Scialpinismo sull’Etna

Sciare su un vulcano è un’idea che affascina molti, ma l’Etna non è un vulcano qualunque. I siciliani lo chiamano “a Muntagna”: con i suoi 3.350 metri, calcolati nel 2010, è il vulcano attivo più alto d’Europa e si trova su un’isola che ha molto da offrire. Risalire i pendii mentre “a Muntagna” sbuffa, resistere al vento per guardare il mare, disegnare curve sul “firn etneo”: questi sono solo alcuni motivi per regalarsi un weekend lungo, tipicamente a febbraio. Per noi torinesi poi, il collegamento aereo con Catania è diretto, quindi perché non andare? Leggi tutto “Scialpinismo sull’Etna”

Andar per Langa  

Cinquant’anni fa nessun “caino” che si rispetti sarebbe mai andato a fare escursioni nelle Langhe. C’era la montagna e basta, la gita aveva per meta una cima o un colle, tutt’al più un rifugio d’alta quota. L’approccio culturale aveva poi fatto qualche passo avanti quarant’anni fa, grazie anche alla Rivista della Montagna buonanima; si andavano moltiplicando i giri delle montagne, i percorsi naturalistici, gli anelli tematici. Ma di collina neanche a parlarne. Leggi tutto “Andar per Langa  “

Lettere dall’Everest

Giovanni Rossi ha raccolto in “Lettere dall’Everest” decine di brani delle lettere che Mallory ha scritto alla moglie, alla sorella o agli amici negli anni ’20 del secolo scorso, nel corso delle spedizioni inglesi all’Everest. Si può seguire, attraverso la lettura di questi brani, l’intera storia delle tre spedizioni  (1921, 1922, 1924) organizzate con lo scopo dell’esplorazione geografica e dell’ascensione del Monte Everest. George Mallory ne è stato un protagonista, forse il maggiore. Nel tentativo finale dell’ 8-9 giugno 1924 alla vetta, Mallory e il suo compagno Andrew Irvine persero la vita e soltanto nel 1999 è stato ritrovato il corpo di Mallory. Irrisolto l’interrogativo che tutti si sono posti in questi decenni: i due alpinisti sono morti prima o dopo la conquista della cima più alta del mondo? Leggi tutto “Lettere dall’Everest”

A Fenestrelle con la TAM

Da quando ho iniziato a frequentare la montagna da escursionista , mi sono spesso imbattuto nelle testimonianze di secoli di rivalità e scontri tra il regno sabaudo e la Francia: strade militari, ridotte, caserme sopravvissute agli ultimi decenni di abbandono, e gli immortali giganti, prima visti sempre solo di sfuggita, i Forti: un richiamo irresistibile, per uno che si scoprì Bogia Nen alla scuola elementare, visitando le gallerie della cittadella e il Museo Pietro Micca! Leggi tutto “A Fenestrelle con la TAM”

Mi piaceva solo andare in montagna

Letizia ci apre la porta: è indaffarata nelle faccende di casa. Ci accoglie come fossimo dei nipoti giunti a trovare i nonni dopo una lunga assenza. Piero Malvassora scende dalle scale della mansarda a braccia aperte: è un arzillo signore di 90 anni in piena forma e “un po’ sordo” come ci confessa, ma questo proprio non lo dà a vedere. Ci fanno accomodare in salotto; Letizia, la moglie, gentilmente ci offre degli stuzzichini: siamo all’ora dell’aperitivo e quale cosa migliore se non gustare un po’ di cibo con racconti di montagna? Leggi tutto “Mi piaceva solo andare in montagna”

Paradiso del Brenta

Ho conosciuto la Commissione Gite nel 2012, quando, sbirciando sul sito caiuget.it, vidi la locandina di un trekking sulle Dolomiti, in Val Zoldana. Su consiglio di un’amica mi iscrissi senza pensarci un attimo e da allora non ho perso una vacanza organizzata da loro su queste montagne, che hanno per me qualcosa di magico.

Kia, la regina dei selfie.

