Ho messo 4k di giudizio

Sabato 3 Settembre 2016, ore 9 – Cogne 1531m. Sereno e caldo.

Ci siamo, incomincia l’avventura con Alberto, Enrico e Renato. Dopo oltre 500Km e 50.000m di allenamento pensavo di essere pronto.

Siamo in poco più di 600 pretendenti; l’obiettivo di Alberto e Renato è quello di una buona classifica mentre il mio e di Enrico si limita a completare la gara.

Nell’euforia collettiva della partenza ci lasciamo trascinare ad un ritmo decisamente corsaiolo. Al giardino botanico, dopo meno di 3km, Albi e Renè si sono già involati e si comincia a salire seriamente. Un’occhiata al Sunto dà una VAM di 700 metri all’ora: è troppo e decidiamo di calare un po’. Al rifugio, al tavolo di rifornimento, c’è Jean il gestore, che conosco bene dopo i tanti pernottamenti scialpinistici, che mi dice: “Tranquillo, non esagerare e attacca a tutta dopo Gressoney”.

Ripartiamo e ben presto scavalchiamo il Col Loson 3296m, il punto più alto di tutta la gara, fra due ali di appassionati che incitano tutti indistintamente: sembra l’immagine di certi colli del Giro d’Italia.

Un cartello impietoso dice che mancano 58,6km e 4369m di dislivello. Gulp! Mi viene in mente quando i miei maestri del GSA Carlo e Beppe mi dicevano: ” Quando pensi di essere morto di fatica ricordati che nel barile c’è un doppio fondo con tanta riserva ancora da spendere”.

Dopo Degioz attraversiamo il Colle di Entrelor e più in basso ritrovo il percorso familiare che ci porta a Rhemes dove c’è un posto di ristoro e dove facciamo una piccola pausa. Mi dicono che Renato è passato con oltre un’ora di vantaggio e le ali alle gambe: “Va troppo forte, è matto? ” penso.

E’ ormai l’imbrunire quando ripartiamo con le frontali per l’ultimo colle della giornata, il Col Fênetre.

Poco prima di raggiungerlo, guardando indietro nel buio, vedo un serpentone di luci che risalgono in lenta processione. Abbiamo percorso i primi 50 km dalla partenza e ci aspetta ormai solo più la discesa. Quando passiamo all’Epée restano 7 interminabili km per raggiungere Valgrisanche dove arrivo che è quasi mezzanotte.

Qui si può mangiare, fare la doccia e dormire. Dormire? E chi ci riesce? Mi stendo ma il sonno non arriva. Enrico, dopo una doccia riesce a chiudere occhio. Io, visto il casino che comportava, mi sono limitato ad un semplice lavaggio dei piedi completamente neri per la polvere della giornata. É tanto che non piove e tutti i sentieri sono secchi e, con il passaggio di tanti bipedi, si crea una polvere sottile ed impalpabile che in certi punti, alla luce delle frontali, sembra di correre in un pulviscolo in sospensione! Mi prenderò mica la silicosi?

Ripartiamo alle 2 di notte per Courmayeur. Renato è molto avanti ed Albi è addirittura fra i primi 50, e chi lo ferma più?

Le gambe per il momento girano bene. Sarà perché si riparte in discesa?

A Planaval ristoro al volo e risalita al Lac du Fond e di qui all’aspro Col Crosatie. Discesa spacca gambe di 800m e risalita al Passo Alto per scendere al Rifugio Deffeyes. L’alba lascia ormai intravedere l’anfiteatro del Rutor, una gioia per gli occhi mentre le gambe non vedono l’ora finisca questa interminabile discesa.

Arrivati a La Thuile approfittiamo di una fontana per fare un bel pediluvio; sono quasi le 13 ed è ancora lunga per Courmayeur.

Dietro il paese le bandierine ci fanno scendere! Dove cavolo si passerà? Cerco di individuare qualche concorrente ma ormai i distacchi sono rilevanti e quelli che mi precedono sono punti lontani. Passiamo la Youla e il Col d’Arp. Ahio, la fatica si fa sentire!

Nella discesa, dopo quasi 100km, le gambe cominciano a chiedere pietà, strano. Io sono sempre stato un buon discesista, facevo a rotta di collo dallo Chaberton a Cesana in 50’ senza fatica e adesso mi tocca subire la sorte inversa.

Continuo, superato da parecchi, e quando raggiungo Enrico, che si è fermato ad aspettarmi, decidiamo di separarci: ci vedremo a Courmayeur e lì deciderò se proseguire.

Gli ultimi 10km li faccio in compagnia di un branco di barboncini che mi mordono rotule e quadricipiti.

Arrivo a Courmayeur alle 19,30.

Renato ha cominciato a sentir male ad una gamba; speriamo gli passi magari con un antidolorifico. Io ne faccio un uso sfacciato per proseguire.

La doccia non la cerco e neppure la mensa ma il dormitorio sì: mi manca più il riposo di tutto il resto. Trovata una brandina libera mi sdraio con gli indumenti con cui sono arrivato e dormo profondamente fino alle 4:30. Al risveglio la prima preoccupazione sono le gambe: mi alzo, muovo i primi passi e scopro che non sono più imballate. Bene! Cerco nel borsone un paio di calze pulite e dopo una breve colazione riparto alle 5 di buona lena con la frontale accesa. Le gambe sono tornate toniche e con questo è tornato anche il buon umore.

Passo ai Rifugi Bertone e Bonatti dopo un lungo sentiero che costeggia in quota la Val Veny.

Poco dopo ci aspetta il Colle di Malatrà e subito riprende la discesa e con essa anche il dolore alle ginocchia.

Rifugio Frassati (ph Spataro Marco)

Al Rifugio Frassati, entro e richiedo assistenza medica. Una graziosa dottoressa mi fa una fasciatura a mo’ di ciambella attorno alla rotula. Riparto e riesco quasi a correre. Funziona! Mentre mi incerottava mi ha anche raccomandato di non prendere più antidolorifici e di bere molto per evitare guai renali a fronte di tutti quelli che ho preso. Lo stesso consiglio che Massimo mi aveva dato più volte durante la preparazione. Mi sovviene la visita medico sportiva fatta da lui:”Tutto ok siamo a posto per le attività sportive ma a te e agli altri non dovrei firmare il certificato perché vi voglio bene. Sai come la penso: sono contrario a queste gare troppo deleterie e spacca gambe.”

