Valle stretta 70 anni dopo

Il 10 febbraio 1947, con la firma del trattato di pace avvenuta a Parigi,  l’Italia uscì definitivamente dall’avventura della seconda guerra mondiale. La gente piangeva i suoi morti e restavano da sanare gravi ferite materiali; a tutto ciò si aggiunse l’amarezza per le rettifiche territoriali imposte dai vincitori.

In Piemonte, a differenza di quanto accadde in altre regioni, le rettifiche non toccarono territori popolati, ma soltanto il Colle del Moncenisio, la cima dello Chaberton e la Valle Stretta, lontani dai centri abitati; zone note però anche ai non residenti, perché interessanti sotto l’aspetto alpinistico o turistico. In particolare la separazione dalla Valle Stretta toccò tanti appassionati di montagna.

 

28 Agosto 1928, il papà del nostro Pierfelice era in Valle Stretta

Possiamo immaginare quali furono ai tempi i sentimenti di delusione provati dagli italiani, puniti per colpe di chi li aveva governati, o quelli di soddisfazione e di rivalsa dei francesi. Ma ora, con l’abbattimento delle formalità di confine tra le nazioni europee, è legittimo chiedersi quali siano i vantaggi conseguiti dagli abitanti di Nevache, entro i cui confini comunali è confluita la Valle Stretta, o quali i danni subiti dagli abitanti di Bardonecchia, dal cui comune la valle è stata staccata.

La “Rivista della Montagna” nel 1982 pubblicò un articolo del nostro socio Marziano Di Maio, “La guerra per i confini”, storia delle rivendicazioni territoriali francesi alla fine della seconda guerra mondiale. Nell’articolo Marziano affermava che, in pratica, la cessione della Valle Stretta sarebbe stata un regalo non richiesto.

Un altro nostro socio, Franco Barneaud, bardonecchiese, ha più volte organizzato e diretto gite sociali in Valle Stretta, rievocando quei lontani eventi. Franco aggiunge ancora qualche considerazione:

<< Anche se nel 1946 avevo solo otto anni, ricordo perfettamente le scritte sui muri del paese “Viva Bardonecchia italiana” e “Viva Valle Stretta italiana”, mentre non ricordo di aver notato scritte inneggianti all’annessione alla Francia: la popolazione si sentiva più italiana che francese (fin dal trattato di Utrecht del 1713 era stata staccata dalla Francia) e con il trattato di pace del febbraio 1947 nessun abitante cambiò nazionalità, in quanto la Valle Stretta, divenuta francese, non aveva abitanti stabili ma solo alpigiani nel periodo estivo.   La conseguenza più fastidiosa fu che i proprietari di case e terreni dovettero ogni anno recarsi a Nevache per pagare le tasse relative, fino a quando rimasero in vigore.

L’ambiente naturale della Valle Stretta non ha subito sostanziali degradi, i sentieri dell’alta valle sono rimasti gli stessi da secoli e le montagne, ovviamente, continuano ad essere meravigliose.  La valle è anzi valorizzata, sia dalla ricostruzione del secondo rifugio,“Rois Mages” (un tempo dell’Uget)[…]sia dalla ristrutturazione di quasi tutte le baite.

Tutto bene dunque?  Non proprio, perché è rimasto insoluto il problema della manutenzione ordinaria della strada carrozzabile di fondo valle (finora ha provveduto il Comune di Bardonecchia).  

Ma la cerchia di vette che circondano la Valle Stretta resta indifferente alle beghe umane: loro non hanno padroni.>>

Tutti gli uomini di Mara

Il trofeo Mezzalama è una competizione internazionale di sci alpinismo che si svolge ogni due anni sul Monte Rosa. E’ nato negli anni 30 del secolo scorso, a memoria di Ottorino Mezzalama, uno dei pionieri dello sci alpinismo in Italia, nonché socio dello storico Ski Club Torino, il primo Ski Club d’Italia.

Dopo una serie di interruzioni pluridecennali, nel 1997 la competizione è ritornata con continuità e con frequenza biennale, sfruttando il sempre crescente sviluppo degli sport di fatica in ambiente montano, e forse contribuendo anche ad alimentare questa nuova tendenza.

