Sentiero Roma

Il sentiero Roma è un percorso di montagna sito in Alta Valtellina che si caratterizza per l’impegno costante, la lunghezza, la difficoltà del tracciato e la quota in cui si svolge. Le relazioni dichiarano un livello minimo EE per la presenza di ripidi colli sui 3000m e di nevai anche a luglio inoltrato. Ci sono catene che aiutano, ma è scontato che non si può soffrire di vertigini. Normalmente si parte da Novate Mezzola e si arriva a Chiesa Valmalenco per poi tornare all’auto in treno.

Sabato 20 agosto sotto un cielo plumbeo che nulla di buono promette, ci inerpichiamo sulla ripidissima scalinata di pietra che adduce nel segregato vallone di Codera. Raggiungiamo in un paio di ore il paese omonimo che ospitava una scuola ed una chiesa, oggi sede di casette ristrutturate, osteria alpina e qualche rifugio. Non c’è altro mezzo di accesso che il ripido sentiero ma teleferica ed elicottero provvedono al rifornimento dei generi necessari. Dopo un delizioso spuntino all’osteria affrontiamo 2 ore di marcia sotto una pioggia insistente e impietosa, che non ci fa gustare il bellissimo ambiente. Giungiamo così fradici al Rifugio Brasca 1304m dove ci viene acceso il caminetto e, mentre schiacciamo un pisolino nelle sale superiori, i gentilissimi gestori ci imbottiscono gli scarponi di carta di giornali e ce li pongono vicino al caldo focolare…

La cena è ottima, di alto livello e siamo gli unici clienti; le ore passano, la pioggia sembra non smettere ma le previsioni promettono miglioramento.

Infatti la mattina seguente c’è un bel sole che crea fantastici giochi di luce e, dopo dieci minuti di strada, prendiamo il sentiero per il Passo del Barbacan 2598m in una fitta e ripidissima abetaia che ci dà subito un assaggio della durezza di ciò che ci aspetta. Del resto ci sarà un motivo se pochi, soprattutto tedeschi, fanno il sentiero Roma.

Salita, usando anche le mani, l’ultima rampa, il paesaggio si apre sul successivo vallone. Il vallo è davvero stretto e solo la presenza di una serie di catene rende possibile la discesa con una discreta facilità. Appendendoci scimmiescamente alle catene in breve ci immergiamo nella alta valle del Porcellizzo dove vediamo da lontano il Rifugio Gianetti 2534m, una solida e grande costruzione con una ottantina di posti. Il Rifugio sembra a due passi ma impareremo presto che il “vedere” il rifugio non implica il raggiungerlo velocemente. Sovente infatti il fondo e l’obbligo di giri tortuosi fanno sì che i tempi si allunghino tantissimo…

Il Gianetti è un Rifugio importante perché rappresenta la base di salita per le tante vie tracciate sul Pizzo Badile e dintorni. L’ampio e luminoso locale dove si cena è pieno di climber ed il gestore sembra assuefatto a rispondere alle domande dei giovani e meno giovani che l’indomani si cimenteranno sulle tantissime vie presenti nei paraggi.  Questa sera mi godo la posizione di trekker, svincolato dai patemi della difficoltà dei passaggi e della necessità di alzarmi presto. Per noi va bene una bella colazione alle otto, un paio d’ ore dopo i climbers e, riscaldati dai raggi del sole mattutino, ci muoviamo senza fretta verso la meta di oggi, il Rifugio Allievi-Bonacossa 2385m.

Il primo colle è il Passo Camerone. Una serie di catene in ottimo stato sia in salita che in discesa, rendono anche qui facile il transito verso l’alto vallone del Ferro da cui si punta al Passo di Qualido, anch’esso provvisto delle sue belle catene per rendere potabile la ripidissima discesa nell’alta Val Zocca.

Dal Passo il rifugio appare vicinissimo… solito “inganno ottico” perché occorre contornare una bastionata rocciosa e percorrere lunghi ed interminabili saliscendi che dilatano i tempi. Inoltre la frequente presenza di rocce montonate, vuoi per la presenza di acqua, vuoi per la loro inclinazione, fa sì che non sai mai se tengono o meno…

Stanchi ed affamati arriviamo così al rifugio e anche qui la quasi totalità dei presenti, è rappresentata da alpinisti che sono qui per cimentarsi su vie più o meno lunghe e impegnative.

