Scarason di Fulvio Scotto

scarason_copertina2Scarason, Alpi Liguri, gruppo del Marguareis: questo nome ai più non dirà molto. E’ un angolo appartato della catena alpina, con montagne “basse”, defilate. Ma non sono le quote o il nome famoso a fare “grande” una montagna, e lo Scarason è una vera big wall su cui si sono cimentati alcuni tra gli scalatori più forti di varie generazioni. Verticalità continua, strapiombi, appigli precari, fessure ben poco inclini ad accogliere i chiodi e un vuoto che si subisce: Marguareis, del resto, è sinonimo di roccia marcia, come evoca il nome nella remota lingua brigasca.

Sono passati cinquant’anni dalla fine di aprile del 1967 in cui Alessandro Gogna e Paolo Armando ne realizzarono la prima ascensione. Approfittiamo di questa occasione per riprendere in mano il bel libro di Fulvio Scotto, uscito nel 2012.

Scotto la conosce bene, quella parete repulsiva: terza ripetizione e prima in giornata della Armando-Gogna nel 1982; cinque anni dopo, prima salita della via Diretta; infine, apertura de La Tana del Drago nel 2011. Conosce anche la storia dei vari tentativi, dei fallimenti e dei successi, che ricostruisce con pazienza certosina, insieme a quella dei suoi protagonisti, così che la vicenda dello Scarason diventa pretesto per fare storia dell’alpinismo.

Passano gli anni, cambiano le tecniche e i materiali, finanche all’arrivo di una fila di fix sulla pala centrale. Scorrendo le pagine del libro le ripetizioni sembrano meno complesse, le difficoltà iniziali quasi ridimensionate.

Quello che non muterà mai, però, è il fascino sottile della prima che regala l’emozione più grande. E così ci pare quasi di vederli i passaggi caratteristici, il diedro d’attacco, la canna fumaria, la piramide umana; e di sentirlo, quell’urlo finale liberatorio:”Siamo fuori!”.

Scarason, di Fulvio Scotto, Versante Sud, Edizione 2012

Il volume è in parte consultabile online su isuu.

Il 31 Maggio Alessandro Gogna sarà ospite presso la sede della tesoriera, qui i dettagli dell’evento.

Uno storyteller a Torino

Reinhold Messner, Wild!, Cinema Massimo, Torino (ph Sánta Istvan Csaba

Il 27 marzo Reinhold Messner è a Torino per presentare il suo spettacolo “Wild!”, in cui racconta la spedizione di Shackelton in Antartide nel 1915. La serata si svolge all’interno della rassegna In Cordata, organizzata tra gli altri dal Cai Uget.

A margine dell’evento, Reinhold Messner ha gentilmente concesso  questa intervista ad Andrea Castellano: un grande momento per capire qualcosa in più di questo uomo di montagna.

Dalla parete al palcoscenico: sembri a tuo agio sia su superfici orizzontali sia verticali. Sostenere il palcoscenico richiede impegno, abilità e doti, molto più che sedersi in prima fila mentre mandano in onda l’ultimo film che ti vede protagonista. Cosa ti spinge a farlo?

Sono stato un alpinista, anche d’alta quota, un rocciatore, ho attraversato deserti, ma non sono uno scienziato, un esploratore nel senso tradizionale della parola. Sono un avventuriero e sono uno storyteller, un “racconta-storie”, due attività completamente diverse. Con la mia voce ho raccontato tante avventure di fronte a molte persone, mostrando un po’ di materiale fotografico. Ho raccontato di alpinismo e tutto questo è approdato in una struttura museale composta da sei musei distinti, ma tra loro collegati nei quali parlo di tutto l’alpinismo. Adesso, è vero, produco film di montagna: è completamente un altro lavoro. Però non “mescolo”: ci sono molti alpinisti che fanno tutto, ed è sbagliato. Non sono un alpinista se sono sul palco: sul palco sono uno storyteller e nient’altro.

Walter Bonatti ha detto di te “E’ l’ultima speranza del grande alpinismo tradizionale”. Dopo che hai lasciato la grande ribalta, è più esistito questo alpinismo tradizionale?

