Paradiso del Brenta

Ho conosciuto la Commissione Gite nel 2012, quando, sbirciando sul sito caiuget.it, vidi la locandina di un trekking sulle Dolomiti, in Val Zoldana. Su consiglio di un’amica mi iscrissi senza pensarci un attimo e da allora non ho perso una vacanza organizzata da loro su queste montagne, che hanno per me qualcosa di magico.

Kia, la regina dei selfie.

Quest’anno la zona scelta erano le Dolomiti di Brenta, dove non ero mai stata e che, nella mia totale ignoranza, consideravo “minori” visto che geograficamente sono distanti dal gruppo delle Dolomiti a me note.
Ma arrivando col pullman nei pressi di Madonna di Campiglio, non appena le caratteristiche pareti sono apparse ai miei occhi, ho dovuto ricredermi.
Il programma prevedeva un bel giro su sentiero attrezzato nel primo pomeriggio, così, sfidando le previsioni meteo avverse, lasciati gli zaini pesanti al rifugio Graffer, abbiamo subito potuto assaporare la bellezza dei posti percorrendo il sentiero Gustavo Vidi, un giro ad anello sotto alle cime sovrastanti il rifugio.
Durante la prima cena, mentre si iniziava a socializzare davanti ai buoni piatti tipici, si scatenava l’unico temporale di tutta la settimana. Già perché mentre tutta l’Italia boccheggiava per il caldo africano, noi abbiamo trascorso ben sei giorni di tempo magnifico, godendo di tutti i migliori panorami, mai offuscati dalla nebbia, e restando al fresco tra i torrioni e i campanili che caratterizzano queste montagne.
Abbiamo iniziato il trekking in modo soft, con la traversata dal rifugio Graffer al rifugio Tuckett seguendo il sentiero Benini, una ferrata che percorre cenge panoramiche molto belle.
Il terzo giorno è stato invece quello più lungo e per certi versi più faticoso. Siamo arrivati al bellissimo rifugio Alimonta dopo aver percorso il sentiero delle Bocchette Alte ed essere scesi dalle interminabili scale del sentiero Detassis. Tutti stanchi ma molto soddisfatti e ripagati dalla bellezza straordinaria ed indescrivibile dei posti.

Una perla incastonata nelle Dolomiti del Brenta il Rifugio Agostini

La fatica iniziava a farsi sentire ma i saggi capigita, sapendo che il quarto giorno non sarebbe stato meno faticoso del terzo, hanno trovato una soluzione che ha accontentato tutti. Raggiunto il rifugio Pedrotti attraverso il famoso sentiero delle Bocchette Centrali, hanno proposto due possibilità per arrivare al rifugio Agostini. Così il gruppone si è diviso tra chi si è avventurato sulla ferrata Brentari e chi, un po’ stufo di vedere cavi e scalette, ha preferito proseguire sul sentiero Palmieri. La sera ci siamo ritrovati tutti insieme per cenare al rifugio, dove il clima era così gradevole da consentirci di chiacchierare sotto le stelle fino a tarda ora.
Dopo quattro giorni in mezzo alle rocce, il quinto abbiamo rivisto i prati, arrivando al rifugio Brentei, dopo essere scesi su quel che rimane del ghiacciaio. Il bello delle Dolomiti è proprio questo variare di paesaggi, boschi, prati, roccia e ghiacciai. E tra i torrioni delle Dolomiti di Brenta, altra sorpresa per me, ci sono diversi ghiacciai, quest’anno in pessime condizioni a causa del clima troppo caldo e delle scarse nevicate degli ultimi due inverni.
L’ultimo giorno ci ha regalato ancora un po’ di ferrate sul sentiero Sosat, una lunga bella e panoramica traversata fino al rifugio Tuckett e poi nuovamente al rifugio Graffer.
E proprio al rifugio Graffer si è conclusa la nostra avventura, lì dove era cominciata sei giorni prima. L’avventura di un gruppo di 20 persone che hanno condiviso tutto, la fatica di stare appesi ai cavi e alle numerose scalette, la meraviglia dei panorami, il fresco, il sole, le birre in rifugio, le mangiate serali, le russate notturne, e ancora tante altre emozioni.
Non poteva mancare la tradizionale poesia del trekking, confezionata su misura ogni anno da Luciana.
Arrivederci alla prossima vacanza in Dolomiti con la Commissione Gite.

Chiara Tenderini

 

Il tratto umano

Appena arrivati il 30 aprile all’hotel Sant’Agata nella penisola sorrentina, ammiriamo un panorama unico sui golfi di Napoli e Salerno. Il mattino dopo – aria frizzantina e sole splendido – ci avviamo per il sentiero di Athena fino a Punta Campanella: di fronte a noi Capri, sembra di poterla toccare; più lontano, sfocate da una bruma azzurrina, Ischia e Procida, poi il golfo di Napoli sempre più ampio. Il mito e la storia si incontrano in questo golfo. Qui i greci nel 770 a.C. fondarono Pitekousai, l’odierna Ischia. Secondo il mito nell’isolotto di Li Galli risiedevano le Sirene di Ulisse.

Punta Campanella era nota nell’antichità per il santuario prima greco e poi romano di Minerva. L’Area Marina Protetta di Punta Campanella dal 1997 tutela l’intero tratto di costa compreso tra Vico Equense e Positano. Ci informa Costantino, la nostra guida, che la torre e l’area circostante corsero il grave rischio di essere vendute dalla Marina Militare che ne era proprietaria, ma la vendita fu sventata e l’incantevole area fu successivamente vincolata. Arriviamo ai piedi della possente torre quadrata: il colpo d’occhio è amplissimo, intensi la luce e l’azzurro del mare, vediamo il Golfo di Salerno fino alla punta Licosa. Proseguiamo verso il monte San Costanzo con la bianca chiesetta omonima e la vista su Marina del Cantone e sul piccolo arcipelago di Li Galli.

il golfo di Napoli, visto dal Belvedere di Sant’Agata sui due golfi

Tutta la settimana sarà una continua scoperta di meravigliose fioriture, che identifichiamo grazie alla competenza botanica di Beppe. Saremo in mezzo ad una natura rigogliosa, sia per la vegetazione spontanea sia per la profusione di bellissimi e curatissimi orti, tra gli uliveti, sui terrazzamenti, ovunque sia possibile coltivare, in invidiabili posizioni panoramiche. Dalla cima del Pizzitiello la vista spazia fino ai Faraglioni di Capri e a Punta Licosa, all’estremità del Golfo di Salerno. All’Agriturismo “Terre Alte di Sorrento” facciamo conoscenza con uno dei personaggi della nostra settimana: don Vincenzo, titolare dell’agriturismo, colto e affascinante parlatore che cattura da subito l’attenzione delle signore del gruppo. Ci accompagna nella visita della proprietà (produzione orticola), fino al grande prato dove, tra gli asfodeli, troneggia un immenso biancospino. Per noi, abituati ai cespugli di biancospino lungo i bordi dei fossi, è incredibile la visione di un vero enorme albero completamente coperto di fiori. A uno degli alberi è appeso un riquadro che riporta un brano tratto dall’opera “Siren Land” (La terra delle Sirene), dello scrittore Norman Douglas che, all’inizio del Novecento, qui visse e forse proprio da questo prato e dal panorama intorno trasse ispirazione per il suo libro.

