Posai la bici…

Continuare a ricordare, non può essere solo un gesto intellettuale. Neppure quando si parla di storia dell’alpinismo. E i ricordi si misurano in sprazzi di tempo che ci vengono donati da chi li ha vissuti; così, Corradino Rabbi, molto conosciuto nella sezione per essere stato anche presidente. Di questi momenti ne ha vissuti parecchi: molti risalgono a più di 70 anni fa, come la sua prima uscita in montagna dove ha posato la bici per prendere la picozza e cavalcare vette.
Così, è il suo primo impatto: “Ho iniziato perchè un mio amico con cui facevo corse di bicicletta nei dilettanti, aveva bisogno di una coperta mentre era in vacanza al Mariannina Levi. Allora, come allenamento gli portai quanto richiesto: eravamo intorno agli anni 47-48” Come, ha iniziato da sherpa? “ Arrivato, ho cercato il mio amico ma vedevo molta frenesia al rifugio…morale, stavano organizzando una squadra per soccorrere il gruppo di escursionisti usciti la mattina, tra cui c’era il mio amico!” con la tuta da ciclista e un paio di scarponi imprestati Rabbi si accoda al soccorso, per rendersi utile: salveranno gli sfortunati presso il colle d’Ambin dopo una ruzzolata sul pendio nevoso. “lasciammo della roba degli infortunati lì in zona, la settimana dopo salii con un’altro che aveva fatto da soccorritore: misi i ramponi per la prima volta lì! Ho iniziato con una sventura!”: a distanza di tempo possiamo dire che la sua carriera sarebbe potuta solo migliorare.

Dopo il militare, infatti, nel 1953 si lega con gli amici di sempre per fare il Monte Bianco dall’italiana: “Portammo su viveri per una settimana, perchè all’epoca non c’era mica la previsione del meteo! quasi subito riuscimmo ad avere la giornata buona, chiara: salimmo ma presto  della cordata dovettero fermarsi. Con il mio compagno di cordata  arrivammo in cima rapidamente… facevo la mia prima ascensione con orgoglio:quando andai a inizio settembre in sede, lo raccontai a Guido Rossa il quale mi chiese se avessi fatto l’Innominata! Per me era già una meravigliosa ascensione quella della normale italiana, ma già allora Guido Rossa stava segnando grandi salite”.
Fu proprio con lui che successivamente Rabbi si legherà per tentare la salita delle Placche Gialle alla Sbarua “non avevamo l’attrezzatura per forzare un passaggio finale. Ci calammo, lui tornò a fare la prima salita con Ottavio Bastrenta. oggi è ancora una delle più belle vie della Sbarua”. Ma con Rossa riuscirà a segnare la salita del Corno Stella “la nostra salita di  quest’ultimo itinerario fu ripresa dal giornalino Lancia; lui sperava di ottenere delle agevolazioni per un progetto di spedizione con questo “successo”, con questa fama che ci eravamo fatti. La facemmo nel 1963, ma non andò come preventivato”. La memoria si sposta alla tragica spedizione in Nepal nel 1963 per la salita al LiRung: perirono Rossi e Volante, a cui oggi è dedicato il bivacco ai piedi della Roccia Nera sul Monte Rosa. Il ricordo è segnato dall’emozione: “Calai io stesso nel crepaccio Rossi”. Quella spedizione vedrà tornare i restanti membri con la “sola” vetta del Kyunga-Ri, un quasi 7000m, salito in stile alpino. Seguono altre e più dure salite in varie parti dell’Himalaya.

Spesso è lo stesso Rabbi a partecipare ai recuperi di persone infortunate, come nel 1971 quando con Manera in Punjabs soccorre, dopo aver scalato il Changabang, una ragazza americana abbandonata dalla sua spedizione. Ma la carriera alpinistica è anche segnata dal servizio alla presidenza del Cai-Uget, negli anni 90, per 7 anni. Succede alla carica dopo la presidenza Lussello. Molti cambiamenti, già anche come responsabile del CAAI, vengono apportati: un riordino dei bivacchi, e altre importanti attività si svolgono nel sotto la sua direzione. Non tralascia anche che è stato istruttore alla Gervasutti: duplice servizio, quindi, come presidente e come volontario per insegnare a chi ancora non sa quanto sia bello andare per i monti!

