Alpi Ribelli

alpiRibelliAlpi Ribelli, prima edizione giugno 2016, è l’ultima fatica letteraria di Enrico Camanni. Non ho il piacere personale di conoscerlo anche se, da anni, contribuisco sensibilmente al suo bien-etre, possedendo parecchio materiale di sua produzione. Difficile del resto, per un appassionato di montagna delle nostre latitudini, ignorare questo Torinese del ‘57 attivissimo, sia in montagna sia sulla carta, fin da giovane.

Dal 1977 è redattore alla Rivista della Montagna ma con la Fondazione del “suo” Alp, una innovazione rispetto alla più tradizionale Rivista della Montagna, nel 1985 diventa un riferimento nell’editoria alpinistica. Lo dirigerà per 13 anni per poi virare su riviste più culturali come L’Alpe. Non andrei avanti con la sua vastissima e dotta biografia spendendo invece due parole su “Alpi ribelli”.

Seppur non esente da pubblicazioni di carattere romanzesco (sempre in chiave montana, ça va sans dire, cito solo “La sciatrice e l’ultima Camel blu) questo “Alpi Ribelli” è da inserire nel filone “saggistica” proponendo una visione dell’ambiente delle alte terre come luogo di rifugio e di formazione/frequentazione di personaggi perennemente in lotta contro l’ordine imposto, spesso contro dittature, regimi anti-democratici o correnti “poco ambientaliste”.
Si apre con una dotta e panoramica inquadratura del fenomeno Alpino riferita all’ambiente da intendere in contrasto all’ambiente di pianura. L’essenza del libro è proprio, scrive Camanni, la contrapposizione storica tra le terre alte e basse. “Alpi e Libertà” è il filo conduttore del secondo capitolo in cui ci si cala con maggiore enfasi nel contesto locale, anche se qui, giustamente, si trascende da una visione nazionalista in quanto il fenomeno della ribellione Alpina nasce più spesso a causa di una diversa visuale da chi vive e governa legiferando in pianura che non tra gli abitanti di territori che hanno sempre in comune la difficoltà del vivere quotidiano e quindi sono uniti da tribolazioni assolutamente identiche.
Il primo ospite monografico (la stessa struttura verrà poi mantenuta nel successivo sviluppo del libro) lo incontriamo nel terzo capitolo dedicato alla figura del valsesiano Dolcino, noto come frà Dolcino; il nemico a cui opporsi è qui rappresentato dalla opprimente Chiesa di Roma che ne vorrebbe la testa. La fine di Dolcino unitamente alla sua amica Margherita e ad un altro capo dei ribelli viene descritta con una insolita attenzione ai più macabri dettagli…
Con una certa attenzione al registro cronologico veniamo poi resi edotti delle tribolazioni passate dai vari Giosuè Javanel a capo dei ribelli Valdesi, i fratelli Berthalon nei pressi di Briancon che si rifiutano di prestare servizio militare, il sindaco Gatineau di Cervières che scongiurando la costruzione di un super-mega impianto sciistico qui a noi vicino gioca a due passi da casa nostra (e siamo negli anni settanta, non nel medioevo!), il dotto Carlo Alberto Pinelli, Mountain Wilderness con la pletora di nomi famosissimi tra cui un esauriente excursus su Alex Langer, il talentuoso Comici, il socialista Tita Piaz, il senatore Attilio Tissi, la bolognese Giovanna Zangrandi e tantissimi altri nomi, alcuni noti, altri meno ma sempre accomunati da un innato anelito verso la libertà, contro le imposizioni ottuse di un regime, di un modo di pensare, di un movimento religioso, di una cultura da gregge e tutti accomunati dalla presenza incombente di una montagna come luogo di azione, di rifugio, di crescita, di vita.

L’associazione dei personaggi alla montagna evidenzia quasi sempre una approfondita conoscenza dei luoghi da parte dell’autore; siti non incontrati nella sterile realtà virtuale di Internet o sulle pagine di qualche rivista, almeno non solo, ma derivanti da una frequentazione in chiave alpinistica o sci-alpinistica quando non semplicemente escursionistica, degli ambienti oggetto della prosa.

La visuale di Camanni, emergente chiara ed inconfutabile da questo libro, è quella di una persona colta ed intelligente che ha vissuto e vive la montagna in chiave ludica, preoccupato per il suo futuro, profondamente a conoscenza dei processi storici che, inevitabilmente non si riducono all’ambiente alpino ma che spessissimo, di sicuro troppo, hanno segnato il destino di vite, di generazioni, di popoli, determinati in sedi e contesti totalmente avulsi dalle realtà oggettive dell’ambiente delle alte terre. L’analisi storica, sociologica che scaturisce dal libro è estremamente interessante e lo stile di scrittura è piacevolissimo e scorrevole.
Camanni non si limita ad elencare fatti e personaggi nel loro contesto narrandone le vicissitudini. Sul finale si prende il lusso di suggerire quasi in punta di piedi, mi verrebbe da dire in stile sabaudo, che il turismo dolce e l’agricoltura pulita, sweet and slow, sono l’unico futuro possibile per le Alpi e cita, a corollario della sua tesi, i casi della Valmaira e della Valpelline che ben conosciamo noi torinesi. Mi permetto di aggiungere che è significativa l’ampissima presenza di stranieri, come sempre più avanti di noi, nella frequentazioni di areali dove si “prenota l’emozione del silenzio” (per usare un’espressione dello stesso Camanni).

