Trail degli Invincibili, lo sport incontra la storia

Quando un autore porta un libro alla nostra biblioteca, qualcuno della redazione si preoccupa di leggerlo e, se ne vale la pena, di parlarne qui.
Stavolta tocca a me, già pregusto la scena: divano, copertina e libro. Poi leggo il titolo: “Trail degli invicibili”. Il divano e la copertina lasciano il posto alle scarpette e allo zaino, per toccare con piede le meraviglie decantate dal primo capitolo. Andiamo in Val Pellice, a Bobbio, un’oretta di macchina da Torino. Il percorso del trail è un anello, di venti chilometri e 1100 metri di dislivello (dal sito www.traildegliinvincibili.it si può scaricare la traccia GPS in vari formati). Leggi tutto “Trail degli Invincibili, lo sport incontra la storia”

Andar per Langa  

Cinquant’anni fa nessun “caino” che si rispetti sarebbe mai andato a fare escursioni nelle Langhe. C’era la montagna e basta, la gita aveva per meta una cima o un colle, tutt’al più un rifugio d’alta quota. L’approccio culturale aveva poi fatto qualche passo avanti quarant’anni fa, grazie anche alla Rivista della Montagna buonanima; si andavano moltiplicando i giri delle montagne, i percorsi naturalistici, gli anelli tematici. Ma di collina neanche a parlarne. Leggi tutto “Andar per Langa  “

A Fenestrelle con la TAM

Da quando ho iniziato a frequentare la montagna da escursionista , mi sono spesso imbattuto nelle testimonianze di secoli di rivalità e scontri tra il regno sabaudo e la Francia: strade militari, ridotte, caserme sopravvissute agli ultimi decenni di abbandono, e gli immortali giganti, prima visti sempre solo di sfuggita, i Forti: un richiamo irresistibile, per uno che si scoprì Bogia Nen alla scuola elementare, visitando le gallerie della cittadella e il Museo Pietro Micca! Leggi tutto “A Fenestrelle con la TAM”

Il mio Ultra Trail del Monte Bianco

Tea Geraci, Ultra Trail Monte Bianco 2016

Una breve premessa per chi fosse lontano dal mondo trail anzi ultratrail. L’Ultra Trail del Monte Bianco rappresenta la gara regina di una serie di gare di vario percorso che si svolgono a Chamonix nell’ultima settimana di Agosto, e dove si misurano atleti di grande livello internazionale e gente comune come la sottoscritta.

L’UTMB, con i suoi 171 km e 10.000 m di dislivello positivo, è il sogno di molti trailer, per potervi partecipare occorre prima aver concluso alcune gare di qualificazione, raggiungere un punteggio, e infine, dato il grande numero di richieste, incredibile ma vero, anche essere estratti.

Ed è a questo punto che inizia l’avventura, almeno così è successo a me, e da Gennaio in poi i mesi sono trascorsi pensando sempre all’UTMB, alla preparazione, alle gare intermedie, ma anche a non esagerare, e a curarsi gli acciacchi che inevitabilmente sono arrivati.

Nel 2014 avevo già partecipato alla CCC, Courmayeur-Champex-Chamonix, 100 km e 6100 m disl, questa volta avrei completato l’anello partendo da Chamonix.

Quante emozioni, a cominciare dalla partenza, atleti provenienti da tutte le parti del mondo, riconosco qualcuno incontrato in altre gare, riconosco qualche top runner, e mi piazzo nelle retrovie, sono lenta e il mio obiettivo è superare i cancelli orari lungo il percorso e arrivare, mi ripeterò spesso “ il ritiro non è contemplato”, e nei momenti di crisi “esiste davvero una ragione sufficiente a farmi ritirare proprio adesso?”.

La gara parte alle 18, i primi 8 km sono in piano e corribili, poi la prima salita, bella tosta, a Le Delevret, discesa e dopo il ristoro di Saint Gervais  non mi sento troppo bene, sintomi da svenimento, devo coricarmi lungo il ciglio del sentiero, molti mi chiedono come sto, arriva anche un uomo dell’organizzazione, ma rassicuro tutti, tranquilli non è niente!

Insomma, non è vero che sia proprio niente, ma non accetto l’idea di mollare, mangio un gel pensando ad una crisi ipoglicemica non gestita bene, mi rimetto in piedi e riprendo faticosamente a camminare, però mi sento affaticata e per qualche ora rimugino nefasti pensieri di ritiro, il traguardo è mostruosamente lontano!

