The Last Desert

La serie delle gare 4Deserts è considerata una delle competizioni di corsa più dure al mondo. La serie consiste in quattro gare, ognuna da 250 km:  Atacama Crossing (Cile), Sahara Race (Giordania), Gobi March (Cina), The Last Desert (Antartide). Si corre su terreni di gara durissimi in completa autonomia, vengono fornite solo acqua e una tenda. Le ho completate in quattro anni, dal 2013 al 2016, l’ultima in Antartide.

Se dovessi dire nel modo più sintetico ed essenziale a cosa mi sono serviti questi anni di folli corse, risponderei che mi hanno permesso di conoscere ed apprezzare la spinta interiore che pochi di noi hanno così radicata dentro, di ricercare elementi che potrebbero essere considerati singolarmente di totale inutilità ma che formano il carattere, le ambizioni e il coraggio. Discorsi, sogni, progetti restano dentro di me grazie all’adrenalina e alle endorfine rilasciate durante la corsa.

Antarctica, The Last Desert. Il “last” mette tutto in prospettiva assoluta, traccia una strada da percorrere, lancia un sogno. Quid ultra? La corsa in sé non è la più dura al mondo, esiste di molto peggio, ma per me è stata un raggiungimento di una cima, a lungo pensata.

Una delle cose che più mi appassiona dei nostri sport avventurosi è l’immaginazione che precede un risultato. Arrivare in cima al Monte Bianco per me era un sogno, un sogno che mio padre non ha potuto raggiungere per il maltempo, lui voleva continuare, sapeva che se non avesse raggiunto la cima quel giorno, a 66 anni, non l’avrebbe più raggiunta, ma gli amici lo hanno fatto ragionare e tornare indietro.

Fino a quando non sei lì, non sai, e quanti film si fa la nostra mente prima di arrivare in cima? Come immaginiamo la capanna Vallot prima di entrarci, le Bosses, quali sensazioni avremo in cima? Il nostro cervello è mostruosamente potente, le sensazioni che registra in momenti particolari sono indelebili, tatuaggi neuronali. Il dolore e la fatica li fissano, indescrivibili. Fotografie, numeri, racconti non possono restituire certe sensazioni.

La preparazione al quarto deserto è durata un anno, mentre andavo avanti indietro da Modena, mentre nel week end mi svegliavo, andavo a correre, stavo con le mie bellissime donne, andavo di nuovo a correre, andavo a dormire. Poco spazio per altro, a parte il sogno Antartico. Arrivare in Antartide richiede pazienza, un giorno e mezzo di volo, qualche giorno a Ushuaia e due giorni e mezzo di navigazione in uno dei mari più tempestosi al mondo. Per correre 250 km, in sei giorni.

Qualche corsetta al sole per ambientarsi… (ph Myke Hermsmeyers)

Immaginavo una gara dura, soprattutto perché correndo in assetto competitivo, la testa della competizione vedeva atleti professionisti di tutto il mondo alla linea di partenza. La strategia si definisce a tavolino qualche mese prima e poi si esegue, dopo i primi giorni la stanchezza diventa così elevata che non si può più ripensare.

Qualche corsetta di allenamento sotto la neve, per ambientarsi… (Ph Myke Hermsmeyer)

Il primo giorno si corre a King George’s Island. Ci imbarchiamo sugli Zodiac e dopo un breve freddissimo tragitto sbarchiamo sulla costa.

Andrea Girardi sbarca sullo Zodiac (Ph Myke Hermsmeyer)

Corriamo tra la base antartica cilena e quella cinese, passando da quella russa, in un anello da 11km. La neve è molle, in alcuni punti marcia e profonda, certe salite non finiscono mai, verso la base cinese si corre invece su una strada dove scorrono grandi rivoli di acqua. I piedi sono marci e freddi, la strategia di preparazione aveva previsto lunghe corse con i piedi bagnati e freddi, per preparare la pelle. Arrivo secondo pari merito a Filippo (CH), davanti Kyle (US), dietro Tommy (Taiwan), con circa 88 km e tredici ore di corsa.

Mangiamo e andiamo a letto, non riesco quasi più a salire le scale della nave. Il giorno successivo la corsa parte alle 7, mi sveglio alle 4 e per due ore cerco di muovere le gambe in tutti i modi possibili per trasformare due pezzi di legno in due affari che possano funzionare. Sbarchiamo a Deception Island, un’isola vulcano di lava nera coperta in parte dalla neve, e corriamo per altre nove ore a perdifiato, sono giri da sei chilometri e per farci cambiare l’inclinazione del corpo dopo quattro ore ci fanno correre in senso incricetato inverso. Tengo i ritmi, la vista ti ripaga di tutto, da una parte il vulcano, dall’altra il mare e i pinguini. Nessuno molla, i giri continuano per ore, 11 giri, 88 km, vado a cena con due gambe che sembrano trampoli di legno.

