Intervista a Paolo Cognetti: III Festival “Il richiamo della foresta”

Testo dell’intervista di Giovanna Bonfante – Foto Archivio Cognetti

Nato a Milano nel 1978, Paolo Cognetti, scrittore, autore del libro “Le otto montagne” con cui vince il premio Strega nel 2017, vive da circa dieci anni a Estoul, una solatia borgata nel comune di Brusson, valle d’Ayas, è qui che lo incontriamo per una chiacchierata informale ai tavoli del ristorante. “Il pranzo di Babette”, che funge da ritrovo per tutti gli abitanti del villaggio. Paolo ci parla del festival “Il richiamo della foresta” che per il terzo anno avrà luogo, nel mese di luglio, nei boschi che circondano la zona.

Che cos’è il festival? «è una “tre giorni ”di arte, libri e musica in montagna; è un lavoro faticoso, anche dispendioso se confrontato con un evento analogo organizzato in un teatro; ma viene ripagato dalla soddisfazione di dare alle persone che vi partecipano la possibilità di stare in tenda nell’ambiente montano, nel bosco e nelle valli per camminare, incontrare scrittori, artisti e alpinisti, sentire un concerto; il tutto nella più assoluta libertà e condivisione. Nelle scorse edizioni si sono avvicendati molti personaggi più o meno noti, come Folco Terzani, Erri De Luca, Hervè Barmasse, Nives Meroi e Romano Benet e probabilmente quest’anno ci saranno Manolo e Mercalli. Si parlerà molto di ambiente, come negli anni scorsi si è raccontato della montagna vista dalle donne, di “Alpi ribelli”, di ritorno alla montagna attraverso le esperienze di comunità. Nella passata edizione si è affrontato anche il tema dell’emigrazione, grazie ad un gruppo di partecipanti che hanno percorso, dalla val Sesia alla valle d’Ayas, i sentieri storici che venivano usati dai valligiani per recarsi all’estero a lavorare o per far transitare le merci.»

– Puoi dare un valore numerico a questa manifestazione? «Ogni anno il festival richiama più di tremila persone ed è rappresentato sempre da un animale differente: partiti dal lupo selvatico, passati all’ardito camoscio, quest’edizione sarà simboleggiata dal corvo, che rappresenta leggerezza e spirito di condivisione. Inoltre nei prossimi festival si cercherà di dare sempre più spazio alle emozioni e alla condivisione tra le persone più che alla presenza di personaggi famosi.»

Il festival dura tre giorni, ma il progetto culturale proseguirà nel tempo con il centro che stai costruendo sui resti di un’antica baita… «Formalmente è un ostello per la gioventù, che già nel nome dà indicazione della sua vocazione culturale e sociale; non ha finalità commerciali. Si propone di lavorare con altre associazioni che si occupano si sviluppo del territorio, che fanno montagnaterapia, che portano i disabili in montagna, ma anche con le scuole o con enti come il Cai.»

– Non rischia di sovrapporsi ai tanti rifugi che propongono iniziative per i ragazzi o concerti ed eventi? «No, perché l’ostello sarà affidato ad un’associazione senza scopo di lucro e sarà autogestito; si tratterà di una struttura con una ricettività limitata, in quanto a posti letto, una dozzinaal massimo, con una cucina ad uso comune e un’ampia sala per incontri e conferenze, con prezzi molto popolari. Verrà realizzato principalmente in legno, con elevati standard di coibentazione e una produzione di energia quasi completamente autonoma; sarà aperto tutto l’anno e nel periodo estivo si potrà usufruire dello spazio circostante per campeggiare. Nei progetti c’è anche la possibilità di aprire una “scuola di montagna” per insegnare ai giovani nuove possibilità di vita nelle “terre alte”, con la riscoperta delle antiche tradizioni; ciò si potrebbe realizzare nei cosiddetti periodi di bassa stagione come la primavera e l’autunno.»

– Qual è l’impatto di un progetto così innovativo sul territorio e per gli abitanti che vivono nella zona? «Ci sono persone che sono contente, che mandano attestati di stima; altri decisamente più ostili, perché l’associazione che sostiene il programma, “Gli Urogalli”, è composta di persone che vengono “da fuori”; perché si affrontano anche argomenti di attualità scomodi, come l’emigrazione, la diversità, la resistenza in montagna… Spesso le realtà di isolamento tipiche delle valli alpine accentuano la diffidenza
e l’animosità, ma con il tempo e la pazienza si trova una possibilità di convivenza…»

–  Come si chiamerà l’ostello? «La zona dove sorgerà si chiama Fontane e pensavo di assumerne il nome, per una sensazione di purezza e trasparenza…

-Com’è nata l’associazione che ha ideato tutto questo? «è stata creata nel 2017, quando ho cercato di dare un senso e soprattutto uno scopo all’improvvisa notorietà che il libro “Le otto montagne” mi aveva regalato; mi sentivo anche responsabile per l’uso improprio che ne avrei potuto fare. Anche per questo ho voluto fondare gli “Urogalli”, un gruppo di cinque amici che è cresciuto, dopo il primo festival, fino a raggiungere una ventina di persone, con il quale cerco di portare avanti progetti condivisi, per i quali non basta un volto per garantirne il futuro, ma occorre un lavoro d’equipe.» Allora non ci rimane che augurare a Paolo Cognetti una buona realizzazione del suo sogno collettivo e per tutti coloro che desiderano conoscere maggiori dettagli su “Il richiamo della foresta” l’invito è di visitare il sito omonimo o ritrovarsi nei boschi di Estoul dal 19 al 21 luglio. Buona montagna a tutti!