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Ortles Cevedale by Marco

In un contesto caratterizzato da un quadro meteo estremamente mutevole si è svolto dal 4 al 7 aprile 2014 il RAID del GSA Cai-Uget nel gruppo dell’Ortles-Cevedale.

La zona era già stata oggetto di una ns visita nei giorni 21-22 aprile 2012 e, al quadro nivologico scarso/insufficiente si era associata una meteo poco incoraggiante, anche allora … per la legge dei grandi numeri, speravamo questa volta di essere più fortunati!

Ventuno gli iscritti fino a pochi giorni prima della partenza ridottisi poi a otto, risaliti all’ultimo a undici.
Tutti alla ricerca di un qualche sito meteo che promettesse quadri idilliaci…


Partiti con tre equipaggi diversi ad ore diverse per differenti approcci e programmi, auto stipate ad hoc per contenere i costi dei quasi 400 km, venerdì sera eravamo tutti a cena al Rifugio Pizzini 2706m nella valle di Cedec a poco più di un’ora dal parcheggio dei Forni, sopra Santa Caterina Valfurva (alta Valtellina) a pochi passi dall’impegnativo Gran Zebrù che avremmo tentato il giorno dopo, su con gli sci fino in vetta chi se la sarebbe sentita a 3859 metri o quasi …

I più vispi ed intraprendenti avevano lasciato la ridente ex-capitale sabauda in piena notte per potersi permettere la salita al Monte Pasquale 3553m mentre io optavo per una partenza “soft” ed altri ancora sarebbero partiti nel primissimo pomeriggio.
Dopo l’esperienza del 2012 ho preferito fare le cose tranquille….
Ma si sa….
La fortuna premia gli audaci e la gita al PASQUALE viene premiata con una bella giornata di sole!

Quando noi, intorno alle 17, arriviamo al Pizzini, fa freddo ed il tempo pare guastarsi.
Ma c’è il miraggio di un’ottima cena e, concentratisi sui piaceri del palato, lasciamo la meteo fuori dal caldo ed accogliente rifugio…
Pochi minuti prima di cena, alle 18,30, ci raggiungono gli ultimi tre partecipanti che, sfruttando il teletrasporto (ovvero eludendo chissà quanti autovelox!!!) in meno di 4 ore arrivano da Torino …


Colazione il sabato alle …. sette.
Le sette?
Ho capito bene?
Io pensavo a quelle levatacce notturne ed invece … meglio così.
Del resto la neve deve mollare per potere scendere in sicurezza.

Partiamo con le nuvole che si rincorrono in cielo, sicuri che non potrà che migliorare.
Procediamo bene, alla base “collo di bottiglia” abbandoniamo parte del materiale per andare su leggeri, con il minimo.

Anche chi si lancia con gli sci ai piedi deve, poco dopo, adattarsi a salire con i ramponi, del resto le tracce non mancano.

All’uscita dello stretto budello procediamo seguendo una vaga traccia, molto spesso cancellata dalla neve e dal vento, fastidioso e freddo.
Ma speriamo sia un effetto transitorio, in parte dovuto all’alta quota, ed infatti, tutti arriviamo in punta, percorrendo l’aerea e sottile cresta finale.

Non manca molto a 4000 metri!
Peccato per il panorama assolutamente inesistente.
Ero già stato in punta al Gran Zebrù il sabato 2 luglio del 2011 e sono proprio dispiaciuto che i miei compari di gita non possano godere della visione che ebbi io allora (foto disponibili su www.flickr.com/photos/snowlover62/sets).

Ri-discendiamo i 50 metri dove abbiamo abbandonato gli sci e cominciamo la discesa sul pendio a 35 gradi.
La neve non ha mollato e questo impone la massima attenzione: cadere potrebbe volere dire scivolare giù per cui è vietato cadere.

Ma non si vede quasi più nulla e nel centro dell’ampio e ripido pendio rimettiamo i ramponi, più sicuri su questo terreno e con questa visibilità.

Arriviamo così all’apice del collo di bottiglia e rapidamente scendiamo alla zona in cui avevamo lasciato il materiale.

Ce la prendiamo con la meteo: le previsioni erano incoraggianti!
Pensavamo migliorasse e così non è stato.
Resta la grande soddisfazione di avere messo tutti in tasca la vetta.