Testo di Andrea Castellano – Foto archivio Rabbi

Chieri 3 marzo 2018 – Cori in festa per vivere

Il gioco di parole viene facile, ma lo spirito non è quello della sopravvivenza, bensì quello della gioia di vivere, della capacità di trasformare una difficoltà, una diversa abilità come si suole dire oggi per nascondere quella parola che infastidisce. Leggo sul vocabolario: dis-: prefisso che si trova, con significato peggiorativo, in molti termini, soprattutto del linguaggio medico, nei quali indica alterazione, malformazione, difettoso funzionamento, anomalia. (fonte: Treccani). Ma la realtà non cambia anche se edulcorata da parole meno dirette. Ci sono famiglie che gestiscono i loro figli nati con problemi più o meno grossi di disabilità.
Sabato 3 marzo, il Coro CAI Uget e la corale SINGTONìA hanno cantato insieme al Coro PentaGAHmma, formato in buona parte da ragazzi e ragazze dis-abili.
C’era Lorenzo, che ti sa dire istantaneamente a quale giorno della settimana corrisponde qualunque giorno dell’anno; conosco persone “abili” che nemmeno sanno il giorno in cui vivono. C’era Gabriel, che conosce moltissime canzoni popolari (e non solo) e le altre le impara con estrema facilità; conosco persone abili che non ricordano nemmeno l’inno nazionale. C’era Davide con un timbro cosi brillante da sovrastare tutti noi. C’erano anche Cesare, Nadia e tutti gli altri che avevano un sorriso cosi contagioso e spontaneo che era difficile non lasciarsi trascinare.
La dis-abilità scompariva, guardando da un altro punto di vista. Da anni l’associazione VIVERE mette in contatto i nuclei familiari del chierese, prima tra loro e poi con il tessuto del territorio per trasformare un problema in una soluzione. Quando non in una risorsa. L’isolamento viene annientato dalla costruzione di una rete fatta di incontri, iniziative, progetti, sorta di approccio integrato tra istituzioni e famiglie.
Lo spettacolo è stato aperto dal bellissimo progetto del coro PentaGAHmma che da tempo riesce a cancellare le diverse disabilità con il linguaggio universale della musica, in grado di riuscire dove spesso fallisce quello troppo legato ai protocolli che separa invece di unire. Un’emozionante Ave Maria a tre cori rimane per diversi minuti a risuonare tra le colonne, a sancire il definitivo crollo di ogni differenza e il passaggio dello spettacolo nella mani dei due cori ospiti. Il coro Singtonia, diretto dalla M° Caterina Capello e il Coro CaiUget diretto dal giovanissimo, ma talentuoso M° Andrea Giovando, si sono alternati sotto le volte armoniche del duomo di Chieri: gli spettatori hanno potuto ascoltare la musica popolare nella sua accezione più varia con contaminazioni Jazz, Gospel, Soul, Traditional.
Lo spettacolo si chiude con un simbolico Adios, di tradizione Argentina, eseguito a cori uniti che strappa più di un applauso. Un ringraziamento sentito ai ragazzi, e tutta l’associazione onlus VIVERE, dalla presidentessa Luigina Gilardi, ai genitori (esempio di determinazione e dignità) a tutti i volontari che hanno capito come gestire il loro tempo libero. Non abbiamo bisogno di alzare gli occhi al cielo per vedere azioni straordinarie, le possiamo VIVERE ogni giorno insieme a questi ragazzi e alle loro famiglie.

