Marathon des Sables

By girunner • settembre 12th, 2010

TV5MONDE – Presentazione dell’edizione 2010 della Marathon des Sables.

Tre cose sono fondamentali per affrontare la Marathon des Sables: lo zaino, lo zaino e … lo zaino! Questi sono i consigli che Paolo Zubani, il mitico referente per l’Italia, dispensa a tutti i concorrenti che non sanno a cosa andranno incontro…
Io in realtà qualcosa di più la sapevo, ho corso questa gara in autonomia nel deserto nel 2000 e mi erano restati il ricordo della fatica estrema che avevo affrontato. Per una settimana dopo la gara mi addormentavo su qualunque appoggio degno di tale nome, gli amici apprezzavano la mia simpatia soprattutto nei momenti di sonno. E quindi perché ripertersi? Perché una persona sana di mente dovrebbe affrontare di nuovo una simile esperienza?
Per me la risposta era piuttosto chiara: in un trasloco avevo perso il roadbook, non avevo fotografie perché in gara, semicosciente, avevo perso la macchina fotografica, dovevo ritornare per portarmi a casa altri ricordi. La caratteristica per me impagabile di questa competizione, una delle più dure al mondo, è il fatto di condividere insieme ai propri compagni di tenda 250km di corsa nel deserto divisi in sei tappe. Alla partenza all’aeroporto di Malpensa hai di fronte cinquanta sconosciuti, che all’arrivo sono diventati degli amici che conosci da sempre. Perché, come te, hanno in testa questa gara da almeno un anno, perché dopo le prime due tappe le gambe fanno così male che non riesci nemmeno a sdraiarti in tenda, perché ci si è curati a vicenda i piedi martoriati dalle vesciche e perché mentre si cerca di recuperare le fatiche ci si racconta tutto della propria vita.
Detto così sembrerebbe una terapia di gruppo; la realtà però è molto più cruda. Ogni giorno si corre, le tappe sono di 30km, 35km, 40km, 82km, 42km e 21km. Facendo due conti, dopo aver corso 187km nelle prime quattro tappe ci sono ancora una maratona e una mezza maratona! Che quando possibile vanno fatti di corsa, erg (dune) o jebel (montagne) permettendo.
Il percorso della Marathon des Sables cambia ogni anno, riservando così piacevoli sorprese ai concorrenti: il clou di quest’anno è stato il Jebel el Oftal, un dunone alto 400metri messo apposta per cattiveria al fondo della tappa e che ha giustamente richiesto il suo pegno: dieci ritiri tra gli italiani tra primo e secondo giorno, tra cui Zubani che in discesa ha preso una brutta slogatura. Il mio socio di avventura, proprio in questa discesa, si è procurato delle dolorosissime vesciche alla pianta dei piedi che lo hanno accompagnato fino all’arrivo. Per me la seconda tappa è stata una scoperta: grazie all’esperienza di montagna fatta sulle Alpi, sono arrivato 49, superando podisti molto più forti di me che non amavano le rocce e i balzi in discesa di pietra in pietra…

