Paradiso del Brenta

Ho conosciuto la Commissione Gite nel 2012, quando, sbirciando sul sito caiuget.it, vidi la locandina di un trekking sulle Dolomiti, in Val Zoldana. Su consiglio di un’amica mi iscrissi senza pensarci un attimo e da allora non ho perso una vacanza organizzata da loro su queste montagne, che hanno per me qualcosa di magico.

Kia, la regina dei selfie.

Quest’anno la zona scelta erano le Dolomiti di Brenta, dove non ero mai stata e che, nella mia totale ignoranza, consideravo “minori” visto che geograficamente sono distanti dal gruppo delle Dolomiti a me note.
Ma arrivando col pullman nei pressi di Madonna di Campiglio, non appena le caratteristiche pareti sono apparse ai miei occhi, ho dovuto ricredermi.
Il programma prevedeva un bel giro su sentiero attrezzato nel primo pomeriggio, così, sfidando le previsioni meteo avverse, lasciati gli zaini pesanti al rifugio Graffer, abbiamo subito potuto assaporare la bellezza dei posti percorrendo il sentiero Gustavo Vidi, un giro ad anello sotto alle cime sovrastanti il rifugio.
Durante la prima cena, mentre si iniziava a socializzare davanti ai buoni piatti tipici, si scatenava l’unico temporale di tutta la settimana. Già perché mentre tutta l’Italia boccheggiava per il caldo africano, noi abbiamo trascorso ben sei giorni di tempo magnifico, godendo di tutti i migliori panorami, mai offuscati dalla nebbia, e restando al fresco tra i torrioni e i campanili che caratterizzano queste montagne.
Abbiamo iniziato il trekking in modo soft, con la traversata dal rifugio Graffer al rifugio Tuckett seguendo il sentiero Benini, una ferrata che percorre cenge panoramiche molto belle.
Il terzo giorno è stato invece quello più lungo e per certi versi più faticoso. Siamo arrivati al bellissimo rifugio Alimonta dopo aver percorso il sentiero delle Bocchette Alte ed essere scesi dalle interminabili scale del sentiero Detassis. Tutti stanchi ma molto soddisfatti e ripagati dalla bellezza straordinaria ed indescrivibile dei posti.

Una perla incastonata nelle Dolomiti del Brenta il Rifugio Agostini

La fatica iniziava a farsi sentire ma i saggi capigita, sapendo che il quarto giorno non sarebbe stato meno faticoso del terzo, hanno trovato una soluzione che ha accontentato tutti. Raggiunto il rifugio Pedrotti attraverso il famoso sentiero delle Bocchette Centrali, hanno proposto due possibilità per arrivare al rifugio Agostini. Così il gruppone si è diviso tra chi si è avventurato sulla ferrata Brentari e chi, un po’ stufo di vedere cavi e scalette, ha preferito proseguire sul sentiero Palmieri. La sera ci siamo ritrovati tutti insieme per cenare al rifugio, dove il clima era così gradevole da consentirci di chiacchierare sotto le stelle fino a tarda ora.
Dopo quattro giorni in mezzo alle rocce, il quinto abbiamo rivisto i prati, arrivando al rifugio Brentei, dopo essere scesi su quel che rimane del ghiacciaio. Il bello delle Dolomiti è proprio questo variare di paesaggi, boschi, prati, roccia e ghiacciai. E tra i torrioni delle Dolomiti di Brenta, altra sorpresa per me, ci sono diversi ghiacciai, quest’anno in pessime condizioni a causa del clima troppo caldo e delle scarse nevicate degli ultimi due inverni.
L’ultimo giorno ci ha regalato ancora un po’ di ferrate sul sentiero Sosat, una lunga bella e panoramica traversata fino al rifugio Tuckett e poi nuovamente al rifugio Graffer.
E proprio al rifugio Graffer si è conclusa la nostra avventura, lì dove era cominciata sei giorni prima. L’avventura di un gruppo di 20 persone che hanno condiviso tutto, la fatica di stare appesi ai cavi e alle numerose scalette, la meraviglia dei panorami, il fresco, il sole, le birre in rifugio, le mangiate serali, le russate notturne, e ancora tante altre emozioni.
Non poteva mancare la tradizionale poesia del trekking, confezionata su misura ogni anno da Luciana.
Arrivederci alla prossima vacanza in Dolomiti con la Commissione Gite.

Chiara Tenderini

 

Il tratto umano

Appena arrivati il 30 aprile all’hotel Sant’Agata nella penisola sorrentina, ammiriamo un panorama unico sui golfi di Napoli e Salerno. Il mattino dopo – aria frizzantina e sole splendido – ci avviamo per il sentiero di Athena fino a Punta Campanella: di fronte a noi Capri, sembra di poterla toccare; più lontano, sfocate da una bruma azzurrina, Ischia e Procida, poi il golfo di Napoli sempre più ampio. Il mito e la storia si incontrano in questo golfo. Qui i greci nel 770 a.C. fondarono Pitekousai, l’odierna Ischia. Secondo il mito nell’isolotto di Li Galli risiedevano le Sirene di Ulisse.

Punta Campanella era nota nell’antichità per il santuario prima greco e poi romano di Minerva. L’Area Marina Protetta di Punta Campanella dal 1997 tutela l’intero tratto di costa compreso tra Vico Equense e Positano. Ci informa Costantino, la nostra guida, che la torre e l’area circostante corsero il grave rischio di essere vendute dalla Marina Militare che ne era proprietaria, ma la vendita fu sventata e l’incantevole area fu successivamente vincolata. Arriviamo ai piedi della possente torre quadrata: il colpo d’occhio è amplissimo, intensi la luce e l’azzurro del mare, vediamo il Golfo di Salerno fino alla punta Licosa. Proseguiamo verso il monte San Costanzo con la bianca chiesetta omonima e la vista su Marina del Cantone e sul piccolo arcipelago di Li Galli.

il golfo di Napoli, visto dal Belvedere di Sant’Agata sui due golfi

Tutta la settimana sarà una continua scoperta di meravigliose fioriture, che identifichiamo grazie alla competenza botanica di Beppe. Saremo in mezzo ad una natura rigogliosa, sia per la vegetazione spontanea sia per la profusione di bellissimi e curatissimi orti, tra gli uliveti, sui terrazzamenti, ovunque sia possibile coltivare, in invidiabili posizioni panoramiche. Dalla cima del Pizzitiello la vista spazia fino ai Faraglioni di Capri e a Punta Licosa, all’estremità del Golfo di Salerno. All’Agriturismo “Terre Alte di Sorrento” facciamo conoscenza con uno dei personaggi della nostra settimana: don Vincenzo, titolare dell’agriturismo, colto e affascinante parlatore che cattura da subito l’attenzione delle signore del gruppo. Ci accompagna nella visita della proprietà (produzione orticola), fino al grande prato dove, tra gli asfodeli, troneggia un immenso biancospino. Per noi, abituati ai cespugli di biancospino lungo i bordi dei fossi, è incredibile la visione di un vero enorme albero completamente coperto di fiori. A uno degli alberi è appeso un riquadro che riporta un brano tratto dall’opera “Siren Land” (La terra delle Sirene), dello scrittore Norman Douglas che, all’inizio del Novecento, qui visse e forse proprio da questo prato e dal panorama intorno trasse ispirazione per il suo libro.

