Ho messo 4k di giudizio

Sabato 3 Settembre 2016, ore 9 – Cogne 1531m. Sereno e caldo.

Ci siamo, incomincia l’avventura con Alberto, Enrico e Renato. Dopo oltre 500Km e 50.000m di allenamento pensavo di essere pronto.

Siamo in poco più di 600 pretendenti; l’obiettivo di Alberto e Renato è quello di una buona classifica mentre il mio e di Enrico si limita a completare la gara.

Nell’euforia collettiva della partenza ci lasciamo trascinare ad un ritmo decisamente corsaiolo. Al giardino botanico, dopo meno di 3km, Albi e Renè si sono già involati e si comincia a salire seriamente. Un’occhiata al Sunto dà una VAM di 700 metri all’ora: è troppo e decidiamo di calare un po’. Al rifugio, al tavolo di rifornimento, c’è Jean il gestore, che conosco bene dopo i tanti pernottamenti scialpinistici, che mi dice: “Tranquillo, non esagerare e attacca a tutta dopo Gressoney”.

Ripartiamo e ben presto scavalchiamo il Col Loson 3296m, il punto più alto di tutta la gara, fra due ali di appassionati che incitano tutti indistintamente: sembra l’immagine di certi colli del Giro d’Italia.

Un cartello impietoso dice che mancano 58,6km e 4369m di dislivello. Gulp! Mi viene in mente quando i miei maestri del GSA Carlo e Beppe mi dicevano: ” Quando pensi di essere morto di fatica ricordati che nel barile c’è un doppio fondo con tanta riserva ancora da spendere”.

Dopo Degioz attraversiamo il Colle di Entrelor e più in basso ritrovo il percorso familiare che ci porta a Rhemes dove c’è un posto di ristoro e dove facciamo una piccola pausa. Mi dicono che Renato è passato con oltre un’ora di vantaggio e le ali alle gambe: “Va troppo forte, è matto? ” penso.

E’ ormai l’imbrunire quando ripartiamo con le frontali per l’ultimo colle della giornata, il Col Fênetre.

Poco prima di raggiungerlo, guardando indietro nel buio, vedo un serpentone di luci che risalgono in lenta processione. Abbiamo percorso i primi 50 km dalla partenza e ci aspetta ormai solo più la discesa. Quando passiamo all’Epée restano 7 interminabili km per raggiungere Valgrisanche dove arrivo che è quasi mezzanotte.

Qui si può mangiare, fare la doccia e dormire. Dormire? E chi ci riesce? Mi stendo ma il sonno non arriva. Enrico, dopo una doccia riesce a chiudere occhio. Io, visto il casino che comportava, mi sono limitato ad un semplice lavaggio dei piedi completamente neri per la polvere della giornata. É tanto che non piove e tutti i sentieri sono secchi e, con il passaggio di tanti bipedi, si crea una polvere sottile ed impalpabile che in certi punti, alla luce delle frontali, sembra di correre in un pulviscolo in sospensione! Mi prenderò mica la silicosi?

Ripartiamo alle 2 di notte per Courmayeur. Renato è molto avanti ed Albi è addirittura fra i primi 50, e chi lo ferma più?

Le gambe per il momento girano bene. Sarà perché si riparte in discesa?

A Planaval ristoro al volo e risalita al Lac du Fond e di qui all’aspro Col Crosatie. Discesa spacca gambe di 800m e risalita al Passo Alto per scendere al Rifugio Deffeyes. L’alba lascia ormai intravedere l’anfiteatro del Rutor, una gioia per gli occhi mentre le gambe non vedono l’ora finisca questa interminabile discesa.

Arrivati a La Thuile approfittiamo di una fontana per fare un bel pediluvio; sono quasi le 13 ed è ancora lunga per Courmayeur.

Dietro il paese le bandierine ci fanno scendere! Dove cavolo si passerà? Cerco di individuare qualche concorrente ma ormai i distacchi sono rilevanti e quelli che mi precedono sono punti lontani. Passiamo la Youla e il Col d’Arp. Ahio, la fatica si fa sentire!

Nella discesa, dopo quasi 100km, le gambe cominciano a chiedere pietà, strano. Io sono sempre stato un buon discesista, facevo a rotta di collo dallo Chaberton a Cesana in 50’ senza fatica e adesso mi tocca subire la sorte inversa.