Quest’anno la zona scelta erano le Dolomiti di Brenta, dove non ero mai stata e che, nella mia totale ignoranza, consideravo “minori” visto che geograficamente sono distanti dal gruppo delle Dolomiti a me note.
Ma arrivando col pullman nei pressi di Madonna di Campiglio, non appena le caratteristiche pareti sono apparse ai miei occhi, ho dovuto ricredermi.
Il programma prevedeva un bel giro su sentiero attrezzato nel primo pomeriggio, così, sfidando le previsioni meteo avverse, lasciati gli zaini pesanti al rifugio Graffer, abbiamo subito potuto assaporare la bellezza dei posti percorrendo il sentiero Gustavo Vidi, un giro ad anello sotto alle cime sovrastanti il rifugio.
Durante la prima cena, mentre si iniziava a socializzare davanti ai buoni piatti tipici, si scatenava l’unico temporale di tutta la settimana. Già perché mentre tutta l’Italia boccheggiava per il caldo africano, noi abbiamo trascorso ben sei giorni di tempo magnifico, godendo di tutti i migliori panorami, mai offuscati dalla nebbia, e restando al fresco tra i torrioni e i campanili che caratterizzano queste montagne.
Abbiamo iniziato il trekking in modo soft, con la traversata dal rifugio Graffer al rifugio Tuckett seguendo il sentiero Benini, una ferrata che percorre cenge panoramiche molto belle.
Il terzo giorno è stato invece quello più lungo e per certi versi più faticoso. Siamo arrivati al bellissimo rifugio Alimonta dopo aver percorso il sentiero delle Bocchette Alte ed essere scesi dalle interminabili scale del sentiero Detassis. Tutti stanchi ma molto soddisfatti e ripagati dalla bellezza straordinaria ed indescrivibile dei posti.

Una perla incastonata nelle Dolomiti del Brenta il Rifugio Agostini

La fatica iniziava a farsi sentire ma i saggi capigita, sapendo che il quarto giorno non sarebbe stato meno faticoso del terzo, hanno trovato una soluzione che ha accontentato tutti. Raggiunto il rifugio Pedrotti attraverso il famoso sentiero delle Bocchette Centrali, hanno proposto due possibilità per arrivare al rifugio Agostini. Così il gruppone si è diviso tra chi si è avventurato sulla ferrata Brentari e chi, un po’ stufo di vedere cavi e scalette, ha preferito proseguire sul sentiero Palmieri. La sera ci siamo ritrovati tutti insieme per cenare al rifugio, dove il clima era così gradevole da consentirci di chiacchierare sotto le stelle fino a tarda ora.
Dopo quattro giorni in mezzo alle rocce, il quinto abbiamo rivisto i prati, arrivando al rifugio Brentei, dopo essere scesi su quel che rimane del ghiacciaio. Il bello delle Dolomiti è proprio questo variare di paesaggi, boschi, prati, roccia e ghiacciai. E tra i torrioni delle Dolomiti di Brenta, altra sorpresa per me, ci sono diversi ghiacciai, quest’anno in pessime condizioni a causa del clima troppo caldo e delle scarse nevicate degli ultimi due inverni.
L’ultimo giorno ci ha regalato ancora un po’ di ferrate sul sentiero Sosat, una lunga bella e panoramica traversata fino al rifugio Tuckett e poi nuovamente al rifugio Graffer.
E proprio al rifugio Graffer si è conclusa la nostra avventura, lì dove era cominciata sei giorni prima. L’avventura di un gruppo di 20 persone che hanno condiviso tutto, la fatica di stare appesi ai cavi e alle numerose scalette, la meraviglia dei panorami, il fresco, il sole, le birre in rifugio, le mangiate serali, le russate notturne, e ancora tante altre emozioni.
Non poteva mancare la tradizionale poesia del trekking, confezionata su misura ogni anno da Luciana.
Arrivederci alla prossima vacanza in Dolomiti con la Commissione Gite.