Ho portato avanti quest’alpinismo tradizionale. Bonatti però è stato forse l’ultimo esempio di un puro alpinismo tradizionale, ha fatto un po’ di tutto a livelli molto alti, dimostrandosi il più bravo del suo periodo. Oggi i più validi o arrampicano, o fanno speed-climbing (arrampicata di velocità) o scalata ad d’alta quota: o uno o l’altro, non è più possibile fare un po’ di tutto. L’alpinista tradizionale se ne sta andando lentamente: certo anche oggi ci sono dei ragazzi di gran talento, ma sono pochi in confronto a prima.

Te la sentiresti d’indicare un erede di questa forma di alpinismo?

Ad esempio Hervè Barmasse (presente anche lui alla serata, ndr) e Ueli Steck, anche se Steck lavora molto sulle cifre. Una volta chiamavo l’alpinismo contemporaneo “alpinismo delle cifre”, adesso lo chiamo “alpinismo della pista”. La maggior parte va dove esiste già una pista: anche sul XII grado si ha una linea da seguire, si può vedere dove mettere le mani e ci sono gli spit, altrimenti un tale grado di difficoltà non sarebbe affrontabile.

Recentemente in Piemonte si è affrontato il problema dell’industrializzazione delle valli a scapito del benessere paesaggistico e ambientale. Quale rapporto può esserci tra economia ed ecologia?

Il discorso è molto semplice: dall’ultima glaciazione in poi, l’uomo ha l’obbligo e il diritto di sfruttare o lavorare la terra fin dove riesce ad arrivare. E’ sempre stato così. Le montagne però, quelle dove l’uomo una volta non andava perché non era stupido come noi, devono essere lasciate selvagge. Pochi l’hanno capito: c’è la capacità di sopravvivere in montagna solo fino ai 2200 m massimo 2400m, oltre la gente infatti non andava. Dove c’era soltanto roccia, ghiaione, ghiaccio, l’uomo non andava. Molto semplice. E quella zona dev’essere lasciata senza infrastrutture, com’era, allora sì che ha un valore. Mentre a una quota inferiore se il contadino non riesce a portare su le bestie, tutto degrada: purtroppo Mountain Wilderness non l’ha capito questo, e proprio per questo sarebbe meglio che tacesse per sempre! Non ha capito che sono due parti, l’ecologia e l’economia della montagna, che fanno un tutt’uno che è unico. Se invece metti un divieto d’accesso al contadino che va su alla malga con un piccolo trattore per portare il sale o per portare giù una bestia morta, il contadino non può fare nulla e allora abbondona. Tutte le vostre vallate, quelle di una certa altezza sono tutte vuote…

E’ vero…

E’ vero sì, è colpa di chiacchieroni! I Verdi, Mountain Wilderness, etc. Io faccio il contadino e so come vanno le cose.

Così come il tentativo di Shackelton, così lei ha attraversato l’Antartide nel 1989-1990. Come ci si prepara a queste esperienze?

Bisogna studiare bene anche la storia, poi ho deciso di farlo con i mezzi di oggi: non con la motoslitta, certo, ma con filati di kevlar e altro materiale moderno, ma sempre con lo stesso stile che avrebbe seguito Shackelton se avesse avuto la possibilità di portare a termine la sua spedizione. Noi non abbiamo fatto altro che realizzare l’idea di Shackelton con GoreTex e Pile invece della lana.

Nel corso degli ultimi anni si è diffusa molto la pratica del trekking, dell’alpinismo e dell’arrampicata sportiva, veri e propri fenomeni sociali. Per molti l’andare in montagna è qualcosa che avvicina a un’entità trascendentale, quasi un atto religioso per avvicinarsi a Dio o a un’entità spirituale. Che ruolo ha ricoperto e ricopre nella sua vita la spiritualità?

Per me l’andare in montagna è solo un fatto storico. L’alpinismo inizia con le leggende. La leggenda più famosa è quella di Milarepa, che mille anni fa dice di essere salito sul Kailash (sorride, ndr). Non è certamente andato sul Kailash, ma dice di essere andato, o la gente lo dice: è mitologia e molti di quelli che vanno in montagna, che hanno letto un pochettino e hanno letto bene, seguono più o meno questa leggenda, questa dimensione mitologica. Hanno ragione, tutta quest’attività ha ragione di esistere: bisogna descrivere come sono queste attività,  e per me l’alpinismo è un fatto culturale e non un fatto sportivo. Il descrivere la roccia, anche se nell’arrampicata sportiva indoor si parlerebbe di plastica, fa parte della cultura della montagna. Siamo arrivati a questo sport che è bellissimo, però non tocca più l’alpinismo tradizionale.