Ma mi riprendo fisicamente e psicologicamente, e da quel momento divento un caterpillar e macinerò km, salite e discese e avrò sempre pensieri positivi.

Capirò più tardi che dovevo aver avuto una sorta di congestione per una manciata di pezzi di banana ingurgitati al ristoro, non a caso per tutto il resto della gara, e ancora parecchi giorno dopo, la sola vista delle banane mi procurava nausea. Quindi MAI sottovalutare la gestione dell’alimentazione.

Da Les Contamines si sale sempre e inesorabilmente fino alla Croix du Bonhomme, non fa freddo, ma la giacchetta ci sta, discesa a Les Chiapieux e poi lunga salita, la prima parte su asfalto, noiosissima, fino al Col de la Seigne.

Durante questa lenta salita su asfalto, che chi sa correre corre, mi venivano i colpi di sonno, ciondolavo, letteralmente!

Finalmente arrivo al col de la Seigne, Italia, un abbozzo di discesa, ma subito ancora una salita, piccola ma bastarda, al Col des Pyramides Calcaires, variante introdotta proprio quest’anno. Non ne sentivamo la necessità giuro.

Panorama da fiaba, tra il sonno e la stanchezza così mi appare…  Siamo sopra le nuvole che ancora coprono il Lac Combal, discesa brutta brutta tra i massi e finalmente Rifugio Elisabetta e lungolago.

Ancora una salita e poi Courmayeur, preceduta naturalmente da una discesa ripida e tecnica. Non ne azzecco una di previsione di tempi di discesa, sempre sassi e radici tra i piedi, e visto che la strada è ancora lunga meglio non rischiare.

Al ristoro di Courmayeur mi aspettano gli amici tra cui Silvia la mia psico-coach, una volta tanto non sono da sola e ho un po’ di assistenza, ma ne parlerò dopo.

Il ristoro di Courma è una base vita, mi fermo un po’ di più, mangio una pasta, cambio maglia e scarpe, ma non posso perdere tempo, non siamo ancor a metà quindi on the road again.

Obiettivo Col Ferret, ma prima i rifugi Bertone e Bonatti, dal profilo altimetrico ricordavo che dopo la salita al Bertone, che caldo pazzesco, si arrivasse con un dolce saliscendi al Bonatti, ma non è vero, questi saliscendi chissà perché sono prevalentemente sempre sali ed i rifugi sono sempre dietro l’angolo ma lassù!

Ad Arnouva ci sono di nuovo i miei amici a salutarmi e poi su verso il Colle.

Panorama superbo ovunque, per non parlare dell’accoglienza e dell’incoraggiamento ai ristori e lungo il percorso.

La discesa a La Fouly è prima tecnica poi corribile, non so come faccio ma una corsetta in discesa riesco ancora ad abbozzarla, i tetti che vedo dall’alto però non sono quelli del ristoro, ancora giù giù a fondovalle.

A Champex di nuovo incontro Silvia, mangio la minestrina e riparto. C’è un temporale, sento tuoni e vedo i fulmini ma sono ancora lontana e quindi ne evito le fasi più temibili, solo un po’ di pioggia giusto il tempo per farmi indossare i pantaloni impermeabili che già ha smesso.

Una eterno falso piano in salita e poi discesa in teoria corribile, ma ho un sonno sonnissimo, ogni tanto mi fermo per sedermi su qualche scomoda pietra, i massi più comodi sono già occupati, ma riesco lo stesso ad addormentarmi per pochissimo tempo, forse neanche un minuto, ma basta per resettare il cervello e riprendere.

Siamo a 130km, penso mancano “solo” più 40km, meno di una maratona, meno di un trail medio, ma mancano ancora tre temibili salite, Bovine, Catogne, Tete aux Vents.

Prima di Col de Montets e Tete aux Vents vedo ancora gli amici a Vallorcine dove arrivo poco prima delle 11.

E siamo a 150km, davvero siamo quasi alla fine, sto bene, anche se sono un po’ rallentata, non me accorgo ma poi rivedendo i filmati è ben evidente, e ho anche avuto le allucinazioni da privazioni di sonno, tutto regolare insomma.

Nell’allucinazione più nitida e articolata mi sembrava di vedere sedute su una panchina lungo il sentiero di discesa a Vallorcine due figure, di cui una donna vestita di verde, pensavo fossero parenti di qualcuno, ma in realtà non c’erano né la panchina né le persone, e il vestito verde erano le foglie degli alberi…

Per non parlare poi delle immagini provocate dai giochi di luce della pila frontale, ho visto interi palazzi costruiti nel cuore del bosco!