Non ci è difficile immaginare quanta materia abbia ispirato nei secoli gli artisti quando facciamo, il giorno successivo, l’escursione che da Amalfi raggiunge la Valle delle Ferriere, riserva naturale nella quale sopravvivono rari vegetali come la felce gigante (woodwardia radicans). La repubblica marinara di Amalfi, al culmine della sua potenza nel secolo XI, era al centro dei commerci dal Mediterraneo verso l’Oriente, aveva filiali come Costantinopoli, Beirut, Giaffa e di questo passato multiculturale conserva testimonianza nei monumenti: la decorazione ad archi intrecciati di ascendenza araba caratterizza il possente campanile del Duomo e si ripete, elegante, nel piccolo chiostro. La “Ruga nova mercatorum” era la Via Roma dell’epoca, la via porticata dei mercanti e delle botteghe, che si affacciava sul torrente, oggi coperto dalla via principale; la attraversiamo per guadagnare la scalinata che, con oltre 900 scalini, ci porterà al borgo di Pontone, da cui prenderemo il sentiero per la Valle delle Ferriere. Saliamo fiancheggiando la parete di roccia con stalattiti sopra le nostre teste, a sinistra i terrazzamenti dei limoneti. La valle di Amalfi è quasi completamente terrazzata e coltivata; fra i limoneti, ancora piccoli orti, profumo di limone, di rose; minuscoli giardini con enormi cespi di margherite. Più a monte la valle è chiusa tra alte pareti calcaree, traforate da grotte e anfratti. È proprio l’acqua l’elemento predominante nella valle: in passato veniva utilizzata per muovere i macchinari delle ferriere e delle cartiere di Amalfi. Il sentiero scende fino al torrente, in un ambiente naturale fresco e ricco di alberi, reso ancora più suggestivo dai resti delle antiche cartiere e condotte per l’acqua, i più antichi risalenti al XIII secolo. Attraversiamo il torrente e risaliamo sulla sponda opposta, per raggiungere la Riserva Naturale Speciale. Mancano soltanto le ninfe e il suono del flauto di Pan in questa forra di morbida vegetazione dalle alte pareti stillanti. Il torrente riceve acqua da numerose sorgenti e da una cascata altissima di acqua nebulizzata. Tornati ad Amalfi in serata siamo invitati ad un evento speciale: Costantino festeggia i venticinque anni di matrimonio, con la cerimonia del rinnovo dei voti matrimoniali. Messa cantata, i fiori, la foto di gruppo con gli sposi, e poi fuori, sul sagrato, mescolati al folto gruppo degli amici, facciamo la nostra parte a gettare il riso, applausi, palloncini bianchi e argento, e poi in corteo fino al ristorante per il brindisi di auguri.
Il giovedì ci aspettiamo vedute spettacolari dalla salita al monte Vico Alvano (642 m) e al Monte Comune (875 m); purtroppo le nuvole non vogliono saperne di diradarsi. Mentre scendiamo a Positano arriva il sole, così che ci rilasseremo in spiaggia, insieme a visitatori da tutto il mondo. Inglesi, tedeschi, australiani, francesi, indiani, giapponesi: ecco che cosa significa essere una meta di turismo internazionale. Nonostante l’eccesso di costruzioni da speculazione edilizia, Positano conserva il fascino dell’agglomerato di case bianche o vivacemente colorate, abbarbicate le une sulle altre. Pur considerando la fama e il turismo, non è facile vivere in questa terra affascinante ed estrema; sono state necessarie nei secoli pazienza, adattabilità e tenacia per strappare la terra, metro per metro, alla roccia; per fare la spola, con scale e sentieri intagliati in alte pareti di pietra, tra il mare e le abitazioni in alto, così come vediamo nel fiordo di Furore.

Foto di GruppoL’ultimo giorno di escursioni, venerdì 5 maggio, è dedicato alla magnifica e solitaria Cala di Ieranto, riserva naturale del F.A.I., che si apre sulla costa meridionale della penisola sorrentina.
Partiamo a piedi dall’hotel alla volta di Termini per raggiungere Nerano e imboccare il sentiero che tra bellissimi scorci panoramici scende alla cala. Tra panorami mozzafiato il sentiero scende alla baia, dove l’acqua trasparente invita i più coraggiosi/e al primo bagno di stagione.
Per finire in bellezza, la sera grazie ai buoni uffici di Costantino, Michela da buona organizzatrice ci prenota per un aperitivo nel ristorante “stellato” – due stelle Michelin – Don Alfonso di Sant’Agata sui Due Golfi. Visitiamo la cantina, con 25.000 preziose bottiglie, che si sviluppa in tre ambienti, il primo settecentesco, il secondo risalente al XV secolo per arrivare alla galleria del VI secolo a.C.! Dopo la visita Don Alfonso, la cui famiglia gestisce il ristorante dal 1890, ci intrattiene amabilmente, un vero signore semplice e cordiale. “Ingresso degli artisti” è scritto sulla targhetta di fianco alla porta della cucina, che si apre sul giardino. Gli “artisti”, ovvero uno stuolo di giovanissimi e altissimi chef, dai candidi cappelli inamidati, ci accolgono per una rapida visita della cucina di lucente acciaio.

Il giorno della partenza, dato che il nostro treno parte nel pomeriggio, Michela, che per l’organizzazione è una “macchina da guerra”, concorda con l’autista dell’autobus una lunga sosta a Sorrento. La visita della città, situata su un’ampia terrazza tufacea a picco sul mare, luogo natale di Torquato Tasso – cui è dedicata una statua nella piazza omonima – dai punti di belvedere ci offre ancora l’occasione di magnifici panorami sul golfo.
Non possiamo non dedicare un ricordo finale alla nostra guida Costantino. Attivissimo nella Pro Loco, nella Protezione Civile, competente e innamorato del suo territorio, che ci presenta e ci fa conoscere con passione, affabile e disponibile a farsi carico delle nostre esigenze, più che guidati ci ha accolti con spontanea amabilità nella sua terra di pura meraviglia.