A Saint Rhemy breve ristoro e defaticante pediluvio in una fontana. Mangio poco e quel poco lo butto giù a fatica. La nausea chiude ogni stimolo di fame.

Riparto sotto un sole asfissiante verso i restanti 21 km. Le gambe adesso sembrano tenere ma, a sorpresa, inizia a farsi sentire la schiena.

La salita al colle, con vento e nuvole minacciose si rivela comunque meno faticosa del previsto anche per la piacevole compagnia di Eleonora, una concorrente local. Passata indenne la zona nuvolosa con poche gocce rinfrescanti, ci aspettano i 6km di discesa ad Ollomont dove arrivo alle 19,45.

Nella palestra sembra di essere in un formicaio. La parte superiore è dedicata all’infermeria mentre in quella inferiore c’è il deposito dei borsoni e due unici servizi, accessibili tramite uno stretto corridoio dove a malapena passano due persone: un caos. Non ho una brandina e non so dove mettere la roba quindi decido di lavarmi solo i piedi e cambiarmi i calzini. Passo in infermeria e sono fortunato perché non c’è troppa coda. Un’altra dottoressa molto simpatica mi fa distendere su una brandina da campo chiedendomi se si può assentare un momento ed io decido di approfittarne per schiacciare un pisolino. Mezz’ora dopo mi sveglia e mi re-incerotta le rotule.

La zona adibita a dormitorio è strapiena ed anche il deposito borse è stipato di brandine per cercare di far spazio a tutti visto che, dopo tre giorni, il sonno sembra essere la cosa più ambita.  In quel caos resistiamo meno di un’ora; non oso pensare come sarebbe andata se in questa tappa fossimo arrivati bagnati fradici!

Con Enrico, Renato, che nel frattempo abbiamo raggiunto, ed i nostri acciacchi partiamo alle 23:30. Saliamo al Col Bruson nel buio più assoluto con una temperatura gradevole. Abbiamo fatto i primi 1100m della tappa, ce ne restano poco meno di 3000. Quando arriviamo a Oyace dove c’è un campo base intermedio sono le 4,30. Qui tutto è tranquillo e possiamo dormire e mangiare dopo il caos di Ollomont! Renato trova una brandina libera mentre io ed Enrico ci sistemiamo direttamente sul tavolato: più che dormire ci si riposa e io cerco disperatamente di trangugiare del cibo.

Sul tavolo dei rifornimenti c’è veramente di tutto: bevande di ogni tipo calde e fredde, prosciutto, speck, formaggi, frutta, biscotti cioccolata. Non manca nulla, tranne l’appetito! E’ incredibile questa difficoltà assoluta di mangiare ed anche di bere.

Ripartiamo da Oyace alle 5,30. Renato stringe i denti per il dolore alla gamba ma dopo una mezz’ora abbandona; mancano ancora 35km e 3000 metri di dislivello, e sarebbe stato un calvario.

Passiamo i Colli Vessona e Chaleby e ci buttiamo nella lunga discesa al Rifugio Magià dove arriviamo alle 14 sotto un sole cocente. Adesso ci aspetta la risalita di 800m alla Fênetre de Tzan.

In questo tratto mi spoglio letteralmente, strappando via anche i cerotti e rimanendo in slip e maglietta. Ad Ollomont avevo scaricato dallo zaino ramponcini, piumino e guanti infrangendo il regolamento ma la mia schiena non ne poteva più.

Mancano ancora 15km e dire che mi sono sembrati eterni e maledettamente dolorosi è un eufemismo.

Alle 21, dopo oltre venti ore per i monti, arrivo finalmente a Valtournanche dove faccio una lunga doccia.

Mi consulto telefonicamente con Massimo cercando di spiegargli i dolori alla schiena e su suo fermo sollecito decido di alzare bandiera bianca dopo 212km e 15.230m di dislivello.

Verso le 3, mezzo rintronato impiego un paio di minuti per capire che il cellulare che sta strillando è il mio: è Renato che secondo gli accordi mi sveglia. Gli comunico che mi ritiro. Lui ha già recuperato l’auto a Cogne e nel tempo in cui raccatto tutta la mia roba mi raggiunge per caricarmi.

Siamo tristi e rammaricati.

Enrico, con i piedi gonfi e tutto incerottato riparte e riuscirà a completare il percorso. Percorso che Alberto ha chiuso invece brillantemente al 20° posto fra i Top runner in poco più di 110h. Anche Eleonora, la Valdostana che non dorme mai, riesce ad arrivare al traguardo: alla fine completeranno la gara in 300 su 615 partiti.

Più di così non potevo fare e alla fine, per una volta, ho messo giudizio.

Orfeo Corradin

Un giorno diventerò grande

Da sinistra. Giuse e Luca

Non sono nuovo a idee strampalate, per mia fortuna ho amici che le appoggiano. Il Monte Bianco in giornata? Perché no…

 

 

Il tempo di una telefonata alla persona giusta e tutto è già organizzato, la telefonata recita più o meno così:

“Sà Giuse sabato il meteo è buono, il Bianco sembra in condizioni ottime, visto che tu hai il tempo contato partiamo dopo lavoro venerdì, andiamo a Chamonix, arriviamo in cima e rientriamo, per le 16:00 di sabato sei a casa!”.

Ci troviamo al casello autostradale di San Giorgio alle 21:00 di venerdì 27 Maggio. Con Giuse cerco di regolare un suo sci sul mio scarpone da gara. Forse è solo Giuse che maneggia lo sci, io penso piuttosto a mangiare quello che ci siamo portati da casa: per una salita del genere non posso distrarmi, devo alimentarmi. Il problema è che partendo da casa mi sono accorto che un attacchino non è perfettamente funzionante e non mi fido a salire e, soprattutto, a scendere con quello. A conti fatti devo dire che lo sci di Giuse mi aiuterà e non poco.

Durante il viaggio ripassiamo i tratti cruciali della salita: io ripeto che ce la facciamo, Giuse naturalmente ribadisce l’esatto opposto. Arrivati al tunnel del Monte Bianco, forse per scaramanzia propongo: “Facciamo il dieci corse, ci costa meno e almeno se non riusciamo a salire questa volta torniamo la prossima settimana”.