Le peculiarità che  rendono unico il Trofeo Mezzalama sono il fatto che si svolge in ambiente di alta montagna, per buona parte intorno ai 4000 metri di altezza, ed in squadre di tre componenti per ragioni di sicurezza.

Viene denominata la maratona bianca, e come le maratone delle grandi città vede sulla linea di partenza i migliori professionisti insieme con gli sportivi della domenica, seppur ben preparati.

Siamo partiti da Cervinia alle 5,30 di mattina del 22 Aprile e siamo arrivati a Gressoney dopo un percorso di 45 km e circa 2800 metri di dislivello in salita e 3000 in discesa; passando dal colle del Breithorn, poi dalla punta del Castore, attraversando una bellissima cresta aerea, e siamo giunti a Gressoney dopo avere scavalcato l’asperità finale del Naso del Lyskamm.

Un percorso mozzafiato e “spaccafiato”, che per essere affrontato richiede preparazione ed esperienza in montagna. Tutto il tratto in quota viene affrontato dai componenti di squadra legati in cordata, in condizioni che richiedono affiatamento e forte spirito di collaborazione.

Veniamo ora alla mia esperienza.

Per me il Mezzalama 2017, pur essendo il quinto, è stato unico ed irripetibile. Nel 2007, in occasione della mia quarta partecipazione, avevo pensato che sarebbe stata l’ultima. L’età che avanza, la famiglia che cresce e gli impegni di lavoro. Queste situazioni cambiano notevolmente gli scenari, rendendo più difficile preparare questo tipo di competizione.

Poi è successo l’imprevedibile: mio cognato Andrea ha sparigliato le carte invitandomi a farlo insieme a lui ed a suo papà Livio, nonché mio suocero.

Fin da subito ho avuto il supporto di mia moglie Mara, che ha mostrato grande entusiasmo nell’appoggiare questa iniziativa che impatta sull’organizzazione famigliare in quanto comporta impegno ed allenamento nei mesi precedenti. E’ stata questa la vera fatica, più che quella del giorno della gara. Considerato il lavoro ed i figli ancora piccoli, solo una grande motivazione ed un profondo volersi bene ha potuto sostenere questa decisione. Non è stato il mio Mezzalama ma il nostro Mezzalama.

Gli allenamenti nella valli di casa

Ho avuto un pretesto unico per vivere ciò che mi piace tantissimo: la montagna nella sua dimensione dell’attività fisica e della condivisione di momenti speciali con le persone a cui vuoi bene. Sono stati mesi vissuti con impegno e spensieratezza, scorrazzando per le montagne con un chiodo fisso in mente: partecipare con successo al Trofeo Mezzalama. Ed in questa competizione, per uno sci-alpinista della domenica, il successo coincide con il concludere la gara, senza particolari velleità di classifica.

Il 22 Aprile, giorno della gara, è stato unico. Nella prima parte, che si è svolta in parte al buio, l’unica preoccupazione era di arrivare al colle del Breithorn entro il cancello orario di tre ore, pena l’esclusione dalla gara. Lavorando di squadra e sostenendoci a vicenda abbiamo centrato l’obiettivo cronometrico per nulla scontato. Poi siamo ascesi fino al Castore, calzando i ramponi e legati in cordata. Nello spettacolare tratto in quota le emozioni hanno preso il sopravvento: insieme ai miei compagni abbiamo dedicato un pensiero ad Ugo, un caro amico con cui ho avuto l’onore di fare la stessa gara nel 2003, che ora non è più con noi. Ho poi pensato a tante persone a cui ho voluto bene e con cui ho passato tanti bei momenti in montagna, che ora non ci sono più. Pensieri accompagnati da lacrime di commozione. Emozioni positive; come se questa perfezione di ambiente circostante, di fatica, di comunione con i compagni, fosse una condizione di maggior vicinanza a chi non c’è più e mi manca ancora tanto.

