Il Rifugio Rey partecipa al Tour del Thabor

Non esiste un solo Tour del Thabor, ne esistono tanti, dettati solo dalla fantasia di chi li vuole comporre. O almeno questa è l’idea della “Compagnie des Refuges Clarée Thabor”, l’associazione che unisce i rifugi e punti tappa del Massiccio del Tabhor, circa 20 sistemazioni differenti da scegliere in base al percorso che si intende seguire. Il Thabor si eleva al fondo della Valle Stretta, in territorio francese dal 1947, dopo Bardonecchia. Da quest’anno anche il Rifugio Rey è entrato a far parte dell’associazione, inaugurando una variante italiana del tour insieme a La Chardouse di Vazon e al rifugio Arlaud di Grange Seu.

Un impegno corale  ha portato alla realizzazione di questa variante. Forte è stata la collaborazione tra i gestori di rifugi, sia CAI che privati, ed alta la partecipazione dei comuni della zona. In particolare il Comune di Oulx ha provveduto ad una risistemazione del tratto di sentiero tra il Rey e la cappella di S.Giusto. Un contributo notevole è arrivato come sempre dai soci della sezione che hanno operato per il rilevamento e la segnalazione dei sentieri nella zona del Rey, rendendo la zona più fruibile all’escursionismo: grazie Giacomo, caparbio e felice! Appena disponibile, la nuova carta aggiornata con la variante italiana verrà resa disponibile presso la Segreteria, oltre che nei posti tappa.

Il sito dell’associazione (http://www.refugesclareethabor.com) offre dettagliate descrizioni degli itinerari e la possibilità di prenotare i rifugi online.

Tutti i soci della Sezione hanno ricevuto, all’atto dell’iscrizione annuale, un buono sconto per il Rifugio Rey e per il rifugio Re Magi, entrambi tappe del Tour del Thabor: che sia giunto il momento di usarli?

 

La capanna scientifica Saracco e Volante festeggia i 50 anni

La Capanna Saracco Volante esiste da cinquanta anni. L’abbiamo realizzata per onorare due nostri compagni e come base per l’esplorazione speleologica di un’area importante. Eraldo Saracco e Cesare Volante, fin dalla nascita del Gruppo Speleologico Piemontese (1953) erano stati fra i più validi esploratori. Il sistema carsico di Piaggiabella nel 1959 aveva uno sviluppo di circa 5 chilometri, la più lunga grotta d’Italia. Ci rendevamo conto che il potenziale era ben superiore ma molte erano le difficoltà, non ultima la mancanza di una base logistica. Da quando esiste la capanna, tutti gli anni questa viene utilizzata per l’esplorazione e lo studio di questo sistema che oggi supera i 50 chilometri; non passa anno senza la scoperta di nuove gallerie. Sembrava quindi naturale la costruzione di qualcosa che avrebbe favorito i due obbiettivi.

Siamo partiti con grande entusiasmo e prima ancora che la capanna fosse terminata avevamo centrato un terzo obbiettivo: vecchi e giovani del Gsp. si univano e collaboravano, in un clima gioioso che non era previsto. Tanti soci dell’Uget offrivano il loro lavoro per il successo dell’impresa, ma non solo l’Uget: anche i familiari di Saracco e Volante e tanti speleologi appartenenti a vari gruppi italiani hanno collaborato all’impresa. La capanna fu inaugurata l’8 ottobre 1967, alla presenza di 250 persone.

Ma la collaborazione più importante fu quella del geometra Lino Andreotti, esperto nella costruzione di rifugi, allora vicepresidente dell’Uget. Come gli chiedemmo aiuto rispose con un “sì” entusiasta. L’8 aprile ’67, quando la neve cominciava a fondere, andai con lui a Piaggiabella per individuare l’area adatta per piazzare la capanna. Saliva adagio, era ammalato e ci lasciò pochi anni dopo, non senza aver completato il lavoro della capanna.

 E’ giusto ricordare anche l’aiuto animale: alludo ai muli degli alpini che hanno trasportato i carichi più pesanti e ad un ermellino incuriosito dalla nostra attività che ci accompagnava nel nostro lavoro, e che da una domenica alla successiva seguiva l’andamento delle operazioni.

di   Carlo Balbiano

 

 

Festeggiamenti alla capanna Saracco Volante

Carlo ci ha raccontato la storia della capanna in questo articolo, ma quella era la preistoria. Alla fine degli anni ’80 si decise di associare alla Capanna un locale invernale, venuto così bene da meritarsi all’istante l’appellativo de “Il Tumore”, che in realtà si è dimostrato indubbiamente utile, insospettabilmente robusto e, ebbene sì, certamente brutto. Difetto cui s’è posto rimedio negli ultimi anni con una folata di lavori straordinari che l’hanno armonizzato al resto della struttura: ora il “Tumore” è tornato ad essere l”Invernale”.

Negli anni la Capanna ha cambiato più volte colore: è stata spesso rossa (velleità giovanili), grigia (mimetica con la nebbia), beige (praticamente invisibile) a righe, marrone (metaforico). Attualmente sfoggia un’elegante tonalità granata da curva Maratona.