Continuo, superato da parecchi, e quando raggiungo Enrico, che si è fermato ad aspettarmi, decidiamo di separarci: ci vedremo a Courmayeur e lì deciderò se proseguire.

Gli ultimi 10km li faccio in compagnia di un branco di barboncini che mi mordono rotule e quadricipiti.

Arrivo a Courmayeur alle 19,30.

Renato ha cominciato a sentir male ad una gamba; speriamo gli passi magari con un antidolorifico. Io ne faccio un uso sfacciato per proseguire.

La doccia non la cerco e neppure la mensa ma il dormitorio sì: mi manca più il riposo di tutto il resto. Trovata una brandina libera mi sdraio con gli indumenti con cui sono arrivato e dormo profondamente fino alle 4:30. Al risveglio la prima preoccupazione sono le gambe: mi alzo, muovo i primi passi e scopro che non sono più imballate. Bene! Cerco nel borsone un paio di calze pulite e dopo una breve colazione riparto alle 5 di buona lena con la frontale accesa. Le gambe sono tornate toniche e con questo è tornato anche il buon umore.

Passo ai Rifugi Bertone e Bonatti dopo un lungo sentiero che costeggia in quota la Val Veny.

Poco dopo ci aspetta il Colle di Malatrà e subito riprende la discesa e con essa anche il dolore alle ginocchia.

Rifugio Frassati (ph Spataro Marco)

Al Rifugio Frassati, entro e richiedo assistenza medica. Una graziosa dottoressa mi fa una fasciatura a mo’ di ciambella attorno alla rotula. Riparto e riesco quasi a correre. Funziona! Mentre mi incerottava mi ha anche raccomandato di non prendere più antidolorifici e di bere molto per evitare guai renali a fronte di tutti quelli che ho preso. Lo stesso consiglio che Massimo mi aveva dato più volte durante la preparazione. Mi sovviene la visita medico sportiva fatta da lui:”Tutto ok siamo a posto per le attività sportive ma a te e agli altri non dovrei firmare il certificato perché vi voglio bene. Sai come la penso: sono contrario a queste gare troppo deleterie e spacca gambe.”

A Saint Rhemy breve ristoro e defaticante pediluvio in una fontana. Mangio poco e quel poco lo butto giù a fatica. La nausea chiude ogni stimolo di fame.

Riparto sotto un sole asfissiante verso i restanti 21 km. Le gambe adesso sembrano tenere ma, a sorpresa, inizia a farsi sentire la schiena.

La salita al colle, con vento e nuvole minacciose si rivela comunque meno faticosa del previsto anche per la piacevole compagnia di Eleonora, una concorrente local. Passata indenne la zona nuvolosa con poche gocce rinfrescanti, ci aspettano i 6km di discesa ad Ollomont dove arrivo alle 19,45.

Nella palestra sembra di essere in un formicaio. La parte superiore è dedicata all’infermeria mentre in quella inferiore c’è il deposito dei borsoni e due unici servizi, accessibili tramite uno stretto corridoio dove a malapena passano due persone: un caos. Non ho una brandina e non so dove mettere la roba quindi decido di lavarmi solo i piedi e cambiarmi i calzini. Passo in infermeria e sono fortunato perché non c’è troppa coda. Un’altra dottoressa molto simpatica mi fa distendere su una brandina da campo chiedendomi se si può assentare un momento ed io decido di approfittarne per schiacciare un pisolino. Mezz’ora dopo mi sveglia e mi re-incerotta le rotule.

La zona adibita a dormitorio è strapiena ed anche il deposito borse è stipato di brandine per cercare di far spazio a tutti visto che, dopo tre giorni, il sonno sembra essere la cosa più ambita.  In quel caos resistiamo meno di un’ora; non oso pensare come sarebbe andata se in questa tappa fossimo arrivati bagnati fradici!

