Grand Galibier, il labile confine tra scialpinismo e sci ripido

Il Grand Galibier è una montagna francese delle Alpi Cozie che quota 3228 metri. Si trova al confine tra i dipartimenti delle Alte Alpi e della Savoia tra i comuni di Valloire e di le Monêtier-les-Bains. A poca distanza dalla vera e propria punta parte, lato Valloire, un ripido canale che è meta ambita di tanti sciatori amanti dei pendii inclinati.

Grand Galibiè, il canale visto dalla Tete Noire (Ph C. Giovando)

Anche io ne avevo subìto il fascino e vi avevo pure visto alcuni francesi “sbucarne” fuori con evidente soddisfazione per la bella salita in un ambiente severo. Ciò che rende praticabile una pendenza sostenuta è più la qualità della neve che la sua ripidità. La discesa è un 4.3-E2 ovvero un po’ più difficile di un OS il che significa… abbordabile, facendo un po’ di attenzione!
L’itinerario più veloce per noi italiani è quello di percorrere la traccia per la frequentata Tete Noire svoltando nella parte alta a destra per infilarsi, con ramponi e picca, in uno stretto e ripido canale che adduce ad una piccola spianata a venti minuti dal Grand Galibier. Questa salita la percorremmo in gita sociale del GSA il 13 aprile 2014 e tutti i 32 partecipanti salirono, senza problemi, l’apparentemente ostico canalino (come testimonia la relazione della gita).
Domenica 10 Aprile 2016 siamo di nuovo qua in veste “privata”! I volti dei “runner” amici di Orfeo lasciano presagire un’andatura non troppo “meditativa”.
La meteo oggi è fantastica e le previsioni sembrano ottime. Anche la temperatura è perfetta. Assenza totale di vento. Insomma, tutto sulla carta sembra assicurare il successo!

Grand Galibier, canale di salita (ph. C. Giovando)

In undici ci avventureremo nel ripido budello mentre i restanti sette opteranno per la meno adrenalinica ma pur sempre bellissima “normale” verso Pont de l’Alpe il che è esattamente il percorso seguito nella sociale nel 2014. Sappiamo che ha nevicato venerdì notte, una spanna, anche se al sole di tale neve non c’è traccia.
Quando, uscendo dal primo canale, giungo al piccolo pianoro ad oltre 3100, i super-runner stanno già facendo ritorno, a piedi, dalla sommità del Gran Galibier. Per non perdere tempo tolgo subito le pelli e, salutati gli amici che torneranno verso Pont de l’Alpe, percorro i pochi metri che mi dividono dall’imbocco della “canala”.

Grand Galibier, ingresso nel canale.(Ph C. Giovando)

La conosco già ma valuto, come tutti, la consistenza della neve e la tenuta della stessa. Due francesi stanno per uscirne dopo averlo salito picca e ramponi: si stupiscono di trovare così tanta gente ad accoglierli (in realtà stiamo aspettando che si tolgano perché non vorremmo scaricare loro addosso della neve provocandone la caduta). Sono giovani e forti e, in breve, escono e possiamo scambiare due parole con loro sullo stato del manto nevoso.
Confermano le nostre impressioni, cioè la presenza di una spanna di neve fresca su uno strato duro. Tutti siamo già pronti per cui, dopo qualche secondo, respirone e giù nel budello. L’imbocco è ripido ma tranquillamente sciabile. Si salta, come sempre nel ripido, ma la presenza dello strato di neve superficiale mi frena agevolmente, limitando parecchio la paura che un po’ prende quando ci si imbarca in avventure sciistiche simili.
Dopo i primi 20-30 metri la pendenza aumenta parecchio e, al contempo, la presenza di due fasce rocciose laterali, restringe il canale a pochi metri di larghezza. I famosi 50 gradi devono essere qua e mi auguro che non ci siano altri tratti simili.

Mi sposto sul lato sinistro e procedo con un cauto “dérapage” per alcuni metri usando la mano a monte come appoggio.