Un libro che non dovrebbe mancare nella biblioteca di chi va in montagna… con la testa.

Marco Centin

Monte Bianco, un ritorno

Vista dalla Vetta del Monte Bianco (Claudio Aceto)

Da molti anni mi frullava nella testa di tornare in cima al “Bianco”, ma dal versante Italiano, per me praticamente sconosciuto. Anche il fatto che non avessi mai visto il rifugio Gonella, ristrutturato da qualche anno da parte della nostra sezione Uget mi incuriosiva. L’occasione si presentava a luglio con l’amico Claudio. Per lui, che l’aveva già tentata tre volte, ahimè senza successo, era ormai una questione personale a tu per tu con la montagna. Le condizioni sul massiccio quest’anno erano particolarmente favorevoli, il meteo per il week end era stabile, quindi l’occasione era di quelle da non perdere. Sabato mattina si parte alla volta di Courmayeur e, poco dopo le 9:00, siamo alla sbarra de La Visaille. Un ultimo sguardo allo zaino e via, si parte!

Dopo un tratto noioso di strada si arriva allo Chalet du Miage per imboccare il lunghissimo vallone. Si monta sulla morena e, quando questa termina contro la parete sulla destra orografica del vallone, si abbandona per scendere nel centro dello stesso. Da questo punto, di fronte a noi si presenta tutto il bacino del Miage nella sua grandezza ed imponenza. Il rifugio è talmente lontano che non si può nemmeno indovinare la sua posizione, sulle balze in fondo a destra. Come dicevo all’inizio le condizioni sono particolarmente favorevoli, Claudio infatti mi dice che è la prima volta che percorre il vallone su veloci lingue di neve, invece che nella noiosa pietraia, che fortunatamente è stata ricoperta dalle perturbazioni di fine giugno.
In effetti la progressione su neve è rapida e tutto l’ambiente, ricoperto dalla bianca coltre, possiede un aspetto ancora più maestoso, semmai ce ne fosse bisogno. Solo verso la fine di questi cinque chilometri calziamo i ramponi perché si vedono i primi crepacci, li aggiriamo con semplicità per giungere sotto la bastionata rocciosa alla confluenza del bacino del Dome, che sostiene il rifugio. Sono passate quasi tre ore dalla partenza ed è ora di pranzo. Complice una cascatella ci fermiamo proprio all’inizio del tratto attrezzato che in circa un’ora ci porterà alla meta di oggi. Durante la mattinata abbiamo incontrato molte persone che salivano o scendevano; la provenienza spaziava dagli U.S.A. alla Spagna, segno del fatto che pur non essendo un posto particolarmente frequentato a causa della sua lunghezza, ci sono nel mondo una serie di estimatori che non si lasciano perdere l’occasione. Che fortuna avere questo parco giochi così vicino a casa!
In circa un’ora quindi raggiungiamo il Gonella. Dalla piazzola sospesa di fronte alla struttura l’elisoccorso compie un paio di avvicinamenti, ci informeranno in seguito che una cordata è caduta in mattinata sulla zona del Piton des Italiens a causa del forte vento e una ragazza si è rotta un piede. Ed eccoci finalmente al Gonella. Mi fa piacere scrivere che si tratta di un rifugio sistemato con un concetto davvero moderno e funzionale; il salone da pranzo è luminosissimo e, aprendo le vetrate esterne si accede direttamente sulla terrazza che guarda il fondovalle e la zona del Petit Mont Blanc. La giornata è splendida e ci si rilassa alternando il sole potente fuori ad un fresco piacevole dentro. E’ divertente fare due chiacchiere a volte in francese ed altre in inglese con chi è di fianco a noi a scrutare la montagna. Di fronte, dall’altra parte del vallone che percorreremo domani, si intuisce il tetto della capanna Sella. In linea d’aria dista solo qualche centinaio di metri, ma arrivarci è davvero un viaggio. Da lì in poi si apre il bellissimo itinerario dello sperone della Tournette che porta sempre in cima al tetto d’Europa.

Rifugio Gonella (ph Claudio Aceto)

Ore 18:30 è ora di cena. La qualità del cibo è buona e i ragazzi che gestiscono il rifugio sono gentili ed organizzati. Non indugiamo molto dopo la cena perché la sveglia è tra poche ore e quindi si va a nanna. Anche i letti sono confortevoli e le ore che ci separano dalla colazione si riposa davvero.