L’ultima salita a Tete aux Vents penso di ricordarmela bene dalla CCC, ma non abbastanza bene infatti me la prendo comoda e poi dovrò correre come non avrei pensato di poter ancora fare per non mancare il cancello orario di La Flegere, perché quel vantaggio che avevo ai cancelli dopo la seconda notte è andato via via riducendosi.

Ancora 7 km di discesa e poi l’arrivo, ma ancora dobbiamo soffrire su un sentiero ostico, vorrei correre un po’ per arrivare prima e fermarmi. Negli ultimi 2km posso accelerare, ormai ci siamo, corricchio e finalmente imbocco il percorso lungo il torrente dove uno mi chiama, mi dice brava, mi fa una foto da mandare ad un’amica, lui che applaude me, una tapasciona, è un trailer molto forte di Torino, saprò dopo che si era ritirato.

L’emozione all’arrivo non si può descrivere, sono ormai tra gli ultimi, dopo di me poche decine ancora, ma il pubblico applaude e ti porta alle stelle, mi fermo poco prima del tappetino, è occupato dai fotografi e altri dell’organizzazione, finalmente ancora un passo e tutto si è compiuto, sono FINISHER!

Siamo partiti in 2555 e siamo arrivati in 1468, 1087 runner hanno lasciato il proprio sogno lungo il percorso, ma io ce l’ho fatta.

E ho portato al traguardo con me mio marito Ezio, il mio personale angelo custode, perché anche lui amava correre in montagna, ma ora non è più tra noi perché un maledetto male lo ha scelto.

Devo necessariamente aprire una parentesi relativamente ad una parte molto particolare del mio allenamento. Silvia è una cara amica psicologa che l’anno scorso ha iniziato un master di psicologia dello sport con il prof. Giuseppe Vercelli dell’Unito nonché psicologo e trainer di campioni olimpici.

Essendo alla ricerca di un caso per la sua tesi Silvia mi propone di lavorare insieme, accetto ben volentieri e inizia un percorso di applicazione della metodologia SFERA.

E’ difficile condensare in poche parole in cosa consista, si lavora sulle paure, sul dialogo interiore, ma anche aspetti più pratici quali gestione dell’energia e del sonno. Fondamentalmente si deve giungere ad una sincronia tra corpo e mente affinché il corpo esegua ciò che la mente pensa.

Non so come sarebbe andata senza l’esperienza SFERA, impossibile dirlo, ma sicuramente mi è stata di grande aiuto perché molte volte sono ricorsa a quanto avevo imparato e accolto in questi mesi.

Inoltre penso che per concludere una prestazione di endurance si debba partire con l’intima convinzione e consapevolezza che sarà molto molto faticoso, senza distinzione tra i primi e gli ultimi si soffrirà, che nulla sarà regalato e tutto dovrà essere conquistato. Altrimenti la disillusione può fermare ancora prima della reale necessità fisica o fisiologica.

 

Cercatori di Perle

Lo sguardo di chi ha salito almeno una volta i facili pendii di Cima del Bosco è stato sicuramente attratto da una strana conca sospesa, cesellata nella parete di roccia nera sulla destra.

La parete è quella del Monte Furgon e quella conca misteriosa è chiamata da sempre La Coppa. 
Quasi a nessuno è venuto però in mente di andare a portare i propri sci fin lassù.
Quasi a nessuno, esclusi i cercatori di perle.

Sul fondo la Coppa al sole (ph Paolo Montaldo)

Siamo verso la fine dell’anno e… come concluderlo degnamente? Il 28 dicembre abbiamo fatto il Roc del Boucher con la speranza di trovare un po’ di farinella, ma il vento dei giorni precedenti aveva fatto danni. Qualche bella curva dalla punta c’è stata ma da cercare nelle pieghe del terreno e tutto sommato speravamo in qualcosa di meglio: tre stellucce non di più!

Con questa premessa avevo deciso che il giorno seguente un meritato riposo ci stava tutto. Al tardo pomeriggio il gruppo di WhatsApp fa trillare il cellulare come una radiosveglia che suona sempre fino a quando non la spegni.

Allora domani chi c’è, cosa facciamo, dove andiamo? E fra e tante idee che circolano ci scrivo anche la mia: Monte Furgon. Ci sentiamo domattina.