Ripensando ai personaggi di questa settimana torna alla mente una famosa battuta: «Signori si nasce…». Il tratto umano è quel qualcosa in più che questa terra meravigliosa trasmette da secoli ai tanti visitatori che hanno voglia di ascoltare.

 

Liliana Cerutti

Sogna in grande e osa fallire

Sogna in grande e osa fallire, così era scritto come sottotitolo sulla copertina di un libro in vetrina a Courmayeur . Ecco così e andato il mio Tot Dret, ho sognato in grande e ho fallito, mi sono allenato bene, mi sono messo a dieta, ho preparato lo zaino perfetto, ma non è bastato, il mio fisico ha deciso che non era giornata, ma ecco com’è andata.

Mercoledì mattina metto ancora mano allo zaino, lo completo con le barrette e qualche gel, preparo il materiale da mettere nella sacca che l’organizzazione ci farà trovare a metà percorso, mi faccio un bel piattone di riso in bianco, un po’ d’insalata e via verso Gressoney.

Alle 15 sono su, al ritiro del pettorale e del pacco gara, c’è anche il controllo del materiale obbligatorio, viene fatto a sorteggio, mi fanno pescare tre bigliettini, a me è toccato far vedere ai commissari, lo zaino, la borraccia, i ramponcini e la benda adesiva elastica, che ovviamente era nel posto meno accessibile dello zaino. Ritorno in macchina e cerco di dormire un po’ , ma con scarso successo, preparo il sacco da dare all’organizzazione, è più di quanto immaginavo, comunque riesco a farci stare tutto e lo consegno.

Alle 18:30 mi mangio un po’ di insalata di riso. Arriva Cristina, mi vesto, verso le 20 ci spostiamo in zona partenza, entriamo in un bar, io prendo un tè, alle 20:30 un bacio a Cri e vado in griglia.

In griglia trovo Daniele con cui avevo condiviso l’ecotrail di Parigi nel 2008,
nel briefing ci spaventano con il meteo, caldo nei fondovalle per colpa del foehn e vento gelido in quota, con possibilità di pioggia e neve, non ci facciamo mancare niente.

Conto alla rovescia e via! La prima parte è in piano, leggera salita si corricchia un paio di chilometri poi si fa sul serio: incomincia la salita, incontro Daniele che fa un cambio di frontale, proseguiamo insieme. Stabilizziamo l’andatura, la fila di luci guardando in su o in giù è spettacolare, passiamo il primo colle e arriviamo a Champoluc, cribbio dopo aver preso freddo non c’è neanche un po’ di tè caldo, fortunatamente anche se è quasi l’una c’è un chiosco aperto, ci facciamo fare un tè, ci viene offerto perché non siamo di Milano!

Ricominciamo a salire verso il Col di Nana, perdo Daniele che mi stacca, in discesa mi passano un po’ di persone, arrivo alla base vita di Valtournanche, fa caldo. Ritrovo Daniele, mangio, bevo, poi mi chino a prendere qualcosa nello zaino, quando mi rialzo mi sento svenire, faccio in tempo ad appoggiarmi al tavolo, bevo un bicchiere di coca, mi sembra di stare meglio, ripartiamo. Dico a Daniele che se vuole allungare faccia pure, proseguiamo insieme fino al rifugio Barmasse, mi sembra di stare meglio, ma non è così, poco dopo mi stacco da Daniele e non lo riprenderò più.

Proseguo sempre più lentamente, al rifugio Magiá prendo la pastina in brodo, mai cosa più gradita, qualcuno dice che allungano il tempo limite di Oyace, ma non troviamo conferme, potrei fermarmi qui, ma al Col di Vessona mi aspetta Cri e a Oyace i miei genitori e mia sorella (scoprirò dopo che c’erano anche i miei figli per farmi una sorpresa), quindi continuo almeno arrivo tra facce amiche.

Si incomincia a salire verso il rifugio oratorio di Cuney, prima fa caldo, mi tolgo la giacca, subito dopo incomincia a piovere, al Cuney diluvia, il tendone è riscaldato, altri colleghi decidono di fermarsi qui, io riparto.

Al Colle Chaleby c’è vento forte, pioggia, neve che mi sferza la faccia, non finisce più, ma poco prima del Col Vessona trovo Cri che sfidando le intemperie mi è venuta incontro: un abbraccio che vorrei non finisse mai, ripartiamo, al bivacco Clearmont c’è un’equipe di volontari fenomenale, lei è stata adottata, è da stamattina alle 10 e mezza che è lì che mi aspetta. Sono ormai le 15, un bel piatto di pasta me lo sono meritato, fuori nevica alla grande, dopo una bella mezz’ora ci mettiamo in marcia.

Ha smesso di piovere e nevicare, ma non il vento, che ci accompagna fino al Col Vessona pochi metri sopra il bivacco. Dal colle è tutta discesa (o quasi) fino ad Oyace, il mio corpo si addormenta, ho i movimenti rallentati, Cri mi sprona a muovermi ma non ce la faccio, sono tremendamente lento, un bradipo, vorrei buttarmi per terra e dormire, ma siamo vicini, non si può, sto fondo valle non arriva più.

Finalmente il ponte e l’ultima risalita, ci sono anche mio papà e mia sorella, arrivo sotto alla strada, salgo in macchina e mi faccio portare al ristoro di Oyace a presentare il mio ritiro.

Poi casa, doccia, pasta, nanna….

Mi spiace, mi spiace per Cristina che mi ha spronato, supportato e sopportato in questi mesi di preparazione, mi spiace per i miei figli, Matteo e Paolo, che mi avevano preparato la sorpresa aspettandomi al passaggio di Oyace, mi spiace per i miei genitori e mia sorella che erano lì ad aspettarmi e mi spiace per tutti gli amici che hanno creduto e tifato per me seguendomi virtualmente su Facebook.

Guido Borio

 

Il Sogno del Drago di Enrico Brizzi

Se sei stato giovane negli anni 90 hai letto “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, esordio fulminante del giovane Enrico Brizzi.

Il ragazzo è poi cresciuto e si è messo a camminare su è giù per la nostra Italia, ripercorrendo le vie del pellegrinaggio o semplicemente le tracce della nostra storia.