Il versante Ovest del Monte Bianco dal Rifugio Gonella (Foto di Claudio Aceto)

Ore 00:30 sveglia! Veloce colazione e poi tutti fuori a prepararsi per la partenza. Il terrazzo è troppo piccolo per tutti e quindi diventa abbastanza difficoltoso mettere i ramponi, legarsi e prepararsi per la partenza.
Poco prima dell’1:30 ci mettiamo in marcia e dopo un breve tratto a mezzacosta scendiamo di qualche metro per mettere piede sul ghiacciamo del Dome. Luci davanti, luci dietro, ci si incammina tutti verso l’alto. La temperatura non è troppo fredda, speriamo solo che il vento sia calato; molte cordate incontrate ieri sono infatti tornate a mani vuote a causa delle raffiche troppo forti sulla cresta di confine. Il ghiacciaio è ben coperto e i crepacci visibili da attraversare sono molto pochi. Velocemente si prende quota e ci troviamo ora di fronte ad un ‘impennata della pendenza alla nostra sinistra. Siamo sotto il colle des Aiguille Grises che rapidamente si raggiunge. Montiamo su di una crestina che intervalla roccette e neve, ed in breve arriviamo in cresta al Piton. E’ ancora completamente buio e lo spettacolo di lucine delle cordate che salgono dalla normale del Gouter è splendido. Sullo sfondo le luci dei paesi francesi ancora immersi nel sonno.
Qui la temperatura cambia di colpo. Il vento infatti è calato rispetto a ieri ma è comunque ancora intenso. Ci copriamo e proseguiamo sulla cresta che inizialmente è abbastanza stretta e va quindi salita con attenzione. Siamo nei pressi del Dome de Gouter quando albeggia e, ormai dietro di noi, si svela in tutta la sua eleganza la cresta dell’Aiguille de Bionassay. La temperatura scende ancora e le raffiche a volte sono davvero fastidiose. ci copriamo con tutto ciò che abbiamo. Arrivati alla Vallot ci fermiamo cinque minuti ma non entriamo nemmeno (la sua fama di sporcizia la precede), non ci resta che salire gli ultimi 450 metri di cresta delle Bosses e saremo in cima. Claudio davanti procede senza fermarsi e la cresta quest’anno è larga, non resta che mettere un piede davanti all’altro per prendere quota velocemente.

Il sorriso di Roberto Fullone verso la cresta (ph Claudio Aceto).

Ore 7:00, siamo in cima. Siamo davvero felici (credo che Claudio lo sia di più perché era la quarta volta che ci provava) ma le condizioni sono davvero difficili. La temperatura percepita è almeno di 20 gradi sotto zero, la mia borraccia appesa allo spallaccio dello zaino è un blocco di ghiaccio, tornerà ad essere acqua solo quando saremo tornati al Gonella. Non è piacevole stare in cima e dopo una decina di minuti si decide di scendere. Scendendo incontriamo molte cordate che erano con noi al Gonella, ci si saluta ed in poco tempo si ripassa dal Dome. La discesa verso l’Italia diventa più ripida e quindi necessita di maggiore attenzione. Solo un pezzo di 100 metri circa richiede di rallentare, il resto è tutto percorribile con un minimo di prudenza.
Scendendo incontriamo alcune cordate che sono “solo a 4000“ e intendono salire in cima al Bianco. Arrivano dal rifugio Durier e hanno appena compiuto la traversata dell’Aiguille de Bionassay, complimenti! La stanchezza inizia a farsi sentire e non vediamo l‘ora di arrivare al rifugio. Sono molte ore che siamo in cammino e abbiamo bevuto e mangiato pochissimo. Finalmente verso le 12:00 siamo al Gonella.
Ci prendiamo un’ora abbondante per risistemare lo zaino, mangiare, bere e sdraiarci su di una panca per riposare la schiena. E’ dura rimettersi in cammino! Si sta così bene qui. Ma non si può, domani si lavora e quindi via per sul sentiero attrezzato che ci depositerà sul ghiacciaio. Il resto del percorso è una lunghissima camminata quasi in piano, contornati da pareti imponenti fino all’arrivo alla morena che indica l’approssimarsi del fondo del vallone. Come sempre, la strada percorsa in salita sembra molto più lunga che all’andata e il parcheggio di La Visaille pare non arrivare mai.
Ore 17:20, siamo all’auto e abbiamo voglia di berci qualcosa, quindi al primo bar ci fermiamo per una birra ampiamente meritata.

Il Bianco dalla normale italiana è davvero un bel viaggio. Salire in cima contando solo sulle proprie gambe, senza utilizzo di funivie è una bella soddisfazione. La via non è tecnicamente difficile, solo molto impegnativa fisicamente per la sua lunghezza, il secondo giorno infatti si salgono 1800 metri, e se ne scendono 3100. L’ambiente è severo ed imponente; aver visitato questa parte del massiccio è stata una scoperta, ci tornerò sicuramente, Claudio mi ha già messo in agenda la Bionassay nel 2017.