L’avevo adocchiato il giorno prima e mi pareva buono. Il rischio lo danno 3 marcato ma dall’ultima nevicata è passato parecchio tempo, unica incognita: cosa avrà combinato il vento prima della Coppa? Il mattino del 29 alle 8, giusto per sapere cosa combinavano, chiamo Popino:
“Allora dove andate oggi?”
“Furgon e ci troviamo alle 9”
“Bene vengo anch’io”.
A dire la verità non ne avevo molta voglia, ma vista l’allegra compagnia e gli ottimi elementi convinco la mia pigrizia. Alle 9 ci troviamo a Thures, dove di questo periodo è meglio arrivare presto per parcheggiare: se arrivi mezz’ora più tardi non trovi posto. Siamo in sette, due dei quali con la split-board ma loro son giovani e forti… Lo sono davvero Lurens e Fabrizio, oltre a essere molto simpatici. Lasciamo le baite di Thures di buon passo e, con un lungo traverso ascensionale, tagliamo i pratoni dirigendoci verso la Costa Bouchars.

Soste tecniche (ph Paolo Montaldo)

Sotto il colle Chalvet a destra di Cima del Bosco ci sono due vallette molto marcate che partono da sotto le pareti del Furgon, meglio risalire la prima e quando la pendenza aumenta e finisce la pineta portarsi sulla dorsale tra le due. Così abbiamo fatto noi, tenendo come margine di sicurezza una decina di metri tra uno e l’altro.

La strettoia con il vetrato

Fatta la traccia sul tratto ripido e delicato non ci rimane che fare il traverso con attenzione e passare uno alla volta fino all’inizio della conca chiamata Coppa. Qui si apre un bellissimo anfiteatro che si percorre andando a sbattere quasi il naso contro le rocce verticali che lo sovrastano dove come d’incanto appare un canale nascosto che concede l’accesso alla punta. Concede? Altre volte son passato sulla neve compatta con picca e ramponi dove si restringe, ma questa volta vuol farci pagare pegno!
“Il vetrato, c’è il vetrato!” dico io “Di qui non si passa e poi per scendere dovremmo fare una doppia e chi ce l’ha l’attrezzatura?”. Questa è la parte più difficile e appagante della gita. Cardonatti e Negri sul loro “Ripido” lo danno: Canale SW 300m / max 40°- 45° / 4.2 / E2.

Sul Fondo La Coppa Al Sole E La Traccia Di Fianco Al Canale

Beh noi ci giochiamo il jolly: entra in funzione il caterpillar Fabrizio che in men che non si dica gira a sinistra e fa una traccia parallela al canale con neve profonda quasi fino al ginocchio molto farinosa tant’è che ogni tanto si sente la roccia sotto i ramponi. A un certo punto gli urlo:

“Ma perché vai dritto e sulla verticale, devi girare a sinistra per l’ometto di vetta” e lui:
“Sì, ma qui c’è un cartello con scritto Furgon!?”

C’è sempre da imparare. Io per la punta alla fine del canale ho sempre girato a sinistra e trovato l’ometto relativo, si vede che qualche buontempone ha messo un cartello dieci metri più in alto.

Due pensieri sulla discesa, ph Paolo Montaldo

Discesa. Visto che qualche cosa si toccava in salita io, per preservare le solette dei cari (in tutti i sensi) Movement ridiscendo con i ramponi fino alla strettoia; chi scende in sci se la cava comunque con qualche leggera grattatina ma senza grossi problemi. L’onore dell’integrale è salvo.

Scherzi a parte, tolti tutti i ramponi discesa da 4 stelle nella Coppa e da 5 sulla Costa Bouchars fino ad attraversare il rio, dove diventa più incassato per passare nei grandi pratoni sopra Ruilles. Tenendosi un po’ alti, sulla neve che da dura è diventata ben sciabile, senza faticare rientriamo felici all’auto sci ai piedi io e i miei sei splendidi amici Popino, Albi, Andrea, Mass, Lurens e Fabrizio.

In questa zona non esistono solo Terra Nera, Dormillouse, Giaissez ma ci sono tutt’intorno tante perle nascoste: bisogna solo cercarle.

di Orfeo Corradin

Gita al Santuario di Sant’Ignazio

Il Santuario di Sant’Ignazio, data la sua collocazione, non può passare inosservato a chi risale le Valli di Lanzo. Ha anche una firma illustre: Bernardino Vittone. La sua quota (931 m) è modesta ma partendo dal basso diventa una passeggiata interessante per la stagione delle giornate corte.

Il percorso descritto non presenta difficoltà, anche con un po’ di neve, e risulta adatto anche ai soci un po’ avanti con gli anni. Volendo si può arrivare in treno al punto di avvio. Il dislivello è modesto, inferiore ai 500 m, ma il percorso ad anello allunga piacevolmente il tragitto.