L’arrivo di tappa è parte della gara; quest’anno veniva offerto un bicchierino di te, uno solo in quanto altrimenti si compromette l’autosufficienza e tre bottiglie di acqua per reintegrare i liquidi perduti e cucinare i cibi liofilizzati. Con lo zaino e le bottiglie in mano ci si strascina per quasi un chilometro fino alle tende berbere (berberi sottoproletari non il capo tribù), fatte da quattro bastoni e un tessuto nero sopra, aperte su 2 lati e con un tappeto… come pavimento. Ci vuole almeno un’ora per recuperare lo sforzo, sdraiati per terra, ogni tanto alzando e abbassando le gambe. Vietato bere o mangiare qualcosa, perché il corpo lo rimette immediatamente. Se si arriva tra i primi, si ascoltano i discorsi tattici degli atleti più forti che si sono dati battaglia fuori nel deserto, se si arriva tra gli ultimi si ricevono le incitazioni e gli aiuti di chi è già arrivato, i compagni di tenda ti tolgono lo zaino e ti aiutano a piegare le gambe per sdraiarti per terra. Insomma una roba che è un po’ difficile da raccontare, e da credere, ma dopo cinque, sei, dodici ore fuori a correre nel deserto con un caldo infernale questo è quanto.
La tappa da 82km merita un discorso a parte. E’ la tappa regina, nessuno sa bene come affrontarla; per bene che possa andare dura almeno dodici ore, di cui una parte in piena notte. Partenza alle 9 del mattino, tranne i primi 50 in classifica che essendo i top runner partono con tre ore di ritardo. In classifica ero sessantesimo, così sono partito alle 9 e dopo cinquanta chilometri di corsa sono entrato nell’erg senza più nessuno davanti… La sensazione di essere solo nel deserto, con anche il compito di trovare la direzione, mi ha dato energie (anche perché se me le avesse tolte mi sedevo e mi mettevo a piangere) e ho tracciato strada per una decina di chilometri. Poi i concorrenti dietro mi hanno ripreso, mi hanno superato i primi top runners, che letteralmente volavano sulla sabbia e con il passare del tempo sono stato avvolto dalla notte. La mente, superata la stanchezza a cui normalmente è abituata, comincia a fare strani giri, strane involuzioni su se stessa, si direbbero delle allucinazioni… Ho pochissimi ricordi di quei momenti, a parte il fresco della notte, i bastoncini luminosi che indicavano il percorso, e una salita di un jebel che ho fatto senza rendermene conto. L’arrivo è stato emozionante, con lo striscione illuminato che diventava sempre più grande con il passare dei minuti. Passato il traguardo, due amici mi hanno sorretto e mi hanno portato di peso fino alla tenda.
Alla fine è andata benissimo: 82km in dodici ore e dieci minuti, cinquantesimo in classifica generale! Ho chiesto quindi ai runners più forti cosa dovevo fare per mantenere la posizione in classifica sperando in qualche utile dritta e il consiglio è stato: -Devi andare forte! –

Grazie a questo preziosissimo suggerimento ho passato tutto il tempo rimasto a limare il peso dello zaino, a curare l’assetto di corsa togliendo la borsa davanti, a mangiare tutto il cibo che avevo per ridurre il peso e, quando avrei dovuto pensare a rilassarmi dopo il più, ho cercato di raccogliere tutte le energie. Le ultime due tappe le ricordo molto faticose, in particolare la maratona, ma alla fine ho tenuto la cinquantesima posizione grazie al fatto che ho guadagnato posizioni sugli ultramaratoneti che corrono più lentamente sulle distanze brevi.
I ricordi più belli restano quelli delle risate e dei discorsi fatti sotto la tenda numero 65. Abbiamo saputo alla fine di essere stati soprannominati “i criceti”, perché ci svegliavamo per primi e con i nostri preparativi disturbavamo tutte le tende vicine; tra i nostri atleti potevamo annoverare un mago che leggeva la mano e un medico che distribuiva gli antidolorifici al mattino. Il medico si è poi rivelato una delle estreme sorprese della tenda: dopo aver vissuto un anno isolato in Antartide nella base italiana della Concordia aveva deciso di correre la Marathon des Sables; nella seconda tappa è stato colpito dalla disidratazione e gli hanno somministrato sei fleboclisi di acqua e zucchero + due ore di penalità; nonostante tutto ha ancora avuto la forza di arrivare in fondo e ogni sera leggeva ad alta voce per tutti il roadbook della tappa successiva.
Desidero ringraziare mia moglie e le mie due bambine, le supporters della gara, perché una roba del genere non si può affrontare senza una famiglia che ti considera un pazzo ma ti lascia fare, e desidero ringraziare anche il team di sport city base running perché quando ricevi nel mezzo del deserto una mail di incitamento scritta così bene ti si riaccendono i motori immediatamente.
Se qualcuno volesse cimentarsi in un’esperienza del genere, a parte sconsigliarlo con tutto il buonsenso di cui sono capace, ripeterei i consigli di Zubani: lo zaino, lo zaino, lo zaino ed ancora gli direi di affrontare la gara con la massima spensieratezza e voglia di vivere. La mia voglia di correre purtroppo è stata saziata solo per qualche giorno…
La Marathon des Sables, alla venticinquesima edizione, è diventata un evento internazionale che appoggia anche iniziative caritatevoli. La bellezza di poter correre una gara così in piena salute e con le migliori forze, non deve far dimenticare chi non ha avuto la stessa combinazione di elementi fortunati e che per vari motivi ha dovuto rinunciare. Un atleta poliomielitico che deambulava sulle stampelle purtroppo ha dovuto rinunciare per la tecnicità del percorso, mentre due atleti non vedenti hanno terminato la gara. Anche tra i torinesi c’è stata un po’ di sfortuna, ma quello che mi sento di augurare è che questi ultimi possano riprendersi presto e ritornino a mettere il loro zaino sulla sabbia.

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