Con Enrico, Renato, che nel frattempo abbiamo raggiunto, ed i nostri acciacchi partiamo alle 23:30. Saliamo al Col Bruson nel buio più assoluto con una temperatura gradevole. Abbiamo fatto i primi 1100m della tappa, ce ne restano poco meno di 3000. Quando arriviamo a Oyace dove c’è un campo base intermedio sono le 4,30. Qui tutto è tranquillo e possiamo dormire e mangiare dopo il caos di Ollomont! Renato trova una brandina libera mentre io ed Enrico ci sistemiamo direttamente sul tavolato: più che dormire ci si riposa e io cerco disperatamente di trangugiare del cibo.

Sul tavolo dei rifornimenti c’è veramente di tutto: bevande di ogni tipo calde e fredde, prosciutto, speck, formaggi, frutta, biscotti cioccolata. Non manca nulla, tranne l’appetito! E’ incredibile questa difficoltà assoluta di mangiare ed anche di bere.

Ripartiamo da Oyace alle 5,30. Renato stringe i denti per il dolore alla gamba ma dopo una mezz’ora abbandona; mancano ancora 35km e 3000 metri di dislivello, e sarebbe stato un calvario.

Passiamo i Colli Vessona e Chaleby e ci buttiamo nella lunga discesa al Rifugio Magià dove arriviamo alle 14 sotto un sole cocente. Adesso ci aspetta la risalita di 800m alla Fênetre de Tzan.

In questo tratto mi spoglio letteralmente, strappando via anche i cerotti e rimanendo in slip e maglietta. Ad Ollomont avevo scaricato dallo zaino ramponcini, piumino e guanti infrangendo il regolamento ma la mia schiena non ne poteva più.

Mancano ancora 15km e dire che mi sono sembrati eterni e maledettamente dolorosi è un eufemismo.

Alle 21, dopo oltre venti ore per i monti, arrivo finalmente a Valtournanche dove faccio una lunga doccia.

Mi consulto telefonicamente con Massimo cercando di spiegargli i dolori alla schiena e su suo fermo sollecito decido di alzare bandiera bianca dopo 212km e 15.230m di dislivello.

Verso le 3, mezzo rintronato impiego un paio di minuti per capire che il cellulare che sta strillando è il mio: è Renato che secondo gli accordi mi sveglia. Gli comunico che mi ritiro. Lui ha già recuperato l’auto a Cogne e nel tempo in cui raccatto tutta la mia roba mi raggiunge per caricarmi.

Siamo tristi e rammaricati.

Enrico, con i piedi gonfi e tutto incerottato riparte e riuscirà a completare il percorso. Percorso che Alberto ha chiuso invece brillantemente al 20° posto fra i Top runner in poco più di 110h. Anche Eleonora, la Valdostana che non dorme mai, riesce ad arrivare al traguardo: alla fine completeranno la gara in 300 su 615 partiti.

Più di così non potevo fare e alla fine, per una volta, ho messo giudizio.

Orfeo Corradin

Un giorno diventerò grande

Da sinistra. Giuse e Luca

Non sono nuovo a idee strampalate, per mia fortuna ho amici che le appoggiano. Il Monte Bianco in giornata? Perché no…

 

 

Il tempo di una telefonata alla persona giusta e tutto è già organizzato, la telefonata recita più o meno così:

“Sà Giuse sabato il meteo è buono, il Bianco sembra in condizioni ottime, visto che tu hai il tempo contato partiamo dopo lavoro venerdì, andiamo a Chamonix, arriviamo in cima e rientriamo, per le 16:00 di sabato sei a casa!”.

Ci troviamo al casello autostradale di San Giorgio alle 21:00 di venerdì 27 Maggio. Con Giuse cerco di regolare un suo sci sul mio scarpone da gara. Forse è solo Giuse che maneggia lo sci, io penso piuttosto a mangiare quello che ci siamo portati da casa: per una salita del genere non posso distrarmi, devo alimentarmi. Il problema è che partendo da casa mi sono accorto che un attacchino non è perfettamente funzionante e non mi fido a salire e, soprattutto, a scendere con quello. A conti fatti devo dire che lo sci di Giuse mi aiuterà e non poco.

Durante il viaggio ripassiamo i tratti cruciali della salita: io ripeto che ce la facciamo, Giuse naturalmente ribadisce l’esatto opposto. Arrivati al tunnel del Monte Bianco, forse per scaramanzia propongo: “Facciamo il dieci corse, ci costa meno e almeno se non riusciamo a salire questa volta torniamo la prossima settimana”.