Nelle precedenti edizioni il tempo brutto aveva costretto a rimanere in nave, la scorsa edizione era finita a 168 km, c’erano dei giorni di riposo. Questa mattina c’è una nevicata con vento, dopo quasi due ore di massaggio e stiramento qualcosa riparte e ci facciamo sbarcare in costa.

Paradise Bay. O forse Hell Bay? Gli anelli sono da 870 metri, meno di un chilometro, così dice il GPS. 870 metri e sei di nuovo lì, un salitone e un discesone, da ripetere e ripetere. Vai di ipod shuffle, ho solo due canzoni, “Royals” la prima,  e “New Americana” la seconda, e poi di nuovo “Royals” e poi di nuovo… correre in un anello così piccolo è alienante, ci vogliono delle strategie mentali per mantenere una concentrazione altissima mentre senti fatica e dolore. Neve marcia, fino alle ginocchia che si infila nelle scarpe. Dopo 30 giri sento freddo alla caviglia, ma anche fatica, dolore, concentrazione, solite cose. Dopo 35 giri la caviglia brucia, sarà un po’ di neve, dopo altri due giri è in fiamme, insopportabile e mi fermo alla tenda per capire. C’è un principio di congelamento ed è gonfiata parecchio. Riesco a muovermi male e dopo un altro giro prendo un antidolorifico. Dopo sette ore la terza tappa finisce.

Paradise Bay, un anello da 870 metri da percorrere 45 volte, faticosissimo (ph Myke Hermsmeyer)

I giorni dopo tengo duro, ma qualche posizione la perdo, come da programma. Il quarto giorno il maltempo ci viene in aiuto. Sbarchiamo e iniziamo a correre, ma dopo un paio d’ore il vento si alza e porta i ghiacci dentro la baia, intorno alla nave. Il capitano richiama tutti urgentemente a bordo. Navighiamo nel Gerlache Strait ed è forse uno dei momenti più belli del viaggio, incontriamo delle orche, un leone marino che ancora sporco di sangue riposa su un iceberg, e infine la base di Port Lockroy che non riusciamo a raggiungere perchè circondata dai ghiacci.

Tre piccolissime figure escono dallo shelter e ci salutano con grandi bracciate. Gli uomini che vivono in Antartide sono esploratori, scienziati, guide, eremiti, portano con sé storie importanti. Per fare passare il tempo sulla nave ci propongono bellissime lectures, sui tempi eroici dell’Antartide, sullo sfruttamento esagerato delle risorse marine, sul cambiamento climatico. Andate a leggere la storia di Shackleton, informatevi su che cosa è il Larsen Ice Shelf e imparerete a conoscere questo continente che va preservato con ogni mezzo. L’Antartide è il posto più ricco di cibo al mondo, tutto inizia dal krill e dalla sua catena alimentare e il krill lo stiamo pescando ed esaurendo in maniera scriteriata, per metterlo sugli scaffali di un supermercato come Omega-3. Come se un pezzo di carta dicesse che Andrea Girardi possiede il ghiacciaio della Brenva per questo può farci pipì sopra fino a scioglierlo tutto, più o meno. Prima o poi dovremo fermarci a riflettere, forse, un giorno. Per ora andiamo verso la distruzione con il piede sull’acceleratore.

I giorni sono proseguiti in posti magnifici, uno più bello dell’altro. Il dolore alla caviglia ha invaso parte delle sensazioni, ma lo sapevo fin dall’inizio che allenandomi dieci ore alla settimana non potevo correrne quaranta. La cima l’ho raggiunta, 250 km bellissimi, da sei edizioni i 250 km non venivano completati per il maltempo.

Si corre tra i pinguini. (Ph Myke Hermsmeyer)

Arrivo stanchissimo e il momento più bello è mio, mi sdraio sulla spiaggia circondato dai pinguini, mi metto addosso tutti i vestiti che ho e chiudo gli occhi con la testa rivolta verso un sole appena tiepido, migliaia di miglia lontano da casa. Non festeggio con gli altri al traguardo, questa volta la festa è dentro di me, ringrazio di avere una famiglia così unita che mi permette di fare anche queste gite.

That’s not about language, it’s mental.

 

 

Cercatori di Perle

Lo sguardo di chi ha salito almeno una volta i facili pendii di Cima del Bosco è stato sicuramente attratto da una strana conca sospesa, cesellata nella parete di roccia nera sulla destra.