Non ci è difficile immaginare quanta materia abbia ispirato nei secoli gli artisti quando facciamo, il giorno successivo, l’escursione che da Amalfi raggiunge la Valle delle Ferriere, riserva naturale nella quale sopravvivono rari vegetali come la felce gigante (woodwardia radicans). La repubblica marinara di Amalfi, al culmine della sua potenza nel secolo XI, era al centro dei commerci dal Mediterraneo verso l’Oriente, aveva filiali come Costantinopoli, Beirut, Giaffa e di questo passato multiculturale conserva testimonianza nei monumenti: la decorazione ad archi intrecciati di ascendenza araba caratterizza il possente campanile del Duomo e si ripete, elegante, nel piccolo chiostro. La “Ruga nova mercatorum” era la Via Roma dell’epoca, la via porticata dei mercanti e delle botteghe, che si affacciava sul torrente, oggi coperto dalla via principale; la attraversiamo per guadagnare la scalinata che, con oltre 900 scalini, ci porterà al borgo di Pontone, da cui prenderemo il sentiero per la Valle delle Ferriere. Saliamo fiancheggiando la parete di roccia con stalattiti sopra le nostre teste, a sinistra i terrazzamenti dei limoneti. La valle di Amalfi è quasi completamente terrazzata e coltivata; fra i limoneti, ancora piccoli orti, profumo di limone, di rose; minuscoli giardini con enormi cespi di margherite. Più a monte la valle è chiusa tra alte pareti calcaree, traforate da grotte e anfratti. È proprio l’acqua l’elemento predominante nella valle: in passato veniva utilizzata per muovere i macchinari delle ferriere e delle cartiere di Amalfi. Il sentiero scende fino al torrente, in un ambiente naturale fresco e ricco di alberi, reso ancora più suggestivo dai resti delle antiche cartiere e condotte per l’acqua, i più antichi risalenti al XIII secolo. Attraversiamo il torrente e risaliamo sulla sponda opposta, per raggiungere la Riserva Naturale Speciale. Mancano soltanto le ninfe e il suono del flauto di Pan in questa forra di morbida vegetazione dalle alte pareti stillanti. Il torrente riceve acqua da numerose sorgenti e da una cascata altissima di acqua nebulizzata. Tornati ad Amalfi in serata siamo invitati ad un evento speciale: Costantino festeggia i venticinque anni di matrimonio, con la cerimonia del rinnovo dei voti matrimoniali. Messa cantata, i fiori, la foto di gruppo con gli sposi, e poi fuori, sul sagrato, mescolati al folto gruppo degli amici, facciamo la nostra parte a gettare il riso, applausi, palloncini bianchi e argento, e poi in corteo fino al ristorante per il brindisi di auguri.
Il giovedì ci aspettiamo vedute spettacolari dalla salita al monte Vico Alvano (642 m) e al Monte Comune (875 m); purtroppo le nuvole non vogliono saperne di diradarsi. Mentre scendiamo a Positano arriva il sole, così che ci rilasseremo in spiaggia, insieme a visitatori da tutto il mondo. Inglesi, tedeschi, australiani, francesi, indiani, giapponesi: ecco che cosa significa essere una meta di turismo internazionale. Nonostante l’eccesso di costruzioni da speculazione edilizia, Positano conserva il fascino dell’agglomerato di case bianche o vivacemente colorate, abbarbicate le une sulle altre. Pur considerando la fama e il turismo, non è facile vivere in questa terra affascinante ed estrema; sono state necessarie nei secoli pazienza, adattabilità e tenacia per strappare la terra, metro per metro, alla roccia; per fare la spola, con scale e sentieri intagliati in alte pareti di pietra, tra il mare e le abitazioni in alto, così come vediamo nel fiordo di Furore.

Foto di GruppoL’ultimo giorno di escursioni, venerdì 5 maggio, è dedicato alla magnifica e solitaria Cala di Ieranto, riserva naturale del F.A.I., che si apre sulla costa meridionale della penisola sorrentina.
Partiamo a piedi dall’hotel alla volta di Termini per raggiungere Nerano e imboccare il sentiero che tra bellissimi scorci panoramici scende alla cala. Tra panorami mozzafiato il sentiero scende alla baia, dove l’acqua trasparente invita i più coraggiosi/e al primo bagno di stagione.
Per finire in bellezza, la sera grazie ai buoni uffici di Costantino, Michela da buona organizzatrice ci prenota per un aperitivo nel ristorante “stellato” – due stelle Michelin – Don Alfonso di Sant’Agata sui Due Golfi. Visitiamo la cantina, con 25.000 preziose bottiglie, che si sviluppa in tre ambienti, il primo settecentesco, il secondo risalente al XV secolo per arrivare alla galleria del VI secolo a.C.! Dopo la visita Don Alfonso, la cui famiglia gestisce il ristorante dal 1890, ci intrattiene amabilmente, un vero signore semplice e cordiale. “Ingresso degli artisti” è scritto sulla targhetta di fianco alla porta della cucina, che si apre sul giardino. Gli “artisti”, ovvero uno stuolo di giovanissimi e altissimi chef, dai candidi cappelli inamidati, ci accolgono per una rapida visita della cucina di lucente acciaio.

Il giorno della partenza, dato che il nostro treno parte nel pomeriggio, Michela, che per l’organizzazione è una “macchina da guerra”, concorda con l’autista dell’autobus una lunga sosta a Sorrento. La visita della città, situata su un’ampia terrazza tufacea a picco sul mare, luogo natale di Torquato Tasso – cui è dedicata una statua nella piazza omonima – dai punti di belvedere ci offre ancora l’occasione di magnifici panorami sul golfo.
Non possiamo non dedicare un ricordo finale alla nostra guida Costantino. Attivissimo nella Pro Loco, nella Protezione Civile, competente e innamorato del suo territorio, che ci presenta e ci fa conoscere con passione, affabile e disponibile a farsi carico delle nostre esigenze, più che guidati ci ha accolti con spontanea amabilità nella sua terra di pura meraviglia.

Ripensando ai personaggi di questa settimana torna alla mente una famosa battuta: «Signori si nasce…». Il tratto umano è quel qualcosa in più che questa terra meravigliosa trasmette da secoli ai tanti visitatori che hanno voglia di ascoltare.

 

Liliana Cerutti

L’isola del Tesoro

Anche quest’anno il Cai Uget ha voluto organizzare una bella settimana di trekking di primavera e, poiché siamo affezionati alle isole vulcaniche (l’anno scorso è toccato alle Isole Eolie ospitarci), la meta è stata Madeira, l’isola principale dell’omonimo arcipelago appartenente al Portogallo e situato nell’Oceano Atlantico a 560 chilometri al largo del Marocco.
Il gruppo in partenza è numeroso, siamo ben in 35, a riprova del fatto che la destinazione scelta e la precisa organizzazione di Luciano incontrano il favore di noi appassionati dell’avventura… poco estrema.