Giunti in terra francese non abbiamo il tempo di prendere fiato, appena usciti dal tunnel si parcheggia sulla sinistra e via. Partiamo di buon passo con gli sci in spalla, lo zaino non è dei più leggeri, però il morale è tornato alle stelle. Le temperature sono decisamente alte, in maglietta e scarpe da ginnastica saliamo bene. I problemi iniziano quando incontriamo alcune lingue di neve: perdiamo il sentiero più volte, ci bagniamo i piedi e rallentiamo la salita.

All’arrivo della vecchia funivia a quota 2400m circa calziamo scarponi e sci: siamo a circa due ore di salita. Dal Ghiacciaio dei Bossons ci separa “solo” più un tratto ripido, in cui l’assenza di rigelo ci fa sprofondare nella neve fino al ginocchio. Arrivati sul ghiacciaio, eccoci nel caotico mondo di seracchi, crepacci e sinistri scricchiolii:  attraversarlo la notte è stato più rilassante che sotto il sole. Ci leghiamo: ramponi e sci in spalla per un centinaio di metri.

Le luci di tante frontali ci precedono e ci segnano il cammino verso un cielo stellato che sembra di buon auspicio. Fino al Rifugio dei Grands Mulets la traccia battuta il giorno prima è diventata una striscia di ghiaccio. La concentrazione è massima per evitare di sprecare forze inutilmente, procediamo legati senza dire una parola.

Ci coglie il giorno verso quota 3500m dove inizia la cresta del Gouter, raggiungiamo cordate partite dal rifugio, ramponi di nuovo ai piedi e su per questa cresta affilata che sembra portarti in paradiso. Il passo è ancora buono, arrivati sui 3900m dove si possono calzare gli sci veniamo colpiti dal sole, che bellezza potersi sedere sullo zaino mettersi gli occhiali, bere un sorso e mangiare qualcosa.

La ripartenza qui segna la svolta della salita, giunti sul piano nei pressi del Col du Dome sotto la Capanna Vallot, siamo presi da un sonno incredibile: siamo partiti dopo una giornata di lavoro e non abbiamo ancora dormito. Le cordate che superiamo sono tantissime di ogni nazionalità ed età, alla Vallot sembra ci sia un raduno di cadaveri viventi, ma decidiamo di partecipare anche noi alla festa: giù di nuovo lo zaino e via con bevande e barrette. Sono le 8:30, fossi stato a piedi sarei tornato indietro, invece con gli sci al seguito continuo a scrutare la parete Nord: si scende dalla cima sci ai piedi, non possiamo mollare.

Il percorso

Da qui in avanti, sci in spalla, saliamo lungo la Cresta des Bosses, la neve è dura e la traccia buona, ma è il passo a non essere dei più sicuri.

La cima sembra irraggiungibile: molte cordate come noi e con il nostro stesso sogno sono lì. Dopo l’ennesimo dosso che nasconde la vetta, mettiamo piede sul tetto d’Europa! La salita è finita e d’ora in avanti sarà solo discesa sui nostri amati sci.

Mi succede spesso al termine di un grande sforzo di commuovermi, anche questa volta è successo, credo ne sia valsa la pena, anche per Giuse che non lo ammeterebbe mai.

Vista della parete nord del Bianco,siamo scesi sopra il seracco

La discesa è filata via veloce tutto a ritroso giù per la Nord e poi sulla normale dei Grands Mulets. Alle 14:30 siamo all’auto, alle 16:30 a casa. Meno di venti ore per un Bianco da ricordare.

I tempi non sono da record, abbiamo gestito la salita da uomini di esperienza e non da atleti, categoria a cui non mi sento di appartenere. Alla base di tutto la grande passione per la montagna, la voglia di soffrire e di misurare le proprie capacità di resistenza, quello che ti dà quella soddisfazione una volta alla macchina di dire a te stesso: “Hai visto? Ci sei riuscito”.

Non mi resta che riaprire il libro dei sogni che per me è ancora lontano dal terminare, e come un bambino sognare nuovi progetti e nuove avventure…

Luca Berta

L’isola del Tesoro

Anche quest’anno il Cai Uget ha voluto organizzare una bella settimana di trekking di primavera e, poiché siamo affezionati alle isole vulcaniche (l’anno scorso è toccato alle Isole Eolie ospitarci), la meta è stata Madeira, l’isola principale dell’omonimo arcipelago appartenente al Portogallo e situato nell’Oceano Atlantico a 560 chilometri al largo del Marocco.
Il gruppo in partenza è numeroso, siamo ben in 35, a riprova del fatto che la destinazione scelta e la precisa organizzazione di Luciano incontrano il favore di noi appassionati dell’avventura… poco estrema.

Un mare di nuvole dal Pico Ruivo

E la prima avventura la viviamo già arrivando a destinazione, atterrando all’aeroporto di Madeira, che è considerato uno tra i più pericolosi al mondo: in pratica la pista di atterraggio è un viadotto che si protende nel mare, circondata su tre lati dalle montagne, proprio quelle che affronteremo nei giorni successivi e che possiamo ammirare in anteprima.
Forse ammirare è una parola grossa, perché ci appaiono avvolte dalle nuvole, ma d’altra parte siamo in mezzo all’Oceano, le cime di Madeira sono le uniche elevazioni nel raggio di centinaia di chilometri, dove pretendi che l’umidità del mare vada a condensarsi?