La parete è quella del Monte Furgon e quella conca misteriosa è chiamata da sempre La Coppa. 
Quasi a nessuno è venuto però in mente di andare a portare i propri sci fin lassù.
Quasi a nessuno, esclusi i cercatori di perle.

Sul fondo la Coppa al sole (ph Paolo Montaldo)

Siamo verso la fine dell’anno e… come concluderlo degnamente? Il 28 dicembre abbiamo fatto il Roc del Boucher con la speranza di trovare un po’ di farinella, ma il vento dei giorni precedenti aveva fatto danni. Qualche bella curva dalla punta c’è stata ma da cercare nelle pieghe del terreno e tutto sommato speravamo in qualcosa di meglio: tre stellucce non di più!

Con questa premessa avevo deciso che il giorno seguente un meritato riposo ci stava tutto. Al tardo pomeriggio il gruppo di WhatsApp fa trillare il cellulare come una radiosveglia che suona sempre fino a quando non la spegni.

Allora domani chi c’è, cosa facciamo, dove andiamo? E fra e tante idee che circolano ci scrivo anche la mia: Monte Furgon. Ci sentiamo domattina.

L’avevo adocchiato il giorno prima e mi pareva buono. Il rischio lo danno 3 marcato ma dall’ultima nevicata è passato parecchio tempo, unica incognita: cosa avrà combinato il vento prima della Coppa? Il mattino del 29 alle 8, giusto per sapere cosa combinavano, chiamo Popino:
“Allora dove andate oggi?”
“Furgon e ci troviamo alle 9”
“Bene vengo anch’io”.
A dire la verità non ne avevo molta voglia, ma vista l’allegra compagnia e gli ottimi elementi convinco la mia pigrizia. Alle 9 ci troviamo a Thures, dove di questo periodo è meglio arrivare presto per parcheggiare: se arrivi mezz’ora più tardi non trovi posto. Siamo in sette, due dei quali con la split-board ma loro son giovani e forti… Lo sono davvero Lurens e Fabrizio, oltre a essere molto simpatici. Lasciamo le baite di Thures di buon passo e, con un lungo traverso ascensionale, tagliamo i pratoni dirigendoci verso la Costa Bouchars.

Soste tecniche (ph Paolo Montaldo)

Sotto il colle Chalvet a destra di Cima del Bosco ci sono due vallette molto marcate che partono da sotto le pareti del Furgon, meglio risalire la prima e quando la pendenza aumenta e finisce la pineta portarsi sulla dorsale tra le due. Così abbiamo fatto noi, tenendo come margine di sicurezza una decina di metri tra uno e l’altro.

La strettoia con il vetrato

Fatta la traccia sul tratto ripido e delicato non ci rimane che fare il traverso con attenzione e passare uno alla volta fino all’inizio della conca chiamata Coppa. Qui si apre un bellissimo anfiteatro che si percorre andando a sbattere quasi il naso contro le rocce verticali che lo sovrastano dove come d’incanto appare un canale nascosto che concede l’accesso alla punta. Concede? Altre volte son passato sulla neve compatta con picca e ramponi dove si restringe, ma questa volta vuol farci pagare pegno!
“Il vetrato, c’è il vetrato!” dico io “Di qui non si passa e poi per scendere dovremmo fare una doppia e chi ce l’ha l’attrezzatura?”. Questa è la parte più difficile e appagante della gita. Cardonatti e Negri sul loro “Ripido” lo danno: Canale SW 300m / max 40°- 45° / 4.2 / E2.

Sul Fondo La Coppa Al Sole E La Traccia Di Fianco Al Canale

Beh noi ci giochiamo il jolly: entra in funzione il caterpillar Fabrizio che in men che non si dica gira a sinistra e fa una traccia parallela al canale con neve profonda quasi fino al ginocchio molto farinosa tant’è che ogni tanto si sente la roccia sotto i ramponi. A un certo punto gli urlo:

“Ma perché vai dritto e sulla verticale, devi girare a sinistra per l’ometto di vetta” e lui:
“Sì, ma qui c’è un cartello con scritto Furgon!?”

C’è sempre da imparare. Io per la punta alla fine del canale ho sempre girato a sinistra e trovato l’ometto relativo, si vede che qualche buontempone ha messo un cartello dieci metri più in alto.

Due pensieri sulla discesa, ph Paolo Montaldo

Discesa. Visto che qualche cosa si toccava in salita io, per preservare le solette dei cari (in tutti i sensi) Movement ridiscendo con i ramponi fino alla strettoia; chi scende in sci se la cava comunque con qualche leggera grattatina ma senza grossi problemi. L’onore dell’integrale è salvo.