Roberto Fullone

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Quelli di lassù, i villaggi più isolati delle alpi

Ezio Sesia è sempre stato incuriosito dalla vita in quei villaggi in quota, arroccati nel nulla, dove tutto sembra più difficile e probabilmente lo è. Negli ultimi vent’anni ha approfondito la storia di villaggi come Mollières, un paese francese a 1571 metri, che nella sua lunga storia ha visto la scomoda annessione all’Italia: con una semplice passeggiata di 40 chilometri e un buon dislivello gli abitanti potevano raggiungere il “loro” comune, a Valdieri!

Quelli di lassù, itinerari alpini
Quelli di lassù – Ezio Sesia

Ezio ha visitato questi villaggi, d’estate e d’inverno, e ce li presenta, con tanto di percorsi escursionistici e non solo nel volume “Quelli di lassù” edito da Mulatero. In 288 pagine di storia, itinerari e immagini ci dimostra che non esiste solo la croce di vetta, esiste anche la curiosità, il piacere di una passeggiata per raggiungere Obermutten, dove tutto è di legno, o per andare a scoprire il mistero di San Bernolfo.

Gli itinerari proposti sono decisamente originali, e coprono tutto l’arco alpino, dalle Marittime alle Giulie.  Non presentano particolari difficoltà (E, massimo EE) e dislivelli moderati, dai 500 ai 1000 metri. Oltre ai percorsi di escursionismo, il libro suggerisce anche anelli di fondo e percorsi di ciaspole e sci.

Simona Righetti ha introdotto la serata di presentazione testimoniando l’interesse della casa editrice Mulatero per questi territori isolati:  “In quest’epoca in cui si cerca di fuggire dalla ‘comfort zone’ raggiungendo le zone più isolate in montagna, in cui anche i territori più impervi vengono vissuti come un fantastico parco giochi, abbiamo ritenuto che fosse opportuno riscoprire la vita di quelle comunità che la parola comfort non sapevano nemmeno cosa volesse dire.”

Durante la serata, Ezio ci ha deliziati con aneddoti e diapositive, lasciandoci con tanta curiosità ed un nuovo volume in biblioteca.

Grazie Ezio!

 

 

 

Hanno prosciugato il lago!

Sotto il lago… (B: Soave)

Tranquilli, l’acqua è ritornata ma la scorsa primavera la notizia aveva acceso la nostra curiosità spingendoci ad organizzare una passeggiata sul fondo. Sappiamo infatti che l’evento è piuttosto raro, avviene ogni 10 anni circa per consentire la manutenzione delle parti sommerse della diga e delle opere connesse.

Un po’ di geografia

Il valico, situato nelle Alpi Cozie a 2083 m, unisce il Piemonte (Val Cenischia, Val Susa) alla Savoia (Valle dell’Arc). Il versante meridionale del colle è caratterizzato da vastissimi pascoli che si estendono per chilometri prima di scendere verso Novalesa. Il piccolo lago naturale posto al centro è ora trasformato in un enorme bacino artificiale.

Un po’ di storia

Il colle del Moncenisio è noto e frequentato da migliaia d’anni. Vi è passato Napoleone, Carlo Magno, Giulio Cesare e, qualcuno dice, Annibale; ha visto transitare mercanti, soldati, pellegrini e persino i saraceni. La casa Savoia lo ha controllato per otto secoli poi, nel 1860 alla cessione della Savoia alla Francia, è diventato confine di stato fra il neonato Regno d’Italia e la Francia. Con il trattato di pace del 1947 però il confine è stato spostato di molti chilometri verso Novalesa, lasciando ai francesi tutta la parte più alta ed ampia del territorio.

Poco dopo il 1920 uno sbarramento ha ampliato il laghetto per alimentare la nuova centrale idroelettrica  di Venaus.  Dopo il 1960 sono stati i francesi dell’EDF a realizzare un nuovo e colossale sbarramento che ha ampliato enormemente il lago (perimetro oltre 17 km) e che alimenta una centrale in Francia oltre alla precedente di Venaus: l’acqua viene divisa fra ENEL e EDF.

E’ così che, in una bella mattina primaverile, parcheggiamo sotto alla strada che porta al Piccolo Moncenisio e iniziamo la discesa verso il fondo del lago, spostandoci verso la grande diga.

Camminiamo in un paesaggio strano, su sabbia ondulata e via via scopriamo tante cose curiose. Strade asfaltate sommerse per decenni, con muretti e spallette ancora in buono stato, opere militari demolite con l’esplosivo ma ancora riconoscibili, ponti che scavalcano rii inesistenti. Imponenti ma di difficile comprensione le opere di convogliamento del torrente Roncia verso il primo invaso.