Chiara Tenderini

 

Il tratto umano

Appena arrivati il 30 aprile all’hotel Sant’Agata nella penisola sorrentina, ammiriamo un panorama unico sui golfi di Napoli e Salerno. Il mattino dopo – aria frizzantina e sole splendido – ci avviamo per il sentiero di Athena fino a Punta Campanella: di fronte a noi Capri, sembra di poterla toccare; più lontano, sfocate da una bruma azzurrina, Ischia e Procida, poi il golfo di Napoli sempre più ampio. Il mito e la storia si incontrano in questo golfo. Qui i greci nel 770 a.C. fondarono Pitekousai, l’odierna Ischia. Secondo il mito nell’isolotto di Li Galli risiedevano le Sirene di Ulisse.

Punta Campanella era nota nell’antichità per il santuario prima greco e poi romano di Minerva. L’Area Marina Protetta di Punta Campanella dal 1997 tutela l’intero tratto di costa compreso tra Vico Equense e Positano. Ci informa Costantino, la nostra guida, che la torre e l’area circostante corsero il grave rischio di essere vendute dalla Marina Militare che ne era proprietaria, ma la vendita fu sventata e l’incantevole area fu successivamente vincolata. Arriviamo ai piedi della possente torre quadrata: il colpo d’occhio è amplissimo, intensi la luce e l’azzurro del mare, vediamo il Golfo di Salerno fino alla punta Licosa. Proseguiamo verso il monte San Costanzo con la bianca chiesetta omonima e la vista su Marina del Cantone e sul piccolo arcipelago di Li Galli.

il golfo di Napoli, visto dal Belvedere di Sant’Agata sui due golfi

Tutta la settimana sarà una continua scoperta di meravigliose fioriture, che identifichiamo grazie alla competenza botanica di Beppe. Saremo in mezzo ad una natura rigogliosa, sia per la vegetazione spontanea sia per la profusione di bellissimi e curatissimi orti, tra gli uliveti, sui terrazzamenti, ovunque sia possibile coltivare, in invidiabili posizioni panoramiche. Dalla cima del Pizzitiello la vista spazia fino ai Faraglioni di Capri e a Punta Licosa, all’estremità del Golfo di Salerno. All’Agriturismo “Terre Alte di Sorrento” facciamo conoscenza con uno dei personaggi della nostra settimana: don Vincenzo, titolare dell’agriturismo, colto e affascinante parlatore che cattura da subito l’attenzione delle signore del gruppo. Ci accompagna nella visita della proprietà (produzione orticola), fino al grande prato dove, tra gli asfodeli, troneggia un immenso biancospino. Per noi, abituati ai cespugli di biancospino lungo i bordi dei fossi, è incredibile la visione di un vero enorme albero completamente coperto di fiori. A uno degli alberi è appeso un riquadro che riporta un brano tratto dall’opera “Siren Land” (La terra delle Sirene), dello scrittore Norman Douglas che, all’inizio del Novecento, qui visse e forse proprio da questo prato e dal panorama intorno trasse ispirazione per il suo libro.