Per rendere più adrenalinico il passaggio cominciano a sibilarmi proiettili di neve gelata provenienti dall’alto. I compari sono partiti e non possono certo fermare le colate di neve e tutto quello che si stacca…
“Sarà meglio muoversi e togliersi dalla linea di tiro!” penso ma il pendio è ancora tostino… i 50 gradi continuano ma appena terminati, mi sposto a sinistra per togliermi dai casini e trovo anche neve bella. Bene, qui è proprio divertente, scendo abbastanza veloce, incontrando piccole aree ghiacciate che obbligano ad una maggiore presa di lamine. Comunque sono sempre veloce a cambiare assetto e tenere gli sci paralleli ma distanti tra di loro. Mi godo il percorso, fuori dai blocchi di neve gelata che, con grande fortuna, mi passano a pochi metri ma non mi colpiscono mai.
Raggiungo così una piccola area assolata, forse l’unica del canale, e mi volto a guardare le evoluzioni di chi mi segue. È veramente raro vedere una simile truppa impegnata in un canale ma oggi va così! I miei compagni di avventura tirano giù di tutto.
Orfeo, poco più alto di me, si è stancato di prendersi in testa le continue scariche di chi sta sopra e lancia epiteti irripetibili. In questi casi il casco è d’obbligo proprio per attutire la caduta di tutto ciò che piove incessantemente dall’alto. Qualcuno mi ha fatto osservare che chi scende per primo trova la neve migliore…
Probabilmente è vero: il canale è intonso e c’è più possibilità di essere frenati dallo strato di polvere superficiale che si accumula a valle però oltre a prendersi le scariche di tutti, aprire la discesa implica sempre un po’ di incoscienza/coraggio perché le condizioni “reali” del canale sono ignote!
Scendo ancora un po’, ormai sono a metà canale (che misura sui 600 metri di dislivello) portandomi tutto a destra. Di tanto in tanto discrete colate di polvere transitano silenziose e imponenti nel centro del canale. Passarci dentro con gli sci vorrebbe dire essere trascinati via perché la massa di neve, pesante si approprierebbe della spatola dello sci e, sbilanciando il povero skieur, ne causerebbe la caduta.
Noto una figura sola salire lentamente, fortunatamente fuori dalla linea di massima pendenza. La raggiungo, sia per portarmi al sicuro che per curiosità: è una bella ragazza sola! Il padre è rimasto alla base del canale ed ora la sta osservando crogiolato al sole qualche centinaio di metri più in basso. La fanciulla si stupisce parecchio quando la informo che siamo quasi una dozzina impegnati in discesa. Dalla sua posizione non poteva vedere la parte alta del canale. È perplessa quando le comunico simili numeri e resta indecisa sul da farsi. Tipa tosta, di Villeneuve, la lascio alle sue elucubrazioni e proseguo la discesa, ormai facile e sicura.
Orfeo mi raggiunge e giochiamo per un po’ a scaricarci pendii nevosi uno addosso all’altro, ormai mancano pochi metri al sole ed all’uscita. Ci teniamo sulla sinistra dove il terreno sembra meno cosparso dalle tante piccole gobbe residui di vecchie valanghe. Dall’uscita del canale entriamo nel regno della moquette: la neve è compatta, uniforme, omogenea, nessuna pietra e lo strato superficiale è fuso, giusto quello che serve per lasciare le tracce… ci dilunghiamo in una serie di serpentine, in pieno sole, liberi e soddisfatti.
Stop ed attesa dei compagni che sono ancora parecchio su! Tutti comunque scendono e sembrerebbe andare tutto bene se non che… Renato perde uno sci in una banale caduta. Lo vediamo andare avanti e indietro a piedi cercando di vedere lo sci, siamo piuttosto lontani e comunicare a voce non è facile. Passano i minuti e cominciano a nascere angoscianti interrogativi: se lo sci non si trova che fare? Risalire il canale e scendere al punto di partenza o continuare la discesa fino a Valloire e da lì prendere un taxi?
Anche la ragazza francese intanto ha cominciato la discesa; evidentemente salire su un canale triturato ed ormai completamente privo di neve fresca non le interessava. Avvicinandosi a Renato li udiamo confusamente scambiarsi delle battute e poco dopo la ragazza trova lo sci e lo porge al nostro! Renato si mette lo sci e ci raggiunge in pochi secondi….
Scendiamo ancora “tenendo la sinistra” su una neve da sballo. Il livello di chi mi accompagna è eccelso: non si fa in tempo a tirare un attimo il fiato che tutti sono lì…