Testo di Pietro Bastianelli – Foto di Federico Capolongo

Un po’ di storia della sezione: Renato Mamini e il suo Noshaq

Qualcuno dell’agguerrita e solerte redazione di Cai Uget Notizie ha notato su un Liberi Cieli del lontano 1972 un articolo di Renato Mamini sulla sua ascensione ai 7492 m del Noshaq in Afghanistan: un exploit cui forse si era dato poco risalto perché compiuto da un comune alpinista senza pretese. La redazione ha ritenuto opportuno ricordare quella vicenda e il suo protagonista. Eccola in breve.
In luglio-agosto 1972 la mente vulcanica del nostro socio Beppe Tenti si è posata sull’Hindukush afghano organizzando per il suo Alpinismus International un campo fisso di varie settimane a 4550 m dove accogliere un viavai di persone interessate alle appetibili cime della zona. Sovrintendente alpinistico era un ventottenne Reinhold Messner. Per gestire i campi e le operazioni in quota erano stati ingaggiati cinque sherpa nepalesi. C’erano ovviamente tende, servizi e cucina. La carne era arrivata lassù a quattro zampe sotto forma di vari bovini pascolanti. A Beppe si è appoggiata la 6° spedizione sociale extraeuropea della UGET diretta dal presidente Lino Andreotti, che ha inviato i suoi gruppi a partenze scaglionate secondo le varie di sponibilità di ferie. Tra i partecipanti, degni di nota sono almeno Massimo Mila, i francesi Michel Parmentier e coniugi Bernezat, e la nostra Giuse Locana che con il Noshaq ha battuto il primato italiano femminile di altitudine di allora (5° al mondo).
La gente ha compiuto ascensioni secondo le proprie capacità ma anche in base ai giorni di ferie. Alcuni, in gamba e con almeno 4 settimane, hanno mirato al Noshaq per lo sperone NO; altri con 3 settimane hanno salito l’Asp-e-Safed 6607 m (dove ha avuto successo pure una cordata femminile guidata da Odette Bernezat e Loretta Manarin); quasi tutti per allenamento o come unica meta sono montati su dei 5700. Certo, queste sono cose che oggi possono far sorridere…

Purtroppo Renato Mamini il 25 agosto 1985, mentre faceva ritorno dalla cresta Rey della Dufour con Ermanno Susa, ha avuto la sortuna nera di imbattersi nell’unica avversità meteo dell’intera estate. Nebbia e bufera sul versante svizzero sotto un colle Gnifetti difficile da localizzare, ce li hanno portati via entrambi per assideramento. Ha lasciato la moglie con tre bambini. Si era già prenotato per salire su un 8000 da tempo agognato. Nel suo articolo sul Noshaq traspaiono la sua decisa volontà di salire, l’insofferenza per la lentezza imposta dalla quota e da contrattempi meteo e operativi, l’entusiasmo nel guardare il mondo da così in alto, la felicità del sentirsi in forma in contemporanea con il tempo bello…

di Marziano di Maio – Un po’ di storia della sezione: Renato Mamini e il suo Noshaq

Scialpinismo al femminile

Tutti gli anni a gennaio alla presentazione del corso di scialpinismo rimango piacevolmente colpita dall’incremento delle allieve iscritte al nostro corso. Ma a pensarci bene non c’è molto da stupirsi: questo sport è fatto di fatica, determinazione e passione sostantivi che noi donne sappiamo far nostri! La soddisfazione degli istruttori di vederle abbandonare le loro incertezze e illuminarsi in volto a ogni meta raggiunta non ha davvero prezzo. E allora perché non lasciare loro lo spazio di queste pagine per raccontarci come hanno vissuto quest’anno di scialpinismo?
«L’idea di iscrivermi ad un corso di sci d’alpinismo girava in testa già da un paio di anni. Mi era nata mentre ascoltavo i racconti di amici Valdostani di gite in valli bianche dove gli unici rumori erano quelli del vento e delle pelli che scivolano sulla neve. Ogni anno una scusa diversa per rimandare. Poi ti svegli una mattina e decidi che quei racconti vuoi viverli di persona e prendi il coraggio di iscriverti. Le tue amiche ti prendono per pazza, ti incoraggiano con frasi del tipo, ma alla tua età non sarebbe meglio iscriversi ad un corso di cucina oppure imparare a fare la maglia? Non ci riuscirai mai… Stiamo parlando di classe 1965. La montagna ti piace, ci vai d’estate. Perché non andarci anche d’inverno, con la seggiovia sono capaci tutti ad arrivarci, tu vuoi faticare ad arrivare lassù, sai che verrai ripagata dallo spettacolo della natura.
Ti iscrivi da sola, vai alla presentazione del corso, ti sembra di essere un’aliena in un mondo di personaggi mito che compiono delle imprese da capogiro. Poi frequentando il corso, capisci che sei in un ambiente di persone accoglienti e generose, che cercano di trasmetterti oltre alla passione per la montagna anche le nozioni sulla sicurezza ed rispetto dell’ambiente.
Arrivano le prime uscite, e cominci a domandarti se in fondo in fondo le tua amiche non avevano poi ragione. La fatica della salita sì, ma la parte più dura è la discesa, quando tutti dicono che arriva il bello, tu sei lì terrorizzata, il fuori pista e chi l’ha mai fatto… pure il bosco, la neve fresca ed evitare di finire contro un albero! Arrivi al pullman sfinita ma felice. La sera a casa ripensi a quello che hai fatto e ti stupisci, non ti capaciti di aver fatto tutto quel dislivello, di aver attraversato un bosco in neve fresca, ma eri proprio tu! Certo, ci sono ampi margini di miglioramento… lo stile era un po’ terrificante, ma hai vinto. Per me, oltre allo sport, lo sci d’alpinismo offre la possibilità di andare oltre i limiti imposti dalla mia mente, di superare le paure, così, anche le difficoltà del quotidiano mi sembrano più facili da affrontare.
Attendi con trepidazione la prossima gita, vuoi migliorare e superare quei limiti, vuoi riprovare l’adrenalina dell’avventura ed ammirare le nostre valli con i loro spettacoli mozzafiato. E poi, così per caso, trasportato dalla neve su cui sei caduta, la mano amica dell’istruttore o del tuo compagno di corso che ti aiuta a rialzarti sempre pronta, ti arriva un pensiero. Hai chiaro quale sarà il tuo obiettivo per festeggiare il compleanno del 2025… tu classe ’65… affrontare il Monte Rosa con gli sci d’alpinismo… qualche anno di duro lavoro… ma sai che soddisfazione!»
PATRIZIA