Un mare di nuvole dal Pico Ruivo

E la prima avventura la viviamo già arrivando a destinazione, atterrando all’aeroporto di Madeira, che è considerato uno tra i più pericolosi al mondo: in pratica la pista di atterraggio è un viadotto che si protende nel mare, circondata su tre lati dalle montagne, proprio quelle che affronteremo nei giorni successivi e che possiamo ammirare in anteprima.
Forse ammirare è una parola grossa, perché ci appaiono avvolte dalle nuvole, ma d’altra parte siamo in mezzo all’Oceano, le cime di Madeira sono le uniche elevazioni nel raggio di centinaia di chilometri, dove pretendi che l’umidità del mare vada a condensarsi?

La scogliera di Cabo Girao

A proposito degli aspetti meteo-climatici dell’isola, il giorno del nostro arrivo ci accoglie anche un bel vento, tanto per non farci dimenticare dove ci troviamo.
Già dal giorno successivo però il tempo migliorerà decisamente, regalandoci sempre belle giornate e confermando la definizione data a Madeira di “isola dell’eterna primavera”.
Un aspetto che subito colpisce è il fatto che i centri abitati si trovino tutti, ad eccezione della capitale Funchal, aggrappati alle montagne sopra alte scogliere, infatti pare che le strade finiscano nel vuoto, tanto le scogliere sottostanti precipitano a picco.
Questa particolarità fa comprendere che Madeira non è propriamente un’isola per turismo di mare, bensì si presta magnificamente alle escursioni in montagna, e questo ci prepariamo a fare.
Il primo giorno il programma prevede di percorrere la Levada do Caldeirao Verde, il più famoso dei sentieri che corrono lungo i numerosi tipici canali d’irrigazione costruiti tra il XVI e il XIX secolo per portare l’acqua dalle montagne dell’entroterra alla costa. Il sentiero attraversa la laurisilva, la foresta protetta dall’Unesco residua dell’antica foresta pliocenica, e raggiunge appunto il Caldeirao Verde, un lago dalle acque verdi in cui si tuffa una cascata alta circa 100 metri e circondato da alte pareti ricoperte di vegetazione.
A seguire, il giorno successivo raggiungiamo il punto più alto dell’isola, il Pico Ruivo (1.862 mt), compiendo un bellissimo giro ad anello che parte e termina dal Pico do Arieiro (1.818 mt): il dislivello coperto, nonostante i saliscendi, non è molto, ma quella che rimane impressa è la vista continua sull’Oceano tutto intorno, o meglio sul mare di nuvole che lo ricopre e che sta sotto di noi.
Il terzo giorno seguiamo il sentiero lungo un’altra levada, la Levada das 25 Fontes, il posto è bello ma un po’ troppo turistico per noi del Cai abituati a frequentare luoghi “selvaggi”: per fortuna le nostre guide Luciano e Ivano propongono per i più temerari di aggiungere un’ulteriore destinazione verso altre cascate, questa sì all’altezza delle nostre aspettative, poiché il sentiero è accidentato e la meta sperduta tra la vegetazione.
Ma il punto metaforicamente più alto del nostro trekking lo raggiungiamo il quinto giorno, quando un piccolo contrattempo logistico ci costringe, volendo mantenere inalterata la destinazione, a un cambio di percorso, che ci permette di scalare il Pico Grande (1.665 mt.) salendo dal versante nord-ovest; questo versante, isolato e poco frequentato, ci riserva una sorpresa unica: le sue pareti sono interamente ricoperte di gialle ginestre e il sentiero che percorriamo è una galleria scavata sotto gli arbusti. Quale miglior modo per apprezzare lo spettacolo della flora di questa splendida isola subtropicale?
L’ultimo giorno raggiungiamo l’estrema punta est dell’isola con un’agevole passeggiata su percorso obbligato, con ripetuti scorci sull’Oceano e nondimeno un bel bagno nelle acque per nulla fredde che nei giorni precedenti abbiamo sempre contemplato dall’alto.
Forse vi chiederete: e il quarto giorno? Ebbene, a metà della nostra vacanza il programma prevedeva una giornata di stacco, da dedicare ad attività ludiche a scelta, e dove pensate che sia caduta la nostra scelta? No, non su un’ulteriore impegnativa escursione come farebbe supporre la nostra comune appartenenza al sodalizio, ma su una giornata da perfetti turisti, che non per caso hanno visitato la parte antropizzata dell’isola, interessante quanto quella selvaggia. In particolare a Funchal merita la visita alla Zona Velha con i suoi edifici restaurati, al Mercado dos Lavradores, dove i banchi del pesce offrono tranci di tonno di dimensioni oceaniche, e del famoso Jardin Botanico, che però chi scrive non ha visitato, preferendo raggiungere con i mezzi pubblici la scogliera di Cabo Girao, la più alta d’Europa (580 mt): veramente spettacolare la vista verso il basso dal pavimento in vetro della piattaforma da cui ci si sporge.
E il tesoro del titolo? Il tesoro che alla fine abbiamo trovato è il riposo di cui ci parlava Guido Rey, quello che puoi trovare sia nella quiete che nella fatica, dove a Madeira la quiete è onnipresente e la fatica mai eccessiva.

Silvia M.

Sentiero Roma

Il sentiero Roma è un percorso di montagna sito in Alta Valtellina che si caratterizza per l’impegno costante, la lunghezza, la difficoltà del tracciato e la quota in cui si svolge. Le relazioni dichiarano un livello minimo EE per la presenza di ripidi colli sui 3000m e di nevai anche a luglio inoltrato. Ci sono catene che aiutano, ma è scontato che non si può soffrire di vertigini. Normalmente si parte da Novate Mezzola e si arriva a Chiesa Valmalenco per poi tornare all’auto in treno.

Sabato 20 agosto sotto un cielo plumbeo che nulla di buono promette, ci inerpichiamo sulla ripidissima scalinata di pietra che adduce nel segregato vallone di Codera. Raggiungiamo in un paio di ore il paese omonimo che ospitava una scuola ed una chiesa, oggi sede di casette ristrutturate, osteria alpina e qualche rifugio. Non c’è altro mezzo di accesso che il ripido sentiero ma teleferica ed elicottero provvedono al rifornimento dei generi necessari. Dopo un delizioso spuntino all’osteria affrontiamo 2 ore di marcia sotto una pioggia insistente e impietosa, che non ci fa gustare il bellissimo ambiente. Giungiamo così fradici al Rifugio Brasca 1304m dove ci viene acceso il caminetto e, mentre schiacciamo un pisolino nelle sale superiori, i gentilissimi gestori ci imbottiscono gli scarponi di carta di giornali e ce li pongono vicino al caldo focolare…

La cena è ottima, di alto livello e siamo gli unici clienti; le ore passano, la pioggia sembra non smettere ma le previsioni promettono miglioramento.

