Progetti di compleanno per il coro

Il Coro sta per arrivare ai suoi settant’anni e si sta preparando al meglio per offrire e regalarsi un 2017 denso di emozioni e sorprese. Festeggiare un anniversario è un po’ come cucinare una cena speciale per ospiti particolari: la cura e la precisione deve andare dalle ricette agli ingredienti, alla preparazione dei piatti fino al dolce e ai piccoli dettagli di allestimento delle tavole. Gli ingredienti li abbiamo già, sono gli stessi che ci hanno permesso di arrivare fino qui: passione e impegno conditi da un pizzico di goliardia e avvolti nelle foglie della memoria che cerchiamo ogni giorno di conservare e rinverdire. La nostra storia verrà raccontata in un percorso musicale, verbale ed emozionale che sta già prendendo corpo nella registrazione del nuovo CD, il cui titolo “L’aj sentu cantè” rende bene la naturalezza del canto popolare così come lo intendiamo in tutte le sue forme, ben esplorate nei settant’anni di armonizzazioni nate all’interno del Coro.

Il coro Cai Uget, foto di Alessandro Arato

I palchi delle numerose sale del Piemonte che ci vedranno in concerto nel 2017 saranno anticipati il prossimo 10 dicembre dal Coro della SAT da noi invitato al Conservatorio G. Verdi di Torino. Il prestigioso gruppo corale di Trento avrà il compito e l’onore di illustrare la storia del canto popolare e questo per noi sarà un fantastico anticipo rispetto all’anno della nostra celebrazione. I nostri canti di inizio e la presentazione del nostro CD daranno il via al concerto SAT, alla riscoperta della vostra e nostra tradizione. Sarete con noi?

di Pietro Bastianelli

La commissione gite alle Eolie

L’arcipelago delle Eolie, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco, prende il nome dall’antica leggenda che lo considerava la dimora di Eolo, il dio greco dei venti. Dal 28 maggio al 4 giugno 2016 la Commissione Gite ha replicato per la 3° volta il trekking alle Eolie, organizzato egregiamente da Gianni Lucarelli e Luciano Zanon, condotto con la solita maestria da quest’ultimo e da una validissima guida trentina, Genny, esperta geologa nonostante la sua giovane età (26 anni), carina, simpatica e chi più ne ha più ne metta.

Il cratere sommitale di Vulcano

Il gruppo, di 31 soci Cai Uget, era ben assortito e si è amalgamato col passare dei giorni. Già durante il viaggio in aliscafo (dopo aereo e pullman), passando dall’isola di Vulcano, abbiamo sentito un marcato odore di zolfo, tipico delle emissioni vulcaniche. E questo si è confermato il carattere dominante dell’arcipelago, grazie a ben 2 vulcani attivi, Vulcano appunto e Stromboli, nonché grazie alla conformazione vulcanica di tutte le isole, con numerosi crateri ora spenti. Infatti la 1° escursione è stata al Monte Pelato di Lipari, dove in epoca altomedioevale s’è avuta una grande eruzione che ha lasciato evidenti tracce: il sentiero percorso in salita è tutto su ossidiana, roccia vetrosa nera traslucida che è stata emessa dal vulcano e grazie alla quale l’isola s’è sviluppata fin dal Neolitico. E di origine vulcanica è anche la pietra pomice che veniva estratta fino a poco tempo fa dalle cave del M. Pelato, costituendo una delle poche industrie dell’arcipelago, poi esauritasi.