Il CAI inaugura con l’editore Ponte alle Grazie questa collana chiamata “I PASSI” portandoci lungo il cammino più blasonato degli ultimi anni, un pellegrinaggio di massa con virtù taumaturgiche per l’anima e le vesciche.

Brizzi si allarga e parte da Torino, dove era terminato il suo viaggio precedente, sempre accompagnato dai buoni cugini. Valica Alpi e Pirenei, incontra gente e vede posti di morettiana memoria, ma soprattutto racconta. Tracce di storia italica, francese e spagnola, mescolate a leggende, aneddoti e personaggi rappresentativi del variegato mondo del turismo di massa.

Chi arriva in auto verso la fine del percorso, chi cammina con abbigliamento quanto meno inadeguato, chi avanza ritmando i passi con gli scatti dei selfie.

Mescola stile giornalistico, narrativo e storico didattico e tu mentre leggi, segui sulla carta i suoi passi verso Santiago. Scopri posti interessanti, sorridi con Ivan e Leo, ti perdi in quelle riflessioni dell’autore che in parte condividi.

Sentimenti altalenanti accompagnano la lettura di un percorso che probabilmente tutti vorremo fare, qualunque siano le motivazioni.

Una lettura molto scorrevole, ma mai banale, un percorso che può indurre più di una riflessione.

Il Drago del titolo è il nemico, l’ossessione, la nemesi dello scrittore; lo accompagnerà fino alla fine del viaggio, spiccando il volo solo sull’oceano atlantico, rompendo così quelle catene che spesso imprigionano la mente prima del corpo.

Pietro Bastianelli

Del Brenta Dolomiti

Prendiamo un bel gruppo di storditi,
con in mezzo un po’ di arditi.
C’è qualcosa che li tenta,
forse le Dolomiti del Brenta?
Allora si parte coraggiosi,
Che nessuno si riposi.
Ci son due pastori savi:
gagliardi, pazienti, anche bravi,
che conducono tutto il gregge.
E seguendo alcune frecce,
lor compattano la truppa,
dal breakfast alla zuppa.

Poi si dorme tutti insieme,
E a qualcuno gli conviene.

Dunque ci son due buontemponi,
Uno e’ Davide l’altro è Toni.
Vengon poi gli arrampicatori,
sono forti come tori.
Claudio, Franco, Max e Nanni
Li vogliamo tutti gli anni.

Maschi alfa beta e gamma,
che ci badano come mamma.
Uno che ti dia una mano?
C’è lui, c’è Germano.

Silenzioso e’ Roberto, a volte evanescente,
da scoprire lentamente.

E’ con noi un gigante buono,
il suo nome è Mauro Bono.
Poi c’è uno che ti aggiusta,
anche senza usar la frusta.
Grazie a Dio che l’ha inventato.
Si è lui è Renato.

Ecco che arriva la quota rosa,
Non la portano sulla Tosa,
solo belle, lunghe, bocchette.
pietre, ghiaccio e due scalette.
La nostra mascottina,
di certo è Carlottina.
Lorena mai sfiatata,
ha per tutti una parlata.
C’è una bella e bona,
il suo nome è Simona.
Che dire della Anna
che la grappa si tracanna?
E’ caduto come manna
del suo compleanno il dì
Festeggiato li per lì.
E la nostra amica Kia,
è un bene che ci sia.
E poi c’è Enrica.
Che è sempre una gran fica,
gnocca da fare paura,
in montagna va sicura.

Lucianina sopra il ghiaccio,
abbisogna di un tosto braccio.
Coi ramponi rivoltanti,
chiede aiuto a tutti quanti.

E non è ancora finita,
Ora tocca ai capigita.
Con Ivano e con Guido
non si è mai sentito un grido.

A Guido e ad Ivano,
entusiasti noi plaudiamo

Bene, chiedo scusa a tutti quanti.
Donne, uomini ed infanti.
Per queste rime azzardate
andando per ferrate.
Orfani di esimia poetessa,
la mia socia Silvia Tessa.

Qui, quindi concludiamo
e a casa ce ne andiamo
dalle Dolomiti del Brenta,
dove chi non gode si accontenta!

Luciana Bergamasco

Paradiso del Brenta

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Sabato 3 Settembre 2016, ore 9 – Cogne 1531m. Sereno e caldo.

Ci siamo, incomincia l’avventura con Alberto, Enrico e Renato. Dopo oltre 500Km e 50.000m di allenamento pensavo di essere pronto.

Siamo in poco più di 600 pretendenti; l’obiettivo di Alberto e Renato è quello di una buona classifica mentre il mio e di Enrico si limita a completare la gara.

Nell’euforia collettiva della partenza ci lasciamo trascinare ad un ritmo decisamente corsaiolo. Al giardino botanico, dopo meno di 3km, Albi e Renè si sono già involati e si comincia a salire seriamente. Un’occhiata al Sunto dà una VAM di 700 metri all’ora: è troppo e decidiamo di calare un po’. Al rifugio, al tavolo di rifornimento, c’è Jean il gestore, che conosco bene dopo i tanti pernottamenti scialpinistici, che mi dice: “Tranquillo, non esagerare e attacca a tutta dopo Gressoney”.

Ripartiamo e ben presto scavalchiamo il Col Loson 3296m, il punto più alto di tutta la gara, fra due ali di appassionati che incitano tutti indistintamente: sembra l’immagine di certi colli del Giro d’Italia.

Un cartello impietoso dice che mancano 58,6km e 4369m di dislivello. Gulp! Mi viene in mente quando i miei maestri del GSA Carlo e Beppe mi dicevano: ” Quando pensi di essere morto di fatica ricordati che nel barile c’è un doppio fondo con tanta riserva ancora da spendere”.

Dopo Degioz attraversiamo il Colle di Entrelor e più in basso ritrovo il percorso familiare che ci porta a Rhemes dove c’è un posto di ristoro e dove facciamo una piccola pausa. Mi dicono che Renato è passato con oltre un’ora di vantaggio e le ali alle gambe: “Va troppo forte, è matto? ” penso.

E’ ormai l’imbrunire quando ripartiamo con le frontali per l’ultimo colle della giornata, il Col Fênetre.

Poco prima di raggiungerlo, guardando indietro nel buio, vedo un serpentone di luci che risalgono in lenta processione. Abbiamo percorso i primi 50 km dalla partenza e ci aspetta ormai solo più la discesa. Quando passiamo all’Epée restano 7 interminabili km per raggiungere Valgrisanche dove arrivo che è quasi mezzanotte.