Infatti la mattina seguente c’è un bel sole che crea fantastici giochi di luce e, dopo dieci minuti di strada, prendiamo il sentiero per il Passo del Barbacan 2598m in una fitta e ripidissima abetaia che ci dà subito un assaggio della durezza di ciò che ci aspetta. Del resto ci sarà un motivo se pochi, soprattutto tedeschi, fanno il sentiero Roma.

Salita, usando anche le mani, l’ultima rampa, il paesaggio si apre sul successivo vallone. Il vallo è davvero stretto e solo la presenza di una serie di catene rende possibile la discesa con una discreta facilità. Appendendoci scimmiescamente alle catene in breve ci immergiamo nella alta valle del Porcellizzo dove vediamo da lontano il Rifugio Gianetti 2534m, una solida e grande costruzione con una ottantina di posti. Il Rifugio sembra a due passi ma impareremo presto che il “vedere” il rifugio non implica il raggiungerlo velocemente. Sovente infatti il fondo e l’obbligo di giri tortuosi fanno sì che i tempi si allunghino tantissimo…

Il Gianetti è un Rifugio importante perché rappresenta la base di salita per le tante vie tracciate sul Pizzo Badile e dintorni. L’ampio e luminoso locale dove si cena è pieno di climber ed il gestore sembra assuefatto a rispondere alle domande dei giovani e meno giovani che l’indomani si cimenteranno sulle tantissime vie presenti nei paraggi.  Questa sera mi godo la posizione di trekker, svincolato dai patemi della difficoltà dei passaggi e della necessità di alzarmi presto. Per noi va bene una bella colazione alle otto, un paio d’ ore dopo i climbers e, riscaldati dai raggi del sole mattutino, ci muoviamo senza fretta verso la meta di oggi, il Rifugio Allievi-Bonacossa 2385m.

Il primo colle è il Passo Camerone. Una serie di catene in ottimo stato sia in salita che in discesa, rendono anche qui facile il transito verso l’alto vallone del Ferro da cui si punta al Passo di Qualido, anch’esso provvisto delle sue belle catene per rendere potabile la ripidissima discesa nell’alta Val Zocca.

Dal Passo il rifugio appare vicinissimo… solito “inganno ottico” perché occorre contornare una bastionata rocciosa e percorrere lunghi ed interminabili saliscendi che dilatano i tempi. Inoltre la frequente presenza di rocce montonate, vuoi per la presenza di acqua, vuoi per la loro inclinazione, fa sì che non sai mai se tengono o meno…

Stanchi ed affamati arriviamo così al rifugio e anche qui la quasi totalità dei presenti, è rappresentata da alpinisti che sono qui per cimentarsi su vie più o meno lunghe e impegnative.

Il mattino del quarto giorno di trekking si presenta ancora con un cielo azzurro. Partiamo dopo la solita ricca colazione con destinazione Rifugio Cesare Ponti 2560m. Il primo passo, del Torrone, ce lo fumiamo in un batter d’occhio ma il vero nocciolo della giornata odierna è il Passo del Cameraccio 2954m, che implica una faticosa risalita su catene in un vallone stretto, ostico ed ancora ingombro di neve. La sorpresa più grande è alla fine della salita, quando compare un ampio ed innevato pianoro, curiosamente costellato di alti ometti in pietra. Il piano degrada dolcemente tramite subdole placche montonate percorse da rivoli di acqua alternate a residue lingue di neve verso l’ampio vallone del Cameraccio che dovremo attraversare integralmente. Con molta attenzione scendiamo l’apparentemente banale declivio e raggiungiamo un piccolo laghetto alla base della famigerata Bocchetta Roma. Il primo tratto di salita su sfasciumi instabili porta ad un ripido nevaio al cui apice un grosso bollo di vernice rossa indica l’inizio della via ferrata. Decidiamo di affrontare il nevaio con i ramponi, la neve è dura, a tratti gelata e la possibilità di scivolare per qualche decina di metri non attira. Raggiungiamo così la base della ferrata. Questa volta si va sul verticale e una certa confidenza con il free-climbing ci aiuta molto. In capo ad un quarto d’ora siamo al gigantesco ometto di pietra della bocchetta e dopo un breve traverso, ormai già in val di Predarossa, possiamo vedere il Rifugio Ponti sotto di noi e, come già sappiamo, falsamente vicino….

Attingendo le ultime energie da qualche barretta riusciamo a completare il lungo spostamento di oggi, sebbene l’ultimo tratto, su pietroni instabili, ci impegni non poco.  Birra & patatine ci sembrano più che meritate, una volta allunati sulla superficie dell’accogliente edificio.

Dopo una piacevole nottata Mercoledì 24 agosto siamo nuovamente pronti al bagno di sole d’ alta montagna che ci attende. Dal rifugio si sale pochi metri e, con un lungo traverso, ci si porta a cavallo della morena che adduce al ghiacciaio alla base del monte Disgrazia. Qui ci infiliamo nella ennesima pietraia e grazie alle solite catene raggiungiamo l’ex rifugio Desio sullo spartiacque tra la Val Màsino e la Val Malenco.

Di fronte a noi si stende, sterminata, la Valle Airale, una valle laterale della Val Malenco. Il tragitto si snoda, come ormai siamo abituati, saltellando di pietrone in pietrone, seguendo con attenzione i pochi bolli di vernice scoloritissima e la traccia sul GPS. Solo dopo diverse centinaia di metri il sentiero acquisisce una consistenza apprezzabile e giunti intorno ai 2000 metri di quota il paesaggio diventa bucolico con tanto di pinete, prati e ruscelli spumeggianti. Passiamo al Rifugio Bosio e ci fermiamo per una veloce ristorazione. Il rifugio ci riporta nel “caos” dei valligiani in vacanza che con un’oretta di cammino su strada sterrata vengono qua a gustare le tante prelibatezze.

Qualche relazione conclude qua la tappa odierna ma noi contiamo di arrivare fino a Chiesa in Valmalenco per cui abbiamo ancora parecchia strada da fare. Quando vi giungiamo nel tardo pomeriggio decidiamo di permetterci un lussuoso albergo con tanto di camera privata ed abbondantissima cena con ogni prelibatezza locale.

Da Chiesa con un bus pubblico scenderemo l’indomani a Sondrio dove un treno ci riporterà a Colico. Lì con l’auto avremo poi modo di spostarci al parcheggio di Predarossa per salire al Disgrazia.

Ma quella è un’altra storia…

Marco Centin

Diario di una schiappa

Maiorca per pochi

Quando ho detto agli amici che sarei andata a Maiorca,  ho dovuto spiegare che non andavo a spiaggiarmi come una balenottera, ma che avrei fatto un trekking, cioè camminato fra i 10 e i 18 km al giorno per raggiungere impervie vette e idilliache baie: nei loro occhi incredulità.     Infatti pochi sanno che Maiorca non è solo il luogo della movida più sfrenata ed alcolizzata, ma che lungo la costa Nord-Ovest si eleva una selvaggia catena montuosa lunga 90km.