Santuario di Sant’Ignazio da Loyola, Pessinetto (foto S.Colagrande)

Partiamo dalla stazione ferroviaria di Germagnano (485 m) e, attraversando verso destra l’abitato, troviamo presto la strada per la frazione Margaula. Tagliando qualche tornante per campi e boschi raggiungiamo in breve la frazione, in bella posizione sopra il capoluogo. Si può raggiungerla in auto ma vi è poco spazio per parcheggiare.

Raggiunte le ultime case a sinistra, troviamo un sentiero che, alternando salitine e tratti piani panoramici, contorna le pendici del Monte Momello. Lontano in basso si scorge il Ponte del Diavolo di Lanzo. Ad un bivio ignoriamo il sentiero che sale verso la cima e proseguiamo nel bosco in un lungo saliscendi. Il paesaggio via via si apre verso l’imbocco della valle di Viù e verso Traves e, di tanto in tanto,  appare la nostra meta.

Panorama verso Traves (foto S.Colagrande)

Finalmente, con l’attraversamento del rio Funghera, riprendiamo per un tratto la salita seguita da un ulteriore spostamento in avanti. Siamo ormai tanto sotto al santuario che la costruzione è scomparsa alla vista. Ad un bivio ben  segnalato (759 m) attacchiamo una dura risalita a scalini che ci porta sui prati vicini al cancello di ingresso. C’è il cancello chiuso ma non la cancellata per cui entriamo tranquillamente senza incontrare anima viva. Chiaramente, data la stagione, è tutto chiuso ma noi sappiamo che dietro  la monumentale costruzione troveremo un ampio piazzale panoramicissimo con tanto di tabella per leggere il paesaggio. Il piazzale è contornato da roccette in pieno sole, posto ideale per il picnic. Per chi preferisce soluzioni meno spartane basta ridiscendere al cancello e scoprire che nel paesino sottostante si trova un grande bar trattoria. Il tempo di percorrenza, per chi cammina con andatura “non sportiva” è poco più di 2 ore.

La discesa sarà più diretta: arrivati all’asfalto costeggiamo le poche case tenendoci a destra e, dopo 150 – 200 m troviamo a destra le indicazioni del sentiero che scende verso Germagnano. Sentiero buono e spesso panoramico che in un’oretta ci porta ad un caratteristico colletto. Di qui seguiamo in leggera salita la lunga cresta del Monte Momello e, arrivati alla sommità ci fermiamo per goderci il vastissimo panorama della conca di Lanzo illuminata dal sole ormai basso. Seguendo il sentiero la discesa è rapida e chiudiamo l’anello incontrando il sentiero del mattino. Ormai Margaula è vicina e in breve raggiungiamo anche il capoluogo.

di Pier Felice Bertone

Monte Bianco, un ritorno

Vista dalla Vetta del Monte Bianco (Claudio Aceto)

Da molti anni mi frullava nella testa di tornare in cima al “Bianco”, ma dal versante Italiano, per me praticamente sconosciuto. Anche il fatto che non avessi mai visto il rifugio Gonella, ristrutturato da qualche anno da parte della nostra sezione Uget mi incuriosiva. L’occasione si presentava a luglio con l’amico Claudio. Per lui, che l’aveva già tentata tre volte, ahimè senza successo, era ormai una questione personale a tu per tu con la montagna. Le condizioni sul massiccio quest’anno erano particolarmente favorevoli, il meteo per il week end era stabile, quindi l’occasione era di quelle da non perdere. Sabato mattina si parte alla volta di Courmayeur e, poco dopo le 9:00, siamo alla sbarra de La Visaille. Un ultimo sguardo allo zaino e via, si parte!