La scogliera di Cabo Girao

A proposito degli aspetti meteo-climatici dell’isola, il giorno del nostro arrivo ci accoglie anche un bel vento, tanto per non farci dimenticare dove ci troviamo.
Già dal giorno successivo però il tempo migliorerà decisamente, regalandoci sempre belle giornate e confermando la definizione data a Madeira di “isola dell’eterna primavera”.
Un aspetto che subito colpisce è il fatto che i centri abitati si trovino tutti, ad eccezione della capitale Funchal, aggrappati alle montagne sopra alte scogliere, infatti pare che le strade finiscano nel vuoto, tanto le scogliere sottostanti precipitano a picco.
Questa particolarità fa comprendere che Madeira non è propriamente un’isola per turismo di mare, bensì si presta magnificamente alle escursioni in montagna, e questo ci prepariamo a fare.
Il primo giorno il programma prevede di percorrere la Levada do Caldeirao Verde, il più famoso dei sentieri che corrono lungo i numerosi tipici canali d’irrigazione costruiti tra il XVI e il XIX secolo per portare l’acqua dalle montagne dell’entroterra alla costa. Il sentiero attraversa la laurisilva, la foresta protetta dall’Unesco residua dell’antica foresta pliocenica, e raggiunge appunto il Caldeirao Verde, un lago dalle acque verdi in cui si tuffa una cascata alta circa 100 metri e circondato da alte pareti ricoperte di vegetazione.
A seguire, il giorno successivo raggiungiamo il punto più alto dell’isola, il Pico Ruivo (1.862 mt), compiendo un bellissimo giro ad anello che parte e termina dal Pico do Arieiro (1.818 mt): il dislivello coperto, nonostante i saliscendi, non è molto, ma quella che rimane impressa è la vista continua sull’Oceano tutto intorno, o meglio sul mare di nuvole che lo ricopre e che sta sotto di noi.
Il terzo giorno seguiamo il sentiero lungo un’altra levada, la Levada das 25 Fontes, il posto è bello ma un po’ troppo turistico per noi del Cai abituati a frequentare luoghi “selvaggi”: per fortuna le nostre guide Luciano e Ivano propongono per i più temerari di aggiungere un’ulteriore destinazione verso altre cascate, questa sì all’altezza delle nostre aspettative, poiché il sentiero è accidentato e la meta sperduta tra la vegetazione.
Ma il punto metaforicamente più alto del nostro trekking lo raggiungiamo il quinto giorno, quando un piccolo contrattempo logistico ci costringe, volendo mantenere inalterata la destinazione, a un cambio di percorso, che ci permette di scalare il Pico Grande (1.665 mt.) salendo dal versante nord-ovest; questo versante, isolato e poco frequentato, ci riserva una sorpresa unica: le sue pareti sono interamente ricoperte di gialle ginestre e il sentiero che percorriamo è una galleria scavata sotto gli arbusti. Quale miglior modo per apprezzare lo spettacolo della flora di questa splendida isola subtropicale?
L’ultimo giorno raggiungiamo l’estrema punta est dell’isola con un’agevole passeggiata su percorso obbligato, con ripetuti scorci sull’Oceano e nondimeno un bel bagno nelle acque per nulla fredde che nei giorni precedenti abbiamo sempre contemplato dall’alto.
Forse vi chiederete: e il quarto giorno? Ebbene, a metà della nostra vacanza il programma prevedeva una giornata di stacco, da dedicare ad attività ludiche a scelta, e dove pensate che sia caduta la nostra scelta? No, non su un’ulteriore impegnativa escursione come farebbe supporre la nostra comune appartenenza al sodalizio, ma su una giornata da perfetti turisti, che non per caso hanno visitato la parte antropizzata dell’isola, interessante quanto quella selvaggia. In particolare a Funchal merita la visita alla Zona Velha con i suoi edifici restaurati, al Mercado dos Lavradores, dove i banchi del pesce offrono tranci di tonno di dimensioni oceaniche, e del famoso Jardin Botanico, che però chi scrive non ha visitato, preferendo raggiungere con i mezzi pubblici la scogliera di Cabo Girao, la più alta d’Europa (580 mt): veramente spettacolare la vista verso il basso dal pavimento in vetro della piattaforma da cui ci si sporge.
E il tesoro del titolo? Il tesoro che alla fine abbiamo trovato è il riposo di cui ci parlava Guido Rey, quello che puoi trovare sia nella quiete che nella fatica, dove a Madeira la quiete è onnipresente e la fatica mai eccessiva.

Silvia M.

Sua Maestà Shapur I

Didascalia: Il Re dei Re, Shapur I

Un mese in Iran, privi di velleità esplorative o ipogee, per portare in vacanza gli occhi. Il progetto prevede di vagare un po’ per il paese, rigorosamente con mezzi pubblici, per vedere cose belle e camminare per montagne senza blasone, ma fornite di calcare, per il solo gusto di mettere un piede davanti all’altro. E magari curiosare un po’ nel carsismo iraniano.

Così vagabondando ci troviamo a Shiraz, nella parte centro meridionale del paese, antica città achemenide, ottima base di partenza per tutta una serie di cose che stanno nei dintorni. Dove dintorni è da intendersi in maniera piuttosto ampia in modo che con solo quattro ore di bus arriviamo a Bishapur, sito sasanide enorme e magnifico.

Qui veniamo a sapere dell’esistenza di una statua alta sei metri posta all’ingresso di una ineffabile caverna. La Lonely Planet conferma la notizia e da un’indicazione un più: occorre risalire per una stretta gola. Una successiva indagine svelerà come la gola sia in effetti il vallone largo quattro chilometri che abbiamo davanti. Come al solito Lonely parla di cose che non conosce.

Si tratta di risalire il suddetto vallone per un’ora abbondante, arrivare a un villaggio e di qui imboccare un ripido sentiero che risale la montagna fino alla famosa caverna. E fin qui è facile: poi si tratterà anche di tornare alla civiltà, coprire in qualche modo i 25 km che ci separano dalla stazione dei bus in tempo per l’ultima corsa che ci dovrebbe riportare a Shiraz, 250 km più a est.

La salita è una corsa ma alla fine la statua c’è davvero, malconcia ma c’è. Ha partito un po’ le ondate arabe del 650 d.C. e ancor più i recenti restauri: ora ostenta un paio di tremende gambe in cemento armato che non sminuiscono però i suoi sei metri di altezza. Si tratta di Shapur I re dei Sasanidi che può vantarsi, unico nella storia, di avere catturato in battaglia un imperatore romano (Valeriano) e avere, di fatto, fermato l’avanzata imperiale in Asia.

Dietro la statua la cosiddetta caverna presenta aspetti inaspettati: una galleria freatica larga una ventina di metri si inoltra nel buio. Quindi una gigantesca grotta lunga circa un chilometro che alterna grandi sale a laghetti concrezionati da scoprire con l’aiuto delle scarne luci che casualmente avevamo con noi.

All’uscita l’ultima sorpresa: un sedicente speleologo locale in transito ci organizza via telefono un passaggio per la stazione bus alla quale arriveremo col lussuoso anticipo di una decina di minuti sull’ultima corsa per Shiraz.

Valle stretta 70 anni dopo

Il 10 febbraio 1947, con la firma del trattato di pace avvenuta a Parigi,  l’Italia uscì definitivamente dall’avventura della seconda guerra mondiale. La gente piangeva i suoi morti e restavano da sanare gravi ferite materiali; a tutto ciò si aggiunse l’amarezza per le rettifiche territoriali imposte dai vincitori.