Giorno 1         La Penisola di Formentor, che si protende come un dito indice nell’indaco del mare, ospita la meta della nostra prima gita, la vetta di ‘el Fumat'(334mt). Inizialmente un facile sentiero ci porta ad una solitaria caletta dove possiamo godere delle sue limpide e fresche acque. Non per molto però, poiché la dura salita ci attende sotto il sole implacabile di mezzodì, senza alberi ad ombreggiarci, né venticello a rinfrescarci: comunque, chi prima chi poi, raggiungiamo l’agognata vetta. Un panorama mozzafiato ci ricompensa della fatica. La successiva discesa è lunga e aspra e a tratti scivolosa. La sete e la stanchezza si fanno sentire, ma alla fine di questo “tormento” l’incantevole baia Murta ci accoglie.

Giorno 2         Molti si avventurano nel Barranco del Pareis, per escursionisti esperti qual io non sono, per cui mi avventuro alla scoperta della capitale Palma. E’ una città con un passato ricco di storia ed è piacevole camminare alla ricerca dei palazzi costruiti nelle diverse epoche storiche. Quello che però non si può perdere è l’imponente cattedrale gotica che si specchia in riva al mare, una delle più belle che abbia mai visto, specialmente l’interno. Anche il Barranco del Pareis avrebbe potuto essere una delle più belle gole che avrei potuto vedere, se fossi stata un po’ più preparata e in forma fisicamente, mi consolo che molti l’hanno trovato parecchio impegnativo e si sono trovati in difficoltà.

Giorno 3         Escursione al Puig del Teix (1064mt), ma i muscoli ancora irrigiditi mi sconsigliano di parteciparvi, così, con altri dissidenti, facciamo una gita alternativa, percorrendo circa 18km, ma senza salite o discese impegnative, raggiungendo comunque calette e scogliere di ineguagliabile bellezza. Al ritorno i partecipanti raccontano di non aver avuto difficoltà a percorrere i sentieri ben tracciati, pazienza sarà per la prossima volta!

Giorno 4         Finalmente di nuovo in forma e pronta alla partenza! Oggi si va sul Puig de Galatzo, (1027mt). Inizialmente un largo sentiero si snoda in un bosco in cui spiccano esemplari di Quercia Spagnola,per poi restringersi. I rocciosi pendii sono popolati da non so che razza di capre selvatiche, e le corna dei maschi sono molto ricercate come trofeo (infatti alcuni cacciatori sparano allegramente intorno a noi!). E’ proprio vero, se non le hai, te le vai a cercare!!!!

Giorno 5         Escursione a “la Trapa”, il cui nome deriva dai monaci trappisti che si sono insediati qui nel 1810, scappando dalla rivoluzione francese. Ammiriamo i terrazzamenti costruiti per rendere coltivabile un’area altrimenti arida, il mulino, i resti degli alloggiamenti  e l’insuperabile panorama sull’isola Dragonera e sulle baie sottostanti. Un sentiero panoramico, abbastanza agevole, ma talvolta stretto, roccioso e scosceso, ci riporta alla baia di partenza dove abbiamo tempo di godere di un bagno ristoratore.

Giorno 6         Gianni e Luciano vengono informati che il sentiero per raggiungere il Puig de Massanella è interrotto da una frana, per cui le nostre efficienti guide, prontamente, spostano la meta  alla spiaggia di ‘sa Calobra’. Purtroppo la stanchezza di 5 giorni di camminate lunghe ed impegnative decima i partecipanti e molti si defilano a Palma. Poteva la schiappa smentirsi? Ovviamente no e, insieme ad alcuni amici, decide di raggiungere la stessa spiaggia, ma con mezzi alternativi alle gambe: con un trenino d’epoca raggiunge la cittadina di Soller, annidata tra i monti; un tram, sempre d’epoca, la conduce al porto sottostante, dove si imbarca su un battello, moderno, che costeggia le vertiginose scogliere con cui la Tramuntana precipita mare. Durante il tragitto cerca di scorgere sulle pendici gli intrepidi compagni, ma senza successo.

            Oltre a tutti i partecipanti che hanno condiviso con me questo trekking rendendolo indimenticabile, vorrei ringraziare in particolare due persone: il “mio angelo custode personale”, che mi ha aiutata e confortata, impedendomi di crollare nei momenti difficili e “l’angelo custode di tutti”, Gianni, che, chiudendo la fila, si è sacrificato per assicurare la sicurezza a tutti noi.

Alpi Ribelli

alpiRibelliAlpi Ribelli, prima edizione giugno 2016, è l’ultima fatica letteraria di Enrico Camanni. Non ho il piacere personale di conoscerlo anche se, da anni, contribuisco sensibilmente al suo bien-etre, possedendo parecchio materiale di sua produzione. Difficile del resto, per un appassionato di montagna delle nostre latitudini, ignorare questo Torinese del ‘57 attivissimo, sia in montagna sia sulla carta, fin da giovane.

Dal 1977 è redattore alla Rivista della Montagna ma con la Fondazione del “suo” Alp, una innovazione rispetto alla più tradizionale Rivista della Montagna, nel 1985 diventa un riferimento nell’editoria alpinistica. Lo dirigerà per 13 anni per poi virare su riviste più culturali come L’Alpe. Non andrei avanti con la sua vastissima e dotta biografia spendendo invece due parole su “Alpi ribelli”.

Seppur non esente da pubblicazioni di carattere romanzesco (sempre in chiave montana, ça va sans dire, cito solo “La sciatrice e l’ultima Camel blu) questo “Alpi Ribelli” è da inserire nel filone “saggistica” proponendo una visione dell’ambiente delle alte terre come luogo di rifugio e di formazione/frequentazione di personaggi perennemente in lotta contro l’ordine imposto, spesso contro dittature, regimi anti-democratici o correnti “poco ambientaliste”.
Si apre con una dotta e panoramica inquadratura del fenomeno Alpino riferita all’ambiente da intendere in contrasto all’ambiente di pianura. L’essenza del libro è proprio, scrive Camanni, la contrapposizione storica tra le terre alte e basse. “Alpi e Libertà” è il filo conduttore del secondo capitolo in cui ci si cala con maggiore enfasi nel contesto locale, anche se qui, giustamente, si trascende da una visione nazionalista in quanto il fenomeno della ribellione Alpina nasce più spesso a causa di una diversa visuale da chi vive e governa legiferando in pianura che non tra gli abitanti di territori che hanno sempre in comune la difficoltà del vivere quotidiano e quindi sono uniti da tribolazioni assolutamente identiche.
Il primo ospite monografico (la stessa struttura verrà poi mantenuta nel successivo sviluppo del libro) lo incontriamo nel terzo capitolo dedicato alla figura del valsesiano Dolcino, noto come frà Dolcino; il nemico a cui opporsi è qui rappresentato dalla opprimente Chiesa di Roma che ne vorrebbe la testa. La fine di Dolcino unitamente alla sua amica Margherita e ad un altro capo dei ribelli viene descritta con una insolita attenzione ai più macabri dettagli…
Con una certa attenzione al registro cronologico veniamo poi resi edotti delle tribolazioni passate dai vari Giosuè Javanel a capo dei ribelli Valdesi, i fratelli Berthalon nei pressi di Briancon che si rifiutano di prestare servizio militare, il sindaco Gatineau di Cervières che scongiurando la costruzione di un super-mega impianto sciistico qui a noi vicino gioca a due passi da casa nostra (e siamo negli anni settanta, non nel medioevo!), il dotto Carlo Alberto Pinelli, Mountain Wilderness con la pletora di nomi famosissimi tra cui un esauriente excursus su Alex Langer, il talentuoso Comici, il socialista Tita Piaz, il senatore Attilio Tissi, la bolognese Giovanna Zangrandi e tantissimi altri nomi, alcuni noti, altri meno ma sempre accomunati da un innato anelito verso la libertà, contro le imposizioni ottuse di un regime, di un modo di pensare, di un movimento religioso, di una cultura da gregge e tutti accomunati dalla presenza incombente di una montagna come luogo di azione, di rifugio, di crescita, di vita.