Fiamme e fumi sullo Stromboli

Eppure non è del tutto spenta l’attività vulcanica dell’isola di Lipari: nella parte occidentale, da noi esplorata verso la fine del trekking, abbiamo trovato delle fumarole. Da alcune fenditure del terreno escono esalazioni molto calde di vapore acqueo, zolfo e anidride carbonica. Inoltre, sempre in zona, alle Terme di S. Calogero, c’è una sorgente di acqua calda con temperature di oltre 35°, sfruttata già dagli antichi Romani. Invece a Vulcano c’è molto di più. Vulcano, che ha dato il suo nome a tutti i vulcani del mondo, è ancora in attività. L’ultima eruzione, risalente al 1888, ha modificato tutto il paesaggio e potrebbe ripetersi in qualunque momento. La salita al cratere è esteticamente molto bella: già originali le forme bizzarre degli spuntoni rocciosi della costa, poi salendo al di sopra del bosco si attraversa un’incredibile tavolozza di colori, dal giallo dello zolfo al verde del silicio al rosso del ferro, che risaltano sul blu intenso del mare. Scenario indimenticabile dell’enorme cratere, che abbiamo percorso interamente fino alla cima e poi giù, armati di mascherine, tra fumi, vento e calore che ci hanno fatto sentire il “respiro” del vulcano. Mi è piaciuto immensamente. “Iddu: il faro del Mediterraneo” si riferisce invece allo Stromboli, il più attivo dei vulcani delle Eolie e non solo. Ha 100.000 anni d’età e si eleva imponente dal fondo marino per 2400 m, di cui 924 sopra il livello del mare. Per andare in cima al “Pizzo”, sull’orlo dell’antico cratere Neostromboli, occorre farsi accompagnare da una guida alpina e munirsi di casco e pila frontale, per poter godere dell’incredibile scenario notturno offerto quotidianamente dal vulcano, particolarmente affascinante col buio, e scendere poi dalle ripidissime ceneri vulcaniche, in cui si affonda come fosse neve. Lo Stromboli ci ha dedicato uno spettacolo superaffascinante sulla “Sciara del fuoco”: dapprima esplosioni a base di grandi fumate, poi eruzioni violente e rumorose di fiammate e lapilli, riprese con entusiasmo crescente dai nostri instancabili fotografi! E poi giù, quasi alla cieca, per più di 900 m di ceneri. Bello, anche questo indimenticabile. Abbiamo continuato a seguirne l’attività da lontano anche nei giorni seguenti, al di sopra della superficie marina, dalle altre isole. Affascinante è stata anche Salina, l’isola più verde dell’arcipelago, formatasi dall’unione di 2 isole vulcaniche vicine, poi saldatesi grazie all’attività di numerose bocche vulcaniche. Memorabile l’escursione alla “Fossa dei Felci”, la “vetta” delle Eolie (962 m) raggiunta su un sentiero all’ombra di bellissimi alti eucalipti, con un repertorio notevole di flora endemica: ginestra del Tirreno (Genista tyrrena), citiso delle Eolie (Cytisus aelolicus), fiordaliso delle Eolie (Centaurea aeolica) dalla ricca tavolozza cromatica. La discesa attraverso un fitto bosco fiabesco, su sentiero ripido, sassoso, scalinato in modo sconnesso e a tratti disagevole, è stata rallegrata da un exploit di Sergio Colaferro, che si è esibito in una canzone abruzzese spassosa, facendoci poi cantare a turno una lunga filastrocca mentre scendevamo un’infinita scalinata. Ogni tanto si aprivano stupendi belvedere, da cui potevamo ammirare l’instancabile attività dello Stromboli, che si vedeva in lontananza sul mare azzurrissimo. Ci stava salutando…

di Bianca Compagnoni

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Pasubio, di qui non si passa

Non c’è niente di meglio quando la storia s’intreccia con un ambiente naturale superbo.
L’idea a Luciano arriva dalla famiglia: perché non fare una gita sociale sui sentieri della Grande Guerra? Detto, fatto: andiamo sul Pasubio, nelle prealpi vicentine, dove si è consumato uno degli episodi più tragicamente importanti dell’intera storia dell’umanità: la Grande Guerra.

