C O N F I N I

Adesso.

Colle di Valle Stretta.

Esattamente a un anno di distanza, chi scrive è ritornato con zaino e bastoncini su questo colle, un paio d’ore sopra Valle Stretta, in una giornata di luce limpida. Le montagne della Savoia e delle Alte Alpi, rispettivamente davanti e dietro di me, si delineano fino all’orizzonte. Colle è confine.

I due lati della croce indicano due regioni francesi; ma, se questo luogo è stato confine per centinaia di anni, nel frattempo si trasformavano i confinanti dei due lati, in un tourbillon istruttivo sulla precarietà della Patrie. Andando a braccio, approssimando nomi di nazioni (un serio studioso di Storia storcerebbe il naso), io mi racconto che qui si sono scontrate e incontrate, per limitarsi agli ultimi quattro secoli, Francia e Italia, Italia e Italia, Italia e Francia, e oggi Francia e Francia: come combinazioni in una formula matematica.

Ora, sotto il sole a picco, più che un confine questa solitaria croce di legno è un ricordo suggestivo di confini. Soltanto il diverso colore della mucche, bianche di qui, scure di là, sembra indicare una differenza tra le due vallate. In compenso però ci sono altri confini che ritornano. Dal 1947 Valle Stretta, si sa, è territorio francese. Un’assurdità geografica che è però molto meno assurda delle cause nefaste di guerra che l’hanno generata. Ma chi di noi, in questi anni, percepiva che la Valle fosse davvero francese, anche prima che venisse tolta la sbarra bianca e rossa? Per tutti noi era un’appendice della conca di Bardonecchia, alla portata di una gita in treno da Torino – quale è la mia di oggi. Da qualche tempo laggiù invece è tornato il confine.

Stamani.

Bardonecchia. Alla partenza della navetta vicino alla stazione siamo in parecchi ad attendere. Si avvicinano tre ragazzi di colore, uno dei quali parla francese: il loro leader. Tiene in mano un foglio con i nomi un po’ storpiati dei luoghi delle montagne lì intorno, e chiede notizie sui percorsi. Vengono tutti dal Cameroun. L’obiettivo è entrare in Francia, ovviamente senza documenti validi. Il ragazzo mostra però la fotocopia dei suoi papier, che il Cameroun si è trattenuto in originale. Ha fotocopiato anche il suo bac, il diploma di liceo: non si sa mai, per un lavoro.

E’ dunque uno studente; si esprime bene; si vede che ci tiene, nel chiedere le informazioni, a esibire una orgogliosa condizioni di parità, almeno sul piano culturale. Le due persone un po’ francofone del gruppo siamo una signora torinese ed io; il ragazzo, dopo le prime parole scambiate, ci designa subito come maman e papa (la signora, tra noi due, abbassa la media; altrimenti io sarei certamente assurto al ruolo di grand-père).
Gli spieghiamo entrambi qualcosa, esperti ma incerti, magari attraversati da sensi di colpa: insomma, “passeur” non si diventa in un giorno… Gli diciamo, soprattutto, che non hanno speranza di farcela (i ragazzi sono al quarto tentativo, dopo chissà quali altri valichi): subito dopo Pian del Colle c’è la Gendarmerie francese, che li fermerà. Sì, ci sono i sentieri in quota, ma si tratta pur sempre di montagna da affrontare con cautela – e chi vorrà bloccare il loro ingresso, quei percorsi li conosce tutti a occhi chiusi.
Partiamo, noi e loro, con la navetta per il Pian del Colle, il luogo del campo da golf e del campeggio poco prima della frontiera (anche questo nome: frontiera, qui era stato dimenticato). All’arrivo, tutti discesi, il ragazzo ci chiede quale sia, almeno, la direzione per quella Francia, e i tre poi si incamminano lungo la strada asfaltata; noi gitanti, a bordo del nuovo pulmino che salirà in Valle, li superiamo dopo pochi minuti.
Giungiamo, dopo qualche curva, al bivio per il Colle della Scala.

Stazionano due camionette blu della Gendarmerie con parecchi militari. Uno di loro, molto giovane, dall’aria simpatica pur in completo assetto di guerra, si avvicina ai finestrini e controlla l’aspetto esteriore degli occupanti; poi sentenzia sorridente: c’est bon – e ci fa proseguire. Tra le due camionette vediamo sdraiati nell’erba una decina di uomini accomunati dall’abbigliamento (jeans e t-shirt) e dalla pelle scura: stanno supini forse per riposarsi all’ombra dopo un lungo cammino inutile, forse perché obbligati da chi, in quell’altra divisa, deve poterne controllare i movimenti.
Papa e maman si scambiano uno sguardo.

Domenica 20 agosto 2017.  Testo e foto di Eugenio Masuelli