L’associazione dei personaggi alla montagna evidenzia quasi sempre una approfondita conoscenza dei luoghi da parte dell’autore; siti non incontrati nella sterile realtà virtuale di Internet o sulle pagine di qualche rivista, almeno non solo, ma derivanti da una frequentazione in chiave alpinistica o sci-alpinistica quando non semplicemente escursionistica, degli ambienti oggetto della prosa.

La visuale di Camanni, emergente chiara ed inconfutabile da questo libro, è quella di una persona colta ed intelligente che ha vissuto e vive la montagna in chiave ludica, preoccupato per il suo futuro, profondamente a conoscenza dei processi storici che, inevitabilmente non si riducono all’ambiente alpino ma che spessissimo, di sicuro troppo, hanno segnato il destino di vite, di generazioni, di popoli, determinati in sedi e contesti totalmente avulsi dalle realtà oggettive dell’ambiente delle alte terre. L’analisi storica, sociologica che scaturisce dal libro è estremamente interessante e lo stile di scrittura è piacevolissimo e scorrevole.
Camanni non si limita ad elencare fatti e personaggi nel loro contesto narrandone le vicissitudini. Sul finale si prende il lusso di suggerire quasi in punta di piedi, mi verrebbe da dire in stile sabaudo, che il turismo dolce e l’agricoltura pulita, sweet and slow, sono l’unico futuro possibile per le Alpi e cita, a corollario della sua tesi, i casi della Valmaira e della Valpelline che ben conosciamo noi torinesi. Mi permetto di aggiungere che è significativa l’ampissima presenza di stranieri, come sempre più avanti di noi, nella frequentazioni di areali dove si “prenota l’emozione del silenzio” (per usare un’espressione dello stesso Camanni).

Un libro che non dovrebbe mancare nella biblioteca di chi va in montagna… con la testa.

Marco Centin

Quelli di lassù, i villaggi più isolati delle alpi

Ezio Sesia è sempre stato incuriosito dalla vita in quei villaggi in quota, arroccati nel nulla, dove tutto sembra più difficile e probabilmente lo è. Negli ultimi vent’anni ha approfondito la storia di villaggi come Mollières, un paese francese a 1571 metri, che nella sua lunga storia ha visto la scomoda annessione all’Italia: con una semplice passeggiata di 40 chilometri e un buon dislivello gli abitanti potevano raggiungere il “loro” comune, a Valdieri!

Quelli di lassù, itinerari alpini
Quelli di lassù – Ezio Sesia

Ezio ha visitato questi villaggi, d’estate e d’inverno, e ce li presenta, con tanto di percorsi escursionistici e non solo nel volume “Quelli di lassù” edito da Mulatero. In 288 pagine di storia, itinerari e immagini ci dimostra che non esiste solo la croce di vetta, esiste anche la curiosità, il piacere di una passeggiata per raggiungere Obermutten, dove tutto è di legno, o per andare a scoprire il mistero di San Bernolfo.

Gli itinerari proposti sono decisamente originali, e coprono tutto l’arco alpino, dalle Marittime alle Giulie.  Non presentano particolari difficoltà (E, massimo EE) e dislivelli moderati, dai 500 ai 1000 metri. Oltre ai percorsi di escursionismo, il libro suggerisce anche anelli di fondo e percorsi di ciaspole e sci.

Simona Righetti ha introdotto la serata di presentazione testimoniando l’interesse della casa editrice Mulatero per questi territori isolati:  “In quest’epoca in cui si cerca di fuggire dalla ‘comfort zone’ raggiungendo le zone più isolate in montagna, in cui anche i territori più impervi vengono vissuti come un fantastico parco giochi, abbiamo ritenuto che fosse opportuno riscoprire la vita di quelle comunità che la parola comfort non sapevano nemmeno cosa volesse dire.”

Durante la serata, Ezio ci ha deliziati con aneddoti e diapositive, lasciandoci con tanta curiosità ed un nuovo volume in biblioteca.

Grazie Ezio!

 

 

 