Non ci è difficile immaginare quanta materia abbia ispirato nei secoli gli artisti quando facciamo, il giorno successivo, l’escursione che da Amalfi raggiunge la Valle delle Ferriere, riserva naturale nella quale sopravvivono rari vegetali come la felce gigante (woodwardia radicans). La repubblica marinara di Amalfi, al culmine della sua potenza nel secolo XI, era al centro dei commerci dal Mediterraneo verso l’Oriente, aveva filiali come Costantinopoli, Beirut, Giaffa e di questo passato multiculturale conserva testimonianza nei monumenti: la decorazione ad archi intrecciati di ascendenza araba caratterizza il possente campanile del Duomo e si ripete, elegante, nel piccolo chiostro. La “Ruga nova mercatorum” era la Via Roma dell’epoca, la via porticata dei mercanti e delle botteghe, che si affacciava sul torrente, oggi coperto dalla via principale; la attraversiamo per guadagnare la scalinata che, con oltre 900 scalini, ci porterà al borgo di Pontone, da cui prenderemo il sentiero per la Valle delle Ferriere. Saliamo fiancheggiando la parete di roccia con stalattiti sopra le nostre teste, a sinistra i terrazzamenti dei limoneti. La valle di Amalfi è quasi completamente terrazzata e coltivata; fra i limoneti, ancora piccoli orti, profumo di limone, di rose; minuscoli giardini con enormi cespi di margherite. Più a monte la valle è chiusa tra alte pareti calcaree, traforate da grotte e anfratti. È proprio l’acqua l’elemento predominante nella valle: in passato veniva utilizzata per muovere i macchinari delle ferriere e delle cartiere di Amalfi. Il sentiero scende fino al torrente, in un ambiente naturale fresco e ricco di alberi, reso ancora più suggestivo dai resti delle antiche cartiere e condotte per l’acqua, i più antichi risalenti al XIII secolo. Attraversiamo il torrente e risaliamo sulla sponda opposta, per raggiungere la Riserva Naturale Speciale. Mancano soltanto le ninfe e il suono del flauto di Pan in questa forra di morbida vegetazione dalle alte pareti stillanti. Il torrente riceve acqua da numerose sorgenti e da una cascata altissima di acqua nebulizzata. Tornati ad Amalfi in serata siamo invitati ad un evento speciale: Costantino festeggia i venticinque anni di matrimonio, con la cerimonia del rinnovo dei voti matrimoniali. Messa cantata, i fiori, la foto di gruppo con gli sposi, e poi fuori, sul sagrato, mescolati al folto gruppo degli amici, facciamo la nostra parte a gettare il riso, applausi, palloncini bianchi e argento, e poi in corteo fino al ristorante per il brindisi di auguri.
Il giovedì ci aspettiamo vedute spettacolari dalla salita al monte Vico Alvano (642 m) e al Monte Comune (875 m); purtroppo le nuvole non vogliono saperne di diradarsi. Mentre scendiamo a Positano arriva il sole, così che ci rilasseremo in spiaggia, insieme a visitatori da tutto il mondo. Inglesi, tedeschi, australiani, francesi, indiani, giapponesi: ecco che cosa significa essere una meta di turismo internazionale. Nonostante l’eccesso di costruzioni da speculazione edilizia, Positano conserva il fascino dell’agglomerato di case bianche o vivacemente colorate, abbarbicate le une sulle altre. Pur considerando la fama e il turismo, non è facile vivere in questa terra affascinante ed estrema; sono state necessarie nei secoli pazienza, adattabilità e tenacia per strappare la terra, metro per metro, alla roccia; per fare la spola, con scale e sentieri intagliati in alte pareti di pietra, tra il mare e le abitazioni in alto, così come vediamo nel fiordo di Furore.

Foto di GruppoL’ultimo giorno di escursioni, venerdì 5 maggio, è dedicato alla magnifica e solitaria Cala di Ieranto, riserva naturale del F.A.I., che si apre sulla costa meridionale della penisola sorrentina.
Partiamo a piedi dall’hotel alla volta di Termini per raggiungere Nerano e imboccare il sentiero che tra bellissimi scorci panoramici scende alla cala. Tra panorami mozzafiato il sentiero scende alla baia, dove l’acqua trasparente invita i più coraggiosi/e al primo bagno di stagione.
Per finire in bellezza, la sera grazie ai buoni uffici di Costantino, Michela da buona organizzatrice ci prenota per un aperitivo nel ristorante “stellato” – due stelle Michelin – Don Alfonso di Sant’Agata sui Due Golfi. Visitiamo la cantina, con 25.000 preziose bottiglie, che si sviluppa in tre ambienti, il primo settecentesco, il secondo risalente al XV secolo per arrivare alla galleria del VI secolo a.C.! Dopo la visita Don Alfonso, la cui famiglia gestisce il ristorante dal 1890, ci intrattiene amabilmente, un vero signore semplice e cordiale. “Ingresso degli artisti” è scritto sulla targhetta di fianco alla porta della cucina, che si apre sul giardino. Gli “artisti”, ovvero uno stuolo di giovanissimi e altissimi chef, dai candidi cappelli inamidati, ci accolgono per una rapida visita della cucina di lucente acciaio.