Arrivati a pochi metri da Plan Lachat, sopra Valloire, ripelliamo e ci apprestiamo a risalire i 750 metri di dislivello che ci porteranno in punta alla Tete Noire. Se fino all’uscita del canale il sole non aveva mai rappresentato un problema adesso lo diventa: nel cielo tersissimo, senza una nuvoletta, ci cospargiamo di “protezione cinquanta”. Maniche corte, via in salita, cercando di stare dietro a chi sembra avere preso la gita per una race all’ultimo sangue…
Siamo fortunati perché è presente una traccia. Peccato che si interrompa poche decine di metri sotto “l’uscita” al colletto che dista pochi metri dalla Tete Noire.
L’ultimo tratto decidiamo di farlo a piedi, sci in mano. Senza neanche i ramponi saliamo veloci nella traccia di Chiara e, in poco tempo, sbuchiamo finalmente sul lato di Serre Chevallier. Domanda ovvia: “Che facciamo? Andiamo in punta?” Hai fatto trenta… E via sulla punta, di nuovo ski-aux-pieds! Dove, per essere onesti, tira un leggero venticello che però a 2842 metri fa sentire i suoi effetti. In pochi minuti siamo tutti in vetta, pronti per iniziare l’ultima discesa che, nonostante siano le 13,40 ci regala ancora una neve di ottima qualità.
La copertura nevosa non è continua fino alle auto ma, sfruttando al meglio le residue lingue di neve, riusciamo a toglierci gli sci a non più di cinque minuti dalle auto…
Gitone! Ne valeva la pena! Dislivello fatto da me, che non ho raggiunto la prima vetta, 1950 metri che passano i 2000 per coloro che sono saliti sul Grand Galibier.

Ringraziamenti e complimenti a: Orfeo, Roberto, MassMass il dutur, Guido, Fabrizio, Chiara, Renato, Ernesto, Andrea, Enrico.
E bravissimi anche quelli che hanno optato per la discesa soft: Sergio, Giacomo, Mike52, Battista, Annalisa, Cristina, Loorenz e… last il nostro quadrupede alpinista Russel un quasi veterano dello skialp.

Marco Centin

Sul più alto vulcano dell’Asia

Nell’estate 2014, dal 3 al 17 agosto, ho partecipato ad un viaggio in Iran organizzato da “Avventure nel mondo” con il supporto  dell’organizzazione del Sig. Ader shir Soltani.

Il puntino rosso rappresenta la posizione del vulcano Damavand, in Iran.

Il programma comprendeva la salita al Damavand, la visita della Persia classica con i suoi gioielli storici (Shiraz, Persepoli, Pasargade con la tomba di Dario) e il proseguimento per il nord a Esfhan, attraversando la catena montuosa dei Zagros in un ambiente naturale dei deserti Dasht-e Kavir, Dasht-e Lot.

Avvicinandosi al Damavand

La salita del Monte Damavand (5671 m) è molto ambita e attrae praticanti di trekking e alpinismo da tutto il mondo. Il versante sud in estate si presenta senza neve o al limite se ne notano poche chiazze, che non ostacolano la salita. Montagna di origine vulcanica dalla forma regolare di un cono, si presenta sempre con un cappello di nuvole formate dalle emissioni di vapori. E’ situata a nord dell’Iran nella catena montuosa dell’Elburz (o Albroz) a meno di cento chilometri dalla capitale Teheran. In quest’area montuosa ci sono più della metà delle oltre duecento cime superiori ai 4000 metri degli Elburz. Il Damavand è la più alta montagna dell’Asia centrale e il più alto vulcano del continente asiatico. Affascinante per gli alpinisti che collezionano le cime vulcaniche dei sette continenti: le seven summits dei vulcani.

Damavand, Le prime luci dell’alba proiettano l’ombra del vulcano sulla pianura.

La salita inizia il 5 agosto dal campo due, in località Polur a 3050 m. Siamo undici escursionisti, con tre guide. La prima tappa si percorre in meno di cinque ore coprendo un dislivello di 1200 metri per giungere al rifugio a 4250 metri.

Il nuovo Rifugio all’ultimo campo, a 4250 metri

Il giorno successivo viene dedicato all’acclimatamento e il terzo giorno, all’alba, prima che sorga il sole, ci apprestiamo all’attacco della sommità del Damavand. In sei ore di cammino su sentiero evidente, su pendio di costante pendenza, si raggiunge la meta.