Attorno al Monte Bianco: considerazioni guardando a terra

Una grandissima muraglia: pietra e neve. Guardala da una parte come dall’altra: tutta una sfida sportiva. E per chi ci vede solo un luogo inospitale per vivere? Non resta che guardare più in basso, o davanti e di fianco ai propri passi: quello che hanno fatto per alcuni secoli migliaia di persone che sono vissute nelle valli che contornano il Monte. Quello che facevano e speravano gli alpigiani sotterrati con le loro bestie dalla frana in Val Ferret circa quattrocento anni fa.
Val Veny: un gran divertimento per i geologi. Lì si infossa la placca europea sotto la placca africana. Se ne vedono i risultati di tanta tribolazione: rocce di diversa conformazione raggruppate dalla raspata gigantesca che screma ciò che è più morbido e stacca e ammucchia da milioni di anni. Tra le fessure della grattata ha trovato sfogo e il tempo di raffreddarsi un grande blocco di granito che ora chiamiamo Monte Bianco. E per la spinta delle placche si sono piegate la valle di Chamonix e la Val Ferret. Risultato che tutto attorno al Monte si trovano rocce di vario tipo, da quelle stratificate che coprivano la placca, a quelle calcaree che costituivano il fondo marino, prima che cominciasse lo scontro, a quelle nuove solidificate in profondità, nelle crepe dello scontro. Tutto ciò ha prodotto suoli ricchi di diversità chimiche e meccaniche e biodiversità.
Lago Combal: come altri laghi alpini si sta riempiendo e al momento manca poco a divenire una torbiera. Tutto attorno piante palustri o di ambiente umido: i piumini o pennacchi (eriofori di varie specie) con le morbide cime bianche, contornati da vari tipi di carice (sembrano fili di erba con la punta ingrossata) e a tratti dalle “margherite” della tussilaggine. Lungo i pendii i cespugli di ontano verde, che si rischia di scambiarli per degli strani noccioli, nascondono le parti basse tra le megaforbie (piante erbacee a foglie grandi) cavolacci e cicorie alpine (adenostyles e petasites, i primi, e cicerbita): a rallegrare ci pensano i loro fiori: rosa dei cavolacci e viola, a margherita, delle cicorie. Buoni ultimi, come fioritura, i salici cominciano a riempirsi di batuffoli bianchi vaporosi che spuntano da spighe a punte. Distingue i vari salici la forma delle foglie, il colore dei rametti e le dimensioni: quelli striscianti dei pascoli sono sfuggenti perché molto piccoli, ma se si guarda bene si nota lo stesso tipo di fioritura, in scala ridotta.
La Pyramid Calcaire: non dovrebbe centrare niente con una situazione di rocce continentali, invece è lì a dire che c’era un mare tranquillo, sul fondo del quale si depositavano i gusci dei molluschi compattando a costituire un fondo calcareo. Quando iniziò la spinta “africana” il fondo marino si frantumò e si ricompose man mano in un nuovo calcare a pezzi: la Pyramid, appunto, che in qualche modo galleggiò o venne espulsa dalla grattata, come il Monte. Dalla parte opposta, in Val Ferret, abbiamo trovato la corrispondenza nella Testa Bernarda (fino al colle Sapin). Un calcare frantumato, simile nell’aspetto, ma da non considerare uguale, è la “pietra di Gassino” usata per diversi monumenti Torinesi ( Superga, Palazzo Madama e altro). Quella che è la continuazione geografica della Val Veny, la Val Ferret, non lo è per la geologia: la fenditura di scontro tra le due placche continua nella valle Sapin, fino al colle, appunto. I bianchi ammassi di gesso visti tra La Visaille e il lago Combal, si ritrovano nella valle Sapin.
Tra le grasse erbe da pascolo, ormai pochissimo considerate per lo scopo, abbiamo incontrato numerosi tipi di raponzoli, blu, non ancora completamente fioriti e, dove l’erba era più bassa, i vaniglioni o nigritelle che profumavano i dintorni. Dove l’erba era più rada abbondavano le fioriture gialle: creste di gallo, doronico del calcare, qualche arnica e crepis aurea. Un colore a parte lo davano gli astri alpini, margherite blu, incontrate in particolare in Val Veny. In tutti i percorsi non è mai mancata la presenza dei gerani dei boschi, piccoli fiori viola con il centro bianco o, dove erano già sfioriti, il loro piccolo becco di cicogna.

Botrychium lunaria (fonte https://en.wikipedia.org/wiki/Botrychium_lunaria)

 

Una presenza discreta, simpatica nella sua altezzosità, poco diffusa è stata la felce-uva o botrychium lunaria, rinvenuta un paio di volte. Stramba, per la concezione di pianta o di felce che conosciamo, alta al massimo una ventina di centimetri, divisa in due rami, uno fogliare e uno “fruttifero”(spore). E’ il ramo con le spore che attira di più l’attenzione: puntato in alto con il “grappolo”diretto al cielo, più alto della foglia dà un aspetto altezzoso ad un esserino quasi insignificante.
I boschi di protezione non hanno un cartello identificativo. Chamonix deve la propria esistenza quasi completamente ad essi: versanti ripidi e freddi, se non fosse il bosco a frenare la neve, sarebbe una valanga continua. Che sia fredda Chamonix, lo testimonia il ghiacciaio di Bossons che, nonostante il ritiro verso l’alto generalizzato dei ghiacciai, continua ad essere incombente sulla cittadina. Abbiamo percorso il versante solatio, ciò nonostante, il bosco di larici e abeti rossi finiva a 1900 metri di quota. Di fronte, sul versante a mezzanotte, il bosco finiva ben più basso. E ad avvalorare la funzione del bosco come protezione efficace, abbiamo notato che poche sono le installazioni paravalanga: lungo il nostro percorso abbiamo incontrato “solo” alcuni muri di pietra a secco, di notevole massa, ad impedire alla valanga di “partire”. La cosa curiosa è che sul versante assolato ci siano gli abeti rossi: il loro versante preferito è a mezzanotte. Una spiegazione può essere che il versante sia stato boscato da tempo immemore e che a suo tempo sia stato colonizzato da larici e latifoglie (c’erano anche piccole presenze di sorbo degli uccellatori e montano, pioppo tremulo e betulla) che hanno fatto da parasole agli abeti germogliati. In seguito gli abeti maturi hanno ombreggiato larici e latifoglie e ne hanno provocato il recesso.

Arrivederci ad una prossima passeggiata guardando lontano… e anche per terra.

Beppe Gavazza

Nascondino Au Contraire

Dal webmagazine altitudini.it pubblichiamo “Nascondino au Contraire”, un articolo scritto per il concorso Vagabondi delle montagne da Marina Caruso. Da cinque anni il webmagazine  organizza un concorso per blogger di montagna. Blogger è chi si diverte a scrivere sul web, su un proprio sito o ospitato da altri, o, come molti fanno ultimamente, anche solo su una pagina Facebook.

Il concorso ogni anno si distingue per l’argomento scelto e per la forma. In questa edizione il tema i “Vagabondi delle montagne” chiedeva di esprimere, in un’unità multimediale composta da articolo e foto il proprio concetto di montagna come terreno di vagabondaggio, come ricerca della libertà più estrema intesa come quella di non avere una vera meta, liberi da mode e condizionamenti, capaci di liberarsi del superfluo. E i blogger “vagabondi”, provenienti praticamente da tutte le regioni italiane e alcuni anche da fuori Italia non si sono fatti attendere.

Tutte le unità in concorso sono consultabili sul sito altitudini.it
Buona lettura!

Tanto i posti dove nascondersi sul Monte Cinto (M. Caruso)

L’irruente voglia di giocare che non riesco mai a tenere a bada mi ha spinta a prendere la decisione di scalare in solitaria in due giornate Monte Cinto e Paglia Orba partendo all’alba di un qualunque giorno di metà agosto. Inesperta, per niente equipaggiata e poco informata. Ma mi trovavo in Corsica per pochi giorni e chissà quando ancora avrei potuto averne qualcuno tutto per me. Le regole erano chiare e semplici: partire da Huat Asco, arrivare ad un buon orario sul Monte Cinto, raggiungere il rifugio Tighjettu dove passare la notte e il giorno dopo affrontare il Paglia
Orba.