«Quando ho iniziato il corso di scialpinismo dell’Uget sono rimasta impressionata dal numero di ragazze, giovanissime e meno giovani, che come me avevano scelto di mettersi in gioco calzando scarponi e pelli e cimentandosi in una attività così faticosa e severa. Consultando il sito della scuola avevo sorriso nel vedere, tra le foto, una gallery dedicata alle ragazze del corso: pensavo fossero state menzionate in quella specifica sezione del portale, come si fa con le rarità che arrecano lustro e incuriosiscono. Oggi, dopo aver frequentato parte del corso e aver conosciuto molte compagne di gita, posso affermare che non c’è nulla di strano.
La montagna affrontata con sci e pelli è sempre sostantivo femminile, così come lo sono la tenacia, la pazienza, l’abnegazione e la volontà di oltrepassare i propri limiti. La costanza, il sacrificio e il calcolo insisti nell’indole dello scialpinista trovano parallelismo perfetto nelle caratteristiche storiche della donna, contemporaneamente impegnata a crescere i figli, badare alla famiglia, essere bella e primeggiare al lavoro. A questo si aggiungono le componenti più ludiche, ovvero il divertimento della discesa e la voglia di esplorazione tipici dello scialpinismo, che perfettamente si sposano con la curiosità “donna”.
… E poi si sa… “Girls just wanna have fun”!»
SILVIA

«Non è stato difficile riconoscere che essere figlia e nipote di scialpinisti ed aver partecipato in passato a qualche sporadica gita non faceva di me una scialpinista. Questo accenno di presunzione è svanito come neve al sole non appena, con il corso di scialpinismo del CAI UGET, ho rimesso scarponi ai piedi, sci e attacchi in modalità salita.
Ho compreso bene che lo scialpinismo è fatica e sudore, fiato corto e battiti veloci, almeno per chi come me non è allenato. Ma nonostante tutto, sono quasi indescrivibili le sensazioni che trasmette il procedere lento (nel mio caso) nella portentosa cornice alpina, immersi nella neve,candida, che ne imbianca le vette e gli aghi dei pini sempreverdi. Personalmente si alternano sensazioni di stupore, meraviglia e, una volta raggiunta la meta, sollievo.
Non solo, sto imparando che è un’avventura imprescindibile dalla scrupolosa analisi degli itinerari, attenta a bollettino valanghe e condizioni metereologiche, presenti e passate; e poi una volta sul campo, o farei meglio a dire sulle montagne, dall’osservazione di pendii, esposizioni, accumuli e coesioni…
Ringrazio pertanto la famiglia e soprattutto la sorella per avermi avvicinato a quest’intrigante esperienza e gli istruttori e gli allievi del corso con i quali la sto condividendo.»
CHIARA