Percorrendo la Strada delle 52 Gallerie

Partiamo in 35 da Torino e dopo aver viaggiato tutta la mattina arriviamo a Bocchetta Campiglia (1219 m.), partenza della nostra camminata. Percorriamo la “strada delle 52 gallerie”, un sentiero escursionistico che ci porta fino al Rifugio Generale Papa a Porte del Pasubio (1928 m.). La strada è un’opera ingegneristica che costeggia la montagna, in una zona totalmente rocciosa, lungo quello che un tempo era un camminamento di guerra realizzato dal nostro esercito per portare armi e rifornimenti verso la cima del Pasubio senza essere esposti al fuoco nemico. All’imbocco del sentiero troviamo dei pannelli esplicativi che raccontano la storia di questo territorio. In breve arriviamo alla prima galleria, realizzata dal marzo al dicembre 1917.

Arcobaleno sulla Strada degli Scarrubi

La lunghezza complessiva della strada è di circa 6.300 metri, di cui circa 2.300 in gallerie di larghezza minima 2 metri e 20 e pendenza media del 12%. Le gallerie furono scavate seguendo la naturale conformazione della montagna: alcune lunghe una decina di metri, altre oltre 300. Non servivano solo a salire in quota ma diventavano depositi di munizioni e punti di controllo e di attacco.
Mentre le percorriamo ci sembra di entrare sempre di più nel cuore della montagna. Usciti dall’ultima galleria ci troviamo di fronte al Rifugio Generale Achille Papa (1935 m.), la nostra meta per il pernottamento, giusto in tempo per evitare un bell’acquazzone. Renato, il gestore, ci sorprende con la cena in cui spiccano i bigoli al ragù d’anatra e la torta di nocciole: davvero un rifugio a cinque stelle! La mattina ci raggiunge Piero, della sezione Cai di Schio; sarà la nostra guida storica per visitare la “Zona Sacra”, un museo all’aria aperta di trincee, cunicoli, gallerie, ricoveri e opere commemorative.
Il primo monumento che incontriamo è l’Arco Romano, edificato però in epoca fascista, con il cimitero della Brigata Liguria, il reparto comandato dal Generale Achille Papa, il cui motto era “Di qui non si passa”, frase riportata in ferro battuto su di un artistico supporto metallico all’entrata a monito imperituro.
Osservati da alcuni camosci, proseguiamo verso la “Selletta del Comando” dove gli austriaci quasi riuscirono a sfondare la nostra “prima linea”. Seguendo una trincea arriviamo alla località “Sette Croci” che ricorda una faida del XV secolo tra pastori finita nel sangue. Ora il sentiero inizia a salire deciso verso il Dente Austriaco (2203 m.) dove era il fronte degli imperiali. Piero ci racconta della guerra di mine e contro mine, della galleria Ellison che partendo da qui e passando sotto la selletta tra i due Denti, arriva sotto quello italiano dove fu fatta brillare la carica di 50 tonnellate che lo sconvolse.
Purtroppo non è una bella giornata, ma il vento gelido apre ampie schiarite su un panorama bellissimo. Questo freddo pungente ci può solo fare immaginare le condizioni ostili che i soldati di entrambe le fazioni hanno sofferto per tutto il conflitto. La vita sul Pasubio superò ogni umana sopportazione: “il vivere fu ben più duro che morire”.
Percorriamo la selletta che lo separa di pochi metri dal Dente Italiano (2220 m.) salendo in silenzio e commozione.
Sul Palon, la massima elevazione del Pasubio (2236 m.) nei giorni più limpidi lo sguardo arriva fino alla laguna di Venezia: oggi non è uno di quei giorni, ma la nostra vista arriva comunque fino alle Pale di San Martino nelle Dolomiti.
Dopo la foto di gruppo rientriamo verso il rifugio, dove ci congediamo da Piero e iniziamo la nostra discesa verso l’appuntamento con il pullman, percorrendo la strada degli Eroi. La sua denominazione trae origine dalle targhe commemorative dedicate ai quindici decorati con Medaglia d’Oro al Valore, fissate sulla parete rocciosa lungo i due chilometri che collegano il Rifugio Papa alla Galleria d’Havet.