La diga (B: Soave)

Ed ecco la diga del 1921 che presto raggiungiamo: ne attraversiamo entrambi i tratti, che sono ancora in buono stato. Fin qui è stato frequente l’incontro con altri turisti, soprattutto francesi.

A questo punto rinunciamo a proseguire verso la grande diga. Il livello dell’acqua è ormai risalito, non riusciremmo a vedere i resti dell’ospizio. Iniziamo il ritorno sul versante opposto dove troviamo un terreno più faticoso, spessi strati di sabbia talvolta fangosa per la neve che più in alto sta sciogliendo. Notiamo qui la presenza di vaste estensioni di arbusti secchi: quasi certo trattarsi dei rododendri cresciuti prima dell’immissione dell’acqua, oltre 50 anni fa. Foglie e rametti piccoli sono spariti ma le parti più legnose hanno resistito.

Aggirando le infinite anse del versante raggiungiamo finalmente il torrente del Piccolo Moncenisio,  lo attraversiamo su di un vecchio ponte riemerso per l’occasione e risaliamo alla carrozzabile che ci riporta al parcheggio.

Insignificante il dislivello, stimati quasi 14 km.

Guarda la galleria foto di questo numero per vedere altre foto della gita.

L’anello di Montestrutto: un’idea per l’autunno

Dislivello 350 m.
Tempo complessivo ore 4,00.
Difficoltà E

Si percorre l’autostrada A5 e, all’uscita di Quincinetto, ci si immette sulla Strada Statale della Val d’Aosta in direzione sud tornando verso Ivrea di 4,5 km: in un’oretta di viaggio da Torino si raggiunge Montestrutto 262 m. Si parcheggia su uno slargo della statale o sul piazzale del Frantoio Comunale. La nostra escursione inizia dal centro del paese, si imbocca via Nomaglio e si segue il sentiero con segnaletica CAI n. 881, il “Sentiero del Castagno”. La nostra prima meta è Nomaglio 571 m. ed il nostro cammino inizia da subito su una splendida mulattiera lastricata.

Un tratto della mulattiera

Poche decine di metri di cammino e di dislivello e raggiungiamo una deviazione a sinistra che ci conduce alla chiesa ai piedi del Castello di Montestrutto. Breve ed imperdibile deviazione: attraversiamo un uliveto tra affioramenti di rocce montonate e ci affacciamo sul panorama che ci accompagnerà per tutta l’escursione, un’alternanza di boschi e squarci panoramici verso il grande anfiteatro morenico della Serra di Ivrea.
Siamo nel solco principale della Val d’Aosta creato dal ghiacciaio Balteo: in basso la Dora ed un fondovalle molto antropizzato alternato a vigneti ed a gibbosità rocciose su cui si intravedono campanili e ruderi di fortificazioni e di castelli.
Dopo aver percorso solo pochi metri di cammino ci rendiamo conto dell’eccezionale microclima di questa zona al confine tra Piemonte e Valle d’Aosta. Anche i più distratti percorrendo in auto il fondovalle avranno notato i bellissimi vigneti con i tralicci in legno a pergolato retti da colonne in pietra; qui anche l’olivo è di casa e ci spieghiamo il perché del Frantoio Comunale dove abbiamo parcheggiato l’auto.
Tornati sul sentiero 881 incontriamo poco dopo il bivio con il sentiero 852 per Torre Daniele e Cesnola che coincide con la Via Francigena e dal quale rientreremo al termine del nostro anello.
La nostra mulattiera prosegue oltre che tra i Castagni tra una grande varietà di piante amanti della luce e del sole, robinie, frassini, ciliegi selvatici, pungitopo, bagolari, querce, un insieme di essenze definibile “bosco mesofilo”. Da notare la buddleia le cui bacche a grappolo erano utilizzate per la tintura dei tessuti.
Lungo il percorso incontriamo dei Piloni Votivi che giustificano il nome anche attribuito al sentiero di “Sentiero dei Salmi “. Fino agli anni 60’ del Novecento qui si svolgeva il rito delle “Rogazioni”, processioni devozionali, grande evento per la comunità, che si svolgevano tra canti e litanie invocando la benedizione e protezione dei santi raffigurati. Così al Pilone della Lisetta si pregava Santa Marta (protettrice delle casalinghe e delle cuoche) e San Pietro (protettore di fabbri, mietitori e muratori); al Pilone della Pota si pregava San Bartolomeo (protegge dalle malattie della pelle), Sant’ Antonio da Padova (protettore di fornai e contadini nonché protettore da ogni tipo di contagio), Santa Caterina (protettrice delle lavandaie, delle sarte, delle ragazze da marito, ecc.); al Pilone del Mulino di Sotto oltre la Madonna del Rosario e San Pietro si pregava Santa Margherita (protettrice delle partorienti e degli agricoltori).
Arrivati a Nomaglio 571 m dopo neanche un’ora di cammino, svoltiamo a sinistra sempre sul sentiero 881. Prima una breve deviazione a destra tra le case del paese per vedere “il burnel”, un monolito di pietra pesante varie tonnellate, oggi usato come vasca per una fontana ma probabilmente lavorato ed utilizzato come sepoltura in epoca Longobarda. Per una sosta gastronomica è anche consigliabile la vicina ed onesta trattoria.
Su asfalto, lungo la via Maestra, costeggiamo l’area pic-nic e, superata la chiesa di San Grato (protettore dei campi contro le tempeste) con il suo piccolo cimitero, imbocchiamo via San Giovanni seguendo la segnaletica rosso-arancio. Poche centinaia di metri ed ecco in una splendida radura la chiesa di San Giovanni della metà del 600’. Qui, adiacente alla parete laterale, una scala in pietra ci immette su un sentiero che inizia alle spalle del piccolo edificio.
Adesso la nostra escursione cambia radicalmente aspetto: il sentiero si sviluppa con continui saliscendi tra boscaglia e rocce montonate, raggiunge un pilone Votivo dedicato a San Giuseppe (raffigurato con gli strumenti del falegname) ed a Santa Teresa d’Avila (invocata contro le malattie di cuore). Imperdibile il panorama e le piccole marmitte glaciali sulle ultime roccette prima che il sentiero si immetta nella vegetazione raggiungendo la soprastante strada asfaltata che attraversiamo proseguendo lungo le poche ma evidenti tracce nel prato a monte.
Poche decine di metri e ci immettiamo in un bel sentiero delimitato da muretti a secco che scende verso Settimo Vittone. A causa della scarsa frequentazione di questo tratto potremmo incontrare rovi ed erbacce che ci potrebbe costringere ad aggirarlo per un breve tratto. Dopo poco incontriamo nuovamente la strada asfaltata che seguiamo per poche centinaia di metri, raggiungiamo un gruppo di abitazioni rurali e subito dopo aver superato il cartello stradale con il nome della località Gen giriamo repentinamente a sinistra. Alla prima casa imbocchiamo a destra il poco visibile sentiero sempre segnalato 881 che dopo pochi metri si trasforma in un’altra bellissima mulattiera lastricata che senza più deviazioni ci conduce fino al fondovalle nei pressi di Settimo Vittone.
Al termine della discesa incrociamo la Via Francigena e ritroviamo le indicazioni per Montestrutto lungo il sentiero 852 che percorreremo per chiudere il nostro anello.