Un momento della gara

Seppur nei dubbi della fede che accompagnano tutti, difficile pensare che ciò di bello che ho vissuto sia solo frutto del caso e non ci sia il disegno di un Dio che veglia su di noi e ci rende liberi di vivere la vita con pienezza.

Tutti gli uomini di Mara: da Sinistra Andrea e Livio Berta, Luciano Peyron e il piccolo Giacomo.

Poi la lunga discesa, prima legati e poi sciolti dal vincolo della cordata nella parte finale. Quale emozione l’arrivo, dove alcuni parenti e molti amici del CAI Uget e dello Ski Club Torino, per cui abbiamo gareggiato, ci aspettavano. Quale regalo vedere mio figlio Giacomo che anche dieci anni fa mi aveva aspettato a questo traguardo, e che ora è motivato ancora di più ad andare in montagna con me. Unica anche la gioia di Mara che ha visto passare insieme la linea del traguardo fratello, padre e marito.

di Luciano Peyron

Tuscany Trail

 

 

Ed eccomi qui a scrivere i ricordi del mio Tuscany Trail quasi un anno dopo averlo percorso. Alla vigilia dell’edizione 2017, consideriamolo come  un in bocca al lupo all’amico Lorenzo che avrà l’occasione di cimentarsi  quest’anno.

L’idea di percorrere in mountain bike 540 chilometri e quasi 11.000 metri di dislivello positivo, attraversando la Toscana da nord a sud mi ha subito affascinato, non avendo più voglia però di affrontare notti in bianco pedalando e non vedere neanche il panorama, decido di dormire in luoghi confortevoli e cartina del percorso alla mano pianifico quattro soste in B&B. Tre amici concordano con me la scelta e insieme il primo giugno partiamo per Massa dove c’è la consegna dei pettorali ed il briefing. Oltre 530 partecipanti con bici di ogni genere, dalle più snelle Gravel, simili a quelle da ciclocross alle Fat bike con le ruote grosse, tutti equipaggiati con svariati tipi di borse per trascorrere in autonomia il percorso. L’evoluzione del bikepacking è veramente innovativa.

Purtroppo si preannunciano forti temporali sulle apuane e l’organizzatore ipotizza anche di spostare la partenza di qualche ora per far passare la “bomba d’acqua” prevista al mattino. Insomma non si va a dormire tranquilli, ma al mattino siamo tutti pronti sotto una leggera pioggerellina in Piazza degli Aranci a Massa, bici bella carica e pesante, sguardo sul GPS per verificare la presenza della traccia da seguire fino a Capalbio sull’Argentario e comincia l’avventura.

Passerella tra le vie della città con la folla che saluta da sotto gli ombrelli. Dopo una ventina di chilometri è subito affanno: la temuta bomba d’acqua è passata qualche decina di minuti prima di noi con conseguente allagamento della strada. Si pedala in 10 centimetri d’acqua senza distinguere il bordo strada, inizia la salita sulle Apuane, discesa infangata ma fortunatamente a Bagni di Lucca non piove più e tutti umidi e sporchi percorriamo la lunga risalita fino a Casa di Monte. Qui, dopo 98 km e 3000D+, un accogliente albergo ci permette di fare asciugare il tutto sui termosifoni accessi.

Nei giorni successivi il cielo plumbeo accompagna le nostre pedalate, ma le frequenti schiarite lasciano ammirare panorami fantastici. Quando, dopo aver Costeggiando il Bisenzio e l’Arno, invadiamo  Piazza della Signoria a Firenze i turisti ci guardano attoniti, stupiti nel vedere così tanti ciclisti coperti di fango. Proseguiamo dopo le foto di rito verso il  Chianti.  Dopo un  percorso  130 km e 2800D+ rendiamo onere alla zona con una cena ben innaffiata dal vino, non più dalla pioggia.

Proseguiamo verso San Gimignano e seguendo in gran parte la Via Francigena arriviamo prima a Monteriggioni poi a Siena. Continuiamo sulle strade bianche dell’Eroica,  una manifestazione storica per bici d’epoca, e arriviamo poi facilmente nei pressi di Buonconvento dove dopo i soliti 130 km e solo 2400 D+ possiamo riposarci in un B&B tutto per noi.