Damavand, alla base del cono sommitale, poco prima della cima. Il colore del terreno è dovuto a materiale solforoso.

Dalla vetta del vulcano, accanto alla bocca che erutta gas solforosi, si gode il magnifico scenario del parco nazionale del Mazdaran. Vallate strette e profonde evidenti nonostante gli oltre due mila metri di differenza.
Si rientra a Teheran con una tappa rilassante e rigenerante ai bagni di Al Garm. Le acque tiepide e ricche di minerali provengono dalle viscere del vulcano.
Rientriamo a casa dopo quindici giorni di viaggio nel paese di una popolazione accogliente ed ospitale. Anche il cibo e l’artigianato ci hanno fatto vivere un’esperienza indimenticabile.

Carmelo Mimmo Zuccarello

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Agostino è volato via

Agostino è volato via, ci ha lasciato alla sua maniera, con un coup de teatre…alla Ago appunto.
La notizia ha colto tutti di sorpresa e ci ha lasciato sgomenti, tristi, spaesati.
Per tutti noi Ago è stato un simpatico compagno di avventure, perché lo spirito di avventura è sempre stato parte essenziale della sua vita, sia d’inverno che d’estate, sia con gli sci che a piedi oppure in bicicletta.
Ago era uno spirito libero, un folletto dei boschi, a volte un po’ birichino che con la sua simpatia distribuiva allegria a tutti.
Quando in questo periodo mi capita di pensare ad Ago, non posso fare a meno di commuovermi ma, allo stesso tempo, mi accorgo che pensando a lui sorrido, e credo che questo sia l’insegnamento più bello che ci ha lasciato. Riuscire a sdrammatizzare le difficoltà con un sorriso oppure una battuta.
Quindi non mi stupitevi se d’ora in poi, andando in montagna, fermandovi per una sosta oppure per una foto, vi accorgete di aver perso qualcosa; c’è sicuramente nei dintorni un folletto birichino che vi ha combinato uno scherzo…
Ciao Ago, pedala e scia libero e felice!

Sergio Cocordano


AGO genio “dësbela” del Gruppo Fondo

Mentre leggo commosso la frase che i tuoi familiari ti hanno dedicato affiorano alla mente ricordi, momenti bellissimi fatti di sorrisi, di lunghe chiacchierate e non solo di montagna.
Insieme ad Emilio, caro Ago, sei stato il mio Maestro di sci-escursionismo quando tentavo, senza mai riuscirci, di seguirti con gli sci, ma tu eri sempre avanti e intravedevo solo la tua bandana gialla e le tracce dei tuoi sci.
Intelligente e ironico, per noi eri il “dësbela” del Gruppo Fondo, ma nei momenti seri sapevi essere giudizioso e prudente come nella difficile prova del trapianto, affrontata con coraggio e che ha rinforzato ancora di più l’amicizia nell’incontrarti, in quel periodo, quasi quotidianamente. Hai spiccato l’ultimo volo in un attimo, come “un passerotto” in una calda giornata di sole come ne hai vissute tante, libero fra le adorate montagne.
Noi adesso siamo un po’ più soli ma il tuo sorriso sarà ancora un compagno di viaggio nel nostro cammino.

Ivo Pollastri


Questi sono solo alcuni dei messaggi arrivati in redazione per il nostro Ago, il gruppo di sci di Fondo e escursionismo ha dedicato una pagina ricca di pensieri, foto e video dedicati alla memoria di Ago: qui.

Nuovi ingressi sugli scaffali della biblioteca

ratonBiblioteca

La nostra sezione nel dicembre 2015 ha ricevuto in eredità dalla Prof. Maria Fernanda Demarchi, deceduta il 30 marzo del 2014, la biblioteca del genitore, rag. Carlo Demarchi, con l’impegno di conservarla nella sua interezza a memoria del padre e di metterla a diposizione dei soci.

Il legato è costituito da oltre quattrocento libri di montagna (alcuni di notevole valore storico e documentario) e da carte geografiche, raccolte dal Rag. Carlo durante la sua vita di escursionista. Valoroso ufficiale combattente nella prima guerra mondiale – assegnato alla Brigata Modena con il compito di istruttore delle truppe alpine – si iscrisse fin da giovane alla sezione CAI di Torino e vi rimase socio fino alla morte.