Foto di gruppo sul Monte Palon, Zona Sacra

E’ stata una gita bellissima in compagnia di tanti amici che hanno condiviso forti emozioni nel ricordo dei nostri nonni e di tutti quelli che hanno combattuto e sono morti per la nostra libertà e per il nostro futuro.

di Roberto Gagna

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Vent im Oetztal

La leggera discesa che percorre l’intera l’Engadina fino al confine austriaco è rasserenante e di buon auspicio – non è soltanto la via più breve. E tuttavia le persone che passeggiano beatamente sui bordi del lago di Sankt Moritz esprimono il preciso e non lieve segnale di un intero anno già trascorso per me. In un paese che ha il nome di Guarda stanno appesi nella via cartelli d’affitto: Zimmer mit Piano. Sarà proprio questo il significato, che in stanza si troverà anche un pianoforte accordato? Se sì, evviva. Durante la breve escursione inserita oggi durante il trasferimento verso il Tirolo mi accorgo di un fazzoletto che è caduto dalla tasca; rimango più di un attimo incerto sul da farsi, se tornare indietro o abbandonare sul sentiero forse l’unico residuo indebito in tutta l’Engadina: poi prevale lo scrupolo. Nel frattempo il gruppo di camminatori avvista due presenze che volteggiano sulla verticale: nibbi, falchi, poiane? Io non partecipo alla discussione ornitologica (anche perché non vedo nulla) ma nel ridiscendere i cinquanta metri per il mio recupero fingo il gioco che siano i temuti droni della Confederazione, incaricati del controllo ecologico.

Foto di Eugenio Masuelli

Dopo tanta vastità la valle ora si restringe; sta terminando l’Engadina: comincia, per me e per qualcun altro ora in ciò fortunato, l’aspetto nuovo del viaggio. Il passaggio del confine è soltanto emotivo – non scorgo nessuna interruzione, ma vedo la nuova bandiera senza croce. 2 2 Si svolta verso sud, con un certo intimo stupore che non ha nulla da spartire con le conoscenze geografiche, e lasciato il corso dell’Inn si risale la lunga valle laterale di Oetz. L’isolato borgo di Vent, la destinazione del viaggio, sarà la base per le future escursioni. L’albergatrice Katrin per l’occasione ha indossato un costume tirolese che molto le dona, pare indissociabile dalle sue linee snelle e fini. Il paese naturalmente si legge Fent, ma il gruppo italiano creerà per i sei prossimi giorni un’isola linguistica felice in cui quel nome rimarrà invece a ricordare il vento dei ghiacciai. 3 L’indomani comincia in salita anche prima di mettere gli scarponi. La stanza è la 002 e ne affido le chiavi a una compagna, perché le appoggi a nome mio alla reception dell’albergo. Nella mente la 002 è intanto diventata, per contaminazione con altri viaggi o per motivi che uno scavo nel mio profondo potrebbe rivelare, la 202 – la quale alla reception non è appesa. Faccio impazzire l’affidataria della chiave, coinvolgo anche Katrin, salgo con cuore inquieto sulla seggiovia per Stablein lasciando il problema insoluto: solo sopra i 2500 metri i numeri torneranno a posto nella mia testa e potrò chiedere scusa. Il mio pare uno strano mal di montagna, che funziona alla rovescia guarendo con la quota. Il rifugio Breslauer è un condensato di storia: costruito in terra austriaca da escursionisti prussiani alla fine dell’800, reca 3 il nome di una città che oggi è in Polonia e l’anno prossimo sarà capitale europea della cultura. All’interno è difficile spiegare alla ragazza che si vorrebbe un infuso e non un tè: alla fine arriverà soltanto l’acqua calda – d’altra parte uno dei motivi della scelta dei luoghi non era gustare intorno a sé un’altra lingua, prevalentemente incompresa? La sera visitiamo il piccolo cimitero, accessibile nel recinto attorno alla chiesa – non più di una ventina di tombe, curate di addobbi e di fiori. Le scritte indicano i pochi cognomi del paese, tra cui quello che intitola il nostro albergo. Helga e Otto – trentuno anni tra le due nascite, ventuno tra le due morti – stanno di nuovo insieme; sul lato della strada a far da guardiano c’è il postino Pirpamer che era guida alpina; riesco a tradurre l’epigrafe: “Le montagne sono state tutto, la mia culla, il mio mondo e la mia strada verso di Te”. L’ingenua retorica dei puri è l’unica valida. In albergo il via vai dinnanzi al libero erogatore di birra, vino, Apfelsaft e soda è ancora intenso: ed è con sollievo, auspicando quiete notturna nei corridoi, che osservo le sue lucine spegnersi alle dieci di sera precise. 4 Si sale oggi verso i ghiacciai più famosi, la cui vista gigantesca non deluderà nemmeno chi ne ha visti in vita sua più di chi scrive – nascosta dietro molti di questi c’è l’Italia. I sentieri sono tracciati in modo ineccepibile, a ogni bivio ci sono paline gialle che vengono fotografate come testimonianze delle fatiche e delle altitudini: accanto a una di queste – indica la via per il Gaisbergferner – è rimasta 4 abbandonata la borraccia nera. Dal momento in cui me ne accorgo (questa volta non sarebbero da ripercorrere soltanto cinquanta metri, e la fatica della salita è stata ben maggiore di quella della passeggiata in Engadina) chiedo a tutti i camminatori che incrocio in discesa di dare un’occhiata cammin facendo.