In Piemonte, a differenza di quanto accadde in altre regioni, le rettifiche non toccarono territori popolati, ma soltanto il Colle del Moncenisio, la cima dello Chaberton e la Valle Stretta, lontani dai centri abitati; zone note però anche ai non residenti, perché interessanti sotto l’aspetto alpinistico o turistico. In particolare la separazione dalla Valle Stretta toccò tanti appassionati di montagna.

 

28 Agosto 1928, il papà del nostro Pierfelice era in Valle Stretta

Possiamo immaginare quali furono ai tempi i sentimenti di delusione provati dagli italiani, puniti per colpe di chi li aveva governati, o quelli di soddisfazione e di rivalsa dei francesi. Ma ora, con l’abbattimento delle formalità di confine tra le nazioni europee, è legittimo chiedersi quali siano i vantaggi conseguiti dagli abitanti di Nevache, entro i cui confini comunali è confluita la Valle Stretta, o quali i danni subiti dagli abitanti di Bardonecchia, dal cui comune la valle è stata staccata.

La “Rivista della Montagna” nel 1982 pubblicò un articolo del nostro socio Marziano Di Maio, “La guerra per i confini”, storia delle rivendicazioni territoriali francesi alla fine della seconda guerra mondiale. Nell’articolo Marziano affermava che, in pratica, la cessione della Valle Stretta sarebbe stata un regalo non richiesto.

Un altro nostro socio, Franco Barneaud, bardonecchiese, ha più volte organizzato e diretto gite sociali in Valle Stretta, rievocando quei lontani eventi. Franco aggiunge ancora qualche considerazione:

<< Anche se nel 1946 avevo solo otto anni, ricordo perfettamente le scritte sui muri del paese “Viva Bardonecchia italiana” e “Viva Valle Stretta italiana”, mentre non ricordo di aver notato scritte inneggianti all’annessione alla Francia: la popolazione si sentiva più italiana che francese (fin dal trattato di Utrecht del 1713 era stata staccata dalla Francia) e con il trattato di pace del febbraio 1947 nessun abitante cambiò nazionalità, in quanto la Valle Stretta, divenuta francese, non aveva abitanti stabili ma solo alpigiani nel periodo estivo.   La conseguenza più fastidiosa fu che i proprietari di case e terreni dovettero ogni anno recarsi a Nevache per pagare le tasse relative, fino a quando rimasero in vigore.

L’ambiente naturale della Valle Stretta non ha subito sostanziali degradi, i sentieri dell’alta valle sono rimasti gli stessi da secoli e le montagne, ovviamente, continuano ad essere meravigliose.  La valle è anzi valorizzata, sia dalla ricostruzione del secondo rifugio,“Rois Mages” (un tempo dell’Uget)[…]sia dalla ristrutturazione di quasi tutte le baite.

Tutto bene dunque?  Non proprio, perché è rimasto insoluto il problema della manutenzione ordinaria della strada carrozzabile di fondo valle (finora ha provveduto il Comune di Bardonecchia).  

Ma la cerchia di vette che circondano la Valle Stretta resta indifferente alle beghe umane: loro non hanno padroni.>>

Tutti gli uomini di Mara

Il trofeo Mezzalama è una competizione internazionale di sci alpinismo che si svolge ogni due anni sul Monte Rosa. E’ nato negli anni 30 del secolo scorso, a memoria di Ottorino Mezzalama, uno dei pionieri dello sci alpinismo in Italia, nonché socio dello storico Ski Club Torino, il primo Ski Club d’Italia.

Dopo una serie di interruzioni pluridecennali, nel 1997 la competizione è ritornata con continuità e con frequenza biennale, sfruttando il sempre crescente sviluppo degli sport di fatica in ambiente montano, e forse contribuendo anche ad alimentare questa nuova tendenza.

Le peculiarità che  rendono unico il Trofeo Mezzalama sono il fatto che si svolge in ambiente di alta montagna, per buona parte intorno ai 4000 metri di altezza, ed in squadre di tre componenti per ragioni di sicurezza.

Viene denominata la maratona bianca, e come le maratone delle grandi città vede sulla linea di partenza i migliori professionisti insieme con gli sportivi della domenica, seppur ben preparati.

Siamo partiti da Cervinia alle 5,30 di mattina del 22 Aprile e siamo arrivati a Gressoney dopo un percorso di 45 km e circa 2800 metri di dislivello in salita e 3000 in discesa; passando dal colle del Breithorn, poi dalla punta del Castore, attraversando una bellissima cresta aerea, e siamo giunti a Gressoney dopo avere scavalcato l’asperità finale del Naso del Lyskamm.

Un percorso mozzafiato e “spaccafiato”, che per essere affrontato richiede preparazione ed esperienza in montagna. Tutto il tratto in quota viene affrontato dai componenti di squadra legati in cordata, in condizioni che richiedono affiatamento e forte spirito di collaborazione.

Veniamo ora alla mia esperienza.

Per me il Mezzalama 2017, pur essendo il quinto, è stato unico ed irripetibile. Nel 2007, in occasione della mia quarta partecipazione, avevo pensato che sarebbe stata l’ultima. L’età che avanza, la famiglia che cresce e gli impegni di lavoro. Queste situazioni cambiano notevolmente gli scenari, rendendo più difficile preparare questo tipo di competizione.

Poi è successo l’imprevedibile: mio cognato Andrea ha sparigliato le carte invitandomi a farlo insieme a lui ed a suo papà Livio, nonché mio suocero.

Fin da subito ho avuto il supporto di mia moglie Mara, che ha mostrato grande entusiasmo nell’appoggiare questa iniziativa che impatta sull’organizzazione famigliare in quanto comporta impegno ed allenamento nei mesi precedenti. E’ stata questa la vera fatica, più che quella del giorno della gara. Considerato il lavoro ed i figli ancora piccoli, solo una grande motivazione ed un profondo volersi bene ha potuto sostenere questa decisione. Non è stato il mio Mezzalama ma il nostro Mezzalama.

Gli allenamenti nella valli di casa

Ho avuto un pretesto unico per vivere ciò che mi piace tantissimo: la montagna nella sua dimensione dell’attività fisica e della condivisione di momenti speciali con le persone a cui vuoi bene. Sono stati mesi vissuti con impegno e spensieratezza, scorrazzando per le montagne con un chiodo fisso in mente: partecipare con successo al Trofeo Mezzalama. Ed in questa competizione, per uno sci-alpinista della domenica, il successo coincide con il concludere la gara, senza particolari velleità di classifica.