La biblioteca comprende i Bollettini trimestrali e le Riviste Mensili del CAI dalla sua costituzione fino agli anni ’50, la raccolta delle riviste “Scandere” e “Sci Club Torino”, la serie delle Guide di Montagna del CAI e CAI-TCI ed un corposo numero di libri (alcuni introvabili) scritti da grandi alpinisti (Guido Rey, Walter Bonatti, ecc.) che spaziano da inizio ‘900 fino agli anni ’60 del secolo scorso.

Per ulteriori informazioni puoi contattare la biblioteca o presentarti negli orari di apertura della stessa, il giovedì dalle 21.00 alle 22.30.

Giuseppe Zucco

Cuore di ghiaccio

Nel rugby c’è chi il pianoforte lo suona e chi lo trasporta

Così afferma un detto francese. La scienza non differisce di molto: se Bartolomeo Vigna, illustre speleologo e stimato professore del Politecnico, afferma di voler svolgere uno studio sul ghiacciaio dell’abisso Scarason, ad un campo esplorativo sul massiccio del Marguareis, puoi avere la ragionevole certezza che tu non sarai quello davanti allo spettrometro di massa – o a qualsiasi diavolo di strumento usino – che osserva meditabondo i risultati delle analisi sui campioni, sorseggiando un caffè.
È invece assai più probabile che tu sia quello che si sciropperà un paio di punte per andarli a prendere, quei campioni.
L’idea di fondo è studiare la formazione del ghiacciaio, che alcuni ritengono molto antico, andando a rintracciare nei campioni il segno inequivocabile dell’era moderna: gli elementi sparsi nell’atmosfera da quarant’anni di esperimenti nucleari. Cercare pezzettini di Mururoa all’interno delle Alpi liguri, dunque. Semplice, no?
Non rimarrà che percorrere la conca delle Carsene, all’estremo lembo meridionale del Piemonte, in un’assolata giornata di agosto, riflettendo sull’assurdità della condizione umana, in generale, e di quella speleologica, in particolare.
In questo giorno, in questo peculiare angolo di mondo, su questa balconata calcarea sospesa a strapiombo sull’alta Val Pesio, può sembrare che le possibilità di osservare dell’acqua in forma solida si riducano al portarsela dietro in appositi contenitori o all’uso di peyote.
Come, peraltro, anche le possibilità di osservarla in forma liquida.
L’abisso in cui entriamo per procurarci i cubetti, destinati – ahimè – a provette e non a bicchieri, è stato esplorato negli anni ’60 da speleologi nizzardi.
L’armo è alla De Coubertin, tipicamente francese, spiccatamente sportivo. Per fortuna abbiamo portato i fix e il trapano per metterli. Per la precisione ho portato due trapani, lasciando gli altri senza. Mi varrà una candidatura alla Volpe d’argento, annuale premio del Gsp all’azione più stupida.
Dopo aver steso corde per un centinaio di metri, ci caliamo finalmente nel pozzo da 40 metri che scende dritto sul ghiacciaio.

Quaranta metri di pozzo (ph B. Vigna)

Solo che, dopo quaranta metri, il pozzo non è finito: il ghiacciaio ha perso almeno una decina di metri. Giusto quelli che avanzano dalla corda, più lunga, che avevamo preparato nel sacco.

Dopo essere tutti atterrati, gironzolando ammiriamo lo spettacolo che ci circonda: piramidi di ghiaccio, arcate trasparenti che sostengono macigni di svariate tonnellate, forme sinuose e forme affilate che si lasciano attraversare dalla luce; dietro, un liscio calcare grigio fumo venato di bianco. Meraviglioso.
Troviamo la volta sotto cui Michel Siffre, speleonauta, ha dimorato dal 16 luglio al 22 agosto del 1962 in uno dei suoi esperimenti di isolamento “fuori dal tempo”.
Dopo un the e un boccone, il freddo comincia a mordere. Lo dico a Pibbo (al secolo Stefano Bocchio). Lui commette l’errore di dirlo a voce alta. Mi viene messo in mano un chiodo da ghiaccio, mentre a Pibbo viene dato il sacco coi contenitori e le istruzioni per raccoglierli.
“Così vi scaldate”
“E voi che fate?”
“Le foto”

La piramide di ghiaccio (ph B. Vigna)

Cominciamo a fare i carotaggi, alla base di un arco di ghiaccio che regge, con meno di un metro di spessore, una concessionaria di utilitarie in pietra.
“Non possiamo farli là?”
“Eh, ma qui si vedono bene gli strati, mi interessano in particolare quelli meno trasparenti.”
“Se quell’arco cede diventiamo trasparenti noi”
“Perché dovrebbe cedere proprio adesso?”
“La legge di Murphy: se qualcosa può andar male lo farà.”
“Ma figurati, prima iniziate, prima finite.”