Spazi. Foto di Eugenio Masuelli

Troverò ovunque gentilezza in varie lingue: alla fine del pomeriggio un gruppo di ragazzi mi riconosce da lontano, arresta la corsa, mi chiama: gli dispiace, hanno guardato, non l’hanno ritrovata. Manterrò per tutta le settimana le speranze: qui prima o poi tutto si ritrova, come la vicenda del vicino Similaun insegna. 5 Il giovedì si sale al celebre rifugio Ramolhaus, il dominatore delle guglie. Nel briefing la gita è stata annunciata come molto faticosa, ma viene detto che esiste la possibilità di fermarsi in un pianoro panoramico prima della meta: mi pongo quello come traguardo. Dopo quattro ore di salita sto ancora cercando il pianoro, ma intanto vedo già incombere la punta sulla quale sta inerpicato il rifugio in una posizione straordinaria da castello di Nosferatu; arrivo così alla destinazione finale. La fatica non mi impedisce di verificare, prima ancora di andare in bagno, che il Ramolhaus (3006 metri di altitudine) è rifugio di Amburgo e della Bassa Elba: anche questo un sogno di montagna realizzato da tedeschi di grandi pianure, e la visuale che da qui si gode basta del tutto a spiegarlo.

Foto di Eugenio Masuelli

Al centro dei ghiacciai domina il Karles Spitze che – dal lato sud – si chiama soltanto Cima di Quaira, come spiega la meno emotiva cartina geografica. 5 All’interno del rifugio incontriamo un signore sottile di Francoforte che aspetta la zuppa di verdure. Sentendo la nostra lingua, interviene con cortesia: ama l’italiano, lo studia. Conosce, come accade a me con il tedesco, parole e frasi anche complesse e poi si ferma drammaticamente davanti a quelle più semplici e fondamentali: siamo in qualche modo simmetrici. Mi spiega che i ghiacciai solo in Austria si chiamano Ferner anziché Gletscher, dal tedesco Firn che significa neve: rimane il dubbio su questa sorta di confusione linguistica tra la neve e ghiaccio. Fuori, sulla terrazza panoramica, sono intanto in corso le foto di gruppo: io perdo la cerimonia a causa di quella conversazione ibrida scambiata nel profumo di zuppa – ma è forse giusto che si celebri solo chi già dall’inizio intendeva arrivare al termine della salita, e non un vincitore inconsapevole. La sera nella piccola hall dell’albergo si assiste alla consueta scena di persone di varie età installate sulle poltrone per chattare al telefonino e capitanate da una robusta ragazza austriaca dalle clamorose gambe nude, presenza fissa in quelle ore – il tutto nella stonatura garbata del solo lettore cartaceo, mio coetaneo, di un romanzo che non conoscevo, di un emulo (così dice il risvolto di copertina) di Joseph Roth: autore quindi consono ai luoghi. Succede però che un giovane compagno di viaggio venga improvvisamente abbandonato dalla batteria del suo I Phone, e lui passi con disinvoltura a un libretto di filosofia che prima faceva solo da sostegno al telefono: sarà pure una seconda scelta, la statistica dei presenti non si ribalta ma dal mio punto di vista migliora. 6 Di notte, nella stanza silenziosissima, mi accade un sogno in cui si ripete ossessivamente la frase interrogativa “Vox clamans in deserto, aut vox legens in extremo”? – come a voler discernere, forse, tra l’eccesso di chi profetizza troppo presto e di chi apprende invece troppo tardi. La voce tormentosa, un messaggio non di superficie, è stata certamente abilitata dalla stanchezza e dagli effetti della tachipirina – senza escludere la squisita mescola personale di birra, soda e succo di mele che, grazie all’erogatore delle libertà, aveva concluso la mia serata. 