Scherzi a parte, tolti tutti i ramponi discesa da 4 stelle nella Coppa e da 5 sulla Costa Bouchars fino ad attraversare il rio, dove diventa più incassato per passare nei grandi pratoni sopra Ruilles. Tenendosi un po’ alti, sulla neve che da dura è diventata ben sciabile, senza faticare rientriamo felici all’auto sci ai piedi io e i miei sei splendidi amici Popino, Albi, Andrea, Mass, Lurens e Fabrizio.

In questa zona non esistono solo Terra Nera, Dormillouse, Giaissez ma ci sono tutt’intorno tante perle nascoste: bisogna solo cercarle.

di Orfeo Corradin

La giassa, ovvero quando l’acqua diventa ferma

Se salire sulle pareti dei Militi equivale al balletto in cristalleria, l’arrampicata sulle cascate di ghiaccio è la danza sui cocci di vetro. Che il ghiaccio sia un elemento effimero, lo sappiamo tutti.

Il direttore Umberto Bado controlla che tutti siano pronti; alle sue spalle la cascata Antares(II, 4) Pont- AO (ph A. Castellano)

Chi, con la spavalderia degna del falesista, vorrebbe lanciarsi su un grado di molto superiore al suo per provare il passaggio chiave del tiro?

Chi desidererebbe provare un volo su un chiodo a vite?

Le cascate di ghiaccio sono la quarta dimensione dell’arrampicata. Una lettura della montagna diversa, molto vicina a quell’ambiente rischioso che tanto piace a chi vuole andar per i monti, e non passando dalla via normale. Salire sulla granita, sul duro blocco di ghiaccio che sembra granito, salire su scaglie sottili di quest’acqua congelata con in mano due picconi evoluti e dei ramponi che sembrano rostri di navi romane è quello che il ventinovesimo corso di cascate di ghiaccio della Scuola di Alpinismo e Arrampicata Alberto Grosso ha proposto quest’anno: pochi gli allievi, dato l’ormai solito traffico sulle cascate domenicali. Pochi, si direbbe, ma buoni e volenterosi: alzarsi presto la mattina, acquistare il costoso materiale, tentare di spostare l’asticella del proprio limite non è da tutti.

Fabrizio Tinti, istruttore sezionale, nel passaggio chiave di Antares (II, 4) Pont – AO (ph. A. Castellano).

Il corso, diretto da Umberto Bado, guida alpina e istruttore della scuola, e Sergio Ghiraldo, istruttore regionale di Alpinismo, ha voluto preparare gli allievi ad affrontare le pareti ghiacciate di questo mondo fermato dal freddo.

“Picozzare con dolcezza”
“spingi sulle gambe”
“fermati e sghisa prima della bollita”

Queste sono solo alcune parole che abbiamo sentito in questo mese tra gli allievi: il loro entusiasmo è stato contagioso. Gli istruttori dal canto loro non si sono tirati indietro: grande passione nell’attività e attenzione a curare la didattica per consegnare agli allievi il loro, piccolo o grande che fosse, sapere su questo mondo tutto ancora da scoprire. Ora, toccherà agli allievi, magari già il prossimo anno, avventurarsi per i monti alla ricerca del freddo e dell’effimero.

Il sito della scuola è: http://caiugetalp.com/

Ski spirit, sciare oltre le piste

 

Sì, mi è piaciuto.

Condivido il suo modo di intendere lo scialpinismo e invidio i suoi grandi raid scialpinistici in giro per il mondo.

Giorgio Daidola nel 1977 succede a Gian Piero Motti nella direzione della Rivista della Montagna, fondata nel 1970,  primo direttore Piero Dematteis: da notare che su dieci redattori del primo numero ben cinque facevano parte del Gruppo Scialpinistico del Cai Uget. Per tanti anni Giorgio ha coordinato Dimensione sci, della purtroppo defunta Rivista della Montagna. 

Ski spirit si basa sui numerosi articoli scritti da Giorgio negli anni, per varie testate tra cui Alp, Montagnard, Telemarkmag e Skialper. Gli articoli sono stati adattati, aggiornati, talvolta riscritti: sono tralasciate tutte le parti tecniche, le descrizioni degli itinerari percorsi e dell’attrezzatura utilizzata, in sostanza ha puntato tutto sullo “spirit”. Il libro non è un “racconto d’ascensione” o una mera autobiografia,  no, Giorgio ha creato della letteratura scialpinistica, cosa rara in Italia se non unica.