Il 22 Aprile, giorno della gara, è stato unico. Nella prima parte, che si è svolta in parte al buio, l’unica preoccupazione era di arrivare al colle del Breithorn entro il cancello orario di tre ore, pena l’esclusione dalla gara. Lavorando di squadra e sostenendoci a vicenda abbiamo centrato l’obiettivo cronometrico per nulla scontato. Poi siamo ascesi fino al Castore, calzando i ramponi e legati in cordata. Nello spettacolare tratto in quota le emozioni hanno preso il sopravvento: insieme ai miei compagni abbiamo dedicato un pensiero ad Ugo, un caro amico con cui ho avuto l’onore di fare la stessa gara nel 2003, che ora non è più con noi. Ho poi pensato a tante persone a cui ho voluto bene e con cui ho passato tanti bei momenti in montagna, che ora non ci sono più. Pensieri accompagnati da lacrime di commozione. Emozioni positive; come se questa perfezione di ambiente circostante, di fatica, di comunione con i compagni, fosse una condizione di maggior vicinanza a chi non c’è più e mi manca ancora tanto.

Un momento della gara

Seppur nei dubbi della fede che accompagnano tutti, difficile pensare che ciò di bello che ho vissuto sia solo frutto del caso e non ci sia il disegno di un Dio che veglia su di noi e ci rende liberi di vivere la vita con pienezza.

Tutti gli uomini di Mara: da Sinistra Andrea e Livio Berta, Luciano Peyron e il piccolo Giacomo.

Poi la lunga discesa, prima legati e poi sciolti dal vincolo della cordata nella parte finale. Quale emozione l’arrivo, dove alcuni parenti e molti amici del CAI Uget e dello Ski Club Torino, per cui abbiamo gareggiato, ci aspettavano. Quale regalo vedere mio figlio Giacomo che anche dieci anni fa mi aveva aspettato a questo traguardo, e che ora è motivato ancora di più ad andare in montagna con me. Unica anche la gioia di Mara che ha visto passare insieme la linea del traguardo fratello, padre e marito.

di Luciano Peyron

Tuscany Trail

 

 

Ed eccomi qui a scrivere i ricordi del mio Tuscany Trail quasi un anno dopo averlo percorso. Alla vigilia dell’edizione 2017, consideriamolo come  un in bocca al lupo all’amico Lorenzo che avrà l’occasione di cimentarsi  quest’anno.

L’idea di percorrere in mountain bike 540 chilometri e quasi 11.000 metri di dislivello positivo, attraversando la Toscana da nord a sud mi ha subito affascinato, non avendo più voglia però di affrontare notti in bianco pedalando e non vedere neanche il panorama, decido di dormire in luoghi confortevoli e cartina del percorso alla mano pianifico quattro soste in B&B. Tre amici concordano con me la scelta e insieme il primo giugno partiamo per Massa dove c’è la consegna dei pettorali ed il briefing. Oltre 530 partecipanti con bici di ogni genere, dalle più snelle Gravel, simili a quelle da ciclocross alle Fat bike con le ruote grosse, tutti equipaggiati con svariati tipi di borse per trascorrere in autonomia il percorso. L’evoluzione del bikepacking è veramente innovativa.

Purtroppo si preannunciano forti temporali sulle apuane e l’organizzatore ipotizza anche di spostare la partenza di qualche ora per far passare la “bomba d’acqua” prevista al mattino. Insomma non si va a dormire tranquilli, ma al mattino siamo tutti pronti sotto una leggera pioggerellina in Piazza degli Aranci a Massa, bici bella carica e pesante, sguardo sul GPS per verificare la presenza della traccia da seguire fino a Capalbio sull’Argentario e comincia l’avventura.

Passerella tra le vie della città con la folla che saluta da sotto gli ombrelli. Dopo una ventina di chilometri è subito affanno: la temuta bomba d’acqua è passata qualche decina di minuti prima di noi con conseguente allagamento della strada. Si pedala in 10 centimetri d’acqua senza distinguere il bordo strada, inizia la salita sulle Apuane, discesa infangata ma fortunatamente a Bagni di Lucca non piove più e tutti umidi e sporchi percorriamo la lunga risalita fino a Casa di Monte. Qui, dopo 98 km e 3000D+, un accogliente albergo ci permette di fare asciugare il tutto sui termosifoni accessi.

Nei giorni successivi il cielo plumbeo accompagna le nostre pedalate, ma le frequenti schiarite lasciano ammirare panorami fantastici. Quando, dopo aver Costeggiando il Bisenzio e l’Arno, invadiamo  Piazza della Signoria a Firenze i turisti ci guardano attoniti, stupiti nel vedere così tanti ciclisti coperti di fango. Proseguiamo dopo le foto di rito verso il  Chianti.  Dopo un  percorso  130 km e 2800D+ rendiamo onere alla zona con una cena ben innaffiata dal vino, non più dalla pioggia.

Proseguiamo verso San Gimignano e seguendo in gran parte la Via Francigena arriviamo prima a Monteriggioni poi a Siena. Continuiamo sulle strade bianche dell’Eroica,  una manifestazione storica per bici d’epoca, e arriviamo poi facilmente nei pressi di Buonconvento dove dopo i soliti 130 km e solo 2400 D+ possiamo riposarci in un B&B tutto per noi.

Sulle strade dell’Eroica

La giornata successiva  inizia pedalando tra i vigneti nei pressi di Montalcino. A causa di un’esondazione, il percorso viene deviato:  beh un po’ di scorrevole asfalto è la gioia per le nostre gambe! E poi di nuovo sulla via Francigena per arrivare a Radicofani con gradita discesa fino a Ponte a Rigo dove si lascia la Francigena per dirigersi verso le caratteristiche cittadine di Sorano e Pitigliano inerpicate su contrafforti di tufo. Nel pomeriggio arriviamo nei pressi di Manciano e avendo percorso 115 km. 2100 D+ ,ci fermiamo in B&B con piscina dove dopo una nuotata ci rifocilliamo per affrontare l’ultima tappa.

