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Ortles Cevedale by Camilla

Giorno 1: “Solo” il Monte Pasquale.

“Allora passiamo a prenderti alle 3.15 di stanotte.”

Comincia così il mio primo Raid: partenza prestissimo, cappuccio e brioche in quel di Bormio e l’alba che tinge di rosa le cime, poi sci ai piedi ai Forni e via, in direzione Monte Pasquale.

Il panorama valtellinese è davvero meraviglioso, con ampi spazi, cime innevate, roccioni e seracchi, ma il caldo, lo zaino pesante e il vento contrario rendono difficili questi primi 1400m di dislivello, con Lorenzo e Roberto che per un po’ sono solo dei puntini lontani, là davanti, e io e Daniel che arranchiamo faticosamente, fino ad adottare l’ormai celebre “passo da corteo funebre”.

Ma se per un attimo – o un po’ più di un attimo – mi è venuto da pensare “Cosa ci faccio qui?”, arrivo in cima e ho la risposta: eccolo, il Gran Zebrù, che svetta davanti a noi con la sua bianca lama di neve.

Scendiamo al Pizzini nel sole delle 13 e, dopo panino e meritata birra, crolliamo sulle brande per una dormita ristoratrice.

Più tardi ci raggiungono anche gli altri, chi nel pomeriggio chi giusto in tempo per la cena e, tra tris di pasta, chiacchiere e consultazione meteo e cartine, è già ora di andare a nanna.


Giorno 2: Sua Maestà il Gran Zebrù.
Partiamo dal rifugio alle 8, chi carico e tranquillo, chi, come la sottoscritta, un po’ più titubante, ma i primi 500 m fino alla base del famigerato “collo di bottiglia” passano in un lampo e presto ci troviamo a lasciar giù un po’ di materiale e mettere sci in zaino e ramponi ai piedi per attaccare la salita.
“Metti un piede per dritto e uno per traverso, così ti stanchi meno” è il saggio consiglio di Annalisa, che sale risoluta davanti a me.
Chissà cosa ci sarà lassù, ad aspettarci?

Alla fine ci arriviamo, fuori dallo stretto canalino: la base del pendio finale è nascosta da nubi basse, ma è comunque evidente che sarà meglio non fare passi falsi.
Sguardo verso l’alto e via, per questi ultimi 400 m di ramponata.

L’emozione è tanta (e la fatica pure!) ma concentrandosi per piantare a fondo la picca e mettere il piede ben saldo, un passo dopo l’altro si arriva sotto la vetta.

Lasciamo gli sci e ci avventuriamo su per l’ultima parte di pendio e poi lungo la cresta, anche se il cielo che comincia a chiudersi ci dà solo un vago assaggio di quello che è la parete nord, che precipita vertiginosamente verso il basso.

Ed eccola lì, l’imponente croce di ferro, che, pur essendo avvolta dalle nubi che non ci fanno ammirare neanche uno straccio di panorama, testimonia che siamo in cima, in vetta al Gran Zebrù!!!

In discesa tentiamo di mettere gli sci, ma la visibilità cala ancora e, dopo qualche centinaio di metri di neve dura e derapate, decidiamo di tornare ai ramponi e di accodarci a una cordata di allegri francesi… Arrivati giù, però, non è mica finita: dobbiamo ancora risalire al Casati e poi scendere di nuovo fino al Martello!

Intanto la neve ha iniziato a fioccare copiosamente e il terzetto Luca-Maurizio-Guido, non confidando nel meteo, preferisce tornare alle auto.
Noialtri 8 invece ripelliamo e ci prepariamo alla risalita.
All’ennesima “gucia” il rifugio sembra sempre lì e le energie cominciano a calare, ma alla fine è fatta anche questa e la sirena fendinebbia del Casati ci accoglie assordante fin sulla porta, spingendoci a ripartire più in fretta possibile.