Il giorno della partenza, dato che il nostro treno parte nel pomeriggio, Michela, che per l’organizzazione è una “macchina da guerra”, concorda con l’autista dell’autobus una lunga sosta a Sorrento. La visita della città, situata su un’ampia terrazza tufacea a picco sul mare, luogo natale di Torquato Tasso – cui è dedicata una statua nella piazza omonima – dai punti di belvedere ci offre ancora l’occasione di magnifici panorami sul golfo.
Non possiamo non dedicare un ricordo finale alla nostra guida Costantino. Attivissimo nella Pro Loco, nella Protezione Civile, competente e innamorato del suo territorio, che ci presenta e ci fa conoscere con passione, affabile e disponibile a farsi carico delle nostre esigenze, più che guidati ci ha accolti con spontanea amabilità nella sua terra di pura meraviglia.

Ripensando ai personaggi di questa settimana torna alla mente una famosa battuta: «Signori si nasce…». Il tratto umano è quel qualcosa in più che questa terra meravigliosa trasmette da secoli ai tanti visitatori che hanno voglia di ascoltare.

 

Liliana Cerutti

Sogna in grande e osa fallire

Sogna in grande e osa fallire, così era scritto come sottotitolo sulla copertina di un libro in vetrina a Courmayeur . Ecco così e andato il mio Tot Dret, ho sognato in grande e ho fallito, mi sono allenato bene, mi sono messo a dieta, ho preparato lo zaino perfetto, ma non è bastato, il mio fisico ha deciso che non era giornata, ma ecco com’è andata.

Mercoledì mattina metto ancora mano allo zaino, lo completo con le barrette e qualche gel, preparo il materiale da mettere nella sacca che l’organizzazione ci farà trovare a metà percorso, mi faccio un bel piattone di riso in bianco, un po’ d’insalata e via verso Gressoney.

Alle 15 sono su, al ritiro del pettorale e del pacco gara, c’è anche il controllo del materiale obbligatorio, viene fatto a sorteggio, mi fanno pescare tre bigliettini, a me è toccato far vedere ai commissari, lo zaino, la borraccia, i ramponcini e la benda adesiva elastica, che ovviamente era nel posto meno accessibile dello zaino. Ritorno in macchina e cerco di dormire un po’ , ma con scarso successo, preparo il sacco da dare all’organizzazione, è più di quanto immaginavo, comunque riesco a farci stare tutto e lo consegno.

Alle 18:30 mi mangio un po’ di insalata di riso. Arriva Cristina, mi vesto, verso le 20 ci spostiamo in zona partenza, entriamo in un bar, io prendo un tè, alle 20:30 un bacio a Cri e vado in griglia.

In griglia trovo Daniele con cui avevo condiviso l’ecotrail di Parigi nel 2008,
nel briefing ci spaventano con il meteo, caldo nei fondovalle per colpa del foehn e vento gelido in quota, con possibilità di pioggia e neve, non ci facciamo mancare niente.

Conto alla rovescia e via! La prima parte è in piano, leggera salita si corricchia un paio di chilometri poi si fa sul serio: incomincia la salita, incontro Daniele che fa un cambio di frontale, proseguiamo insieme. Stabilizziamo l’andatura, la fila di luci guardando in su o in giù è spettacolare, passiamo il primo colle e arriviamo a Champoluc, cribbio dopo aver preso freddo non c’è neanche un po’ di tè caldo, fortunatamente anche se è quasi l’una c’è un chiosco aperto, ci facciamo fare un tè, ci viene offerto perché non siamo di Milano!

Ricominciamo a salire verso il Col di Nana, perdo Daniele che mi stacca, in discesa mi passano un po’ di persone, arrivo alla base vita di Valtournanche, fa caldo. Ritrovo Daniele, mangio, bevo, poi mi chino a prendere qualcosa nello zaino, quando mi rialzo mi sento svenire, faccio in tempo ad appoggiarmi al tavolo, bevo un bicchiere di coca, mi sembra di stare meglio, ripartiamo. Dico a Daniele che se vuole allungare faccia pure, proseguiamo insieme fino al rifugio Barmasse, mi sembra di stare meglio, ma non è così, poco dopo mi stacco da Daniele e non lo riprenderò più.

Proseguo sempre più lentamente, al rifugio Magiá prendo la pastina in brodo, mai cosa più gradita, qualcuno dice che allungano il tempo limite di Oyace, ma non troviamo conferme, potrei fermarmi qui, ma al Col di Vessona mi aspetta Cri e a Oyace i miei genitori e mia sorella (scoprirò dopo che c’erano anche i miei figli per farmi una sorpresa), quindi continuo almeno arrivo tra facce amiche.