«Finalmente mi sono decisa e mi sono iscritta! Quale occasione migliore per iniziare a praticare lo scialpinismo se non frequentando un corso Cai? Quantomeno, pensavo al momento dell’iscrizione, avrò più occasioni per andare in montagna, potrò tenermi in forma facendo sport all’aperto, respirando aria pulita. Sarò motivata a frequentare le lezioni, anche quelle teoriche, e finalmente potrò anche io elevarmi a scialpinista, snobbando gli impianti di risalita e quelle stupide e inutili ovovie riscaldate che vanno tanto di moda.
In pratica, nella mia mente ero già un’alpinista professionista, che Messner al confronto non era che un semplice avventore di ovovie riscaldate. Dopo quattro gite, le prime della mia vita, ho trovato parecchie motivazioni che confermano la bontà della scelta di questo corso: ad esempio, la sensazione di perdere i polmoni arrancando in salita, unita all’impressione di trascinare due massi ai piedi, due pesanti corde alle mani ed un macigno sulla schiena, è qualcosa di unico. Provare per credere.
La discesa, poi, non ve la racconto nemmeno: se potesse, la neve si ribellerebbe alla vista delle tracce lasciate da un passaggio incerto e sgraziato di un corpo molle e senza più forze, che
spreme le sue ultime riserve nel tentare di reggersi in piedi ed evitare l’albero che si sta pericolosamente avvicinando. E poi, la montagna d’inverno, ah che spettacolo! Tutto quel bianco
che si perde a vista d’occhio… e il riflesso del sole che ti brucia la retina… e se non c’è il sole quel senso di nausea che affiora quando non distingui il grigio del cielo dal grigio della terra… una favola!
Non venite al corso, no, dormite la domenica, andate a fare le vasche in centro. Andate a fare le vasche in centro, così avrò meno persone con cui dover dividere le attenzioni e le cure che ci riservano quegli scialpinisti che ogni due domeniche, anziché divertirsi e godersi la montagna per conto loro, scelgono (di loro spontanea volontà!) di affiancare me e più di altri cinquanta allievi, riservandoci consigli preziosi, spronandoci nei momenti di difficoltà, riuscendo con un gesto o una parola a sollevare morali e corpi a terra. Ci coinvolgono nel loro entusiasmo, ci trasmettono il loro sapere, dimostrando una pazienza infinita. Sono il vero valore aggiunto.”
IRENE

«Una premessa è necessaria: adoro stare all’aria aperta in montagna. Il mio è un bisogno fisico: avere la possibilità di respirare aria pura e di perdermi nei ampi panorami facendo scorrere lo sguardo tra cime e valli mi riempie di energia. D’estate o d’inverno, appesa a una corda o a passeggio sui sentieri mi piace percorrere i versanti in lungo e in largo. Lo scialpinismo lo scoprii ormai una decina di anni fa e fu un amore a prima vista. Con totale incoscienza, mi aggregai a un gruppo di amici che organizzavano la traversata Valle Stretta Modane in primaverile. Che fatica…una delle più grosse mai fatte in vita mia, ma una gita stupenda che mi conquistò! Mi piacque tutto dalla fatica della salita, all’attraversare i paesaggi ammantati di neve, alla sensazione di lasciarsi tutto alle spalle, mentre si avanzava un “passo” dopo l’altro. Persino la discesa che qualche problema in più lo generava (e lo genera tuttora), mi entusiasmava.
Ci volle tempo, però, prima che riuscissi a impegnarmi in modo più continuativo. Dopo tanto girare per lavoro a partire dal 2015 iniziai ad andare con costanza in montagna adottando un nuovo approccio: non volevo più essere il pacchetto portato in quota da amici generosi. Volevo acquisire io stessa le competenze per sapermi orientare. Fu così che tra le tante esperienze arrivai all’Uget e questo è il mio secondo anno. Essere in compagnia di istruttori allegri e “chiacchierini” che hanno voglia di raccontare la montagna e di spiegare la scelta dei percorsi è per me uno dei principali valori aggiunti. Così come trovarti in un piccolo gruppetto di tre o quattro allievi (più istruttori) e vedere che nell’arco di una giornata si può passare da perfettisconosciuti a compagni di avventura. Sono sensazioni belle.
Dopo due inverni di salite e discese, in cui ogni domenica mattina al calduccio nel tuo letto senti suonare la sveglia a ore non umane e ti chiedi come cavolo ti è venuto in mente di dedicarti a un simile sport, hai anche maturato la consapevolezza che tutto ciò fa per te e hai la certezza che a fine giornata quando rientrerai avrai la tua risposta. Sai che non sarà tutto rose e fiori. Sai che ti mancherà il fiato e che arriverà ad un certo punto il calo di zuccheri, sai anche che scendendo mentre starai lottando per mantenere il peso in avanti arriverà un momento in cui le gambe ti abbandoneranno e ti prenderai male (a volte anche assai male), ma sei conscia anche della bella sensazione che proverai arrivata in cima e della soddisfazione che ti porterai a casa terminata la giornata. Questo per me è partecipare al corso di scialpinismo».
GAIA