Dopo un tratto noioso di strada si arriva allo Chalet du Miage per imboccare il lunghissimo vallone. Si monta sulla morena e, quando questa termina contro la parete sulla destra orografica del vallone, si abbandona per scendere nel centro dello stesso. Da questo punto, di fronte a noi si presenta tutto il bacino del Miage nella sua grandezza ed imponenza. Il rifugio è talmente lontano che non si può nemmeno indovinare la sua posizione, sulle balze in fondo a destra. Come dicevo all’inizio le condizioni sono particolarmente favorevoli, Claudio infatti mi dice che è la prima volta che percorre il vallone su veloci lingue di neve, invece che nella noiosa pietraia, che fortunatamente è stata ricoperta dalle perturbazioni di fine giugno.
In effetti la progressione su neve è rapida e tutto l’ambiente, ricoperto dalla bianca coltre, possiede un aspetto ancora più maestoso, semmai ce ne fosse bisogno. Solo verso la fine di questi cinque chilometri calziamo i ramponi perché si vedono i primi crepacci, li aggiriamo con semplicità per giungere sotto la bastionata rocciosa alla confluenza del bacino del Dome, che sostiene il rifugio. Sono passate quasi tre ore dalla partenza ed è ora di pranzo. Complice una cascatella ci fermiamo proprio all’inizio del tratto attrezzato che in circa un’ora ci porterà alla meta di oggi. Durante la mattinata abbiamo incontrato molte persone che salivano o scendevano; la provenienza spaziava dagli U.S.A. alla Spagna, segno del fatto che pur non essendo un posto particolarmente frequentato a causa della sua lunghezza, ci sono nel mondo una serie di estimatori che non si lasciano perdere l’occasione. Che fortuna avere questo parco giochi così vicino a casa!
In circa un’ora quindi raggiungiamo il Gonella. Dalla piazzola sospesa di fronte alla struttura l’elisoccorso compie un paio di avvicinamenti, ci informeranno in seguito che una cordata è caduta in mattinata sulla zona del Piton des Italiens a causa del forte vento e una ragazza si è rotta un piede. Ed eccoci finalmente al Gonella. Mi fa piacere scrivere che si tratta di un rifugio sistemato con un concetto davvero moderno e funzionale; il salone da pranzo è luminosissimo e, aprendo le vetrate esterne si accede direttamente sulla terrazza che guarda il fondovalle e la zona del Petit Mont Blanc. La giornata è splendida e ci si rilassa alternando il sole potente fuori ad un fresco piacevole dentro. E’ divertente fare due chiacchiere a volte in francese ed altre in inglese con chi è di fianco a noi a scrutare la montagna. Di fronte, dall’altra parte del vallone che percorreremo domani, si intuisce il tetto della capanna Sella. In linea d’aria dista solo qualche centinaio di metri, ma arrivarci è davvero un viaggio. Da lì in poi si apre il bellissimo itinerario dello sperone della Tournette che porta sempre in cima al tetto d’Europa.

Rifugio Gonella (ph Claudio Aceto)

Ore 18:30 è ora di cena. La qualità del cibo è buona e i ragazzi che gestiscono il rifugio sono gentili ed organizzati. Non indugiamo molto dopo la cena perché la sveglia è tra poche ore e quindi si va a nanna. Anche i letti sono confortevoli e le ore che ci separano dalla colazione si riposa davvero.

Il versante Ovest del Monte Bianco dal Rifugio Gonella (Foto di Claudio Aceto)

Ore 00:30 sveglia! Veloce colazione e poi tutti fuori a prepararsi per la partenza. Il terrazzo è troppo piccolo per tutti e quindi diventa abbastanza difficoltoso mettere i ramponi, legarsi e prepararsi per la partenza.
Poco prima dell’1:30 ci mettiamo in marcia e dopo un breve tratto a mezzacosta scendiamo di qualche metro per mettere piede sul ghiacciamo del Dome. Luci davanti, luci dietro, ci si incammina tutti verso l’alto. La temperatura non è troppo fredda, speriamo solo che il vento sia calato; molte cordate incontrate ieri sono infatti tornate a mani vuote a causa delle raffiche troppo forti sulla cresta di confine. Il ghiacciaio è ben coperto e i crepacci visibili da attraversare sono molto pochi. Velocemente si prende quota e ci troviamo ora di fronte ad un ‘impennata della pendenza alla nostra sinistra. Siamo sotto il colle des Aiguille Grises che rapidamente si raggiunge. Montiamo su di una crestina che intervalla roccette e neve, ed in breve arriviamo in cresta al Piton. E’ ancora completamente buio e lo spettacolo di lucine delle cordate che salgono dalla normale del Gouter è splendido. Sullo sfondo le luci dei paesi francesi ancora immersi nel sonno.
Qui la temperatura cambia di colpo. Il vento infatti è calato rispetto a ieri ma è comunque ancora intenso. Ci copriamo e proseguiamo sulla cresta che inizialmente è abbastanza stretta e va quindi salita con attenzione. Siamo nei pressi del Dome de Gouter quando albeggia e, ormai dietro di noi, si svela in tutta la sua eleganza la cresta dell’Aiguille de Bionassay. La temperatura scende ancora e le raffiche a volte sono davvero fastidiose. ci copriamo con tutto ciò che abbiamo. Arrivati alla Vallot ci fermiamo cinque minuti ma non entriamo nemmeno (la sua fama di sporcizia la precede), non ci resta che salire gli ultimi 450 metri di cresta delle Bosses e saremo in cima. Claudio davanti procede senza fermarsi e la cresta quest’anno è larga, non resta che mettere un piede davanti all’altro per prendere quota velocemente.