Evidentemente la scienza ha bisogno di martiri.

Carotaggio, sguardo al ghiaccio, carotaggio, sguardo al ghiaccio, carotaggio, sguardo al ghiaccio. Un paio di ore dopo abbiamo guadagnato quindici campioni e perso altrettanti anni di vita.
Anche perché, nella grande sala, ogni tanto una pietra rotola, mossa dai nostri compagni o semplicemente dalla gravità, e Pibbo e io ci guardiamo, con gli occhi enormi. Finito.
Torniamo immediatamente al campo di Siffre, sotto la rassicurante volta di roccia in posto.
Gli altri si stanno preparando a risalire, ci accolgono con un: “Disarmate voi, vero?”
Il resto è corda e roccia, e un sacco pieno di ghiaccio che presto si scioglierà.

Federico Gregoretti

Relazioni Armoniche: Passa Parola

Quando Piero Jahier all’età di 32 anni si arruolò volontario nel corpo degli Alpini era il 1916. A casa lasciava la moglie, un bimbo di cinque anni ed una promettente carriera letteraria costruita in anni di studio e dedizione. Il padre, suicida nel 1897, aveva determinato lo spostamento della famiglia a Firenze, città di origine materna, dove Piero completati gli studi liceali si iscrisse alla locale facoltà di Teologia Valdese.
Conosceva Torino e la Val di Susa per averle frequentate negli anni giovanili, quindi gli Alpini rappresentavano la logica scelta per dare il proprio contributo alla causa della guerra italica.
“Altri morirà per la Storia d’Italia volentieri e forse qualcuno per risolvere in qualche modo la vita. Ma io per far compagnia a questo popolo digiuno / che non sa perché va a morire”
Durante gli anni del fronte curò la redazione del giornale di trincea, L’Astico, con lo pseudonimo di Barba Piero, nomignolo che utilizzò anche per la raccolta Canti dei Soldati.
L’esperienza della guerra di trincea trovò la sua consacrazione nella prosa “Con me e con gli alpini”, una sorta di diario del fronte dove si racconta l’assurdità di quel conflitto, che avrebbe cambiato per sempre il significato della parola “guerra”.
Nel testo trova posto anche una marcia funebre, non completamente edita, che ha ispirato il testo di Passa Parola, in lingua veneta:

Passa Parola che la monta ancora, Passa parola che sale ancora
ma per mi, tosi, non la monta pu. ma per me, ragazzi, non sale più.
Mai so sta bon de catarte sola, Mai son stato capace di “prenderti” sola,
addio Mariola, me toca morir. addio Mariola, mi tocca morir.

Sergio Liberovici ricama una melodia struggente intorno al lamento di chi non potrà più ritornare a casa e con il rammarico di non aver dichiarato il proprio amore.
Gino Mazzari poi armonizzò quel canto ampliando il senso di perdita ma anche di determinata abnegazione degli Alpini, che pur in punto di morte si premurano di avvisare i commilitoni che “la monta ancora”, che non è finita e bisogna andare avanti.
Nel canto, il “piano” della prima parte si apre sull’inciso “…mai so sta bon de catarte sola…”, quasi che con le ultime energie si volesse far arrivare l’estremo segno d’amore a colei che sola può capirlo.
La seconda strofa ha un “bocca chiusa” struggente, che come quartetto d’archi avvolge
l’ascoltatore nel respiro lento e sempre più flebile che anticipa il trapasso.
Negli anni questo brano è diventato il simbolo del nostro Coro, a significare la dedizione e l’attaccamento che, con le debite differenze, i coristi hanno per la loro compagine.
Negli anni il ricordo di chi ha cantato tra le nostre file si è sovrapposto all’immagine degli Alpini che lottavano per la libertà, rendendo ogni esibizione sia pubblica sia privata un momento di emozione per il cuore di ciascun corista e di chi ascolta.
Passa Parola è anche il titolo scelto per la collana di spartiti del Coro pubblicati negli anni, a significare la necessità che il lavoro di salvaguardia della tradizione popolare non si esaurisca ma sopravviva di bocca in bocca, a memoria delle generazioni future.