Scoraggiati da questo stato di cose, i tre giovani runner che ci avevano raggiunto ieri sera decidono, con qualche titubanza, di abbandonare la partita e rientrare a Torino.
Così Mau, Mastro e Guido tornano al Pizzini ed all’auto mentre i restanti otto, si impegnano in una salita ripidissima sci ai piedi che, senza discostarsi troppo dalla linea della teleferica (ora in disuso) che collegava il Pizzini al Casati, ci porta, nel mezzo del nulla con una visibilità di pochi metri ai 3260 metri su cui sorge il vecchio rifugio, anch’esso di proprietà del CAI di Milano.

Una sirena lacera con il suo urlo assordante l’atmosfera umida, ovattata dell’alta quota, distruggendo le orecchie a noi ma, probabilmente, indica la posizione del rifugio a qualche alpinista che starà vagando sui ghiacciai in cerca di qualche traccia per non perdersi.

E qui i ringraziamenti al ns Lorenzo si sprecherebbero perché grazie a lui ed al suo GPS riusciamo, scendendo a spazzaneve con grande cautela (siamo pure sempre su un ghiacciaio!) ad “imbroccare” l’ampissimo quanto insospettabile e gigantesco ramo del ghiacciaio che conduce al rifugio Martello a 2610 metri o Marteller-Hutte, (ormai sud-Tirolo), lasciandoci alle spalle la Lombardia.

Scesi di un 200 metri di dislivello, come per magia, usciamo delle nuvole; adesso si vede bene e possiamo godere appieno del fantastico ambiente reso oltretutto ancora più appagante da qualche centimetro di neve fresca caduta in giornata.

Giungiamo comunque relativamente tardi al rifugio.
Qualcuno riesce anche a farsi una rigenerante doccia e poi ci sediamo a tavola dove restiamo sbigottiti dall’altissima qualità della cena, abbinata, paradossalmente a prezzi concorrenziali.
Anche i gestori sono simpatici e disponibili.

Particolare marginale ma molto apprezzato: persino gli sci sono rimessati dentro il rifugio e questo rende l’applicazione delle pelli comoda, agevole, al caldo.

Anche i letti, che al Pizzini avevano suscitato le lamentele di qualcuno, qui sono comodi, sebbene non possiamo contare su appartate stanzette ma siamo tutti in un unico stanzone.


Al mattino finalmente una giornata che si annuncia serena e soleggiata.
C’è una bava di vento ma nulla di che.
Percorriamo a ritroso il percorso di ieri ma giunti a 3500 metri di quota anziché virare a destra, ovvero a nord-ovest verso il Casati ci dirigiamo a sinistra dove raggiungiamo un colletto da cui parte una divertente cresta rocciosa che percorriamo in ramponi.

Tale cresta conduce alla Cima Cevedale o Zufallspitzen, una sorellina della poco più alta e poco distante vetta ufficiale del Cevedale che con i suoi 3769 metri segna anche il punto di incontro delle province di Sondrio, Trento e Bolzano.

Ramponi ai piedi raggiungiamo successivamente l’affollatissima punta ufficiale, finalmente con gli sci, ci concediamo una appagante e soleggiata discesa.

Ma dura poco perché ora tocca ripellare per salire al Palon della Mare, altra cima dalla sommità piatta che supera di poco i 3700 metri.
La salita è lunga, non tanto per il dislivello, quanto per lo spostamento e la quota ed il numero di ore passate sugli sci cominciano a farsi sentire.

Anche il tempo, finora soleggiato e piacevole, comincia a darci qualche preoccupazione.
Leggere ed innocue nuvolette a tratti ci avvolgono privandoci del magnifico panorama nel quale ci stiamo abituando a viaggiare.
Ma arrivati in punta la sorpresa: tutto si apre e torniamo proprietari della stupenda vista che si può godere da qui: ormai cominciamo ad essere pratici.
L’enorme ed impressionante Grand Zebrù, l’Ortles, il vicino VIOZ, la San Matteo, il Tresero, il Pasquale…

Scendiamo così verso i 2487 metri del Rifugio Branca per la lunga discesa, neve bella in alto, già un po’ marcia in basso, ormai comunque è fatta!
Il Rifugio, che si affaccia sul Ghiacciaio dei Forni, affollatissimo ci aspetta.