Ma alla fine l’importante è che siano passati cinquant’anni e quindi si festeggi: dal 13 al 16 luglio.

Quattro giorni, i primi due dedicati agli abissi: si entra di qui e si esce di là, si entra qua e si esce laggiù, profittando di alcuni dei sedici ingressi di Piaggia Bella. Nei restanti giorni si celebrano la Capanna e i suoi costruttori. Ci saranno proiezioni in Piaggia Bella, lì, vicino all’ingresso, alla portata di tutti. E pellegrinaggi guidati tra i vari abissi raccontati da ineffabili cantastorie, e  concerti serali che, temo, non potranno che sorprenderci. E la presentazione del libro “Scrivere di Grotte” di Giuliano Villa, uscito or ora. E i giochi pomeridiani a cura dell’apposito comitato. E un sacco di altre cose che devono ancora essere pensate. E il vino? Ci sarà. Molto.

di Ube Lovera

Monte Bianco, un ritorno

Vista dalla Vetta del Monte Bianco (Claudio Aceto)

Da molti anni mi frullava nella testa di tornare in cima al “Bianco”, ma dal versante Italiano, per me praticamente sconosciuto. Anche il fatto che non avessi mai visto il rifugio Gonella, ristrutturato da qualche anno da parte della nostra sezione Uget mi incuriosiva. L’occasione si presentava a luglio con l’amico Claudio. Per lui, che l’aveva già tentata tre volte, ahimè senza successo, era ormai una questione personale a tu per tu con la montagna. Le condizioni sul massiccio quest’anno erano particolarmente favorevoli, il meteo per il week end era stabile, quindi l’occasione era di quelle da non perdere. Sabato mattina si parte alla volta di Courmayeur e, poco dopo le 9:00, siamo alla sbarra de La Visaille. Un ultimo sguardo allo zaino e via, si parte!

Dopo un tratto noioso di strada si arriva allo Chalet du Miage per imboccare il lunghissimo vallone. Si monta sulla morena e, quando questa termina contro la parete sulla destra orografica del vallone, si abbandona per scendere nel centro dello stesso. Da questo punto, di fronte a noi si presenta tutto il bacino del Miage nella sua grandezza ed imponenza. Il rifugio è talmente lontano che non si può nemmeno indovinare la sua posizione, sulle balze in fondo a destra. Come dicevo all’inizio le condizioni sono particolarmente favorevoli, Claudio infatti mi dice che è la prima volta che percorre il vallone su veloci lingue di neve, invece che nella noiosa pietraia, che fortunatamente è stata ricoperta dalle perturbazioni di fine giugno.
In effetti la progressione su neve è rapida e tutto l’ambiente, ricoperto dalla bianca coltre, possiede un aspetto ancora più maestoso, semmai ce ne fosse bisogno. Solo verso la fine di questi cinque chilometri calziamo i ramponi perché si vedono i primi crepacci, li aggiriamo con semplicità per giungere sotto la bastionata rocciosa alla confluenza del bacino del Dome, che sostiene il rifugio. Sono passate quasi tre ore dalla partenza ed è ora di pranzo. Complice una cascatella ci fermiamo proprio all’inizio del tratto attrezzato che in circa un’ora ci porterà alla meta di oggi. Durante la mattinata abbiamo incontrato molte persone che salivano o scendevano; la provenienza spaziava dagli U.S.A. alla Spagna, segno del fatto che pur non essendo un posto particolarmente frequentato a causa della sua lunghezza, ci sono nel mondo una serie di estimatori che non si lasciano perdere l’occasione. Che fortuna avere questo parco giochi così vicino a casa!
In circa un’ora quindi raggiungiamo il Gonella. Dalla piazzola sospesa di fronte alla struttura l’elisoccorso compie un paio di avvicinamenti, ci informeranno in seguito che una cordata è caduta in mattinata sulla zona del Piton des Italiens a causa del forte vento e una ragazza si è rotta un piede. Ed eccoci finalmente al Gonella. Mi fa piacere scrivere che si tratta di un rifugio sistemato con un concetto davvero moderno e funzionale; il salone da pranzo è luminosissimo e, aprendo le vetrate esterne si accede direttamente sulla terrazza che guarda il fondovalle e la zona del Petit Mont Blanc. La giornata è splendida e ci si rilassa alternando il sole potente fuori ad un fresco piacevole dentro. E’ divertente fare due chiacchiere a volte in francese ed altre in inglese con chi è di fianco a noi a scrutare la montagna. Di fronte, dall’altra parte del vallone che percorreremo domani, si intuisce il tetto della capanna Sella. In linea d’aria dista solo qualche centinaio di metri, ma arrivarci è davvero un viaggio. Da lì in poi si apre il bellissimo itinerario dello sperone della Tournette che porta sempre in cima al tetto d’Europa.

Rifugio Gonella (ph Claudio Aceto)

Ore 18:30 è ora di cena. La qualità del cibo è buona e i ragazzi che gestiscono il rifugio sono gentili ed organizzati. Non indugiamo molto dopo la cena perché la sveglia è tra poche ore e quindi si va a nanna. Anche i letti sono confortevoli e le ore che ci separano dalla colazione si riposa davvero.