6 Oggi si annuncia una camminata più tranquilla. Il bus ci ha trasportato a oltre 2000 metri di quota, alla frazione più alta di Soelden, composta di alberghi modernissimi che d’estate sono disabitati. Si percorre per due ore il sentiero che prende il nome da un tal dr. Bachman, fino al laghetto nascosto in una conca. E’ lì che ci raggiunge la notizia della perdita, avvenuta due ore prima a Torino, di un’amica preziosa di molti di noi, che solo da poco tempo si era scoperta malata. Quella notizia e la vista del lago Peerlsee rimarranno a lungo unite nella mia memoria. 7 La sera del penultimo giorno il tempo peggiora e la temperatura si abbassa: un segnale forte ne è la robusta ragazza della hall che ora chatta indossando i pantaloni lunghi. Katrin ci presenta i suoi figli. I due gemelli dodicenni aiutano il minuto cameriere slovacco a servire in tavola, e stasera 7 indossano la versione maschile del costume contadino, con le bretelle incrociate dietro. La bimba invece è ancora piccola e viene tenuta in braccio da Katrin, che confessa come tutti nella famiglia la trattino come una piccola principessa: colei per cui tutto si fa, a cui nulla si nega. Quando chiedo alla bimba il suo nome lei si volta con uno scatto velocissimo da animaletto, nascondendo e schiacciando il viso contro il petto della mamma: un’improvvisa timidezza infantile, o l’impatto con il mio strano parlar tedesco? Quei figli, afferma Katrin, saranno la quinta generazione di albergatori: lei non ha dubbi, sembrerebbe, sulle loro future scelte. Si fanno gli ultimi acquisti nel mondano centro di Soelden, dove il fascino del non essere capiti svanisce poiché tutti parlano inglese: una nostra giovane signora ha acquistato un grembiule da cucina con scritte in gotico e bei fiori montani – rimane perplessa quando le viene raccontato da insinuanti voci maschili che l’uso è quello di non indossare null’altro sotto, mentre si gira la polenta. 8 Il bus lascia Vent. L’albergatrice in piedi sotto l’arco fiorito saluta a lungo con la mano: un’immagine da ricordare, da non sprecare con una fotografia. L’escursione finale è di quelle che promettono emozioni durature: si scavallerà il Timmelsjoch (il Passo del Rombo) per scendere in Italia con una discesa a piedi di mille metri. I dépliant descrivono il Timmelsjoch come “la porta segreta verso il Sud” – dove nel “nach Süden” c’è quanto un cuore 8 nordico sa esprimere di struggimento, di desiderio e di sogno, non esenti da invidia e diffidenza verso chi senza alcun merito ha in sorte di passare l’intera sua vita in quel mondo dei climi dolci e dei mari calmi. Il bus sale la strada ripida, che ogni tanto – come i cartelli avevano avvisato – è attraversata da mucche nere dalla coda bianca: i grandi occhi scrutano diffidenti soprattutto le motociclette e i centauri. Esattamente sullo spartiacque, sotto un’aquila di bronzo un’epigrafe recita: “Ciò che l’amicizia unisce la politica non può dividere”. Nella frase, da sottoscrivere in ogni valico e cresta e pianura di confine, non sfugge tuttavia l’implicito ruolo negativo