Testo a cura a cura di Federica Lo Bianco della Scuola di Scialpinismo del CAI – Uget Torino

Bertone. La montagna come rifugio

Alpinista e guida alpina negli anni Sessanta e Settanta, dotato di capacità tecniche straordinarie, Giorgio Bertone è morto nel 1977 in un incidente aereo sotto la cima del Mont Blanc du Tacul. Il racconto della sua breve ma intensa vita, portata oltre ogni limite, è lo spunto per compiere un coinvolgente viaggio alla riscoperta delle genti, dei sentieri, dei luoghi e delle storie che definiscono la cultura montanara e ci svelano la dimensione della montagna come rifugio, essenza del rapporto tra uomo e natura. La figura di Bertone, il cui nome può essere accostato a quello di grandi alpinisti come Walter Bonatti e René Desmaison, si delinea in queste pagine attraverso l’avvincente racconto delle sue imprese (come la prima salita italiana di El Capitan nel parco della Yosemite Valley in California) la voce di miti dell’alpinismo come Reinhold Messner e i racconti delle persone che l’hanno conosciuto.
Nello stesso ambiente dove Bertone ha realizzato le sue ascensioni. tra Courmayeur e Chamonix. ripercorriamo passo per passo la sua storia alle pendici del Monte Bianco, grazie alle numerose testimonianze di guide alpine, alpinisti, gestori di rifugi e tanti personaggi che custodiscono il fuoco della montagna, tramandandolo di generazione in generazione.

GUIDO ANDRUETTO Giornalista, scrive per «la Repubblica» e i suoi supplementi («il Venerdì», «D»). Collabora inoltre con «Rolling Stone» e «GQ». Ha realizzato centinaia di interviste, anche con personaggi di fama internazionale come Gérard Depardieu. Luis Sepulveda. Johnny Rotten, José Carrera , Abraham B. Yehoshua e Yoko Ono

Cronaca dell’assemblea generale dell’8 marzo 2018

L’ordine del giorno dell’assemblea generale dello scorso 8 marzo era piuttosto stringato: 4 punti per la parte straordinaria e 1 solo punto per la parte ordinaria. In realtà quattro ore sono risultate appena sufficienti per esaurire gli argomenti in programma. Alle 19.00 il commissario Gian Mario Giolito ha aperto l’Assemblea con una breve comunicazione e ha quindi proposto per la presidenza dell’assemblea stessa Andrea Costantino: proposta accolta all’unanimità. Sono risultati presenti 62 soci e altri 68 rappresentati per delega.
La parte straordinaria, toccando un tema quale il nuovo Statuto della Sezione, ha richiesto la presenza in sala di un notaio, il dott Musso. Come noto lo statuto doveva essere adeguato ad un modello standard definito dalla sede centrale per tutte le sezioni. La bozza presentata all’assemblea, già approvata dal Consiglio Direttivo sezionale, aveva avuto una revisione e un preliminare assenso dalla sede centrale del CAI. Dopo lungo e approfondito dibattito la bozza è stata approvata a maggioranza.
Dopo brevissima interruzione i lavori sono ripresi con la discussione del verbale della precedente assemblea ordinaria avvenuta il 26 marzo 2017. Dopo la presentazione di alcune precisazioni il verbale è stato approvato. Il bilancio consuntivo del 2017, presentato da Aldo Munegato, e la successiva relazione dei revisori dei conti, presentata da Walter Cantino, sono stati oggetto di discussione e successivamente approvati a maggioranza.

