Stubai, la scorsa estate con la Tam

Stubai, la scorsa estate con la Tam
Sulle orme di un trekking austriaco
Testo e foto di Eugenio Masuelli

“Quest’estate andrò a camminare nello Stubai” – raccontavo nei mesi passati. L’interlocutore del momento, non senza mia soddisfazione, chiedeva allora: “Scusa, dov’è che hai detto?” “Guarda, salendo in Austria dal Brennero, è la prima grande valle sulla sinistra, in Tirolo”. Oggi per arrivarci in autobus si sta percorrendo proprio questa rotta da sud, la più affollata in ogni stagione e soprattutto in questi giorni dell’anno, ma il nostro autista Paolo è uno bravo.
Dodici agosto. L’albergo Bergkranz, nel piccolo villaggio di Mieders, presenta punti forti. Le zuppe a cena, da sole, varranno il viaggio. La cameriera Vicky, la più giovane, è talmente graziosa da essere raffigurata in costume locale nella copertina della rivista di valle; per scrupolo si deve qui registrare che la ragazza, interpellata in merito, recisamente lo nega: ma ciò sarà certamente a causa di sua virginale modestia. Oppure le bellezze, come quel Tale supponeva delle famiglie felici, si assomigliano tutte. (Foto Cascata di Grawa).
Si comincia, il lunedì, con una gita nei dintorni del ghiacciaio Stubai che impone il nome alla valle (o viceversa?). Il ghiacciaio medesimo, in verità, un po’ delude benché sia citato come il più alto del Tirolo. è ristretto, ha visto – come tanti suoi colleghi – giorni migliori. In certi punti, enormi teloni bianchi lo rappezzano come fossero cerotti. è strano: i ghiacciai della valle accanto di Oetz li ricordo – durante il trekking del 2016 – immensi e splendenti. è possibile che il mio invecchiare di due anni abbia prodotto percezioni così diverse? La visuale delle Alpi di confine, dalla piattaforma panoramica in cima alla funivia, è tuttavia generosa. La rarefazione dell’aria è già tale che il salire quei pochi scalini di ferro mi costa le fatiche di un’escursione.