della politica, almeno in questi luoghi: piacerebbe poter affermare che la buona politica sappia, a sua volta, anche riunire ciò che l’inimicizia ha diviso. La discesa a piedi dopo il Passo è aspra, e inizia nel freddo pungente sotto la pioggia: l’ordine, che risuona nella stretta gola montana, di usare i copri zaino regala un brivido di avventura come si dovessero inastare le baionette. E tuttavia, soltanto pochi minuti dopo il momento intimamente epico, lo scroscio dalle nubi basse e i rivoli scorrenti ovunque sul sentiero fanno nascere stimoli che polarizzano su un solo bisogno primario il camminatore non più giovane, inibendogli per un lunghissimo quarto d’ora ogni prospettiva più ampia e più alta di quella di un cespuglio possibilmente amichevole. Le mucche, forse già dell’altra nazionalità, fanno risuonare di campanacci le rupi mentre il pastore magrissimo corre su e giù senza parlare, preoccupato della nostra presenza: qualcuno insinua che lui non tenga con sé un cane in aiuto perché la compagnia gli sarebbe eccessiva. 9 Dopo alcune ore di discesa si è giunti in Val Passiria – è Italia, ma nessuno se ne accorge, né dalla lingua parlata né dalle bandiere esposte intorno a case pulitissime: vecchia storia di confini probabilmente ingiusti, frutto di guerre antiche e per certi versi ancora non terminate. La speranza di futuro viene offerta dalla denominazione del sentiero che stiamo percorrendo: E-5 è un “Itinerario Europeo”. 9 Il pasto viene consumato a Rabenstein seduti sull’asfalto e sotto gli ombrelli aperti a modo di tenda: per ulteriori conforti occorrerà essere trasportati più sotto, dove accanto al museo di Andreas Hofer mature signore dalle generose scollature – il solo aspetto in comune con Katrin è il costume tirolese, ma questa contaminazione un po’ mi dispiace – serviranno ai più fortunati di noi strudel e alti bicchieri di birra, magistralmente schiumati. A Merano – l’imperatrice più amata del mito asburgico soleva passeggiarci a lungo, e Kafka vi scriveva alcune delle lettere a Milena – la pioggia batte forte sul parabrezza dell’autobus rendendo tutto invisibile e confondendo le epoche. L’ultima scritta in tedesco compare sui pannelli luminosi dell’autostrada prima di Trento e avvisa di code a tratti: con la parola Stau l’esotico ci lascia definitivamente. Nell’attenzione emozionata di chi, per il mestiere di un tempo, sa quanto ogni faticosa complessità organizzativa sfugga al pubblico che beatamente ne fruisce, si assiste all’appuntamento al casello per la sostituzione degli autisti, obbligatoria a fronte dei tempi di guida (mentre si scendeva a 10 piedi dal Timmelsjoch l’autobus aveva compiuto il lungo giro dal Brennero – la porta verso il Sud che non è segreta). Il resto è soltanto un ritorno veloce tra saluti anticipati, con il pensiero rivolto – forse per esorcizzare la fine dell’evasione – ai bagagli che saranno da scaricare sotto l’acqua torinese. A me, nel ritirare la valigia, viene improvvisamente alla luce il numero 202: il giorno del mio compleanno. Di tutto ciò io so che scriverò; come pure so che, anche nell’ultima delle stesure, alcune delle sensazioni più forti rimarranno inespresse: c’è sempre qualcosa che teme di rimanere immutabile su una qualche forma di carta – nemmeno se scrivessi soltanto per me stesso.