Il sorriso di Roberto Fullone verso la cresta (ph Claudio Aceto).

Ore 7:00, siamo in cima. Siamo davvero felici (credo che Claudio lo sia di più perché era la quarta volta che ci provava) ma le condizioni sono davvero difficili. La temperatura percepita è almeno di 20 gradi sotto zero, la mia borraccia appesa allo spallaccio dello zaino è un blocco di ghiaccio, tornerà ad essere acqua solo quando saremo tornati al Gonella. Non è piacevole stare in cima e dopo una decina di minuti si decide di scendere. Scendendo incontriamo molte cordate che erano con noi al Gonella, ci si saluta ed in poco tempo si ripassa dal Dome. La discesa verso l’Italia diventa più ripida e quindi necessita di maggiore attenzione. Solo un pezzo di 100 metri circa richiede di rallentare, il resto è tutto percorribile con un minimo di prudenza.
Scendendo incontriamo alcune cordate che sono “solo a 4000“ e intendono salire in cima al Bianco. Arrivano dal rifugio Durier e hanno appena compiuto la traversata dell’Aiguille de Bionassay, complimenti! La stanchezza inizia a farsi sentire e non vediamo l‘ora di arrivare al rifugio. Sono molte ore che siamo in cammino e abbiamo bevuto e mangiato pochissimo. Finalmente verso le 12:00 siamo al Gonella.
Ci prendiamo un’ora abbondante per risistemare lo zaino, mangiare, bere e sdraiarci su di una panca per riposare la schiena. E’ dura rimettersi in cammino! Si sta così bene qui. Ma non si può, domani si lavora e quindi via per sul sentiero attrezzato che ci depositerà sul ghiacciaio. Il resto del percorso è una lunghissima camminata quasi in piano, contornati da pareti imponenti fino all’arrivo alla morena che indica l’approssimarsi del fondo del vallone. Come sempre, la strada percorsa in salita sembra molto più lunga che all’andata e il parcheggio di La Visaille pare non arrivare mai.
Ore 17:20, siamo all’auto e abbiamo voglia di berci qualcosa, quindi al primo bar ci fermiamo per una birra ampiamente meritata.

Il Bianco dalla normale italiana è davvero un bel viaggio. Salire in cima contando solo sulle proprie gambe, senza utilizzo di funivie è una bella soddisfazione. La via non è tecnicamente difficile, solo molto impegnativa fisicamente per la sua lunghezza, il secondo giorno infatti si salgono 1800 metri, e se ne scendono 3100. L’ambiente è severo ed imponente; aver visitato questa parte del massiccio è stata una scoperta, ci tornerò sicuramente, Claudio mi ha già messo in agenda la Bionassay nel 2017.

Roberto Fullone

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Quelli di lassù, i villaggi più isolati delle alpi

Ezio Sesia è sempre stato incuriosito dalla vita in quei villaggi in quota, arroccati nel nulla, dove tutto sembra più difficile e probabilmente lo è. Negli ultimi vent’anni ha approfondito la storia di villaggi come Mollières, un paese francese a 1571 metri, che nella sua lunga storia ha visto la scomoda annessione all’Italia: con una semplice passeggiata di 40 chilometri e un buon dislivello gli abitanti potevano raggiungere il “loro” comune, a Valdieri!

Quelli di lassù, itinerari alpini
Quelli di lassù – Ezio Sesia

Ezio ha visitato questi villaggi, d’estate e d’inverno, e ce li presenta, con tanto di percorsi escursionistici e non solo nel volume “Quelli di lassù” edito da Mulatero. In 288 pagine di storia, itinerari e immagini ci dimostra che non esiste solo la croce di vetta, esiste anche la curiosità, il piacere di una passeggiata per raggiungere Obermutten, dove tutto è di legno, o per andare a scoprire il mistero di San Bernolfo.

Gli itinerari proposti sono decisamente originali, e coprono tutto l’arco alpino, dalle Marittime alle Giulie.  Non presentano particolari difficoltà (E, massimo EE) e dislivelli moderati, dai 500 ai 1000 metri. Oltre ai percorsi di escursionismo, il libro suggerisce anche anelli di fondo e percorsi di ciaspole e sci.