Alle 16 del primo giorno ero arrivata sulla vetta del Monte Cinto, in ritardo di parecchio sulla mia tabella di marcia. Mancavano ancora 8 ore per arrivare al rifugio. Avevo poca acqua, le gambe sentivano la fatica, non avevo incontrato più anima viva dalla tarda mattinata. Perdo il sentiero e
inizio a camminare a vuoto, senza punti di riferimento e inveendo contro la cartina approssimativa su cui avevo deciso di fare affidamento. Ero nei guai. E così è iniziato il gioco. Una specie di nascondino al contrario: la Montagna si divertiva a nascondermi mentre io volevo farmi trovare. La conta era finita e io dovevo uscire allo scoperto quanto prima. Se da una parte il gioco mi spaventava, dall’altra questo vagare senza meta contro il tempo mi metteva addosso un’adrenalina che poche altre volte nella vita ho avuto il piacere di provare. Era quello che volevo, no? Vagabondare, silenzi, solitudine. Forse era troppo. E poi non mi sembrava più fosse una mia scelta. Ormai era calata la notte. La Montagna mi offriva i suoi nascondigli in attesa delle prime luci del sole. Ho solamente un sacco a pelo con me. Mi nascondo. Gioco. Il mattino seguente costringo le mie
gambe a proseguire. Parlo a me stessa, canto per tenermi compagnia e farmi forza. Bevo da una pozza d’acqua torbida, non ho potuto resistere. La tana sarebbe dovuta essere il mio punto di partenza, ma a metà della parete nord-est del Paglia Orba, dopo tanto girovagare, decido di seguire
l’unica soluzione sensata che il mio cervello è ormai in grado di formulare: camminare dritta davanti a me in direzione di un paesino che scorgo a valle e che scoprii poi essere Calasima, frazione Albertacce. Le gambe vanno in automatico, gocce di sangue scendono dalle mie labbra spaccate dal sole e dalla sete. Le automobili, le case, un bar. Tre uomini mi corrono incontro.
Tana libera tutti.

La commissione gite alle Eolie

L’arcipelago delle Eolie, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco, prende il nome dall’antica leggenda che lo considerava la dimora di Eolo, il dio greco dei venti. Dal 28 maggio al 4 giugno 2016 la Commissione Gite ha replicato per la 3° volta il trekking alle Eolie, organizzato egregiamente da Gianni Lucarelli e Luciano Zanon, condotto con la solita maestria da quest’ultimo e da una validissima guida trentina, Genny, esperta geologa nonostante la sua giovane età (26 anni), carina, simpatica e chi più ne ha più ne metta.

Il cratere sommitale di Vulcano

Il gruppo, di 31 soci Cai Uget, era ben assortito e si è amalgamato col passare dei giorni. Già durante il viaggio in aliscafo (dopo aereo e pullman), passando dall’isola di Vulcano, abbiamo sentito un marcato odore di zolfo, tipico delle emissioni vulcaniche. E questo si è confermato il carattere dominante dell’arcipelago, grazie a ben 2 vulcani attivi, Vulcano appunto e Stromboli, nonché grazie alla conformazione vulcanica di tutte le isole, con numerosi crateri ora spenti. Infatti la 1° escursione è stata al Monte Pelato di Lipari, dove in epoca altomedioevale s’è avuta una grande eruzione che ha lasciato evidenti tracce: il sentiero percorso in salita è tutto su ossidiana, roccia vetrosa nera traslucida che è stata emessa dal vulcano e grazie alla quale l’isola s’è sviluppata fin dal Neolitico. E di origine vulcanica è anche la pietra pomice che veniva estratta fino a poco tempo fa dalle cave del M. Pelato, costituendo una delle poche industrie dell’arcipelago, poi esauritasi.

Fiamme e fumi sullo Stromboli

Eppure non è del tutto spenta l’attività vulcanica dell’isola di Lipari: nella parte occidentale, da noi esplorata verso la fine del trekking, abbiamo trovato delle fumarole. Da alcune fenditure del terreno escono esalazioni molto calde di vapore acqueo, zolfo e anidride carbonica. Inoltre, sempre in zona, alle Terme di S. Calogero, c’è una sorgente di acqua calda con temperature di oltre 35°, sfruttata già dagli antichi Romani. Invece a Vulcano c’è molto di più. Vulcano, che ha dato il suo nome a tutti i vulcani del mondo, è ancora in attività. L’ultima eruzione, risalente al 1888, ha modificato tutto il paesaggio e potrebbe ripetersi in qualunque momento. La salita al cratere è esteticamente molto bella: già originali le forme bizzarre degli spuntoni rocciosi della costa, poi salendo al di sopra del bosco si attraversa un’incredibile tavolozza di colori, dal giallo dello zolfo al verde del silicio al rosso del ferro, che risaltano sul blu intenso del mare. Scenario indimenticabile dell’enorme cratere, che abbiamo percorso interamente fino alla cima e poi giù, armati di mascherine, tra fumi, vento e calore che ci hanno fatto sentire il “respiro” del vulcano. Mi è piaciuto immensamente. “Iddu: il faro del Mediterraneo” si riferisce invece allo Stromboli, il più attivo dei vulcani delle Eolie e non solo. Ha 100.000 anni d’età e si eleva imponente dal fondo marino per 2400 m, di cui 924 sopra il livello del mare. Per andare in cima al “Pizzo”, sull’orlo dell’antico cratere Neostromboli, occorre farsi accompagnare da una guida alpina e munirsi di casco e pila frontale, per poter godere dell’incredibile scenario notturno offerto quotidianamente dal vulcano, particolarmente affascinante col buio, e scendere poi dalle ripidissime ceneri vulcaniche, in cui si affonda come fosse neve. Lo Stromboli ci ha dedicato uno spettacolo superaffascinante sulla “Sciara del fuoco”: dapprima esplosioni a base di grandi fumate, poi eruzioni violente e rumorose di fiammate e lapilli, riprese con entusiasmo crescente dai nostri instancabili fotografi! E poi giù, quasi alla cieca, per più di 900 m di ceneri. Bello, anche questo indimenticabile. Abbiamo continuato a seguirne l’attività da lontano anche nei giorni seguenti, al di sopra della superficie marina, dalle altre isole. Affascinante è stata anche Salina, l’isola più verde dell’arcipelago, formatasi dall’unione di 2 isole vulcaniche vicine, poi saldatesi grazie all’attività di numerose bocche vulcaniche. Memorabile l’escursione alla “Fossa dei Felci”, la “vetta” delle Eolie (962 m) raggiunta su un sentiero all’ombra di bellissimi alti eucalipti, con un repertorio notevole di flora endemica: ginestra del Tirreno (Genista tyrrena), citiso delle Eolie (Cytisus aelolicus), fiordaliso delle Eolie (Centaurea aeolica) dalla ricca tavolozza cromatica. La discesa attraverso un fitto bosco fiabesco, su sentiero ripido, sassoso, scalinato in modo sconnesso e a tratti disagevole, è stata rallegrata da un exploit di Sergio Colaferro, che si è esibito in una canzone abruzzese spassosa, facendoci poi cantare a turno una lunga filastrocca mentre scendevamo un’infinita scalinata. Ogni tanto si aprivano stupendi belvedere, da cui potevamo ammirare l’instancabile attività dello Stromboli, che si vedeva in lontananza sul mare azzurrissimo. Ci stava salutando…

di Bianca Compagnoni

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