Pietro Bastianelli
Bibliografia:
Piero Jahier,Con me e con gli alpini, Roma: Edizioni de “La Voce”, 1920.
Piero Jahier,Canti di soldati, Milano: Mursia Editore

Scrivere di grotte

È in stampa un libro edito dal Cai Uget e dall’Associazione Gruppi Speleologici Piemontesi (AGSP) e scritto da Giuliano Villa, socio Uget dall’inizio degli anni ’70. Medico, speleologo, antropologo, bibliofilo, bibliotecario, paleontologo, fotografo, musicista e un’altra dozzina di cose ancora, Giuliano Villa era un uomo eclettico e meticoloso. Questo lavoro, l’ultimo, impegnò le sue doti di ricercatore tra biblioteche e archivi per una decina di anni, all’inseguimento dei dotti personaggi che in qualche modo si erano occupati del fenomeno carsico piemontese nel corso dei secoli. Lavoro certosino sulle tracce di uomini che di grotte scrivono per sentito dire o che ripetono quanto letto in precedenza, come nel caso del leggendario “cuniculus” nel quale dovrebbe scomparire il Po, inesistente ma rievocato per più di quindici secoli da Plinio in poi. Il risultato è un libro che parla di grotte ma non di speleologia, affollato di valdesi, santi ed eruditi e che passeggia tra le leggende e i racconti che le grotte piemontesi nel corso di duemila anni hanno saputo evocare. Giuliano Villa scriveva così del suo lavoro:

Questa storia, che ripercorre le tappe della letteratura speleologica in Piemonte, vuole invece trattare l’argomento da un punto di vista della storia delle frequentazioni e delle esplorazioni delle varie grotte, dando più spazio alle curiosità, alle leggende, spesso cercando di confrontare il modo di “vedere” le grotte da parte di osservatori differenti. Soprattutto nei secoli XVII e XVIII le grotte citate sono sempre le stesse: Rio Martino, Pugnetto, Bossea, la Balma Ghiacciata, ecc., grotte che già da tempo eccitavano la fantasia dei locali. Una sorta di percorso sulle testimonianze scritte da esploratori, storici, scienziati o di semplici ardimentosi visitatori che hanno lasciato scritti, a volte curiosi, a volte più interessanti sulle grotte piemontesi, fino ai primi lavori di tipo scientifico e, nonostante le ovvie ripetizioni, non dovrebbero scoraggiarci nella lettura.

Rio Martino, 1906

Il lavoro è impostato quindi come un commento alle singole opere con abbondanti citazioni dai testi originali. In particolare si è curato di mantenere rigorosamente l’originalità degli scritti anche se, per quelli più antichi, la lettura è spesso poco fluida. Seguendo il percorso cronologico, partiremo dalle prime timide esplorazioni del mondo sotterraneo ad opera di pochi e colti ardimentosi. Vedremo che nello scorrere dei secoli si sono spesso modificati i toponimi, con difficoltà a volte a riconoscere e ad identificare certi luoghi e certe grotte. Risalendo più indietro nel tempo le notizie scritte sono sempre più incerte fino a sfumare nelle credenze dei locali e nelle leggende, cioè le tradizioni orali che gli autori antichi puntualmente riportano, spesso con particolari discordanti e fantasiosi. Quali sono le basi su cui costruire le conoscenze partendo da questi testi? In alcuni casi, confrontando gli scritti tra di loro, spesso redatti in tempi e da autori diversi, è possibile risalire alla storia della grotta. In altri casi ci devono soccorrere le ricerche sul campo, magari ricercando ancor oggi qualche traccia residua di tradizioni orali tramandate nelle nostre montagne per secoli, oltre che, importantissima, la rivisitazione di grotte ormai purtroppo dimenticate da noi speleologi perché già esplorate da tempo. È una ricerca affascinante questa perché il mondo sotterraneo, vero scrigno naturale, ha sempre attratto l’uomo e le storie e le leggende tramandate si sono conservate a volte di più che non quelle degli ambienti alla luce del sole, purtroppo spesso completamente stravolti dalla civiltà e dal progresso.