Giunti in terra francese non abbiamo il tempo di prendere fiato, appena usciti dal tunnel si parcheggia sulla sinistra e via. Partiamo di buon passo con gli sci in spalla, lo zaino non è dei più leggeri, però il morale è tornato alle stelle. Le temperature sono decisamente alte, in maglietta e scarpe da ginnastica saliamo bene. I problemi iniziano quando incontriamo alcune lingue di neve: perdiamo il sentiero più volte, ci bagniamo i piedi e rallentiamo la salita.

All’arrivo della vecchia funivia a quota 2400m circa calziamo scarponi e sci: siamo a circa due ore di salita. Dal Ghiacciaio dei Bossons ci separa “solo” più un tratto ripido, in cui l’assenza di rigelo ci fa sprofondare nella neve fino al ginocchio. Arrivati sul ghiacciaio, eccoci nel caotico mondo di seracchi, crepacci e sinistri scricchiolii:  attraversarlo la notte è stato più rilassante che sotto il sole. Ci leghiamo: ramponi e sci in spalla per un centinaio di metri.

Le luci di tante frontali ci precedono e ci segnano il cammino verso un cielo stellato che sembra di buon auspicio. Fino al Rifugio dei Grands Mulets la traccia battuta il giorno prima è diventata una striscia di ghiaccio. La concentrazione è massima per evitare di sprecare forze inutilmente, procediamo legati senza dire una parola.

Ci coglie il giorno verso quota 3500m dove inizia la cresta del Gouter, raggiungiamo cordate partite dal rifugio, ramponi di nuovo ai piedi e su per questa cresta affilata che sembra portarti in paradiso. Il passo è ancora buono, arrivati sui 3900m dove si possono calzare gli sci veniamo colpiti dal sole, che bellezza potersi sedere sullo zaino mettersi gli occhiali, bere un sorso e mangiare qualcosa.

La ripartenza qui segna la svolta della salita, giunti sul piano nei pressi del Col du Dome sotto la Capanna Vallot, siamo presi da un sonno incredibile: siamo partiti dopo una giornata di lavoro e non abbiamo ancora dormito. Le cordate che superiamo sono tantissime di ogni nazionalità ed età, alla Vallot sembra ci sia un raduno di cadaveri viventi, ma decidiamo di partecipare anche noi alla festa: giù di nuovo lo zaino e via con bevande e barrette. Sono le 8:30, fossi stato a piedi sarei tornato indietro, invece con gli sci al seguito continuo a scrutare la parete Nord: si scende dalla cima sci ai piedi, non possiamo mollare.

Il percorso

Da qui in avanti, sci in spalla, saliamo lungo la Cresta des Bosses, la neve è dura e la traccia buona, ma è il passo a non essere dei più sicuri.

La cima sembra irraggiungibile: molte cordate come noi e con il nostro stesso sogno sono lì. Dopo l’ennesimo dosso che nasconde la vetta, mettiamo piede sul tetto d’Europa! La salita è finita e d’ora in avanti sarà solo discesa sui nostri amati sci.

Mi succede spesso al termine di un grande sforzo di commuovermi, anche questa volta è successo, credo ne sia valsa la pena, anche per Giuse che non lo ammeterebbe mai.

Vista della parete nord del Bianco,siamo scesi sopra il seracco

La discesa è filata via veloce tutto a ritroso giù per la Nord e poi sulla normale dei Grands Mulets. Alle 14:30 siamo all’auto, alle 16:30 a casa. Meno di venti ore per un Bianco da ricordare.

I tempi non sono da record, abbiamo gestito la salita da uomini di esperienza e non da atleti, categoria a cui non mi sento di appartenere. Alla base di tutto la grande passione per la montagna, la voglia di soffrire e di misurare le proprie capacità di resistenza, quello che ti dà quella soddisfazione una volta alla macchina di dire a te stesso: “Hai visto? Ci sei riuscito”.

