: quanti di noi si sono già trovati in situazioni simili e quante volte non è successo niente e quante volte avevamo situazioni più rischiose ed è andata bene? Tantissime, se fosse andata male comunque avremo trovato cose che non andavano fatte.

La “sensazione” del pericolo è soggettiva e su centrotrenta che siamo ognuno di noi ha un parere diverso; vanno tralasciate le sensazioni e analizzati piuttosto i fatti. L’autosoccorso del gruppo ha funzionato correttamente.
La considerazione generale è che anche situazioni apparentemente sicure possono diventare molto difficili, si può scivolare anche su un banale sentiero esposto, per cui è necessario che chi va in montagna sappia aiutare ed intervenire di conseguenza, non sono solo i capigita a poter gestire ottanta persone, ma i soci stessi appartenenti al gruppo.

La “fortunata disgrazia” che è capitata dovrebbe servire a tutti perchè tutti ci siamo fatti una profonda analisi di coscienza in una situazione che così non era mai capitata prima, e a parere del direttivo è stata gestita bene(dopo aver fatto il primo errore).

Dopo quanto successo deve venire dai soci un aiuto verso i capigita, proponendosi in aiuto e migliorando costantemente il proprio modo di andare in montagna.
Non va bene che siano sempre i capigita e il presidente a prendersi i rischi e gli altri a seguire dietro; crediamo che la spinta ad essere collaborativi nell’organizzazione debba venire da una larga base dei soci che, ognuno con le proprie possibilità e le proprie conoscenze, portino il proprio singolo contributo.
In conclusione ci dispiace MOLTISSIMO di quanto è successo…

E se la legge dei grandi numeri non è uno scherzo adesso consoliamoci con il fatto che per i prossimo dieci anni non rifaremo simili esperienze!!!

Andrea, Guido, Marco

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