L’assemblea si è chiusa poco prima delle ore 23.

Origine e dialettica del canto popolare Relazioni Armoniche: VALSUGANA

Tra il 1906 e il 1910 venne costruita la ferrovia Trento-Bassano del Grappa, sulla direttrice che avrebbe collegato l’Europa Centrale con il suo ideale sbocco al mare sull’Adriatico attraverso il Brennero. La linea ferroviaria attraversava tutta la Valsugana fino al confine del regno (all’epoca Prillano) dove si collegava alla Bassano-Padova-Venezia. Il mare e i relativi commerci sarebbero stati possibili con estrema facilità in quell’impero Asburgico che pur tremolando nell’alba del 1900 cercava ancora di risplendere.
I quattro anni necessari per la costruzione portarono in Valsugana numerosissimi operai da molte parti d’italia e d’Europa. Se si considera il contemporaneo allontanamento dei maschi locali per il servizio militare (a quel tempo triennale), il corteggiamento alle valligiane era cosa di facile realizzazione… Il fascino esotico dello straniero si fondeva con la carenza di “materia prima” in loco. Di questo sembra raccontare la seconda parte del canto. Nella prima parte invece la storia narra di una visita presso i genitori fuori dalla valle e di un amore partito in guerra.
Nesso logico e grammatica sono l’ultimo dei problemi del canto popolare, cosi come potrebbe essere che Valsugana sia la fusione di due canti di origine diversa. Quello che rimane certo e che, grazie al ritmo incalzante, Valsugana fu uno dei canti preferiti dai soldati durante la prima mondiale, anche per le facili e soddisfacenti acrobazie armoniche che si potevano ricamare sui suoi facili accordi. Le lunghe marce di spostamento o le giornate interminabili in trincea avevano la stessa colonna sonora, augurandosi che “quando andremo fora…” si potesse riferire il prima possibile all’uscita dalla guerra. Ancora oggi è tra i canti più conosciuti e popolari anche per chi non segue il canto corale; l’armonizzazione di Luigi Pigarelli resta la migliore e la più eseguita dai gruppi di tutta italia.

Quando saremo fora
fora della Valsugana
Anderem trovar la mamma
per veder, vedere come la sta.

La mama la sta bene,
il papà l’è ammalato.
Il mio ben partì soldato
chi sa quando tornerà.

Tutti me dis che lu ‘lse
cerca za ’n’altra morosa.
L’è na storia dolorosa
che mi cre’, mi credere non so.

Mi no la credo, ma se ‘l
fusse propri, propri vera,
biondo o moro ancor stasera
’n altro merlo, merlo troverò.


Testo a cura di di Pietro Bastianelli


Approfondimenti: GIAN PIERO SCIOCCHETTI
La ferrovia della Valsugana dalla sua ideazione alla fine della Grande Guerra. Storia di una ferrovia di montagna
Pergine: Edizioni Associazione Amici della Storia, 1998.

Presentazione

Mi presento, care Socie e cari Soci,

Sono Gian Mario Giolito, socio della sezione di Bra,  e sono stato chiamato dal Gruppo regionale a svolgere il compito di commissario del CAI UGET con un ben preciso e circoscritto mandato: quello di indire una assemblea per l’adozione dello statuto sezionale equello di consentirvi di eleggere – in una seconda assemblea e nel rispetto delle nuove regole statutarie -il Presidente ed il Consiglio direttivo oltre che i Delegati e uno o più Revisori dei conti.

D’intesa con gli amici della Sezione, che con grande generosità e fiducia mi hanno da subito offerto il loro aiuto per svolgere al meglio questi compiti, ho fissato la data dell’8 marzo 2018 per l’assemblea nella quale si procederà anche alla approvazione del bilancio consuntivo 2017(in altra parte del Notiziario troverete la relativa convocazione). Vi prego anche di prendere nota sin d’ora della data del 5 aprile 2018 in cui, salvo imprevisti, si terrà la seconda assemblea per le elezioni. Qualora sia rispettata tale data, gli interessati tengano conto che le candidature alle cariche sociali dovranno pervenire in Sede entro il 29 marzo.Infine, il Socio che non potesse partecipare personalmente troverà in allegato le deleghe da utilizzare.