In Ski spirit sono citati due libri,  che consiglio di leggere a tutti gli appassionati di scialpinismo che abbiano una certa dimestichezza con il francese, poiché purtroppo non sono mai stati tradotti in italiano Il primo è Ski de printemps di Jacques Dieterlen definito nel testo come “…un piccolo capolavoro di letteratura dello sci…è un inno al piacere di sciare al sole, alla vita di rifugio in alta montagna, a lasciare tracce delicate sulla neve argentea e granulosa.” . Il secondo è “Léon Zwingelstein: Le Cheminau de la montagne”: non è un romanzo, ma sono i diari di Zwingelstein, uno dei più grandi sciatori alpinisti di tutti tempi, raccolti da Dieterlen.

Giorgio Daidola, Ski Spirit, Alpine Studio Editore, 2016.

di Riccardo Valchierotti

Ma chi sono i nostri Fedelissimi 2017?

Nel corso della prossima Assemblea Generale il presidente consegnerà i tradizionali riconoscimenti ai soci che hanno raggiunto l’anzianità di associazione di 25 e 50 anni.

Quest’anno sono 17 i Soci che hanno maturato 50 anni di associazione:

Giuseppe Boaglio, Michele Bordone, Miranda Brignone, Marco Cottino, Enrico Dagna, Antonio De Felice, Franco Flecchia, Raffaele Granata, Paolo Guala, Domenico Marchiano, Renato Mattalia, Bruno Narducci, Silvano Orsello, Sandro Piva, Felice Robresti, Esther Scavino.

Altri 37 Soci hanno invece maturato 25 anni:

Elena Badini Confalonieri, Cinzia Banzato, Enrico Barbero, Paolo Bertone, Laura Bruno, Luigi Buson, Giulio Caligara, Carla Camagna, Aldo Franco Casetta, Elio Chiacchiero, Sergio Cocordano, Bianca Maria Compagnoni, Paola Cosentino, Vito Criscenti, Stefano Da Milano, Paolo Dardanelli, Giovanni Donadio, Natalia Ferrazza, Pasqualino Fiandaca, Davide Fichera, Corrado Giordano, Paola Grosso, Maria Antonietta Ladu, Andrea Levrio, Luca William Lucarelli, Luisa Magnani, Roberta Magnani, Paola Mentasti, Antonello Molino, Luigi Parini, Marina Pascalis, Stefano Pastorelli, Luciana Pazienza, Silvano Salot, Angela Valente, Fabrizio Vespa.

Aggiornamento sicurezza sulla neve

La scuola di scialpinismo ha invitato i capigita GSA ad una giornata di aggiornamento per la sicurezza sulla neve. Come tutte le lezioni pratiche della scuola, non sono mancate né la sana fatica, né il piacere della gita: la lezione si è tenuta in cima al Giassez, in Val Thures sotto un bel sole.

La preparazione del terreno (ph Marco Centin)

L’infiltrata della redazione ha arrancato dietro il passo deciso di istruttori e capigita, arrivando in tempo per la lezione in quota di Luca Berta, Istruttore Nazionale di Scialpinismo.

Luca Berta in un momento della lezione (ph Marco Centin)

Luca in primis ci ricorda che gli artva attuali, digitali, sono molto più semplici da utilizzare e consentono, per una persona minimamente preparata, l’individuazione del sepolto in meno di un minuto. Purtroppo, c’è chi ancora non è passato al modello digitale “perchè costa”. E’ vero, magari non tutti possono permetterselo, ma quando uno indossa abbigliamento tecnico e cambia sci un anno sì e un anno no, non venga a dire che l’artva digitale costa troppo. La vita propria e dei propri amici, vale di più dell’ultimo modello di sci.

Se in questi anni la ricerca artva ha fatto i suoi progressi, allora cerchiamo anche noi di fare i nostri: miglioriamo il sondaggio e la tecnica di scavo, che se fatti in modo confuso e non corretto rischiano di impiegare molto più tempo del necessario nel disseppellimento. Le sonde con sensore Artva sono un ottimo strumento, sia la scuola che il GSA ne hanno una in dotazione. Luca ha dato istruzioni chiare su come utilizzare una sonda, sempre con due mani, sempre con i guanti, sempre delicatamente. La prova pratica ha riguardato la tecnica di scavo, dettagliatamente descritta nel manuale scaricabile dal sito. Gli spalatori si dispongono a V sotto il punto in cui è stato individuato il sepolto, a due pale di distanza l’uno dall’altro. La neve deve essere spostata ma non sollevata, “pagaiando” all’interno della V. La pratica ha dimostrato quanto questo sia fondamentale in termini di tempo e poco noto.