Per concludere, ti porgo una domanda da apprendista “alpinista”, hai qualche segreto o consiglio da lasciare ai giovani?

No! Se li avessi, sarei un prete e non lo sono. In particolare, io non voglio essere di esempio: ho fatto le mie esperienze, descrivo tutto quello che concerne la montagna così com’è e non in maniera idealizzata. Una malattia dell’alpinismo è l’idealizzazione: faccio la mia attività secondo la mia età, non faccio l’attività di una volta e soprattutto oggi uso altri metodi per raccontare la montagna.

Grazie Reinhold!

Prego.

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Il mio Ultra Trail del Monte Bianco

Tea Geraci, Ultra Trail Monte Bianco 2016

Una breve premessa per chi fosse lontano dal mondo trail anzi ultratrail. L’Ultra Trail del Monte Bianco rappresenta la gara regina di una serie di gare di vario percorso che si svolgono a Chamonix nell’ultima settimana di Agosto, e dove si misurano atleti di grande livello internazionale e gente comune come la sottoscritta.

L’UTMB, con i suoi 171 km e 10.000 m di dislivello positivo, è il sogno di molti trailer, per potervi partecipare occorre prima aver concluso alcune gare di qualificazione, raggiungere un punteggio, e infine, dato il grande numero di richieste, incredibile ma vero, anche essere estratti.

Ed è a questo punto che inizia l’avventura, almeno così è successo a me, e da Gennaio in poi i mesi sono trascorsi pensando sempre all’UTMB, alla preparazione, alle gare intermedie, ma anche a non esagerare, e a curarsi gli acciacchi che inevitabilmente sono arrivati.

Nel 2014 avevo già partecipato alla CCC, Courmayeur-Champex-Chamonix, 100 km e 6100 m disl, questa volta avrei completato l’anello partendo da Chamonix.

Quante emozioni, a cominciare dalla partenza, atleti provenienti da tutte le parti del mondo, riconosco qualcuno incontrato in altre gare, riconosco qualche top runner, e mi piazzo nelle retrovie, sono lenta e il mio obiettivo è superare i cancelli orari lungo il percorso e arrivare, mi ripeterò spesso “ il ritiro non è contemplato”, e nei momenti di crisi “esiste davvero una ragione sufficiente a farmi ritirare proprio adesso?”.

La gara parte alle 18, i primi 8 km sono in piano e corribili, poi la prima salita, bella tosta, a Le Delevret, discesa e dopo il ristoro di Saint Gervais  non mi sento troppo bene, sintomi da svenimento, devo coricarmi lungo il ciglio del sentiero, molti mi chiedono come sto, arriva anche un uomo dell’organizzazione, ma rassicuro tutti, tranquilli non è niente!

Insomma, non è vero che sia proprio niente, ma non accetto l’idea di mollare, mangio un gel pensando ad una crisi ipoglicemica non gestita bene, mi rimetto in piedi e riprendo faticosamente a camminare, però mi sento affaticata e per qualche ora rimugino nefasti pensieri di ritiro, il traguardo è mostruosamente lontano!

Ma mi riprendo fisicamente e psicologicamente, e da quel momento divento un caterpillar e macinerò km, salite e discese e avrò sempre pensieri positivi.

Capirò più tardi che dovevo aver avuto una sorta di congestione per una manciata di pezzi di banana ingurgitati al ristoro, non a caso per tutto il resto della gara, e ancora parecchi giorno dopo, la sola vista delle banane mi procurava nausea. Quindi MAI sottovalutare la gestione dell’alimentazione.

Da Les Contamines si sale sempre e inesorabilmente fino alla Croix du Bonhomme, non fa freddo, ma la giacchetta ci sta, discesa a Les Chiapieux e poi lunga salita, la prima parte su asfalto, noiosissima, fino al Col de la Seigne.

Durante questa lenta salita su asfalto, che chi sa correre corre, mi venivano i colpi di sonno, ciondolavo, letteralmente!

Finalmente arrivo al col de la Seigne, Italia, un abbozzo di discesa, ma subito ancora una salita, piccola ma bastarda, al Col des Pyramides Calcaires, variante introdotta proprio quest’anno. Non ne sentivamo la necessità giuro.