Si incomincia a salire verso il rifugio oratorio di Cuney, prima fa caldo, mi tolgo la giacca, subito dopo incomincia a piovere, al Cuney diluvia, il tendone è riscaldato, altri colleghi decidono di fermarsi qui, io riparto.

Al Colle Chaleby c’è vento forte, pioggia, neve che mi sferza la faccia, non finisce più, ma poco prima del Col Vessona trovo Cri che sfidando le intemperie mi è venuta incontro: un abbraccio che vorrei non finisse mai, ripartiamo, al bivacco Clearmont c’è un’equipe di volontari fenomenale, lei è stata adottata, è da stamattina alle 10 e mezza che è lì che mi aspetta. Sono ormai le 15, un bel piatto di pasta me lo sono meritato, fuori nevica alla grande, dopo una bella mezz’ora ci mettiamo in marcia.

Ha smesso di piovere e nevicare, ma non il vento, che ci accompagna fino al Col Vessona pochi metri sopra il bivacco. Dal colle è tutta discesa (o quasi) fino ad Oyace, il mio corpo si addormenta, ho i movimenti rallentati, Cri mi sprona a muovermi ma non ce la faccio, sono tremendamente lento, un bradipo, vorrei buttarmi per terra e dormire, ma siamo vicini, non si può, sto fondo valle non arriva più.

Finalmente il ponte e l’ultima risalita, ci sono anche mio papà e mia sorella, arrivo sotto alla strada, salgo in macchina e mi faccio portare al ristoro di Oyace a presentare il mio ritiro.

Poi casa, doccia, pasta, nanna….

Mi spiace, mi spiace per Cristina che mi ha spronato, supportato e sopportato in questi mesi di preparazione, mi spiace per i miei figli, Matteo e Paolo, che mi avevano preparato la sorpresa aspettandomi al passaggio di Oyace, mi spiace per i miei genitori e mia sorella che erano lì ad aspettarmi e mi spiace per tutti gli amici che hanno creduto e tifato per me seguendomi virtualmente su Facebook.

Guido Borio

 

Il Sogno del Drago di Enrico Brizzi

Se sei stato giovane negli anni 90 hai letto “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, esordio fulminante del giovane Enrico Brizzi.

Il ragazzo è poi cresciuto e si è messo a camminare su è giù per la nostra Italia, ripercorrendo le vie del pellegrinaggio o semplicemente le tracce della nostra storia.

Il CAI inaugura con l’editore Ponte alle Grazie questa collana chiamata “I PASSI” portandoci lungo il cammino più blasonato degli ultimi anni, un pellegrinaggio di massa con virtù taumaturgiche per l’anima e le vesciche.

Brizzi si allarga e parte da Torino, dove era terminato il suo viaggio precedente, sempre accompagnato dai buoni cugini. Valica Alpi e Pirenei, incontra gente e vede posti di morettiana memoria, ma soprattutto racconta. Tracce di storia italica, francese e spagnola, mescolate a leggende, aneddoti e personaggi rappresentativi del variegato mondo del turismo di massa.

Chi arriva in auto verso la fine del percorso, chi cammina con abbigliamento quanto meno inadeguato, chi avanza ritmando i passi con gli scatti dei selfie.

Mescola stile giornalistico, narrativo e storico didattico e tu mentre leggi, segui sulla carta i suoi passi verso Santiago. Scopri posti interessanti, sorridi con Ivan e Leo, ti perdi in quelle riflessioni dell’autore che in parte condividi.

Sentimenti altalenanti accompagnano la lettura di un percorso che probabilmente tutti vorremo fare, qualunque siano le motivazioni.

Una lettura molto scorrevole, ma mai banale, un percorso che può indurre più di una riflessione.

Il Drago del titolo è il nemico, l’ossessione, la nemesi dello scrittore; lo accompagnerà fino alla fine del viaggio, spiccando il volo solo sull’oceano atlantico, rompendo così quelle catene che spesso imprigionano la mente prima del corpo.

Pietro Bastianelli