Il mattino del quarto giorno di trekking si presenta ancora con un cielo azzurro. Partiamo dopo la solita ricca colazione con destinazione Rifugio Cesare Ponti 2560m. Il primo passo, del Torrone, ce lo fumiamo in un batter d’occhio ma il vero nocciolo della giornata odierna è il Passo del Cameraccio 2954m, che implica una faticosa risalita su catene in un vallone stretto, ostico ed ancora ingombro di neve. La sorpresa più grande è alla fine della salita, quando compare un ampio ed innevato pianoro, curiosamente costellato di alti ometti in pietra. Il piano degrada dolcemente tramite subdole placche montonate percorse da rivoli di acqua alternate a residue lingue di neve verso l’ampio vallone del Cameraccio che dovremo attraversare integralmente. Con molta attenzione scendiamo l’apparentemente banale declivio e raggiungiamo un piccolo laghetto alla base della famigerata Bocchetta Roma. Il primo tratto di salita su sfasciumi instabili porta ad un ripido nevaio al cui apice un grosso bollo di vernice rossa indica l’inizio della via ferrata. Decidiamo di affrontare il nevaio con i ramponi, la neve è dura, a tratti gelata e la possibilità di scivolare per qualche decina di metri non attira. Raggiungiamo così la base della ferrata. Questa volta si va sul verticale e una certa confidenza con il free-climbing ci aiuta molto. In capo ad un quarto d’ora siamo al gigantesco ometto di pietra della bocchetta e dopo un breve traverso, ormai già in val di Predarossa, possiamo vedere il Rifugio Ponti sotto di noi e, come già sappiamo, falsamente vicino….

Attingendo le ultime energie da qualche barretta riusciamo a completare il lungo spostamento di oggi, sebbene l’ultimo tratto, su pietroni instabili, ci impegni non poco.  Birra & patatine ci sembrano più che meritate, una volta allunati sulla superficie dell’accogliente edificio.

Dopo una piacevole nottata Mercoledì 24 agosto siamo nuovamente pronti al bagno di sole d’ alta montagna che ci attende. Dal rifugio si sale pochi metri e, con un lungo traverso, ci si porta a cavallo della morena che adduce al ghiacciaio alla base del monte Disgrazia. Qui ci infiliamo nella ennesima pietraia e grazie alle solite catene raggiungiamo l’ex rifugio Desio sullo spartiacque tra la Val Màsino e la Val Malenco.

Di fronte a noi si stende, sterminata, la Valle Airale, una valle laterale della Val Malenco. Il tragitto si snoda, come ormai siamo abituati, saltellando di pietrone in pietrone, seguendo con attenzione i pochi bolli di vernice scoloritissima e la traccia sul GPS. Solo dopo diverse centinaia di metri il sentiero acquisisce una consistenza apprezzabile e giunti intorno ai 2000 metri di quota il paesaggio diventa bucolico con tanto di pinete, prati e ruscelli spumeggianti. Passiamo al Rifugio Bosio e ci fermiamo per una veloce ristorazione. Il rifugio ci riporta nel “caos” dei valligiani in vacanza che con un’oretta di cammino su strada sterrata vengono qua a gustare le tante prelibatezze.

Qualche relazione conclude qua la tappa odierna ma noi contiamo di arrivare fino a Chiesa in Valmalenco per cui abbiamo ancora parecchia strada da fare. Quando vi giungiamo nel tardo pomeriggio decidiamo di permetterci un lussuoso albergo con tanto di camera privata ed abbondantissima cena con ogni prelibatezza locale.

Da Chiesa con un bus pubblico scenderemo l’indomani a Sondrio dove un treno ci riporterà a Colico. Lì con l’auto avremo poi modo di spostarci al parcheggio di Predarossa per salire al Disgrazia.