A tutto ciò, si aggiunge un’ulteriore dotazione: il telefono satellitare, la cui copertura è garantita ovunque, avendo l’accortezza di accenderlo ad inizio gita per qualche minuto, onde evitare lunghi tempi di ricerca satelliti in caso di necessità. Sia il GSA che la scuola, ne hanno uno in dotazione.

Possiamo insistere finchè vogliamo con la parità dei sessi, ma in caso di soccorso, meglio lasciar spalare gli uomini, la prova pratica ha dimostrato anche questo!

Altre foto della giornata sono disponibili qui: https://www.flickr.com/photos/snowlover62/albums/72157673748920334

Gita al Santuario di Sant’Ignazio

Il Santuario di Sant’Ignazio, data la sua collocazione, non può passare inosservato a chi risale le Valli di Lanzo. Ha anche una firma illustre: Bernardino Vittone. La sua quota (931 m) è modesta ma partendo dal basso diventa una passeggiata interessante per la stagione delle giornate corte.

Il percorso descritto non presenta difficoltà, anche con un po’ di neve, e risulta adatto anche ai soci un po’ avanti con gli anni. Volendo si può arrivare in treno al punto di avvio. Il dislivello è modesto, inferiore ai 500 m, ma il percorso ad anello allunga piacevolmente il tragitto.

Santuario di Sant’Ignazio da Loyola, Pessinetto (foto S.Colagrande)

Partiamo dalla stazione ferroviaria di Germagnano (485 m) e, attraversando verso destra l’abitato, troviamo presto la strada per la frazione Margaula. Tagliando qualche tornante per campi e boschi raggiungiamo in breve la frazione, in bella posizione sopra il capoluogo. Si può raggiungerla in auto ma vi è poco spazio per parcheggiare.

Raggiunte le ultime case a sinistra, troviamo un sentiero che, alternando salitine e tratti piani panoramici, contorna le pendici del Monte Momello. Lontano in basso si scorge il Ponte del Diavolo di Lanzo. Ad un bivio ignoriamo il sentiero che sale verso la cima e proseguiamo nel bosco in un lungo saliscendi. Il paesaggio via via si apre verso l’imbocco della valle di Viù e verso Traves e, di tanto in tanto,  appare la nostra meta.

Panorama verso Traves (foto S.Colagrande)

Finalmente, con l’attraversamento del rio Funghera, riprendiamo per un tratto la salita seguita da un ulteriore spostamento in avanti. Siamo ormai tanto sotto al santuario che la costruzione è scomparsa alla vista. Ad un bivio ben  segnalato (759 m) attacchiamo una dura risalita a scalini che ci porta sui prati vicini al cancello di ingresso. C’è il cancello chiuso ma non la cancellata per cui entriamo tranquillamente senza incontrare anima viva. Chiaramente, data la stagione, è tutto chiuso ma noi sappiamo che dietro  la monumentale costruzione troveremo un ampio piazzale panoramicissimo con tanto di tabella per leggere il paesaggio. Il piazzale è contornato da roccette in pieno sole, posto ideale per il picnic. Per chi preferisce soluzioni meno spartane basta ridiscendere al cancello e scoprire che nel paesino sottostante si trova un grande bar trattoria. Il tempo di percorrenza, per chi cammina con andatura “non sportiva” è poco più di 2 ore.

La discesa sarà più diretta: arrivati all’asfalto costeggiamo le poche case tenendoci a destra e, dopo 150 – 200 m troviamo a destra le indicazioni del sentiero che scende verso Germagnano. Sentiero buono e spesso panoramico che in un’oretta ci porta ad un caratteristico colletto. Di qui seguiamo in leggera salita la lunga cresta del Monte Momello e, arrivati alla sommità ci fermiamo per goderci il vastissimo panorama della conca di Lanzo illuminata dal sole ormai basso. Seguendo il sentiero la discesa è rapida e chiudiamo l’anello incontrando il sentiero del mattino. Ormai Margaula è vicina e in breve raggiungiamo anche il capoluogo.

di Pier Felice Bertone

Ciao Bruno

Un altro grande amico ci ha lasciato, Bruno Coggiola. In questa foto ci sta salutando, ricordiamolo così  e   con le  parole di  Guido:

Bruno si rinfresca nella fontana, dopo la gita a lillaz

“Fra le foto che scorrono nella testata del sito del GSA ce n’è una in cui una lunga colonna di sci alpinisti in assetto invernale sale in fila ordinata preceduta da un capofila a braccia nude lasciate scoperte da un giubbotto smanicato. Impossibile non riconoscere immediatamente Bruno.