Qui si può mangiare, fare la doccia e dormire. Dormire? E chi ci riesce? Mi stendo ma il sonno non arriva. Enrico, dopo una doccia riesce a chiudere occhio. Io, visto il casino che comportava, mi sono limitato ad un semplice lavaggio dei piedi completamente neri per la polvere della giornata. É tanto che non piove e tutti i sentieri sono secchi e, con il passaggio di tanti bipedi, si crea una polvere sottile ed impalpabile che in certi punti, alla luce delle frontali, sembra di correre in un pulviscolo in sospensione! Mi prenderò mica la silicosi?

Ripartiamo alle 2 di notte per Courmayeur. Renato è molto avanti ed Albi è addirittura fra i primi 50, e chi lo ferma più?

Le gambe per il momento girano bene. Sarà perché si riparte in discesa?

A Planaval ristoro al volo e risalita al Lac du Fond e di qui all’aspro Col Crosatie. Discesa spacca gambe di 800m e risalita al Passo Alto per scendere al Rifugio Deffeyes. L’alba lascia ormai intravedere l’anfiteatro del Rutor, una gioia per gli occhi mentre le gambe non vedono l’ora finisca questa interminabile discesa.

Arrivati a La Thuile approfittiamo di una fontana per fare un bel pediluvio; sono quasi le 13 ed è ancora lunga per Courmayeur.

Dietro il paese le bandierine ci fanno scendere! Dove cavolo si passerà? Cerco di individuare qualche concorrente ma ormai i distacchi sono rilevanti e quelli che mi precedono sono punti lontani. Passiamo la Youla e il Col d’Arp. Ahio, la fatica si fa sentire!

Nella discesa, dopo quasi 100km, le gambe cominciano a chiedere pietà, strano. Io sono sempre stato un buon discesista, facevo a rotta di collo dallo Chaberton a Cesana in 50’ senza fatica e adesso mi tocca subire la sorte inversa.

Continuo, superato da parecchi, e quando raggiungo Enrico, che si è fermato ad aspettarmi, decidiamo di separarci: ci vedremo a Courmayeur e lì deciderò se proseguire.

Gli ultimi 10km li faccio in compagnia di un branco di barboncini che mi mordono rotule e quadricipiti.

Arrivo a Courmayeur alle 19,30.

Renato ha cominciato a sentir male ad una gamba; speriamo gli passi magari con un antidolorifico. Io ne faccio un uso sfacciato per proseguire.

La doccia non la cerco e neppure la mensa ma il dormitorio sì: mi manca più il riposo di tutto il resto. Trovata una brandina libera mi sdraio con gli indumenti con cui sono arrivato e dormo profondamente fino alle 4:30. Al risveglio la prima preoccupazione sono le gambe: mi alzo, muovo i primi passi e scopro che non sono più imballate. Bene! Cerco nel borsone un paio di calze pulite e dopo una breve colazione riparto alle 5 di buona lena con la frontale accesa. Le gambe sono tornate toniche e con questo è tornato anche il buon umore.

Passo ai Rifugi Bertone e Bonatti dopo un lungo sentiero che costeggia in quota la Val Veny.

Poco dopo ci aspetta il Colle di Malatrà e subito riprende la discesa e con essa anche il dolore alle ginocchia.

Rifugio Frassati (ph Spataro Marco)

Al Rifugio Frassati, entro e richiedo assistenza medica. Una graziosa dottoressa mi fa una fasciatura a mo’ di ciambella attorno alla rotula. Riparto e riesco quasi a correre. Funziona! Mentre mi incerottava mi ha anche raccomandato di non prendere più antidolorifici e di bere molto per evitare guai renali a fronte di tutti quelli che ho preso. Lo stesso consiglio che Massimo mi aveva dato più volte durante la preparazione. Mi sovviene la visita medico sportiva fatta da lui:”Tutto ok siamo a posto per le attività sportive ma a te e agli altri non dovrei firmare il certificato perché vi voglio bene. Sai come la penso: sono contrario a queste gare troppo deleterie e spacca gambe.”

A Saint Rhemy breve ristoro e defaticante pediluvio in una fontana. Mangio poco e quel poco lo butto giù a fatica. La nausea chiude ogni stimolo di fame.

Riparto sotto un sole asfissiante verso i restanti 21 km. Le gambe adesso sembrano tenere ma, a sorpresa, inizia a farsi sentire la schiena.

La salita al colle, con vento e nuvole minacciose si rivela comunque meno faticosa del previsto anche per la piacevole compagnia di Eleonora, una concorrente local. Passata indenne la zona nuvolosa con poche gocce rinfrescanti, ci aspettano i 6km di discesa ad Ollomont dove arrivo alle 19,45.

Nella palestra sembra di essere in un formicaio. La parte superiore è dedicata all’infermeria mentre in quella inferiore c’è il deposito dei borsoni e due unici servizi, accessibili tramite uno stretto corridoio dove a malapena passano due persone: un caos. Non ho una brandina e non so dove mettere la roba quindi decido di lavarmi solo i piedi e cambiarmi i calzini. Passo in infermeria e sono fortunato perché non c’è troppa coda. Un’altra dottoressa molto simpatica mi fa distendere su una brandina da campo chiedendomi se si può assentare un momento ed io decido di approfittarne per schiacciare un pisolino. Mezz’ora dopo mi sveglia e mi re-incerotta le rotule.

La zona adibita a dormitorio è strapiena ed anche il deposito borse è stipato di brandine per cercare di far spazio a tutti visto che, dopo tre giorni, il sonno sembra essere la cosa più ambita.  In quel caos resistiamo meno di un’ora; non oso pensare come sarebbe andata se in questa tappa fossimo arrivati bagnati fradici!

Con Enrico, Renato, che nel frattempo abbiamo raggiunto, ed i nostri acciacchi partiamo alle 23:30. Saliamo al Col Bruson nel buio più assoluto con una temperatura gradevole. Abbiamo fatto i primi 1100m della tappa, ce ne restano poco meno di 3000. Quando arriviamo a Oyace dove c’è un campo base intermedio sono le 4,30. Qui tutto è tranquillo e possiamo dormire e mangiare dopo il caos di Ollomont! Renato trova una brandina libera mentre io ed Enrico ci sistemiamo direttamente sul tavolato: più che dormire ci si riposa e io cerco disperatamente di trangugiare del cibo.

Sul tavolo dei rifornimenti c’è veramente di tutto: bevande di ogni tipo calde e fredde, prosciutto, speck, formaggi, frutta, biscotti cioccolata. Non manca nulla, tranne l’appetito! E’ incredibile questa difficoltà assoluta di mangiare ed anche di bere.