Panorama da fiaba, tra il sonno e la stanchezza così mi appare…  Siamo sopra le nuvole che ancora coprono il Lac Combal, discesa brutta brutta tra i massi e finalmente Rifugio Elisabetta e lungolago.

Ancora una salita e poi Courmayeur, preceduta naturalmente da una discesa ripida e tecnica. Non ne azzecco una di previsione di tempi di discesa, sempre sassi e radici tra i piedi, e visto che la strada è ancora lunga meglio non rischiare.

Al ristoro di Courmayeur mi aspettano gli amici tra cui Silvia la mia psico-coach, una volta tanto non sono da sola e ho un po’ di assistenza, ma ne parlerò dopo.

Il ristoro di Courma è una base vita, mi fermo un po’ di più, mangio una pasta, cambio maglia e scarpe, ma non posso perdere tempo, non siamo ancor a metà quindi on the road again.

Obiettivo Col Ferret, ma prima i rifugi Bertone e Bonatti, dal profilo altimetrico ricordavo che dopo la salita al Bertone, che caldo pazzesco, si arrivasse con un dolce saliscendi al Bonatti, ma non è vero, questi saliscendi chissà perché sono prevalentemente sempre sali ed i rifugi sono sempre dietro l’angolo ma lassù!

Ad Arnouva ci sono di nuovo i miei amici a salutarmi e poi su verso il Colle.

Panorama superbo ovunque, per non parlare dell’accoglienza e dell’incoraggiamento ai ristori e lungo il percorso.

La discesa a La Fouly è prima tecnica poi corribile, non so come faccio ma una corsetta in discesa riesco ancora ad abbozzarla, i tetti che vedo dall’alto però non sono quelli del ristoro, ancora giù giù a fondovalle.

A Champex di nuovo incontro Silvia, mangio la minestrina e riparto. C’è un temporale, sento tuoni e vedo i fulmini ma sono ancora lontana e quindi ne evito le fasi più temibili, solo un po’ di pioggia giusto il tempo per farmi indossare i pantaloni impermeabili che già ha smesso.

Una eterno falso piano in salita e poi discesa in teoria corribile, ma ho un sonno sonnissimo, ogni tanto mi fermo per sedermi su qualche scomoda pietra, i massi più comodi sono già occupati, ma riesco lo stesso ad addormentarmi per pochissimo tempo, forse neanche un minuto, ma basta per resettare il cervello e riprendere.

Siamo a 130km, penso mancano “solo” più 40km, meno di una maratona, meno di un trail medio, ma mancano ancora tre temibili salite, Bovine, Catogne, Tete aux Vents.

Prima di Col de Montets e Tete aux Vents vedo ancora gli amici a Vallorcine dove arrivo poco prima delle 11.

E siamo a 150km, davvero siamo quasi alla fine, sto bene, anche se sono un po’ rallentata, non me accorgo ma poi rivedendo i filmati è ben evidente, e ho anche avuto le allucinazioni da privazioni di sonno, tutto regolare insomma.

Nell’allucinazione più nitida e articolata mi sembrava di vedere sedute su una panchina lungo il sentiero di discesa a Vallorcine due figure, di cui una donna vestita di verde, pensavo fossero parenti di qualcuno, ma in realtà non c’erano né la panchina né le persone, e il vestito verde erano le foglie degli alberi…

Per non parlare poi delle immagini provocate dai giochi di luce della pila frontale, ho visto interi palazzi costruiti nel cuore del bosco!

L’ultima salita a Tete aux Vents penso di ricordarmela bene dalla CCC, ma non abbastanza bene infatti me la prendo comoda e poi dovrò correre come non avrei pensato di poter ancora fare per non mancare il cancello orario di La Flegere, perché quel vantaggio che avevo ai cancelli dopo la seconda notte è andato via via riducendosi.

Ancora 7 km di discesa e poi l’arrivo, ma ancora dobbiamo soffrire su un sentiero ostico, vorrei correre un po’ per arrivare prima e fermarmi. Negli ultimi 2km posso accelerare, ormai ci siamo, corricchio e finalmente imbocco il percorso lungo il torrente dove uno mi chiama, mi dice brava, mi fa una foto da mandare ad un’amica, lui che applaude me, una tapasciona, è un trailer molto forte di Torino, saprò dopo che si era ritirato.