Quest’ultima parte del percorso è bellissima. Praticamente pianeggiante si sviluppa tra massi erratici costeggiando i pergolati dei vigneti.

Giorgio Gnocchi

Attorno al Monte Bianco: considerazioni guardando a terra

Una grandissima muraglia: pietra e neve. Guardala da una parte come dall’altra: tutta una sfida sportiva. E per chi ci vede solo un luogo inospitale per vivere? Non resta che guardare più in basso, o davanti e di fianco ai propri passi: quello che hanno fatto per alcuni secoli migliaia di persone che sono vissute nelle valli che contornano il Monte. Quello che facevano e speravano gli alpigiani sotterrati con le loro bestie dalla frana in Val Ferret circa quattrocento anni fa.
Val Veny: un gran divertimento per i geologi. Lì si infossa la placca europea sotto la placca africana. Se ne vedono i risultati di tanta tribolazione: rocce di diversa conformazione raggruppate dalla raspata gigantesca che screma ciò che è più morbido e stacca e ammucchia da milioni di anni. Tra le fessure della grattata ha trovato sfogo e il tempo di raffreddarsi un grande blocco di granito che ora chiamiamo Monte Bianco. E per la spinta delle placche si sono piegate la valle di Chamonix e la Val Ferret. Risultato che tutto attorno al Monte si trovano rocce di vario tipo, da quelle stratificate che coprivano la placca, a quelle calcaree che costituivano il fondo marino, prima che cominciasse lo scontro, a quelle nuove solidificate in profondità, nelle crepe dello scontro. Tutto ciò ha prodotto suoli ricchi di diversità chimiche e meccaniche e biodiversità.
Lago Combal: come altri laghi alpini si sta riempiendo e al momento manca poco a divenire una torbiera. Tutto attorno piante palustri o di ambiente umido: i piumini o pennacchi (eriofori di varie specie) con le morbide cime bianche, contornati da vari tipi di carice (sembrano fili di erba con la punta ingrossata) e a tratti dalle “margherite” della tussilaggine. Lungo i pendii i cespugli di ontano verde, che si rischia di scambiarli per degli strani noccioli, nascondono le parti basse tra le megaforbie (piante erbacee a foglie grandi) cavolacci e cicorie alpine (adenostyles e petasites, i primi, e cicerbita): a rallegrare ci pensano i loro fiori: rosa dei cavolacci e viola, a margherita, delle cicorie. Buoni ultimi, come fioritura, i salici cominciano a riempirsi di batuffoli bianchi vaporosi che spuntano da spighe a punte. Distingue i vari salici la forma delle foglie, il colore dei rametti e le dimensioni: quelli striscianti dei pascoli sono sfuggenti perché molto piccoli, ma se si guarda bene si nota lo stesso tipo di fioritura, in scala ridotta.
La Pyramid Calcaire: non dovrebbe centrare niente con una situazione di rocce continentali, invece è lì a dire che c’era un mare tranquillo, sul fondo del quale si depositavano i gusci dei molluschi compattando a costituire un fondo calcareo. Quando iniziò la spinta “africana” il fondo marino si frantumò e si ricompose man mano in un nuovo calcare a pezzi: la Pyramid, appunto, che in qualche modo galleggiò o venne espulsa dalla grattata, come il Monte. Dalla parte opposta, in Val Ferret, abbiamo trovato la corrispondenza nella Testa Bernarda (fino al colle Sapin). Un calcare frantumato, simile nell’aspetto, ma da non considerare uguale, è la “pietra di Gassino” usata per diversi monumenti Torinesi ( Superga, Palazzo Madama e altro). Quella che è la continuazione geografica della Val Veny, la Val Ferret, non lo è per la geologia: la fenditura di scontro tra le due placche continua nella valle Sapin, fino al colle, appunto. I bianchi ammassi di gesso visti tra La Visaille e il lago Combal, si ritrovano nella valle Sapin.
Tra le grasse erbe da pascolo, ormai pochissimo considerate per lo scopo, abbiamo incontrato numerosi tipi di raponzoli, blu, non ancora completamente fioriti e, dove l’erba era più bassa, i vaniglioni o nigritelle che profumavano i dintorni. Dove l’erba era più rada abbondavano le fioriture gialle: creste di gallo, doronico del calcare, qualche arnica e crepis aurea. Un colore a parte lo davano gli astri alpini, margherite blu, incontrate in particolare in Val Veny. In tutti i percorsi non è mai mancata la presenza dei gerani dei boschi, piccoli fiori viola con il centro bianco o, dove erano già sfioriti, il loro piccolo becco di cicogna.