Ripartiamo da Oyace alle 5,30. Renato stringe i denti per il dolore alla gamba ma dopo una mezz’ora abbandona; mancano ancora 35km e 3000 metri di dislivello, e sarebbe stato un calvario.

Passiamo i Colli Vessona e Chaleby e ci buttiamo nella lunga discesa al Rifugio Magià dove arriviamo alle 14 sotto un sole cocente. Adesso ci aspetta la risalita di 800m alla Fênetre de Tzan.

In questo tratto mi spoglio letteralmente, strappando via anche i cerotti e rimanendo in slip e maglietta. Ad Ollomont avevo scaricato dallo zaino ramponcini, piumino e guanti infrangendo il regolamento ma la mia schiena non ne poteva più.

Mancano ancora 15km e dire che mi sono sembrati eterni e maledettamente dolorosi è un eufemismo.

Alle 21, dopo oltre venti ore per i monti, arrivo finalmente a Valtournanche dove faccio una lunga doccia.

Mi consulto telefonicamente con Massimo cercando di spiegargli i dolori alla schiena e su suo fermo sollecito decido di alzare bandiera bianca dopo 212km e 15.230m di dislivello.

Verso le 3, mezzo rintronato impiego un paio di minuti per capire che il cellulare che sta strillando è il mio: è Renato che secondo gli accordi mi sveglia. Gli comunico che mi ritiro. Lui ha già recuperato l’auto a Cogne e nel tempo in cui raccatto tutta la mia roba mi raggiunge per caricarmi.

Siamo tristi e rammaricati.

Enrico, con i piedi gonfi e tutto incerottato riparte e riuscirà a completare il percorso. Percorso che Alberto ha chiuso invece brillantemente al 20° posto fra i Top runner in poco più di 110h. Anche Eleonora, la Valdostana che non dorme mai, riesce ad arrivare al traguardo: alla fine completeranno la gara in 300 su 615 partiti.

Più di così non potevo fare e alla fine, per una volta, ho messo giudizio.

Orfeo Corradin

Un giorno diventerò grande

Da sinistra. Giuse e Luca

Non sono nuovo a idee strampalate, per mia fortuna ho amici che le appoggiano. Il Monte Bianco in giornata? Perché no…

 

 

Il tempo di una telefonata alla persona giusta e tutto è già organizzato, la telefonata recita più o meno così:

“Sà Giuse sabato il meteo è buono, il Bianco sembra in condizioni ottime, visto che tu hai il tempo contato partiamo dopo lavoro venerdì, andiamo a Chamonix, arriviamo in cima e rientriamo, per le 16:00 di sabato sei a casa!”.

Ci troviamo al casello autostradale di San Giorgio alle 21:00 di venerdì 27 Maggio. Con Giuse cerco di regolare un suo sci sul mio scarpone da gara. Forse è solo Giuse che maneggia lo sci, io penso piuttosto a mangiare quello che ci siamo portati da casa: per una salita del genere non posso distrarmi, devo alimentarmi. Il problema è che partendo da casa mi sono accorto che un attacchino non è perfettamente funzionante e non mi fido a salire e, soprattutto, a scendere con quello. A conti fatti devo dire che lo sci di Giuse mi aiuterà e non poco.

Durante il viaggio ripassiamo i tratti cruciali della salita: io ripeto che ce la facciamo, Giuse naturalmente ribadisce l’esatto opposto. Arrivati al tunnel del Monte Bianco, forse per scaramanzia propongo: “Facciamo il dieci corse, ci costa meno e almeno se non riusciamo a salire questa volta torniamo la prossima settimana”.

Giunti in terra francese non abbiamo il tempo di prendere fiato, appena usciti dal tunnel si parcheggia sulla sinistra e via. Partiamo di buon passo con gli sci in spalla, lo zaino non è dei più leggeri, però il morale è tornato alle stelle. Le temperature sono decisamente alte, in maglietta e scarpe da ginnastica saliamo bene. I problemi iniziano quando incontriamo alcune lingue di neve: perdiamo il sentiero più volte, ci bagniamo i piedi e rallentiamo la salita.

All’arrivo della vecchia funivia a quota 2400m circa calziamo scarponi e sci: siamo a circa due ore di salita. Dal Ghiacciaio dei Bossons ci separa “solo” più un tratto ripido, in cui l’assenza di rigelo ci fa sprofondare nella neve fino al ginocchio. Arrivati sul ghiacciaio, eccoci nel caotico mondo di seracchi, crepacci e sinistri scricchiolii:  attraversarlo la notte è stato più rilassante che sotto il sole. Ci leghiamo: ramponi e sci in spalla per un centinaio di metri.

Le luci di tante frontali ci precedono e ci segnano il cammino verso un cielo stellato che sembra di buon auspicio. Fino al Rifugio dei Grands Mulets la traccia battuta il giorno prima è diventata una striscia di ghiaccio. La concentrazione è massima per evitare di sprecare forze inutilmente, procediamo legati senza dire una parola.

Ci coglie il giorno verso quota 3500m dove inizia la cresta del Gouter, raggiungiamo cordate partite dal rifugio, ramponi di nuovo ai piedi e su per questa cresta affilata che sembra portarti in paradiso. Il passo è ancora buono, arrivati sui 3900m dove si possono calzare gli sci veniamo colpiti dal sole, che bellezza potersi sedere sullo zaino mettersi gli occhiali, bere un sorso e mangiare qualcosa.

La ripartenza qui segna la svolta della salita, giunti sul piano nei pressi del Col du Dome sotto la Capanna Vallot, siamo presi da un sonno incredibile: siamo partiti dopo una giornata di lavoro e non abbiamo ancora dormito. Le cordate che superiamo sono tantissime di ogni nazionalità ed età, alla Vallot sembra ci sia un raduno di cadaveri viventi, ma decidiamo di partecipare anche noi alla festa: giù di nuovo lo zaino e via con bevande e barrette. Sono le 8:30, fossi stato a piedi sarei tornato indietro, invece con gli sci al seguito continuo a scrutare la parete Nord: si scende dalla cima sci ai piedi, non possiamo mollare.

Il percorso

Da qui in avanti, sci in spalla, saliamo lungo la Cresta des Bosses, la neve è dura e la traccia buona, ma è il passo a non essere dei più sicuri.

La cima sembra irraggiungibile: molte cordate come noi e con il nostro stesso sogno sono lì. Dopo l’ennesimo dosso che nasconde la vetta, mettiamo piede sul tetto d’Europa! La salita è finita e d’ora in avanti sarà solo discesa sui nostri amati sci.