Si riparte con ottimismo considerando che si scende al livello del mare, mancano all’incirca 100 km e 1000 D+ ed arrivati ad Albinia dopo aver percorso il Tombolo della Giannella, inizia la salita che da Porto Santo Stefano arriva sulle panoramiche alture dell’Argentario per poi scendere a Porto Ercole. Finalmente una giornata soleggiata e calda senza prendere pioggia, ultimi chilometri nella rilassante pineta del Tombolo di Feniglia, poi una breve salita verso Ansedonia e proprio nell’ultimo tratto, in terreno sabbioso, mi si “intraversa” la ruota anteriore e finisco a terra: panico! Tutto a posto fortunatamente: riparto così verso il traguardo dove arrivo alle 14:30 dopo 4 giorni, 5 ore e 30 minuti.

L’importante per me era portare a termine l’avventura e della classifica poco mi importava, ma ve lo dico lo stesso: ho terminato in posizione 169, su 280 circa arrivati e oltre 200 ritirati.

Esperienza indimenticabile, vissuta in parte con i miei  compagni di viaggio ma nella maggior parte da solo, in quanto si era scelto di fare ognuno la propria andatura e trovarsi poi nei posti tappa.

La scelta di passare le notti in posti confortevoli alla luce dei fatti si è poi rivelata giusta, sicuramente ripetibile in altri analoghi eventi già in mente per il prossimo futuro.

di Michele Giordano

Il Rifugio Rey partecipa al Tour del Thabor

Non esiste un solo Tour del Thabor, ne esistono tanti, dettati solo dalla fantasia di chi li vuole comporre. O almeno questa è l’idea della “Compagnie des Refuges Clarée Thabor”, l’associazione che unisce i rifugi e punti tappa del Massiccio del Tabhor, circa 20 sistemazioni differenti da scegliere in base al percorso che si intende seguire. Il Thabor si eleva al fondo della Valle Stretta, in territorio francese dal 1947, dopo Bardonecchia. Da quest’anno anche il Rifugio Rey è entrato a far parte dell’associazione, inaugurando una variante italiana del tour insieme a La Chardouse di Vazon e al rifugio Arlaud di Grange Seu.

Un impegno corale  ha portato alla realizzazione di questa variante. Forte è stata la collaborazione tra i gestori di rifugi, sia CAI che privati, ed alta la partecipazione dei comuni della zona. In particolare il Comune di Oulx ha provveduto ad una risistemazione del tratto di sentiero tra il Rey e la cappella di S.Giusto. Un contributo notevole è arrivato come sempre dai soci della sezione che hanno operato per il rilevamento e la segnalazione dei sentieri nella zona del Rey, rendendo la zona più fruibile all’escursionismo: grazie Giacomo, caparbio e felice! Appena disponibile, la nuova carta aggiornata con la variante italiana verrà resa disponibile presso la Segreteria, oltre che nei posti tappa.

Il sito dell’associazione (http://www.refugesclareethabor.com) offre dettagliate descrizioni degli itinerari e la possibilità di prenotare i rifugi online.

Tutti i soci della Sezione hanno ricevuto, all’atto dell’iscrizione annuale, un buono sconto per il Rifugio Rey e per il rifugio Re Magi, entrambi tappe del Tour del Thabor: che sia giunto il momento di usarli?

 

Sentiero Roma

Il sentiero Roma è un percorso di montagna sito in Alta Valtellina che si caratterizza per l’impegno costante, la lunghezza, la difficoltà del tracciato e la quota in cui si svolge. Le relazioni dichiarano un livello minimo EE per la presenza di ripidi colli sui 3000m e di nevai anche a luglio inoltrato. Ci sono catene che aiutano, ma è scontato che non si può soffrire di vertigini. Normalmente si parte da Novate Mezzola e si arriva a Chiesa Valmalenco per poi tornare all’auto in treno.

Sabato 20 agosto sotto un cielo plumbeo che nulla di buono promette, ci inerpichiamo sulla ripidissima scalinata di pietra che adduce nel segregato vallone di Codera. Raggiungiamo in un paio di ore il paese omonimo che ospitava una scuola ed una chiesa, oggi sede di casette ristrutturate, osteria alpina e qualche rifugio. Non c’è altro mezzo di accesso che il ripido sentiero ma teleferica ed elicottero provvedono al rifornimento dei generi necessari. Dopo un delizioso spuntino all’osteria affrontiamo 2 ore di marcia sotto una pioggia insistente e impietosa, che non ci fa gustare il bellissimo ambiente. Giungiamo così fradici al Rifugio Brasca 1304m dove ci viene acceso il caminetto e, mentre schiacciamo un pisolino nelle sale superiori, i gentilissimi gestori ci imbottiscono gli scarponi di carta di giornali e ce li pongono vicino al caldo focolare…

La cena è ottima, di alto livello e siamo gli unici clienti; le ore passano, la pioggia sembra non smettere ma le previsioni promettono miglioramento.

Infatti la mattina seguente c’è un bel sole che crea fantastici giochi di luce e, dopo dieci minuti di strada, prendiamo il sentiero per il Passo del Barbacan 2598m in una fitta e ripidissima abetaia che ci dà subito un assaggio della durezza di ciò che ci aspetta. Del resto ci sarà un motivo se pochi, soprattutto tedeschi, fanno il sentiero Roma.

Salita, usando anche le mani, l’ultima rampa, il paesaggio si apre sul successivo vallone. Il vallo è davvero stretto e solo la presenza di una serie di catene rende possibile la discesa con una discreta facilità. Appendendoci scimmiescamente alle catene in breve ci immergiamo nella alta valle del Porcellizzo dove vediamo da lontano il Rifugio Gianetti 2534m, una solida e grande costruzione con una ottantina di posti. Il Rifugio sembra a due passi ma impareremo presto che il “vedere” il rifugio non implica il raggiungerlo velocemente. Sovente infatti il fondo e l’obbligo di giri tortuosi fanno sì che i tempi si allunghino tantissimo…

Il Gianetti è un Rifugio importante perché rappresenta la base di salita per le tante vie tracciate sul Pizzo Badile e dintorni. L’ampio e luminoso locale dove si cena è pieno di climber ed il gestore sembra assuefatto a rispondere alle domande dei giovani e meno giovani che l’indomani si cimenteranno sulle tantissime vie presenti nei paraggi.  Questa sera mi godo la posizione di trekker, svincolato dai patemi della difficoltà dei passaggi e della necessità di alzarmi presto. Per noi va bene una bella colazione alle otto, un paio d’ ore dopo i climbers e, riscaldati dai raggi del sole mattutino, ci muoviamo senza fretta verso la meta di oggi, il Rifugio Allievi-Bonacossa 2385m.