L’emozione all’arrivo non si può descrivere, sono ormai tra gli ultimi, dopo di me poche decine ancora, ma il pubblico applaude e ti porta alle stelle, mi fermo poco prima del tappetino, è occupato dai fotografi e altri dell’organizzazione, finalmente ancora un passo e tutto si è compiuto, sono FINISHER!

Siamo partiti in 2555 e siamo arrivati in 1468, 1087 runner hanno lasciato il proprio sogno lungo il percorso, ma io ce l’ho fatta.

E ho portato al traguardo con me mio marito Ezio, il mio personale angelo custode, perché anche lui amava correre in montagna, ma ora non è più tra noi perché un maledetto male lo ha scelto.

Devo necessariamente aprire una parentesi relativamente ad una parte molto particolare del mio allenamento. Silvia è una cara amica psicologa che l’anno scorso ha iniziato un master di psicologia dello sport con il prof. Giuseppe Vercelli dell’Unito nonché psicologo e trainer di campioni olimpici.

Essendo alla ricerca di un caso per la sua tesi Silvia mi propone di lavorare insieme, accetto ben volentieri e inizia un percorso di applicazione della metodologia SFERA.

E’ difficile condensare in poche parole in cosa consista, si lavora sulle paure, sul dialogo interiore, ma anche aspetti più pratici quali gestione dell’energia e del sonno. Fondamentalmente si deve giungere ad una sincronia tra corpo e mente affinché il corpo esegua ciò che la mente pensa.

Non so come sarebbe andata senza l’esperienza SFERA, impossibile dirlo, ma sicuramente mi è stata di grande aiuto perché molte volte sono ricorsa a quanto avevo imparato e accolto in questi mesi.

Inoltre penso che per concludere una prestazione di endurance si debba partire con l’intima convinzione e consapevolezza che sarà molto molto faticoso, senza distinzione tra i primi e gli ultimi si soffrirà, che nulla sarà regalato e tutto dovrà essere conquistato. Altrimenti la disillusione può fermare ancora prima della reale necessità fisica o fisiologica.

 

Groenlandia, sul serio?

Orizzonte Infinito (ph. Matteo Guadagnini)

Quando l’amico Leonardo me l’ha proposto, nel marzo 2015, mi  sono chiesto se avesse un qualche senso.

Attraversare la Groenlandia da est ad ovest, come fece Nansen nel 1888-1889? Non sono uno sciescursionista, non ho mai trainato una slitta, patisco il freddo a mani e piedi, ho 63 anni, non ho tempo.

Beh: si va ad agosto del 2016 e ci si allena prima.

Facciamo allora così: andiamo a saggiare un terreno simile con una mini spedizione in Norvegia, nel Finnmark. Detto fatto: una settimana, circa 100 chilometri, un freddo “dell’accidenti”. Esperienza positiva.

E allora: agosto 2016 si va laggiù.

Allenamento: un amico inglese afferma che non c’è problema, bastano tre  volte la settimana, un’ora e mezza ciascuna di traino di due copertoni con  l’imbrago. Facile  dirsi, un  po’ meno  a farsi: cerchi di trovare il tempo, senza sottrarne troppo  allo scialpinismo e vorrai mica  rinunciare ad una bella salita della NE della Lenzspitze. Anche questa va: fai finta di non vedere gli sguardi attoniti e  un  po’ preoccupati dei passanti al faro della Maddalena e scappi via per non dover spiegare. Qualche amico ti sorprende e allora devi dilungarti in spiegazioni. Le gomme scivolano meglio sul bagnato e quindi quando piove devi uscire.

Si va anche in tenda: al Colle Chabod, al rifugio in Valle di Thuras, agli alpeggi della Valle Argentera o sotto l’Arpelin, perché non puoi  farti scappare  un pò di freddo, di fornelletto e  di zuppe in scatola, di sacco a pelo – e di mal di schiena-. Così riesci a fare  qualche bella salita (e discesa) in scialpinismo.

Hai anche il tempo di cercare (e profumatamente pagare) in Francia, in Svizzera, via internet in mezza Europa: il sacco a pelo da – 40 gradi, la giacca a vento norvegese, la maglia e i mutandoni da 400 gr svedesi, i guanti e i sottoguanti da spedizioni, il giaccone inglese di piuma da 800 Fill,  la maschera per la tormenta, gli sci norvegesi con attacchi e pelli lunghe e corte, gli scarponi norvegesi  da spedizione polare, le tre calze e i tre sottopiedi con cui li userai, la magica pee bottle, ecc.