Mi succede spesso al termine di un grande sforzo di commuovermi, anche questa volta è successo, credo ne sia valsa la pena, anche per Giuse che non lo ammeterebbe mai.

Vista della parete nord del Bianco,siamo scesi sopra il seracco

La discesa è filata via veloce tutto a ritroso giù per la Nord e poi sulla normale dei Grands Mulets. Alle 14:30 siamo all’auto, alle 16:30 a casa. Meno di venti ore per un Bianco da ricordare.

I tempi non sono da record, abbiamo gestito la salita da uomini di esperienza e non da atleti, categoria a cui non mi sento di appartenere. Alla base di tutto la grande passione per la montagna, la voglia di soffrire e di misurare le proprie capacità di resistenza, quello che ti dà quella soddisfazione una volta alla macchina di dire a te stesso: “Hai visto? Ci sei riuscito”.

Non mi resta che riaprire il libro dei sogni che per me è ancora lontano dal terminare, e come un bambino sognare nuovi progetti e nuove avventure…

Luca Berta

L’isola del Tesoro

Anche quest’anno il Cai Uget ha voluto organizzare una bella settimana di trekking di primavera e, poiché siamo affezionati alle isole vulcaniche (l’anno scorso è toccato alle Isole Eolie ospitarci), la meta è stata Madeira, l’isola principale dell’omonimo arcipelago appartenente al Portogallo e situato nell’Oceano Atlantico a 560 chilometri al largo del Marocco.
Il gruppo in partenza è numeroso, siamo ben in 35, a riprova del fatto che la destinazione scelta e la precisa organizzazione di Luciano incontrano il favore di noi appassionati dell’avventura… poco estrema.

Un mare di nuvole dal Pico Ruivo

E la prima avventura la viviamo già arrivando a destinazione, atterrando all’aeroporto di Madeira, che è considerato uno tra i più pericolosi al mondo: in pratica la pista di atterraggio è un viadotto che si protende nel mare, circondata su tre lati dalle montagne, proprio quelle che affronteremo nei giorni successivi e che possiamo ammirare in anteprima.
Forse ammirare è una parola grossa, perché ci appaiono avvolte dalle nuvole, ma d’altra parte siamo in mezzo all’Oceano, le cime di Madeira sono le uniche elevazioni nel raggio di centinaia di chilometri, dove pretendi che l’umidità del mare vada a condensarsi?

La scogliera di Cabo Girao

A proposito degli aspetti meteo-climatici dell’isola, il giorno del nostro arrivo ci accoglie anche un bel vento, tanto per non farci dimenticare dove ci troviamo.
Già dal giorno successivo però il tempo migliorerà decisamente, regalandoci sempre belle giornate e confermando la definizione data a Madeira di “isola dell’eterna primavera”.
Un aspetto che subito colpisce è il fatto che i centri abitati si trovino tutti, ad eccezione della capitale Funchal, aggrappati alle montagne sopra alte scogliere, infatti pare che le strade finiscano nel vuoto, tanto le scogliere sottostanti precipitano a picco.
Questa particolarità fa comprendere che Madeira non è propriamente un’isola per turismo di mare, bensì si presta magnificamente alle escursioni in montagna, e questo ci prepariamo a fare.
Il primo giorno il programma prevede di percorrere la Levada do Caldeirao Verde, il più famoso dei sentieri che corrono lungo i numerosi tipici canali d’irrigazione costruiti tra il XVI e il XIX secolo per portare l’acqua dalle montagne dell’entroterra alla costa. Il sentiero attraversa la laurisilva, la foresta protetta dall’Unesco residua dell’antica foresta pliocenica, e raggiunge appunto il Caldeirao Verde, un lago dalle acque verdi in cui si tuffa una cascata alta circa 100 metri e circondato da alte pareti ricoperte di vegetazione.
A seguire, il giorno successivo raggiungiamo il punto più alto dell’isola, il Pico Ruivo (1.862 mt), compiendo un bellissimo giro ad anello che parte e termina dal Pico do Arieiro (1.818 mt): il dislivello coperto, nonostante i saliscendi, non è molto, ma quella che rimane impressa è la vista continua sull’Oceano tutto intorno, o meglio sul mare di nuvole che lo ricopre e che sta sotto di noi.
Il terzo giorno seguiamo il sentiero lungo un’altra levada, la Levada das 25 Fontes, il posto è bello ma un po’ troppo turistico per noi del Cai abituati a frequentare luoghi “selvaggi”: per fortuna le nostre guide Luciano e Ivano propongono per i più temerari di aggiungere un’ulteriore destinazione verso altre cascate, questa sì all’altezza delle nostre aspettative, poiché il sentiero è accidentato e la meta sperduta tra la vegetazione.
Ma il punto metaforicamente più alto del nostro trekking lo raggiungiamo il quinto giorno, quando un piccolo contrattempo logistico ci costringe, volendo mantenere inalterata la destinazione, a un cambio di percorso, che ci permette di scalare il Pico Grande (1.665 mt.) salendo dal versante nord-ovest; questo versante, isolato e poco frequentato, ci riserva una sorpresa unica: le sue pareti sono interamente ricoperte di gialle ginestre e il sentiero che percorriamo è una galleria scavata sotto gli arbusti. Quale miglior modo per apprezzare lo spettacolo della flora di questa splendida isola subtropicale?
L’ultimo giorno raggiungiamo l’estrema punta est dell’isola con un’agevole passeggiata su percorso obbligato, con ripetuti scorci sull’Oceano e nondimeno un bel bagno nelle acque per nulla fredde che nei giorni precedenti abbiamo sempre contemplato dall’alto.
Forse vi chiederete: e il quarto giorno? Ebbene, a metà della nostra vacanza il programma prevedeva una giornata di stacco, da dedicare ad attività ludiche a scelta, e dove pensate che sia caduta la nostra scelta? No, non su un’ulteriore impegnativa escursione come farebbe supporre la nostra comune appartenenza al sodalizio, ma su una giornata da perfetti turisti, che non per caso hanno visitato la parte antropizzata dell’isola, interessante quanto quella selvaggia. In particolare a Funchal merita la visita alla Zona Velha con i suoi edifici restaurati, al Mercado dos Lavradores, dove i banchi del pesce offrono tranci di tonno di dimensioni oceaniche, e del famoso Jardin Botanico, che però chi scrive non ha visitato, preferendo raggiungere con i mezzi pubblici la scogliera di Cabo Girao, la più alta d’Europa (580 mt): veramente spettacolare la vista verso il basso dal pavimento in vetro della piattaforma da cui ci si sporge.
E il tesoro del titolo? Il tesoro che alla fine abbiamo trovato è il riposo di cui ci parlava Guido Rey, quello che puoi trovare sia nella quiete che nella fatica, dove a Madeira la quiete è onnipresente e la fatica mai eccessiva.