Il giorno successivo le previsioni promettono pioggia e c’è allora il tempo per alternare alle gite in montagna una visita mattutina di Innsbruck. A questo proposito, chi scrive queste note ricorda di aver continuato per tutto il soggiorno austriaco a designare la città con il nome di Zurigo – nello stupore di tutti: un lapsus forse collegato (oltre che all’età?) a luoghi entrambi desiderati e mai incontrati – come se la prospettiva, imminente e a portata esistenziale del primo, mi annunciasse come improrogabile e necessaria la visita anche al secondo. Innsbruck-Zurigo si conferma una meta di grande fascino: ricca di storia, attraversata da acque sonore e limacciose nella loro corsa verso il Danubio, la nobile città offre moderni tram rossi, chiese barocche, case auliche in vari stili (una di esse ha il tetto d’oro), il lungo fiume ove nemmeno la pioggerellina nasconde i colori vivaci delle facciate, e l’arco trionfale. Verso quell’arco, cicliste con lo zainetto sfrecciano lungo la Marie- Theresien-Strasse e ringraziano con le dita a V quando precipitosamente ti metti in salvo fuori dalla pista a loro riservata; ma c’è anche la signora bionda in abito verde scollato, ampia gonna e scarpette bianche col tacco, che procede tranquilla, il pacchetto del suo nuovo acquisto riposto nel cestello del manubrio, verso casa, verso un Caffè, verso un convegno galante. Dopo un apfel-strudel con panna o crema, ci appaiono l’Università che vide studenti Cesare Battisti e Alcide De Gasperi, e infine la Hofkirche – la Cappella di Corte. Sappiamo già che quest’ultima include la tomba immensa di Massimiliano I d’Asburgo, contornata dalle statue dei famigliari destinate a fargli eterna compagnia. Ma lui, il Defunto, non c’è: un’amica ed io lo stiamo apprendendo dall’audio guida a doppia cuffia, e ci guardiamo con aria interrogativa. Il sepolcro imperiale è un cenotafio, il bel Massimiliano è sepolto a Wiener-Neustadt. Non cambia nulla, eppure avvertiamo sensazioni contraddittorie, di soddisfazione per la scoperta e d’imbarazzo per essere giunti fin qui troppo ignari. Non ci sono gli estremi, neanche morali, per chiedere il rimborso del biglietto. Stiamo per lasciare Innsbruck. Alle quattordici, nel parcheggio dei bus, apprendiamo la notizia del crollo del ponte Morandi a Genova. Un preciso punto di memoria comune s’inserisce così, drammaticamente, nei ricordi individuali di viaggio. Il piccolo supermercato di Mieders ha imparato a conoscerci la mattina presto, quando, chi non si sia messo in tasca furtivamente qualche residuo della colazione all’albergo Bergkranz, va a fare le piccole spese da zaino, il cibo della gita. Il prezzo delle banane viene scritto sulla buccia con il pennarello. Alla cassa la signora ringrazia come se tu avessi comprato l’intero negozio. Chi scrive, l’ultimo giorno, acquisterà lì una quantità anomala di minestre Knorr, per il puro fascino delle istruzioni in tedesco (a ognuno le sue, di malattie mentali). Trascorre così anche il Ferragosto, che qui è davvero soltanto l’Assunzione – una festa per le piccole Madonne delle cappelle lungo i sentieri e per Quelle che ci accolgono nelle chiese dai campanili a guglia aguzza. La Vergine Immacolata, amatissima tutti i giorni dell’anno dai popoli asburgici, oggi assume un titolo glorioso in più. Alle sei del mattino già suonano a stormo le campane che noi cittadini avevamo dimenticato: sono, di certo, le campane Grassmayr di cui avevamo intravisto martedì l’antica fabbrica a Innsbruck, attraverso i vetri bagnati del bus. Quella musica si rilancia dall’uno all’altro dei tanti piccoli Mieders che punteggiano la valle, in altri momenti nascosti dalle nuvole basse ma ora risplendenti nella nuova luce. Ogni colore viene esaltato, perfino il giallo degli autobus che assicurano i collegamenti con inappuntabile efficienza.

Klausen

La gita del penultimo giorno è una delle più belle: al dettaglio non trascurabile delle poche ore di salita, si aggiunge la grandiosa posizione scenografica dei due rifugi, a valle e a monte della più alta cascata delle Alpi Orientali. In questo scenario da sinfonia alpina, non dimenticheremo la compagna di viaggio che, incurante dell’ordinata fila di assetati austriaci alle sue spalle, ha contrattato molto a lungo (in lingua franca) l’acquisto di una spilla ricordo. Ci viene spiegato che l’altopiano ospita le capre del Vallese, dai colori bianconeri: “Anche quassù!…” – borbotta qualche tifoso di eletta minoranza. La grande cascata di Grawa, il Niagara di quei luoghi che rimbomba nella valle con effetti di arcobaleno, fa da colonna sonora all’inizio e alla fine della giornata.

Diciotto agosto, fine della piccola storia. Il viaggio di ritorno ammette ancora una sosta nella cittadina sud tirolese di Klausen – Chiusa, dominata dal monastero benedettino di Sabbiona. Si gusta l’ultimo strudel, che è sempre il migliore, sfornato in un banchetto sulle rive dell’Isarco. Ombrelli colorati allietano la strada medievale. Il resto sarà coda autostradale, i colori vivaci saranno quelli degli infiniti TIR dell’est Europa, immobili nei piazzali per la sosta di fine settimana. Gli autisti si ristorano di spuntini allestiti con birra e grappa, e solo incidentalmente con cibo solido: d’altra parte dovranno rimanere astemi per i prossimi cinque giorni. Sappiamo che il bus del nostro Paolo nemmeno partirebbe, se il sensore avvertisse qualche sua lieve esalazione alcolica. A poco a poco, quasi insensibilmente, il paesaggio si fa noto. Quando si legge: Alessandria, si è già a casa, nel bene e nel male.

Innsbruck