Non mi resta che riaprire il libro dei sogni che per me è ancora lontano dal terminare, e come un bambino sognare nuovi progetti e nuove avventure…

Luca Berta

L’isola del Tesoro

Anche quest’anno il Cai Uget ha voluto organizzare una bella settimana di trekking di primavera e, poiché siamo affezionati alle isole vulcaniche (l’anno scorso è toccato alle Isole Eolie ospitarci), la meta è stata Madeira, l’isola principale dell’omonimo arcipelago appartenente al Portogallo e situato nell’Oceano Atlantico a 560 chilometri al largo del Marocco.
Il gruppo in partenza è numeroso, siamo ben in 35, a riprova del fatto che la destinazione scelta e la precisa organizzazione di Luciano incontrano il favore di noi appassionati dell’avventura… poco estrema.

Un mare di nuvole dal Pico Ruivo

E la prima avventura la viviamo già arrivando a destinazione, atterrando all’aeroporto di Madeira, che è considerato uno tra i più pericolosi al mondo: in pratica la pista di atterraggio è un viadotto che si protende nel mare, circondata su tre lati dalle montagne, proprio quelle che affronteremo nei giorni successivi e che possiamo ammirare in anteprima.
Forse ammirare è una parola grossa, perché ci appaiono avvolte dalle nuvole, ma d’altra parte siamo in mezzo all’Oceano, le cime di Madeira sono le uniche elevazioni nel raggio di centinaia di chilometri, dove pretendi che l’umidità del mare vada a condensarsi?

La scogliera di Cabo Girao

A proposito degli aspetti meteo-climatici dell’isola, il giorno del nostro arrivo ci accoglie anche un bel vento, tanto per non farci dimenticare dove ci troviamo.
Già dal giorno successivo però il tempo migliorerà decisamente, regalandoci sempre belle giornate e confermando la definizione data a Madeira di “isola dell’eterna primavera”.
Un aspetto che subito colpisce è il fatto che i centri abitati si trovino tutti, ad eccezione della capitale Funchal, aggrappati alle montagne sopra alte scogliere, infatti pare che le strade finiscano nel vuoto, tanto le scogliere sottostanti precipitano a picco.
Questa particolarità fa comprendere che Madeira non è propriamente un’isola per turismo di mare, bensì si presta magnificamente alle escursioni in montagna, e questo ci prepariamo a fare.
Il primo giorno il programma prevede di percorrere la Levada do Caldeirao Verde, il più famoso dei sentieri che corrono lungo i numerosi tipici canali d’irrigazione costruiti tra il XVI e il XIX secolo per portare l’acqua dalle montagne dell’entroterra alla costa. Il sentiero attraversa la laurisilva, la foresta protetta dall’Unesco residua dell’antica foresta pliocenica, e raggiunge appunto il Caldeirao Verde, un lago dalle acque verdi in cui si tuffa una cascata alta circa 100 metri e circondato da alte pareti ricoperte di vegetazione.
A seguire, il giorno successivo raggiungiamo il punto più alto dell’isola, il Pico Ruivo (1.862 mt), compiendo un bellissimo giro ad anello che parte e termina dal Pico do Arieiro (1.818 mt): il dislivello coperto, nonostante i saliscendi, non è molto, ma quella che rimane impressa è la vista continua sull’Oceano tutto intorno, o meglio sul mare di nuvole che lo ricopre e che sta sotto di noi.
Il terzo giorno seguiamo il sentiero lungo un’altra levada, la Levada das 25 Fontes, il posto è bello ma un po’ troppo turistico per noi del Cai abituati a frequentare luoghi “selvaggi”: per fortuna le nostre guide Luciano e Ivano propongono per i più temerari di aggiungere un’ulteriore destinazione verso altre cascate, questa sì all’altezza delle nostre aspettative, poiché il sentiero è accidentato e la meta sperduta tra la vegetazione.
Ma il punto metaforicamente più alto del nostro trekking lo raggiungiamo il quinto giorno, quando un piccolo contrattempo logistico ci costringe, volendo mantenere inalterata la destinazione, a un cambio di percorso, che ci permette di scalare il Pico Grande (1.665 mt.) salendo dal versante nord-ovest; questo versante, isolato e poco frequentato, ci riserva una sorpresa unica: le sue pareti sono interamente ricoperte di gialle ginestre e il sentiero che percorriamo è una galleria scavata sotto gli arbusti. Quale miglior modo per apprezzare lo spettacolo della flora di questa splendida isola subtropicale?
L’ultimo giorno raggiungiamo l’estrema punta est dell’isola con un’agevole passeggiata su percorso obbligato, con ripetuti scorci sull’Oceano e nondimeno un bel bagno nelle acque per nulla fredde che nei giorni precedenti abbiamo sempre contemplato dall’alto.
Forse vi chiederete: e il quarto giorno? Ebbene, a metà della nostra vacanza il programma prevedeva una giornata di stacco, da dedicare ad attività ludiche a scelta, e dove pensate che sia caduta la nostra scelta? No, non su un’ulteriore impegnativa escursione come farebbe supporre la nostra comune appartenenza al sodalizio, ma su una giornata da perfetti turisti, che non per caso hanno visitato la parte antropizzata dell’isola, interessante quanto quella selvaggia. In particolare a Funchal merita la visita alla Zona Velha con i suoi edifici restaurati, al Mercado dos Lavradores, dove i banchi del pesce offrono tranci di tonno di dimensioni oceaniche, e del famoso Jardin Botanico, che però chi scrive non ha visitato, preferendo raggiungere con i mezzi pubblici la scogliera di Cabo Girao, la più alta d’Europa (580 mt): veramente spettacolare la vista verso il basso dal pavimento in vetro della piattaforma da cui ci si sporge.
E il tesoro del titolo? Il tesoro che alla fine abbiamo trovato è il riposo di cui ci parlava Guido Rey, quello che puoi trovare sia nella quiete che nella fatica, dove a Madeira la quiete è onnipresente e la fatica mai eccessiva.