Anche qui italiani niente: oltre ai tantissimi tedeschi, qualche francese e addirittura un gruppo di americani che, come aperitivo, hanno fatto niente po-po-di-meno che la Chamonix-Zermatt….

Doccia a gettoni, per chi lo vuole e cena, non certo al livello del tirolese Martello ma più che passabile e riposo.

Anche qui colazione alle sette che si traduce con lunga dormita.
Stanza collettiva, ma sufficientemente spaziosa per il nostro gruppetto di otto.
Morale ottimo, dopo il bagno di sole odierno e le previsioni per domani sembrano anch’esse ottime.


Infatti al mattino il cielo è perfettamente azzurro.
Le temperature, poco sotto lo zero, subiranno una impennata con l’arrivo del sole ma la partenza è sempre con pile e giacca a vento.
Del resto ci muoviamo sempre a quote piuttosto alte.
Anche il “basso” Rifugio Branca raggiunge quasi i 2500 metri e la partenza alle otto non lascia dubbi al tipo di abbigliamento da adottare…

Dopo pochi metri abbandoniamo parte del materiale, tanto ripasseremo da qui…

Il primo tratto è in comune con buona parte degli itinerari, poi lasciamo la traccia per il Tresero a destra, quella per la Vioz ed il Palon de la Mare a sinistra e puntiamo al fondovalle, piegando leggermente a destra per risalire i pendii che caratterizzano il tortuoso ma intuibile percorso alla “classica” San Matteo.

La giornata è spaziale, non una nuvola, temperatura giusta, niente vento.
Finalmente una giornata da manuale.

Costeggiamo ampie zone crepacciate con enormi seracchi alcuni frantumatisi hanno lasciato qualche residuo poco lontano dalla traccia di salita, l’ambiente è davvero bello.

La parte finale, anche qui è facile e si arriva in vetta sci ai piedi, senza alcun problema.

Qualche tedesco è praticamente semi-nudo dato il caldo e la totale assenza di vento.
Restare a 3678 metri di quota a torso nudo per ¾ di ora forse non è il migliore dei toccasana per preservare l’epidermide da una logica ustione ma ognuno è libero di fare come crede…

Noi ci riempiamo di creme protettive fattore 50 e, quando tutti siamo arrivati, classica fotona di gruppo e… lunga sosta in punta.

Del resto, ormai, ci attende soltanto più un’unica ed appagante discesa.
Poi il programma prevede “festa di fine raid” e rientro in auto a Torino.

La discesa remunerativa e lunga procede senza intoppi e, giunti alle auto, siamo ahimè testimoni di un curioso evento che avrebbe potuto avere conseguenze ben peggiori… a pochi metri dalle auto, Mike52 “infila” un subdolo ed invisibile cappio di fil di ferro con uno sci rimanendo appeso a testa in giù e senza la possibilità di liberarsi….
Temevamo il peggio ma dopo alcuni minuti in cui le proviamo tutte, tra cui “sfilarlo” dagli scarponi, riusciamo a liberarci dalla trappola e tutto finisce bene.

A ciò fa seguito una corroborante ed energetica pausa ristoratrice a base di pizzoccheri preceduti da generosi taglieri di salumi e formaggi.
Ovviamente affiancati da idonei liquidi rinfrescanti…


Tutto bene dunque, nonostante una partenza decisamente …. in salita!
Tutte le mete programmate sono state raggiunte.
Un Raid piuttosto impegnativo per i lunghi spostamenti, dai dislivelli medi ed anche “corposi” ma che associati alla quota sempre elevata si sono fatti sentire.

Quindi un plauso a tutti i partecipanti.
Fondamentale l’ottimo utilizzo del GPS da parte di Lorenzo che ci ha tirato fuori da un nebbione terribile al CASATI ma tutti bravi per la “tenuta” quando crampi e stanchezza cominciavano ad infiacchire i baldanzosi fisici …

Al Raid completo hanno partecipato: Camilla, Annalisa, Lorenzo, Enrico, Roberto, Daniel (arrivando dal Portogallo!), Michele ed il sottoscritto.
Al primo giorno ci hanno fatto compagnia anche Maurizio, Luca, Guido.
Ringraziamenti a tutti per l’indimenticabile esperienza.

emmecì

Cai Uget