Nel Club Alpino siamo abituati alla sobrietà, anche nell’uso delle parole e, dunque, dirò subito che io comprendo bene l’incredulità, lo smarrimento di tanti Soci per questo commissariamento, le cui ragioni tuttavia non ho neppure voluto conoscere quando ho accettato questo incarico. Ho detto di sì per spirito di servizio, nella speranza di poter essere una risorsa per un grande Sezionequale è il CAI UGET, in un momento particolare della sua lunga e bella storia.

Mettiamola così: è capitato a tutti, durante una scalata o un’escursione, di dover tornare indietro di qualche passo per riprendere la via; ecco, io vorrei essere considerato solo come uno che – in un frangente simile–cerca di dare una mano. E la vostra soddisfazione, quando vedretela Sezione riprendere il suo cammino con un Presidente ed un Consiglio direttivo nella pienezza delle loro funzioni, sarà anche la mia soddisfazione.

Vi ringrazio sin d’ora per la vostra collaborazione – quella collaborazione che chiedo a tutti indistintamente e che sono certo non mi farete mancare, anche nell’ordinaria amministrazione della Sezione – e vi invio un caloroso saluto.

Gian Mario Giolito

 

TESTO DEL PROVVEDIMENTO CHE VIENE PUBBLICATO SUL NOTIZIARIO SECONDO QUANTO DISPOSTO DALL’ORGANO DISCIPLINARE

L’ORGANO DISCIPLINARE

composto da:

– sig. Michele Colonna (Presidente ed estensore, personalmente ed in rappresentanza dell’intero GR così come disposto nel verbale del Preconsiglio del Comitato Direttivo del Piemonte in data 7 ottobre 2017)

– dott.ssa Maria Luisa D’Addio (personalmente ed in rappresentanza dell’intero GR così come disposto nel verbale del Preconsiglio del Comitato Direttivo del Piemonte in data 7 ottobre 2017)

ha pronunciato la seguente

DECISIONE

nella controversia promossa con ricorso in data 8 febbraio 2017, dall’avv. Matteo GUADAGNINI, socio, già consigliere della Sezione CAI UGET Torino, elettivamente domiciliato in Torino, corso Vittorio Emanuele n. 170, presso lo studio dell’avv. Patrizia Romagnolo che lo rappresenta e lo difende nel presente procedimento,

nei confronti

della SEZIONE C.A.I. UGET TORINO, in persona del Presidente, arch. Giorgio Gnocchi, con sede in Torino, corso Francia n. 192.

– – –

Le conclusioni delle parti

  1. 1. L’avv. Matteo GUADAGNINI, socio, già consigliere della Sezione C.A.I. UGET Torino, con memoria in data 6 dicembre 2017, depositata all’udienza tenutasi in pari data, ha così precisato le conclusioni, richiedendo:

Leggi tutto “TESTO DEL PROVVEDIMENTO CHE VIENE PUBBLICATO SUL NOTIZIARIO SECONDO QUANTO DISPOSTO DALL’ORGANO DISCIPLINARE”

Sulle Ande dei nostri sogni

Il sogno di una spedizione extraeuropea ci ha portati in Bolivia, terra affascinante e dai mille volti. La Bolivia è il luogo ideale dove affrontare la prima spedizione della vita soprattutto per chi, come noi, desidera organizzare il viaggio e le salite in maniera autonoma. Abbiamo organizzato e vissuto la spedizione come un’avventura, senza rivolgerci ad agenzie specializzate, guide andine, portatori o arrieros che, probabilmente, ci avrebbero consentito di effettuare salite più tecniche ma avrebbero reso meno “nostra” la spedizione. Quindi, dopo circa un anno di pianificazione con ricerca informazioni, stesura programma, integrazione equipaggiamento, allenamenti, sogni a occhi aperti, dubbi e soprattutto tanta curiosità siamo partiti. Leggi tutto “Sulle Ande dei nostri sogni”

Un anno celebrato

L’ultimo coriandolo era finito sotto la sedia della terza fila. Chinatosi a raccoglierlo, Luciano guardò la sala ormai vuota, le luci alte ancora accese. Ad accompagnarlo il silenzio, là dove poco prima il coro era schierato in formazione a ricevere i meritati applausi. I festeggiamenti per il 70esimo si erano chiusi in modo entusiasmante. Leggi tutto “Un anno celebrato”