Botrychium lunaria (fonte https://en.wikipedia.org/wiki/Botrychium_lunaria)

 

Una presenza discreta, simpatica nella sua altezzosità, poco diffusa è stata la felce-uva o botrychium lunaria, rinvenuta un paio di volte. Stramba, per la concezione di pianta o di felce che conosciamo, alta al massimo una ventina di centimetri, divisa in due rami, uno fogliare e uno “fruttifero”(spore). E’ il ramo con le spore che attira di più l’attenzione: puntato in alto con il “grappolo”diretto al cielo, più alto della foglia dà un aspetto altezzoso ad un esserino quasi insignificante.
I boschi di protezione non hanno un cartello identificativo. Chamonix deve la propria esistenza quasi completamente ad essi: versanti ripidi e freddi, se non fosse il bosco a frenare la neve, sarebbe una valanga continua. Che sia fredda Chamonix, lo testimonia il ghiacciaio di Bossons che, nonostante il ritiro verso l’alto generalizzato dei ghiacciai, continua ad essere incombente sulla cittadina. Abbiamo percorso il versante solatio, ciò nonostante, il bosco di larici e abeti rossi finiva a 1900 metri di quota. Di fronte, sul versante a mezzanotte, il bosco finiva ben più basso. E ad avvalorare la funzione del bosco come protezione efficace, abbiamo notato che poche sono le installazioni paravalanga: lungo il nostro percorso abbiamo incontrato “solo” alcuni muri di pietra a secco, di notevole massa, ad impedire alla valanga di “partire”. La cosa curiosa è che sul versante assolato ci siano gli abeti rossi: il loro versante preferito è a mezzanotte. Una spiegazione può essere che il versante sia stato boscato da tempo immemore e che a suo tempo sia stato colonizzato da larici e latifoglie (c’erano anche piccole presenze di sorbo degli uccellatori e montano, pioppo tremulo e betulla) che hanno fatto da parasole agli abeti germogliati. In seguito gli abeti maturi hanno ombreggiato larici e latifoglie e ne hanno provocato il recesso.

Arrivederci ad una prossima passeggiata guardando lontano… e anche per terra.

Beppe Gavazza

Nascondino Au Contraire

Dal webmagazine altitudini.it pubblichiamo “Nascondino au Contraire”, un articolo scritto per il concorso Vagabondi delle montagne da Marina Caruso. Da cinque anni il webmagazine  organizza un concorso per blogger di montagna. Blogger è chi si diverte a scrivere sul web, su un proprio sito o ospitato da altri, o, come molti fanno ultimamente, anche solo su una pagina Facebook.