Ti resta un po’ di tempo, quando stai per partire, per chiederti se sei completamente pazzo.

Al ritorno negherai tutto.

Matteo Guadagnini

Diario di una schiappa

Maiorca per pochi

Quando ho detto agli amici che sarei andata a Maiorca,  ho dovuto spiegare che non andavo a spiaggiarmi come una balenottera, ma che avrei fatto un trekking, cioè camminato fra i 10 e i 18 km al giorno per raggiungere impervie vette e idilliache baie: nei loro occhi incredulità.     Infatti pochi sanno che Maiorca non è solo il luogo della movida più sfrenata ed alcolizzata, ma che lungo la costa Nord-Ovest si eleva una selvaggia catena montuosa lunga 90km.

Giorno 1         La Penisola di Formentor, che si protende come un dito indice nell’indaco del mare, ospita la meta della nostra prima gita, la vetta di ‘el Fumat'(334mt). Inizialmente un facile sentiero ci porta ad una solitaria caletta dove possiamo godere delle sue limpide e fresche acque. Non per molto però, poiché la dura salita ci attende sotto il sole implacabile di mezzodì, senza alberi ad ombreggiarci, né venticello a rinfrescarci: comunque, chi prima chi poi, raggiungiamo l’agognata vetta. Un panorama mozzafiato ci ricompensa della fatica. La successiva discesa è lunga e aspra e a tratti scivolosa. La sete e la stanchezza si fanno sentire, ma alla fine di questo “tormento” l’incantevole baia Murta ci accoglie.

Giorno 2         Molti si avventurano nel Barranco del Pareis, per escursionisti esperti qual io non sono, per cui mi avventuro alla scoperta della capitale Palma. E’ una città con un passato ricco di storia ed è piacevole camminare alla ricerca dei palazzi costruiti nelle diverse epoche storiche. Quello che però non si può perdere è l’imponente cattedrale gotica che si specchia in riva al mare, una delle più belle che abbia mai visto, specialmente l’interno. Anche il Barranco del Pareis avrebbe potuto essere una delle più belle gole che avrei potuto vedere, se fossi stata un po’ più preparata e in forma fisicamente, mi consolo che molti l’hanno trovato parecchio impegnativo e si sono trovati in difficoltà.

Giorno 3         Escursione al Puig del Teix (1064mt), ma i muscoli ancora irrigiditi mi sconsigliano di parteciparvi, così, con altri dissidenti, facciamo una gita alternativa, percorrendo circa 18km, ma senza salite o discese impegnative, raggiungendo comunque calette e scogliere di ineguagliabile bellezza. Al ritorno i partecipanti raccontano di non aver avuto difficoltà a percorrere i sentieri ben tracciati, pazienza sarà per la prossima volta!

Giorno 4         Finalmente di nuovo in forma e pronta alla partenza! Oggi si va sul Puig de Galatzo, (1027mt). Inizialmente un largo sentiero si snoda in un bosco in cui spiccano esemplari di Quercia Spagnola,per poi restringersi. I rocciosi pendii sono popolati da non so che razza di capre selvatiche, e le corna dei maschi sono molto ricercate come trofeo (infatti alcuni cacciatori sparano allegramente intorno a noi!). E’ proprio vero, se non le hai, te le vai a cercare!!!!

Giorno 5         Escursione a “la Trapa”, il cui nome deriva dai monaci trappisti che si sono insediati qui nel 1810, scappando dalla rivoluzione francese. Ammiriamo i terrazzamenti costruiti per rendere coltivabile un’area altrimenti arida, il mulino, i resti degli alloggiamenti  e l’insuperabile panorama sull’isola Dragonera e sulle baie sottostanti. Un sentiero panoramico, abbastanza agevole, ma talvolta stretto, roccioso e scosceso, ci riporta alla baia di partenza dove abbiamo tempo di godere di un bagno ristoratore.