Simona Righetti ha introdotto la serata di presentazione testimoniando l’interesse della casa editrice Mulatero per questi territori isolati:  “In quest’epoca in cui si cerca di fuggire dalla ‘comfort zone’ raggiungendo le zone più isolate in montagna, in cui anche i territori più impervi vengono vissuti come un fantastico parco giochi, abbiamo ritenuto che fosse opportuno riscoprire la vita di quelle comunità che la parola comfort non sapevano nemmeno cosa volesse dire.”

Durante la serata, Ezio ci ha deliziati con aneddoti e diapositive, lasciandoci con tanta curiosità ed un nuovo volume in biblioteca.

Grazie Ezio!

 

 

 

Hanno prosciugato il lago!

Sotto il lago… (B: Soave)

Tranquilli, l’acqua è ritornata ma la scorsa primavera la notizia aveva acceso la nostra curiosità spingendoci ad organizzare una passeggiata sul fondo. Sappiamo infatti che l’evento è piuttosto raro, avviene ogni 10 anni circa per consentire la manutenzione delle parti sommerse della diga e delle opere connesse.

Un po’ di geografia

Il valico, situato nelle Alpi Cozie a 2083 m, unisce il Piemonte (Val Cenischia, Val Susa) alla Savoia (Valle dell’Arc). Il versante meridionale del colle è caratterizzato da vastissimi pascoli che si estendono per chilometri prima di scendere verso Novalesa. Il piccolo lago naturale posto al centro è ora trasformato in un enorme bacino artificiale.

Un po’ di storia

Il colle del Moncenisio è noto e frequentato da migliaia d’anni. Vi è passato Napoleone, Carlo Magno, Giulio Cesare e, qualcuno dice, Annibale; ha visto transitare mercanti, soldati, pellegrini e persino i saraceni. La casa Savoia lo ha controllato per otto secoli poi, nel 1860 alla cessione della Savoia alla Francia, è diventato confine di stato fra il neonato Regno d’Italia e la Francia. Con il trattato di pace del 1947 però il confine è stato spostato di molti chilometri verso Novalesa, lasciando ai francesi tutta la parte più alta ed ampia del territorio.

Poco dopo il 1920 uno sbarramento ha ampliato il laghetto per alimentare la nuova centrale idroelettrica  di Venaus.  Dopo il 1960 sono stati i francesi dell’EDF a realizzare un nuovo e colossale sbarramento che ha ampliato enormemente il lago (perimetro oltre 17 km) e che alimenta una centrale in Francia oltre alla precedente di Venaus: l’acqua viene divisa fra ENEL e EDF.

E’ così che, in una bella mattina primaverile, parcheggiamo sotto alla strada che porta al Piccolo Moncenisio e iniziamo la discesa verso il fondo del lago, spostandoci verso la grande diga.

Camminiamo in un paesaggio strano, su sabbia ondulata e via via scopriamo tante cose curiose. Strade asfaltate sommerse per decenni, con muretti e spallette ancora in buono stato, opere militari demolite con l’esplosivo ma ancora riconoscibili, ponti che scavalcano rii inesistenti. Imponenti ma di difficile comprensione le opere di convogliamento del torrente Roncia verso il primo invaso.

La diga (B: Soave)

Ed ecco la diga del 1921 che presto raggiungiamo: ne attraversiamo entrambi i tratti, che sono ancora in buono stato. Fin qui è stato frequente l’incontro con altri turisti, soprattutto francesi.

A questo punto rinunciamo a proseguire verso la grande diga. Il livello dell’acqua è ormai risalito, non riusciremmo a vedere i resti dell’ospizio. Iniziamo il ritorno sul versante opposto dove troviamo un terreno più faticoso, spessi strati di sabbia talvolta fangosa per la neve che più in alto sta sciogliendo. Notiamo qui la presenza di vaste estensioni di arbusti secchi: quasi certo trattarsi dei rododendri cresciuti prima dell’immissione dell’acqua, oltre 50 anni fa. Foglie e rametti piccoli sono spariti ma le parti più legnose hanno resistito.

Aggirando le infinite anse del versante raggiungiamo finalmente il torrente del Piccolo Moncenisio,  lo attraversiamo su di un vecchio ponte riemerso per l’occasione e risaliamo alla carrozzabile che ci riporta al parcheggio.

Insignificante il dislivello, stimati quasi 14 km.

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