Il concorso ogni anno si distingue per l’argomento scelto e per la forma. In questa edizione il tema i “Vagabondi delle montagne” chiedeva di esprimere, in un’unità multimediale composta da articolo e foto il proprio concetto di montagna come terreno di vagabondaggio, come ricerca della libertà più estrema intesa come quella di non avere una vera meta, liberi da mode e condizionamenti, capaci di liberarsi del superfluo. E i blogger “vagabondi”, provenienti praticamente da tutte le regioni italiane e alcuni anche da fuori Italia non si sono fatti attendere.

Tutte le unità in concorso sono consultabili sul sito altitudini.it
Buona lettura!

Tanto i posti dove nascondersi sul Monte Cinto (M. Caruso)

L’irruente voglia di giocare che non riesco mai a tenere a bada mi ha spinta a prendere la decisione di scalare in solitaria in due giornate Monte Cinto e Paglia Orba partendo all’alba di un qualunque giorno di metà agosto. Inesperta, per niente equipaggiata e poco informata. Ma mi trovavo in Corsica per pochi giorni e chissà quando ancora avrei potuto averne qualcuno tutto per me. Le regole erano chiare e semplici: partire da Huat Asco, arrivare ad un buon orario sul Monte Cinto, raggiungere il rifugio Tighjettu dove passare la notte e il giorno dopo affrontare il Paglia
Orba.

Alle 16 del primo giorno ero arrivata sulla vetta del Monte Cinto, in ritardo di parecchio sulla mia tabella di marcia. Mancavano ancora 8 ore per arrivare al rifugio. Avevo poca acqua, le gambe sentivano la fatica, non avevo incontrato più anima viva dalla tarda mattinata. Perdo il sentiero e
inizio a camminare a vuoto, senza punti di riferimento e inveendo contro la cartina approssimativa su cui avevo deciso di fare affidamento. Ero nei guai. E così è iniziato il gioco. Una specie di nascondino al contrario: la Montagna si divertiva a nascondermi mentre io volevo farmi trovare. La conta era finita e io dovevo uscire allo scoperto quanto prima. Se da una parte il gioco mi spaventava, dall’altra questo vagare senza meta contro il tempo mi metteva addosso un’adrenalina che poche altre volte nella vita ho avuto il piacere di provare. Era quello che volevo, no? Vagabondare, silenzi, solitudine. Forse era troppo. E poi non mi sembrava più fosse una mia scelta. Ormai era calata la notte. La Montagna mi offriva i suoi nascondigli in attesa delle prime luci del sole. Ho solamente un sacco a pelo con me. Mi nascondo. Gioco. Il mattino seguente costringo le mie
gambe a proseguire. Parlo a me stessa, canto per tenermi compagnia e farmi forza. Bevo da una pozza d’acqua torbida, non ho potuto resistere. La tana sarebbe dovuta essere il mio punto di partenza, ma a metà della parete nord-est del Paglia Orba, dopo tanto girovagare, decido di seguire
l’unica soluzione sensata che il mio cervello è ormai in grado di formulare: camminare dritta davanti a me in direzione di un paesino che scorgo a valle e che scoprii poi essere Calasima, frazione Albertacce. Le gambe vanno in automatico, gocce di sangue scendono dalle mie labbra spaccate dal sole e dalla sete. Le automobili, le case, un bar. Tre uomini mi corrono incontro.
Tana libera tutti.

Iceberg in Alta Val Sangone

Il nostro socio ed istruttore sezionale di sci escursionismo della scuola neve libre Alessandro Cauda ci comunica che in data 22 settembre 2016 ha ultimato di attrezzare una nuova via di arrampicata in alta Val Sangone precisamente sopra all’Aquila di Giaveno (TO). La via si trova ad una quota di circa 1.800m nei pressi del Pian d’le Lese (ex stazione di arrivo seggiovia).
Via Iceberg è il nome attribuito per un totale di 4 tiri di corda ed un grado massimo di 5a.

Trovate la relazione dettagliata su gulliver.it e presso la bacheca del Bar Ristorante dell’Aquila.

Inaugurazione Sentiero Anna Bordoni

Sabato 17 settembre è stato inaugurato il sentiero dedicato ad Anna Bordoni, instancabile organizzatrice di gite, trek e visite culturali. È il sentiero 204a che inizia poco dopo i Monti di Mezzenile – alla prima grande curva,
a fianco di un pilone votivo rosa – e porta, con una facile camminata nel bosco, alla Cialmetta, ai piedi dell’Uja di Calcante.
Eravamo in tanti (prima fra tutti Brusha!) a ricordare Anna con affetto in quella mattinata senza sole: ognuno con la propria nostalgia e con i propri ricordi belli. È stato piacevole percorrere a gruppetti di amici il “suo sentiero” e sostare tutti insieme alla Cialmetta.

La famiglia di Anna era presente al gran completo: figli, nipotini, sorella, altri nipoti e pronipoti. Una piccola schiera di bambini! La loro vivacità e i semplici giochi subito organizzati hanno colorato di serenità il nostro incontro, testimoniando a noi adulti che la vita, oggi come sempre, rinasce e continua.