Giorno 6         Gianni e Luciano vengono informati che il sentiero per raggiungere il Puig de Massanella è interrotto da una frana, per cui le nostre efficienti guide, prontamente, spostano la meta  alla spiaggia di ‘sa Calobra’. Purtroppo la stanchezza di 5 giorni di camminate lunghe ed impegnative decima i partecipanti e molti si defilano a Palma. Poteva la schiappa smentirsi? Ovviamente no e, insieme ad alcuni amici, decide di raggiungere la stessa spiaggia, ma con mezzi alternativi alle gambe: con un trenino d’epoca raggiunge la cittadina di Soller, annidata tra i monti; un tram, sempre d’epoca, la conduce al porto sottostante, dove si imbarca su un battello, moderno, che costeggia le vertiginose scogliere con cui la Tramuntana precipita mare. Durante il tragitto cerca di scorgere sulle pendici gli intrepidi compagni, ma senza successo.

            Oltre a tutti i partecipanti che hanno condiviso con me questo trekking rendendolo indimenticabile, vorrei ringraziare in particolare due persone: il “mio angelo custode personale”, che mi ha aiutata e confortata, impedendomi di crollare nei momenti difficili e “l’angelo custode di tutti”, Gianni, che, chiudendo la fila, si è sacrificato per assicurare la sicurezza a tutti noi.

Ciao Adriano

Accidenti quanti sono oramai gli amici che sono andati avanti, quanti sono quelli che la montagna ha chiamato a sè, eppure questa passione per lei non scema. Tutti noi siamo protesi verso di essa ed il godere della sua bellezza.

Le cime, come suadenti sirene, ci ammaliano e ci confondono, sino a farci dimenticare che il caso o i nostri errori, le possono trasformare in spietate Erinni. I versi del signore delle cime, sono i soli, che possono poi venirci in soccorso, dicendoci che potremo andare per le sue montagne coperti con il bianco mantello che la signora della neve ha voluto deporre sulle nostre spalle.

Adriano era uno di questi, un amico originale, una personalità poliedrica e irresistibile. Un forte alpinista ed un arrampicatore idealista e sognatore, come pochi al giorno d’oggi sanno essere e proprio per questo non sempre apprezzato ed amato da tutti.

Mi piace ricordarlo com’era, perché la fortuna di chi scompare prematuramente, sta negli occhi delle persone che gli hanno voluto bene. Ai loro occhi, il suo viso ed il suo corpo non invecchieranno mai, in quanto non piegato dalla vecchiaia o dalla malattia, resterà giovane e vitale per sempre.
Era un uomo colto, profondamente colto, il restauro di mobili antichi e la musica lo hanno accompagnato a lungo insieme al suo nume tutelare, la sua mitica nonna scomparsa da alcuni anni.

Lo avrei strozzato con le mie mani in più di una occasione, ma era impossibile non volergli bene ed accettare le sue Trombonate. Ricordo una volta in cui in una falesia della Val di Susa, dovetti dirimere una questione legata a differenti vedute e che presto avrebbe potuto degenerare in una rissa clamorosa. Oppure quando partito per gli Stati Uniti venne tosto rimpatriato per una sciocchezza fatta durante un suo precedente soggiorno Americano.

In questo ricordo, ho rovistato nei miei archivi ed ho trovato un testo che mi aveva inviato affinché lo facessi pubblicare su di un sito di alpinismo. In queste poche righe c’è tutto l’Adriano scanzonato ed autoironico che ci mancherà per sempre.

Nona Sinfonia.
Questa nuova via è sconsigliata ad un pubblico minore di 7a/b a vista ed è richiesta gestualità falesistica unita a testaccia da montagna… astenersi vecchi alponi!

Sono 9 anni che frequento il vallone di Noaschetta è fin dall’inizio gli specchi rossi posti al centro della Sud del Castello hanno attirato la mia fantasia.
Nel susseguirsi delle stagioni li ho aggirati in ogni modo, nello sfuggirgli sono finito sino alle lontanissime torri del Blan Giuir, insomma, mi facevano paura e non avevo osato mai sfidarli….sino ad ora!
Se pensate che sia divenuto più forte vi sbagliate oppure non comprendete il fatto che un arrampicatore non si senta mai abbastanza in forma rispetto a un’ideale irraggiungibile!… ovvio quindi che le sensazioni che attendevo per sfidare “Chimera” non sarebbero mai potute arrivare…
E’ arrivato però “Bellerofonte” alias Michele Amadio! E’ curioso come, la prima via di Michele coincida con la mia più dura, esattamente come la mia prima coincise con la più dura di Daniele Caneparo…e tutte al Castello! (continua su planetMountain)

Elio Bonfanti

Leggi anche l’articolo Riflessione dopo una tragedia.