Il versante Ovest del Monte Bianco dal Rifugio Gonella (Foto di Claudio Aceto)

Ore 00:30 sveglia! Veloce colazione e poi tutti fuori a prepararsi per la partenza. Il terrazzo è troppo piccolo per tutti e quindi diventa abbastanza difficoltoso mettere i ramponi, legarsi e prepararsi per la partenza.
Poco prima dell’1:30 ci mettiamo in marcia e dopo un breve tratto a mezzacosta scendiamo di qualche metro per mettere piede sul ghiacciamo del Dome. Luci davanti, luci dietro, ci si incammina tutti verso l’alto. La temperatura non è troppo fredda, speriamo solo che il vento sia calato; molte cordate incontrate ieri sono infatti tornate a mani vuote a causa delle raffiche troppo forti sulla cresta di confine. Il ghiacciaio è ben coperto e i crepacci visibili da attraversare sono molto pochi. Velocemente si prende quota e ci troviamo ora di fronte ad un ‘impennata della pendenza alla nostra sinistra. Siamo sotto il colle des Aiguille Grises che rapidamente si raggiunge. Montiamo su di una crestina che intervalla roccette e neve, ed in breve arriviamo in cresta al Piton. E’ ancora completamente buio e lo spettacolo di lucine delle cordate che salgono dalla normale del Gouter è splendido. Sullo sfondo le luci dei paesi francesi ancora immersi nel sonno.
Qui la temperatura cambia di colpo. Il vento infatti è calato rispetto a ieri ma è comunque ancora intenso. Ci copriamo e proseguiamo sulla cresta che inizialmente è abbastanza stretta e va quindi salita con attenzione. Siamo nei pressi del Dome de Gouter quando albeggia e, ormai dietro di noi, si svela in tutta la sua eleganza la cresta dell’Aiguille de Bionassay. La temperatura scende ancora e le raffiche a volte sono davvero fastidiose. ci copriamo con tutto ciò che abbiamo. Arrivati alla Vallot ci fermiamo cinque minuti ma non entriamo nemmeno (la sua fama di sporcizia la precede), non ci resta che salire gli ultimi 450 metri di cresta delle Bosses e saremo in cima. Claudio davanti procede senza fermarsi e la cresta quest’anno è larga, non resta che mettere un piede davanti all’altro per prendere quota velocemente.

Il sorriso di Roberto Fullone verso la cresta (ph Claudio Aceto).

Ore 7:00, siamo in cima. Siamo davvero felici (credo che Claudio lo sia di più perché era la quarta volta che ci provava) ma le condizioni sono davvero difficili. La temperatura percepita è almeno di 20 gradi sotto zero, la mia borraccia appesa allo spallaccio dello zaino è un blocco di ghiaccio, tornerà ad essere acqua solo quando saremo tornati al Gonella. Non è piacevole stare in cima e dopo una decina di minuti si decide di scendere. Scendendo incontriamo molte cordate che erano con noi al Gonella, ci si saluta ed in poco tempo si ripassa dal Dome. La discesa verso l’Italia diventa più ripida e quindi necessita di maggiore attenzione. Solo un pezzo di 100 metri circa richiede di rallentare, il resto è tutto percorribile con un minimo di prudenza.
Scendendo incontriamo alcune cordate che sono “solo a 4000“ e intendono salire in cima al Bianco. Arrivano dal rifugio Durier e hanno appena compiuto la traversata dell’Aiguille de Bionassay, complimenti! La stanchezza inizia a farsi sentire e non vediamo l‘ora di arrivare al rifugio. Sono molte ore che siamo in cammino e abbiamo bevuto e mangiato pochissimo. Finalmente verso le 12:00 siamo al Gonella.
Ci prendiamo un’ora abbondante per risistemare lo zaino, mangiare, bere e sdraiarci su di una panca per riposare la schiena. E’ dura rimettersi in cammino! Si sta così bene qui. Ma non si può, domani si lavora e quindi via per sul sentiero attrezzato che ci depositerà sul ghiacciaio. Il resto del percorso è una lunghissima camminata quasi in piano, contornati da pareti imponenti fino all’arrivo alla morena che indica l’approssimarsi del fondo del vallone. Come sempre, la strada percorsa in salita sembra molto più lunga che all’andata e il parcheggio di La Visaille pare non arrivare mai.
Ore 17:20, siamo all’auto e abbiamo voglia di berci qualcosa, quindi al primo bar ci fermiamo per una birra ampiamente meritata.

Il Bianco dalla normale italiana è davvero un bel viaggio. Salire in cima contando solo sulle proprie gambe, senza utilizzo di funivie è una bella soddisfazione. La via non è tecnicamente difficile, solo molto impegnativa fisicamente per la sua lunghezza, il secondo giorno infatti si salgono 1800 metri, e se ne scendono 3100. L’ambiente è severo ed imponente; aver visitato questa parte del massiccio è stata una scoperta, ci tornerò sicuramente, Claudio mi ha già messo in agenda la Bionassay nel 2017.

Roberto Fullone

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