Silvia M.

Sua Maestà Shapur I

Didascalia: Il Re dei Re, Shapur I

Un mese in Iran, privi di velleità esplorative o ipogee, per portare in vacanza gli occhi. Il progetto prevede di vagare un po’ per il paese, rigorosamente con mezzi pubblici, per vedere cose belle e camminare per montagne senza blasone, ma fornite di calcare, per il solo gusto di mettere un piede davanti all’altro. E magari curiosare un po’ nel carsismo iraniano.

Così vagabondando ci troviamo a Shiraz, nella parte centro meridionale del paese, antica città achemenide, ottima base di partenza per tutta una serie di cose che stanno nei dintorni. Dove dintorni è da intendersi in maniera piuttosto ampia in modo che con solo quattro ore di bus arriviamo a Bishapur, sito sasanide enorme e magnifico.

Qui veniamo a sapere dell’esistenza di una statua alta sei metri posta all’ingresso di una ineffabile caverna. La Lonely Planet conferma la notizia e da un’indicazione un più: occorre risalire per una stretta gola. Una successiva indagine svelerà come la gola sia in effetti il vallone largo quattro chilometri che abbiamo davanti. Come al solito Lonely parla di cose che non conosce.

Si tratta di risalire il suddetto vallone per un’ora abbondante, arrivare a un villaggio e di qui imboccare un ripido sentiero che risale la montagna fino alla famosa caverna. E fin qui è facile: poi si tratterà anche di tornare alla civiltà, coprire in qualche modo i 25 km che ci separano dalla stazione dei bus in tempo per l’ultima corsa che ci dovrebbe riportare a Shiraz, 250 km più a est.

La salita è una corsa ma alla fine la statua c’è davvero, malconcia ma c’è. Ha partito un po’ le ondate arabe del 650 d.C. e ancor più i recenti restauri: ora ostenta un paio di tremende gambe in cemento armato che non sminuiscono però i suoi sei metri di altezza. Si tratta di Shapur I re dei Sasanidi che può vantarsi, unico nella storia, di avere catturato in battaglia un imperatore romano (Valeriano) e avere, di fatto, fermato l’avanzata imperiale in Asia.

Dietro la statua la cosiddetta caverna presenta aspetti inaspettati: una galleria freatica larga una ventina di metri si inoltra nel buio. Quindi una gigantesca grotta lunga circa un chilometro che alterna grandi sale a laghetti concrezionati da scoprire con l’aiuto delle scarne luci che casualmente avevamo con noi.

All’uscita l’ultima sorpresa: un sedicente speleologo locale in transito ci organizza via telefono un passaggio per la stazione bus alla quale arriveremo col lussuoso anticipo di una decina di minuti sull’ultima corsa per Shiraz.

Valle stretta 70 anni dopo

Il 10 febbraio 1947, con la firma del trattato di pace avvenuta a Parigi,  l’Italia uscì definitivamente dall’avventura della seconda guerra mondiale. La gente piangeva i suoi morti e restavano da sanare gravi ferite materiali; a tutto ciò si aggiunse l’amarezza per le rettifiche territoriali imposte dai vincitori.

In Piemonte, a differenza di quanto accadde in altre regioni, le rettifiche non toccarono territori popolati, ma soltanto il Colle del Moncenisio, la cima dello Chaberton e la Valle Stretta, lontani dai centri abitati; zone note però anche ai non residenti, perché interessanti sotto l’aspetto alpinistico o turistico. In particolare la separazione dalla Valle Stretta toccò tanti appassionati di montagna.

 

28 Agosto 1928, il papà del nostro Pierfelice era in Valle Stretta

Possiamo immaginare quali furono ai tempi i sentimenti di delusione provati dagli italiani, puniti per colpe di chi li aveva governati, o quelli di soddisfazione e di rivalsa dei francesi. Ma ora, con l’abbattimento delle formalità di confine tra le nazioni europee, è legittimo chiedersi quali siano i vantaggi conseguiti dagli abitanti di Nevache, entro i cui confini comunali è confluita la Valle Stretta, o quali i danni subiti dagli abitanti di Bardonecchia, dal cui comune la valle è stata staccata.

La “Rivista della Montagna” nel 1982 pubblicò un articolo del nostro socio Marziano Di Maio, “La guerra per i confini”, storia delle rivendicazioni territoriali francesi alla fine della seconda guerra mondiale. Nell’articolo Marziano affermava che, in pratica, la cessione della Valle Stretta sarebbe stata un regalo non richiesto.

Un altro nostro socio, Franco Barneaud, bardonecchiese, ha più volte organizzato e diretto gite sociali in Valle Stretta, rievocando quei lontani eventi. Franco aggiunge ancora qualche considerazione:

<< Anche se nel 1946 avevo solo otto anni, ricordo perfettamente le scritte sui muri del paese “Viva Bardonecchia italiana” e “Viva Valle Stretta italiana”, mentre non ricordo di aver notato scritte inneggianti all’annessione alla Francia: la popolazione si sentiva più italiana che francese (fin dal trattato di Utrecht del 1713 era stata staccata dalla Francia) e con il trattato di pace del febbraio 1947 nessun abitante cambiò nazionalità, in quanto la Valle Stretta, divenuta francese, non aveva abitanti stabili ma solo alpigiani nel periodo estivo.   La conseguenza più fastidiosa fu che i proprietari di case e terreni dovettero ogni anno recarsi a Nevache per pagare le tasse relative, fino a quando rimasero in vigore.

L’ambiente naturale della Valle Stretta non ha subito sostanziali degradi, i sentieri dell’alta valle sono rimasti gli stessi da secoli e le montagne, ovviamente, continuano ad essere meravigliose.  La valle è anzi valorizzata, sia dalla ricostruzione del secondo rifugio,“Rois Mages” (un tempo dell’Uget)[…]sia dalla ristrutturazione di quasi tutte le baite.

Tutto bene dunque?  Non proprio, perché è rimasto insoluto il problema della manutenzione ordinaria della strada carrozzabile di fondo valle (finora ha provveduto il Comune di Bardonecchia).  

Ma la cerchia di vette che circondano la Valle Stretta resta indifferente alle beghe umane: loro non hanno padroni.>>