Io l’ho conosciuto una decina d’anni fa con l’inizio della mia frequentazione del GSA ma sono dieci anni pieni di ricordi tutti bellissimi con immagini di tantissimi momenti gioiosi che si sovrappongono.

2010 Raid GSA del Gran Paradiso, un indimenticabile pomeriggio al Pontese e mentre tutti si stava sdraiati sulle panche al sole lui a calpestare la neve a piedi nudi e poi il giorno successivo Lillaz a sguazzare, nel solito abbigliamento, nella fontana del paese per suggellare la conclusione di quel Giro meraviglioso.

E quella volta al Sommeiller con Aldo e altri amici. Alla sosta al Lago delle Monache sentiamo uno sbuffo e vediamo una sprizzata di the tutt’intorno accompagnati da una espressione fra il sorpreso e l’adirato: aveva messo il sale al posto dello zucchero! Non vi dico le ironie e i commenti quando nelle pause successive ciascuno di noi gli dava un sorso del suo the: quasi quasi era meglio bersi quello salato …

L’ultima gita con Emilio il 9 Luglio al Breithorn, poi un autunno tremendo fra notizie a volte brutte altre bruttissime fino alla vigilia di Natale.

Non sono andato a trovarlo gli ultimi giorni, non me la sono sentita. Preferisco ricordarlo con quelle sue braccia scoperte come un orso buono e con un cuore grande così sotto la pelliccia.

Ciao Bruno

di Guido Bolla

Cominciò con un “bau”

Molti amici del Cai Uget l’hanno conosciuta la nostra Dianetta, nelle uscite e le serate in sede, e molti ci sono stati vicini quando si è ammalata e poi se ne è andata.

Dianetta delle neve, foto di Silvio Tosetti.

Erano passati sette mesi da quel triste giorno (8 marzo 2016) quando finalmente io e Carla abbiamo deciso di prendere un altro bel “bau”, un degno erede di Diana che ci terrà compagnia nelle nostre escursioni in montagna.

Si chiama Zar, è un segugiotto di colore nero focato con le zampe marroni; lo abbiamo prelevato da un canile. Dicono di averlo trovato che si aggirava sperduto nelle campagne della Provincia Granda, senza medaglietta nè microchip!
Per Zar è cominciata una nuova vita, proprio come successe a Diana quando dal suo recinto, vedendoci andare via, lanciò un “Bau” che fece scoccare la scintilla e diede il via a più di dieci anni di vera e propria simbiosi cane-umano!

Avevamo appena acquistato due stanzette per le nostre vacanze nella località di montagna preferita ed avevo ancora un sogno, una immagine stampata nella mente: bastoncini nelle mani con le braccia aperte e gli sci ai piedi, il sole in fronte, il Grand Pic de Rochebrune che svetta dietro il colle e… un animaletto peloso scodinzolante che mi segue nella neve!

Veramente quando si fanno questi sogni si pensa ad un bel cane lupo se non proprio ad un San Bernardo, ma noi abitiamo in appartamento in città e abbiamo preso le misure della macchina e “Si, forse e’ meglio un cane piu piccolo. Pero’ deve essere “da caccia”, forte e resistente alle intemperie!”
Quella setterina bianca e nera faceva al caso nostro. Anche per lei mancava una data di nascita precisa: abbiamo scritto 14 febbraio 2004, San Valentino.

Dianetta, foto di Silvio Tosetti

“Ma andra’ bene sulla neve questo scricciolo di appena quindici chili?” Paolo, gestore del canile-rifugio di Trofarello e socio Uget, mi rassicurò e aveva ragione. Diana ha fatto di tutto pur di seguirci: dietro le racchette da neve, dietro le mountain bike, ai piedi delle rocce, legata in cordata sul ghiacciaio. Qualche volta abbiamo anche dovuto calarla con le corde dai salti dove ci aveva raggiunti.
Con le sue zampine aderiva alle rocce quasi come un camoscio e, per coronare il mio sogno originale, sul Grand Pic de Rochebrune (3320m, PD, II grado superiore) ci è salita davvero!

Amava l’acqua gelida dei ruscelli e dei laghetti di montagna, amava correre dietro le code dei miei sci abbaiando alla neve che sollevava; ci si rotolava ed a volte la mangiava pure la neve. Amava correre libera ma ci teneva sempre d’occhio, perche’ Lei amava soprattutto i suoi due padroncini, inseparabili !!