Ma quella è un’altra storia…

Marco Centin

Monte Rosso d’Ala

Non c’è gloria ad andare sul Monte Rosso d’Ala, non ci va nessuno. Se provate a dire a qualcuno che ci siete stato, se sa dov’è e cos’è, vi guarderà stranito. Per capirci: quando dite di essere stati sul Rocciamelone avete in risposta approvazione e compiacimento. Nessuno va sul Monte Rosso d’Ala, anche se vistoso e invitante, a sinistra risalendo la valle, imponente sopra Ala. Il motivo principale è presto detto, si parte da basso, dalla frazione La Fabbrica arrivare lassù sono 1700 metri di dislivello, un po’ tantini. E senza speranza di gloria alcuna. Perché andarci? Eppure ci siamo andati, in due, io e Giuliano Voltan. Vedete, il fatto è che quel monte è troppo vistoso e invitante per non suscitare curiosità, però se chiedete informazioni vi risponderanno che lì non ci va nessuno. Ma l’escursionismo non è solo fare delle passeggiate, si cerca sempre qualche novità, se il luogo non è frequentato tanto meglio, ci sarà qualche mistero da svelare, una cosa che diventerà nostra, poco male se non potrà essere condivisa, rimarrà dentro di noi, una risorsa, come un fuoco in cantina a scaldare la casa.
Per dirla tutta, ci siamo andati proprio perché lì non ci va nessuno. In passato avevo già parlato a Giuliano di quella strana montagna, come ad altri, con poca convinzione, era diventata una specie di gag: “Quello è il Monte Rosso d’Ala, dove non va mai nessuno, quando sarò grande ci andrò”. La cosa era, giustamente, sempre caduta nel vuoto, ma qualche giorno fa Giuliano mi telefona: “Ci andiamo?” “E perché no!”
Ci mettiamo subito a posto la coscienza fissando l’appuntamento mezz’ora prima del solito, alle 6.30; a quell’ora di traffico ce n’è poco, facciamo in fretta, alle 7.30 siamo già con gli scarponi ai piedi, la macchina la lasciamo di qua dal torrente perché dall’altra parte non c’è posto, il primo cartello tra le tante mete segnala anche il nostro Monte Rosso: 5 ore di salita. Bene, ci sta. Inizia la sterrata che presto diventa sentiero: è il numero 211. Ci si addentra nella faggeta, man mano compaiono larici e betulle, poi i ruderi degli alpeggi Lusiglietto (1618 m.) e Colau (1815 m.), il percorso continua ad essere segnato bene, anche se ogni tanto ci si trova fuori e bisogna tornare indietro a cercare i segni: ordinaria amministrazione. Poco sotto l’Alpe Radice (2150 m.) c’è ancora un bivio. Notiamo che c’è l’indicazione per l’Alpe Radice ma è sparita quella per il Monte Rosso: cercano di dissuadere? I segni proseguono nell’itinerario per il Lago Lusiglietto, per dove dobbiamo andare noi non è più segnato, si procede per tracce di sentiero e ometti, l’attenzione a non perdere la via aumenta: non ci possiamo permettere di perdere tempo.

Michele all’Alpe Radice

L’Alpe Radice è in una magnifica dolce costa, il luogo è proprio suggestivo, uno degli edifici è ancora parzialmente in piedi. La vetta è sempre alto sulla destra; a sinistra, non visibile da sotto, c’è il Colletto di Monte Rosso d’Ala (2590 m.): bisogna arrivare lì. Proseguiamo, tracce di sentiero e ometti, ad un certo punto compaiono i ruderi di un altro edificio, della malta sigillava gli spazi tra le pietre contro gli spifferi, sopra si intravedono le tracce di una stradina. Ma che ci fa una stradina lassù? Lo stupore è ancora maggiore quando compare un tratto dove la stradina, un paio di metri di larghezza, viene fatta passare sopra un muro che come un ponte supera una zona impervia di rocce. Dopo un po’ mi viene in mente il perché di quella strada e di quell’ultimo edificio rifinito, siamo vicino all’imbocco del canalino che porta al Colletto e proprio lì sulla cartina è segnalata la miniera di ferro abbandonata: la stradina era di servizio alla miniera. Al ritorno la vedremo proseguire anche sotto l’Alpe Radice, la seguiremo fino al grande pietrone erratico (grosso modo un cubo di 20 metri), lì, a destra, c’è la nostra incerta traccia di sentiero, la stradina scende da un’altra parte.
Dicevo del canalino. Per andare su bisogna passare da lì, l’imbocco è a destra, bisogna attraversare un tratto di pietraia, Giuliano è abilissimo a usare i due bastoncini, confortano piccoli ometti, si vede che nonostante tutto qualcuno ci è passato e li ha lasciati. Il canalino è rognosetto, come tutti i canalini, stranamente colonizzato dall’aglio ursino, cosa mai vista, l’unico posto dove ricordo di averlo trovato è sulla collina di Torino, a mezza strada nell’itinerario dei tre parchi per andare alla Maddalena. La pendenza si impenna, ma ci pare alla nostra portata, continuiamo a salire, con cautela, siamo ovviamente stanchi, sicuramente nella testa di tutti e due gira un pensiero: ne vale la pena? La stanchezza si sente, ma poi spiana un po’ ed ecco il Colletto: è presidiato da un ometto, miserello in verità, nessun’altra indicazione. Dall’altra parte si spalanca la vista sulla parte alta della Valle di Ala: a destra la Ciamarella dal dolce nome, cara agli escursionisti e alpinisti torinesi, dopo il Monviso la montagna più alta del Piemonte, senza contare la zona di confine del Monte Rosa; a sinistra un po’ nascosta la Torre d’Ovarda, poi la Bessanese e altre ancora in uno scenario la cui vista, guarda un po’, è buona parte della nostra gratificazione. Ci sarebbe ancora da salire la punta, la lasciamo dov’è: è tardi, siamo stanchi, ci sarebbe da arrampicare, e a quanto pare anche da cercarsi la via, perché non c’è traccia di ometti o segnalazioni. Non è il caso, anche se non credo che ci sarà un’altra occasione.

di Michele D’amico