Silvia M.

Sua Maestà Shapur I

Didascalia: Il Re dei Re, Shapur I

Un mese in Iran, privi di velleità esplorative o ipogee, per portare in vacanza gli occhi. Il progetto prevede di vagare un po’ per il paese, rigorosamente con mezzi pubblici, per vedere cose belle e camminare per montagne senza blasone, ma fornite di calcare, per il solo gusto di mettere un piede davanti all’altro. E magari curiosare un po’ nel carsismo iraniano.

Così vagabondando ci troviamo a Shiraz, nella parte centro meridionale del paese, antica città achemenide, ottima base di partenza per tutta una serie di cose che stanno nei dintorni. Dove dintorni è da intendersi in maniera piuttosto ampia in modo che con solo quattro ore di bus arriviamo a Bishapur, sito sasanide enorme e magnifico.

Qui veniamo a sapere dell’esistenza di una statua alta sei metri posta all’ingresso di una ineffabile caverna. La Lonely Planet conferma la notizia e da un’indicazione un più: occorre risalire per una stretta gola. Una successiva indagine svelerà come la gola sia in effetti il vallone largo quattro chilometri che abbiamo davanti. Come al solito Lonely parla di cose che non conosce.

Si tratta di risalire il suddetto vallone per un’ora abbondante, arrivare a un villaggio e di qui imboccare un ripido sentiero che risale la montagna fino alla famosa caverna. E fin qui è facile: poi si tratterà anche di tornare alla civiltà, coprire in qualche modo i 25 km che ci separano dalla stazione dei bus in tempo per l’ultima corsa che ci dovrebbe riportare a Shiraz, 250 km più a est.

La salita è una corsa ma alla fine la statua c’è davvero, malconcia ma c’è. Ha partito un po’ le ondate arabe del 650 d.C. e ancor più i recenti restauri: ora ostenta un paio di tremende gambe in cemento armato che non sminuiscono però i suoi sei metri di altezza. Si tratta di Shapur I re dei Sasanidi che può vantarsi, unico nella storia, di avere catturato in battaglia un imperatore romano (Valeriano) e avere, di fatto, fermato l’avanzata imperiale in Asia.

Dietro la statua la cosiddetta caverna presenta aspetti inaspettati: una galleria freatica larga una ventina di metri si inoltra nel buio. Quindi una gigantesca grotta lunga circa un chilometro che alterna grandi sale a laghetti concrezionati da scoprire con l’aiuto delle scarne luci che casualmente avevamo con noi.

All’uscita l’ultima sorpresa: un sedicente speleologo locale in transito ci organizza via telefono un passaggio per la stazione bus alla quale arriveremo col lussuoso anticipo di una decina di minuti sull’ultima corsa per Shiraz.