La capanna scientifica Saracco e Volante festeggia i 50 anni

La Capanna Saracco Volante esiste da cinquanta anni. L’abbiamo realizzata per onorare due nostri compagni e come base per l’esplorazione speleologica di un’area importante. Eraldo Saracco e Cesare Volante, fin dalla nascita del Gruppo Speleologico Piemontese (1953) erano stati fra i più validi esploratori. Il sistema carsico di Piaggiabella nel 1959 aveva uno sviluppo di circa 5 chilometri, la più lunga grotta d’Italia. Ci rendevamo conto che il potenziale era ben superiore ma molte erano le difficoltà, non ultima la mancanza di una base logistica. Da quando esiste la capanna, tutti gli anni questa viene utilizzata per l’esplorazione e lo studio di questo sistema che oggi supera i 50 chilometri; non passa anno senza la scoperta di nuove gallerie. Sembrava quindi naturale la costruzione di qualcosa che avrebbe favorito i due obbiettivi.

Siamo partiti con grande entusiasmo e prima ancora che la capanna fosse terminata avevamo centrato un terzo obbiettivo: vecchi e giovani del Gsp. si univano e collaboravano, in un clima gioioso che non era previsto. Tanti soci dell’Uget offrivano il loro lavoro per il successo dell’impresa, ma non solo l’Uget: anche i familiari di Saracco e Volante e tanti speleologi appartenenti a vari gruppi italiani hanno collaborato all’impresa. La capanna fu inaugurata l’8 ottobre 1967, alla presenza di 250 persone.

Ma la collaborazione più importante fu quella del geometra Lino Andreotti, esperto nella costruzione di rifugi, allora vicepresidente dell’Uget. Come gli chiedemmo aiuto rispose con un “sì” entusiasta. L’8 aprile ’67, quando la neve cominciava a fondere, andai con lui a Piaggiabella per individuare l’area adatta per piazzare la capanna. Saliva adagio, era ammalato e ci lasciò pochi anni dopo, non senza aver completato il lavoro della capanna.

 E’ giusto ricordare anche l’aiuto animale: alludo ai muli degli alpini che hanno trasportato i carichi più pesanti e ad un ermellino incuriosito dalla nostra attività che ci accompagnava nel nostro lavoro, e che da una domenica alla successiva seguiva l’andamento delle operazioni.

di   Carlo Balbiano

 

 

Festeggiamenti alla capanna Saracco Volante

Carlo ci ha raccontato la storia della capanna in questo articolo, ma quella era la preistoria. Alla fine degli anni ’80 si decise di associare alla Capanna un locale invernale, venuto così bene da meritarsi all’istante l’appellativo de “Il Tumore”, che in realtà si è dimostrato indubbiamente utile, insospettabilmente robusto e, ebbene sì, certamente brutto. Difetto cui s’è posto rimedio negli ultimi anni con una folata di lavori straordinari che l’hanno armonizzato al resto della struttura: ora il “Tumore” è tornato ad essere l”Invernale”.

Negli anni la Capanna ha cambiato più volte colore: è stata spesso rossa (velleità giovanili), grigia (mimetica con la nebbia), beige (praticamente invisibile) a righe, marrone (metaforico). Attualmente sfoggia un’elegante tonalità granata da curva Maratona.

Ma alla fine l’importante è che siano passati cinquant’anni e quindi si festeggi: dal 13 al 16 luglio.

Quattro giorni, i primi due dedicati agli abissi: si entra di qui e si esce di là, si entra qua e si esce laggiù, profittando di alcuni dei sedici ingressi di Piaggia Bella. Nei restanti giorni si celebrano la Capanna e i suoi costruttori. Ci saranno proiezioni in Piaggia Bella, lì, vicino all’ingresso, alla portata di tutti. E pellegrinaggi guidati tra i vari abissi raccontati da ineffabili cantastorie, e  concerti serali che, temo, non potranno che sorprenderci. E la presentazione del libro “Scrivere di Grotte” di Giuliano Villa, uscito or ora. E i giochi pomeridiani a cura dell’apposito comitato. E un sacco di altre cose che devono ancora essere pensate. E il vino? Ci sarà. Molto.

di Ube Lovera