Una volta quando siamo tornati da una lunga via di roccia, Lei non c’era piu’ ad aspettarci. L’abbiamo cercata per due ore, prima verso l’alto sulle pietraie poi giu’ verso la macchina. Stava gia’ facendo scuro quando l’ho vista sul sentiero che mi correva incontro: mi sono seduto ad aspettarla piangendo di gioia! Poverina, non le avevamo lasciato abbastanza acqua ed era scesa a bere al fiume ( e magari ad elemosinare qualche boccone come faceva spesso ).
Per festeggiare, quella volta comprammo un grosso pollo arrosto allo spaccio del campeggio e lo dividemmo con le mani in tre parti uguali!

La nostra Dianetta era obbediente ed affettuosa, ma aveva il suo carattere e nel giardino che frequentava si era guadagnata il soprannome di “taca pui” (attacca brighe in piemontese). Voleva stare sempre con noi ed era gelosissima, specialmente delle cagnette. Una un giorno aveva osato salire sulla sua automobile ed appena scese si azzuffarono. Diana ebbe la peggio (diversi punti interni a labbro e gengiva) ma orgogliosamente non lo fece notare e fece tutta la gita sulla neve senza battere ciglio. Il giorno dopo il veterinario che l’aveva operata mi chiese di venire a prenderla, che non lasciava avvicinare nessuno alla gabbia dove era stata rinchiusa la notte per la sorveglianza medica post-intervento.

Aveva anche una resistenza fuori dal comune, tanto che arrivo’ a consumarsi i polpastrelli dopo 3 gite in 3 giorni consecutivi dietro le nostre biciclette. Qualcuno ci chiese se l’avessimo drogata.

Diana ha avuto anche degli amici “bau” molto bravi:
Lampo, bell’aski-lupo con un occhio azzurro ed uno maron, con cui giocava a fare le buche (nel giardino di Luca e Cristina). Elfo, eccezionale tre-zampe volpino dell’aspromonte super peloso e molto autonomo che Erika e Gianluca lasciavano sempre libero anche in inverno, tanto sapevano che lo avrebbero ritrovato vicino all’auto ad aspettarli. Elfo e’ stato un maestro di vita per Diana e quando c’era lui noi eravamo tranquilli.
Infine Laki, il labrador nero buono-buono di Dida, che l’ha ospitata per una settimana nel suo giardino, perché non potevamo portarla in aereo con noi. Al nostro ritorno, l’intraprendente Diana era già diventata la padrona di casa!

Beh ci sarebbero ancora tanti aneddoti, ogni tanto mi diverto a raccontarli a chi mi chiede di Diana.

Per lei, quando e’ mancata, sono tornato bambino poeta nello scriverle la dedica. E non solo io (vero Ivo? Vero Giovanna?).  Come dice un amico, ora Diana corre e “ruba panini” nel paradiso dei cani!

Eh si, caro Zar, credo proprio che ti sarebbe piaciuta la nostra Dianetta.

P.S. le gite di Zar e di Diana le potete trovare su Gulliver sotto l’account “Dianette”, alla francese: http://www.gulliver.it/glog/dianette/.

Ciao e grazie a tutti gli amici umani e non,

Silvio Tosetti, Carla Prete.

08 Marzo 2016
08 Marzo 2016

 

Dianetta

Dianetta era simpatica a tutti, i suoi padroncini Silvio e Carla la ricordano nell’articolo “Cominciò con un bau“, mentre l’amico Ivo la ricorda qui in versi.

A Dianetta

Adesso che sento il tuo tempo con noi più breve,
ancor più forte si fa la tua presenza,
i tuoi sguardi appena un po’ più languidi
carpiscono la nostra protezione.

Non si può dire … che ti diamo “più amore” …
dal primo attimo con noi ti abbiamo reso “umana”, non … “animale”
vivendo con te in simbiosi totale,
tanto che tu leggi persino le intenzioni, anticipi le azioni,
i movimenti, i mutamenti …

Il tuo essere più lenta rende noi più accorti nell’assecondarti
e tu … restituisci sguardi intensi, fiducia totale
abbandonandoti a noi come nessuna persona farebbe
per la diffidenza che il genere umano riserva ai suoi simili.

Tu non poni barriere, non sai mentire, non “togli” secondo convenienza …
Sei terapia anti-tristezza pillola di amore senza condizioni
e qualunque sia il tempo che ti è dato fermarti con noi,
quello non sarà il tempo reale calcolato in anni
ma l’infinito spazio d’amore che hai aperto nelle nostre anime.

La morte
E’ il tuo ultimo dono : dai tuoi occhi bagnati con le “nostre” lacrime
è svanita la T della morte ed è rimasto …
l’ A M O R … E

Addio, Dianetta
Marzo 2016
Ivo