Sulle strade dell’Eroica

La giornata successiva  inizia pedalando tra i vigneti nei pressi di Montalcino. A causa di un’esondazione, il percorso viene deviato:  beh un po’ di scorrevole asfalto è la gioia per le nostre gambe! E poi di nuovo sulla via Francigena per arrivare a Radicofani con gradita discesa fino a Ponte a Rigo dove si lascia la Francigena per dirigersi verso le caratteristiche cittadine di Sorano e Pitigliano inerpicate su contrafforti di tufo. Nel pomeriggio arriviamo nei pressi di Manciano e avendo percorso 115 km. 2100 D+ ,ci fermiamo in B&B con piscina dove dopo una nuotata ci rifocilliamo per affrontare l’ultima tappa.

Si riparte con ottimismo considerando che si scende al livello del mare, mancano all’incirca 100 km e 1000 D+ ed arrivati ad Albinia dopo aver percorso il Tombolo della Giannella, inizia la salita che da Porto Santo Stefano arriva sulle panoramiche alture dell’Argentario per poi scendere a Porto Ercole. Finalmente una giornata soleggiata e calda senza prendere pioggia, ultimi chilometri nella rilassante pineta del Tombolo di Feniglia, poi una breve salita verso Ansedonia e proprio nell’ultimo tratto, in terreno sabbioso, mi si “intraversa” la ruota anteriore e finisco a terra: panico! Tutto a posto fortunatamente: riparto così verso il traguardo dove arrivo alle 14:30 dopo 4 giorni, 5 ore e 30 minuti.

L’importante per me era portare a termine l’avventura e della classifica poco mi importava, ma ve lo dico lo stesso: ho terminato in posizione 169, su 280 circa arrivati e oltre 200 ritirati.

Esperienza indimenticabile, vissuta in parte con i miei  compagni di viaggio ma nella maggior parte da solo, in quanto si era scelto di fare ognuno la propria andatura e trovarsi poi nei posti tappa.

La scelta di passare le notti in posti confortevoli alla luce dei fatti si è poi rivelata giusta, sicuramente ripetibile in altri analoghi eventi già in mente per il prossimo futuro.

di Michele Giordano

Il Rifugio Rey partecipa al Tour del Thabor

Non esiste un solo Tour del Thabor, ne esistono tanti, dettati solo dalla fantasia di chi li vuole comporre. O almeno questa è l’idea della “Compagnie des Refuges Clarée Thabor”, l’associazione che unisce i rifugi e punti tappa del Massiccio del Tabhor, circa 20 sistemazioni differenti da scegliere in base al percorso che si intende seguire. Il Thabor si eleva al fondo della Valle Stretta, in territorio francese dal 1947, dopo Bardonecchia. Da quest’anno anche il Rifugio Rey è entrato a far parte dell’associazione, inaugurando una variante italiana del tour insieme a La Chardouse di Vazon e al rifugio Arlaud di Grange Seu.

Un impegno corale  ha portato alla realizzazione di questa variante. Forte è stata la collaborazione tra i gestori di rifugi, sia CAI che privati, ed alta la partecipazione dei comuni della zona. In particolare il Comune di Oulx ha provveduto ad una risistemazione del tratto di sentiero tra il Rey e la cappella di S.Giusto. Un contributo notevole è arrivato come sempre dai soci della sezione che hanno operato per il rilevamento e la segnalazione dei sentieri nella zona del Rey, rendendo la zona più fruibile all’escursionismo: grazie Giacomo, caparbio e felice! Appena disponibile, la nuova carta aggiornata con la variante italiana verrà resa disponibile presso la Segreteria, oltre che nei posti tappa.

Il sito dell’associazione (http://www.refugesclareethabor.com) offre dettagliate descrizioni degli itinerari e la possibilità di prenotare i rifugi online.

Tutti i soci della Sezione hanno ricevuto, all’atto dell’iscrizione annuale, un buono sconto per il Rifugio Rey e per il rifugio Re Magi, entrambi tappe del Tour del Thabor: che sia giunto il momento di usarli?