Guidati dall’infallibile (e salvifico) GPS di Lorenzo ci orientiamo nella nube che ancora ci avvolge, finché, più in basso, scorgiamo finalmente la val Martello e, in fondo, la massiccia mole del rifugio.
Varchiamo la soglia del Marteller Hutte alle 17.40, dopo più di 9 ore di gita, ma per fortuna l’eccellente cucina, i letti comodi e – almeno per noi fanciulle – il sorriso dell’affascinante gestore Peter, garantiscono una rapida ripresa, tanto che il giorno dopo siam pronti a ripartire!


Giorno 3: Doppietta Cevedale – Palon de la Mare

La mattina usciamo dal rifugio tra file di tedeschi e francesi che già affollano i pendii e puntiamo decisi ai picchi rocciosi della Cima Cevedale (Zufallspitze) che ammiccano invitanti in fondo alla valle.
L’avvicinamento è lungo e la giornata calda, per cui a un certo punto il gruppo si divide: alcuni, impavidi, affrontano la salita della Zufallspitze con i ramponi, altri, un po’ più stanchi, optano per tagliare prima, dirigendosi direttamente al Cevedale.

In vetta c’è una vera folla, tra gruppi che arrivano e ripartono, fotografi e fotografati, gruppi CAI, sorrisi e pacche sulle spalle, ma in qualche modo riusciamo a starci anche noi e ad ammirare il panorama tutto attorno.

Roberto e Lorenzo suggeriscono ai più stanchi di scendere al Branca direttamente dal Pasquale, ma alla fine la tentazione dei pendii assolati verso il Palon de la Mare ha la meglio e scendiamo insieme verso la nuova cima.

Anche in questo caso il passo lento ma costante è fondamentale – mentre Marco fa su e giù un paio di volte per tenersi in allenamento – e, in un modo o nell’altro, alla fine siamo tutti in vetta!

Si beve, si mangiucchia, si ammira il panorama e poi via per la discesa, in un enorme vallone che pare fatto apposta per accogliere le nostre “pennellate”.

Arrivati nel fondovalle fa ormai caldissimo e la neve è una pappa, ma con qualche curva e un breve ripellamento raggiungiamo il Branca.

Cena abbondante e conclusione di serata con parole crociate: si sa che 8 teste sono meglio di una, ma da quando il capoluogo delle Asturie è Avellino?

La nottata si rivela impegnativa per il delicato olezzo di vestiti e calzettoni vecchi di tre giorni stesi ad asciugare in camera, ma, come ha detto qualcuno, “Se siamo sopravvissuti a una notte in questa stanza, altro che Gran Zebrù!”


Giorno 4: I seracchi di Punta San Matteo

Ultimo giorno, salita “soft”, solo 1200 m di dislivello, ma con il panorama migliore del giro, a partire dalla meraviglia dei pendii ricamati di scie e scondinzoli nella parte iniziale, per continuare con i seracchi venati d’azzurro brillante che si stagliano poco lontano dalla traccia di salita e concludere con la vista dalla cima: da un lato le Dolomiti, dall’altro il Bernina e dall’altra parte ancora le “nostre” quattro cime, Palon, Cevedale, Pasquale e GZ, con l’Ortles subito accanto.

A malincuore ci stacchiamo da questo magico spettacolo e in discesa il gruppo si divide di nuovo: chi sulla traccia di salita, chi a nord, su pendii più o meno ripidi ma con qualche curva di gran soddisfazione e il Tresero a vegliare sulle nostre tracce.

Salutiamo il Branca, scendiamo verso il parcheggio e, tra chi opta per un guado di fiume con risalita nel fango e chi si inchioda su un pezzo di fil di ferro, alla fine ci ritroviamo tutti…a tavola!

Perché come concludere degnamente un giro del genere se non con un assaggio di slinzega, un bel piatto di pizzoccheri e uno strudel con panna?


Rimettersi in macchina e lasciare la valle nel bel mezzo di una primavera che sembra letteralmente esplosa tutto intorno a noi è dura, perché segna la fine di una grande avventura, ma dopo 4 giorni e 5800 m di dislivello posso dire che è un’esperienza che non dimenticherò facilmente!!!

Grazie a Roberto, Lorenzo, Marco, Enrico, Annalisa, Daniel, Michele, Maurizio, Luca e Guido per aver condiviso con me questa splendida avventura!

Alla prossima

Cami

Cai Uget