Dedico queste piccole visioni di cammino al ricordo di A. B.

Eugenio Masuelli

Gli antipodi sulla montagna?

Con l’intento di suscitare riflessioni e discussioni nei nostri lettori traiamo dalla lettura di Montagne mute, discepoli silenziosi a cura del gruppo “filosofia & montagna” (Ed. Il Poligrafo, 2013) due passaggi. Il primo (G. Pasqualotto, Montagne d’oriente. Il tema della montagna nelle culture orientali, ivi pagg 41 ss): “… il cammino attorno alla montagna si costituisce dunque come percorso di formazione, che non contempla necessariamente l’idea e la pratica della scalata né, tantomeno, quella di ottenere una vittoria sulla montagna, magari anche sancita piantando sulla vetta un segno. Queste due operazioni verrebbero considerate “negative” o, comunque, non propizie, se non altro per due motivi: innanzitutto perché spingerebbero l’individuo fuori di sé, schiavo del desiderio di raggiungere e “possedere” la vetta; in secondo luogo, centrando l’attenzione sull’impresa personale, esse farebbero dimenticare all’individuo che la montagna è sempre e comunque un segno concreto, tangibile e visibile del fatto che un singolo uomo è soltanto una parte – nemmeno centrale – dell’universo che lo circonda. Non solo. L’approccio tradizionale alla montagna in ambito indiano – e orientale in genere – non esige che esso avvenga come una sfida “a tu per tu” con la montagna – sfida che comporta un’inammissibile prospettiva antropocentrica in cui la montagna viene considerata un avversario da vincere o una donna da conquistare – ma comporta che si svolga secondo due principali modalità: o in forma eremitica, vivendo sulla montagna in totale solitudine; o andando alla montagna in pellegrinaggio con una compagnia più o meno numerosa e organizzata. È molto importante ricordare che, in entrambe queste modalità, non è previsto né gradito parlare dell’impresa – sia prima, nella forma del progetto, sia dopo, in quella del resoconto – cosa che, come è noto, è invece ritenuta parte integrante anzi spesso addirittura indispensabile nella quasi totalità degli approcci occidentali alla montagna. Questa differenza di atteggiamento risulta del tutto logica, considerando le premesse culturali di fondo che determinano l’approccio orientale alla montagna: essendo essa considerata sacra, nei suoi confronti si possono pronunciare solo parole di preghiera, oppure si deve rispettare un profondo silenzio…”. Il secondo (G. Gurisatti, Fantasmagorie postmoderne del limite. Montagna e alpinismo tra pratica ascetica, performance sportiva ed evento mediatico, ivi pagg. 105 e ss): “… Senza nulla voler togliere all’abilità, al coraggio e all’audacia di free climbers e simili, non si sfugge all’impressione che in queste performances iconiche ultrareali la montagna come creatura naturale imploda nella pura dimensione dello spettacolo, perda cioè ogni residua aura di autonomia e sacralità, diventando supporto scenografico e location paravirtuale di imprese che assomigliano più a un videogame che a un’attività sportiva. Con una sapiente orchestrazione dei messaggi, anche (gli) … aspetti mistico- meditativi dell’alpinismo rientrano nella scenografia, mero optional folcloristico di contorno, gadget tra gadget. Proprio di ciò si nutrono i mass media e gli sponsors, sicché l’alpinismo estremo postmoderno sembra ormai solo un “valoresegno” (Baudrillard) nell’ipermercato dell’avventura adrenalinica…”. A quale orizzonte volge il nostro sguardo, quali suoni cerchiamo all’ascolto, che significati assume a sé il nostro animo? Accettiamo trasformazioni apparentemente superficiali, manifestazioni del frenetico, tempo inconsapevole? Nel profondo, anche se non manifesto, io credo che l’antico e perenne camminare debba sempre essere preghiera e silenzio.