Il primo colle è il Passo Camerone. Una serie di catene in ottimo stato sia in salita che in discesa, rendono anche qui facile il transito verso l’alto vallone del Ferro da cui si punta al Passo di Qualido, anch’esso provvisto delle sue belle catene per rendere potabile la ripidissima discesa nell’alta Val Zocca.

Dal Passo il rifugio appare vicinissimo… solito “inganno ottico” perché occorre contornare una bastionata rocciosa e percorrere lunghi ed interminabili saliscendi che dilatano i tempi. Inoltre la frequente presenza di rocce montonate, vuoi per la presenza di acqua, vuoi per la loro inclinazione, fa sì che non sai mai se tengono o meno…

Stanchi ed affamati arriviamo così al rifugio e anche qui la quasi totalità dei presenti, è rappresentata da alpinisti che sono qui per cimentarsi su vie più o meno lunghe e impegnative.

Il mattino del quarto giorno di trekking si presenta ancora con un cielo azzurro. Partiamo dopo la solita ricca colazione con destinazione Rifugio Cesare Ponti 2560m. Il primo passo, del Torrone, ce lo fumiamo in un batter d’occhio ma il vero nocciolo della giornata odierna è il Passo del Cameraccio 2954m, che implica una faticosa risalita su catene in un vallone stretto, ostico ed ancora ingombro di neve. La sorpresa più grande è alla fine della salita, quando compare un ampio ed innevato pianoro, curiosamente costellato di alti ometti in pietra. Il piano degrada dolcemente tramite subdole placche montonate percorse da rivoli di acqua alternate a residue lingue di neve verso l’ampio vallone del Cameraccio che dovremo attraversare integralmente. Con molta attenzione scendiamo l’apparentemente banale declivio e raggiungiamo un piccolo laghetto alla base della famigerata Bocchetta Roma. Il primo tratto di salita su sfasciumi instabili porta ad un ripido nevaio al cui apice un grosso bollo di vernice rossa indica l’inizio della via ferrata. Decidiamo di affrontare il nevaio con i ramponi, la neve è dura, a tratti gelata e la possibilità di scivolare per qualche decina di metri non attira. Raggiungiamo così la base della ferrata. Questa volta si va sul verticale e una certa confidenza con il free-climbing ci aiuta molto. In capo ad un quarto d’ora siamo al gigantesco ometto di pietra della bocchetta e dopo un breve traverso, ormai già in val di Predarossa, possiamo vedere il Rifugio Ponti sotto di noi e, come già sappiamo, falsamente vicino….

Attingendo le ultime energie da qualche barretta riusciamo a completare il lungo spostamento di oggi, sebbene l’ultimo tratto, su pietroni instabili, ci impegni non poco.  Birra & patatine ci sembrano più che meritate, una volta allunati sulla superficie dell’accogliente edificio.

Dopo una piacevole nottata Mercoledì 24 agosto siamo nuovamente pronti al bagno di sole d’ alta montagna che ci attende. Dal rifugio si sale pochi metri e, con un lungo traverso, ci si porta a cavallo della morena che adduce al ghiacciaio alla base del monte Disgrazia. Qui ci infiliamo nella ennesima pietraia e grazie alle solite catene raggiungiamo l’ex rifugio Desio sullo spartiacque tra la Val Màsino e la Val Malenco.

Di fronte a noi si stende, sterminata, la Valle Airale, una valle laterale della Val Malenco. Il tragitto si snoda, come ormai siamo abituati, saltellando di pietrone in pietrone, seguendo con attenzione i pochi bolli di vernice scoloritissima e la traccia sul GPS. Solo dopo diverse centinaia di metri il sentiero acquisisce una consistenza apprezzabile e giunti intorno ai 2000 metri di quota il paesaggio diventa bucolico con tanto di pinete, prati e ruscelli spumeggianti. Passiamo al Rifugio Bosio e ci fermiamo per una veloce ristorazione. Il rifugio ci riporta nel “caos” dei valligiani in vacanza che con un’oretta di cammino su strada sterrata vengono qua a gustare le tante prelibatezze.

Qualche relazione conclude qua la tappa odierna ma noi contiamo di arrivare fino a Chiesa in Valmalenco per cui abbiamo ancora parecchia strada da fare. Quando vi giungiamo nel tardo pomeriggio decidiamo di permetterci un lussuoso albergo con tanto di camera privata ed abbondantissima cena con ogni prelibatezza locale.

Da Chiesa con un bus pubblico scenderemo l’indomani a Sondrio dove un treno ci riporterà a Colico. Lì con l’auto avremo poi modo di spostarci al parcheggio di Predarossa per salire al Disgrazia.

Ma quella è un’altra storia…

Marco Centin

Monte Rosso d’Ala

Non c’è gloria ad andare sul Monte Rosso d’Ala, non ci va nessuno. Se provate a dire a qualcuno che ci siete stato, se sa dov’è e cos’è, vi guarderà stranito. Per capirci: quando dite di essere stati sul Rocciamelone avete in risposta approvazione e compiacimento. Nessuno va sul Monte Rosso d’Ala, anche se vistoso e invitante, a sinistra risalendo la valle, imponente sopra Ala. Il motivo principale è presto detto, si parte da basso, dalla frazione La Fabbrica arrivare lassù sono 1700 metri di dislivello, un po’ tantini. E senza speranza di gloria alcuna. Perché andarci? Eppure ci siamo andati, in due, io e Giuliano Voltan. Vedete, il fatto è che quel monte è troppo vistoso e invitante per non suscitare curiosità, però se chiedete informazioni vi risponderanno che lì non ci va nessuno. Ma l’escursionismo non è solo fare delle passeggiate, si cerca sempre qualche novità, se il luogo non è frequentato tanto meglio, ci sarà qualche mistero da svelare, una cosa che diventerà nostra, poco male se non potrà essere condivisa, rimarrà dentro di noi, una risorsa, come un fuoco in cantina a scaldare la casa.
Per dirla tutta, ci siamo andati proprio perché lì non ci va nessuno. In passato avevo già parlato a Giuliano di quella strana montagna, come ad altri, con poca convinzione, era diventata una specie di gag: “Quello è il Monte Rosso d’Ala, dove non va mai nessuno, quando sarò grande ci andrò”. La cosa era, giustamente, sempre caduta nel vuoto, ma qualche giorno fa Giuliano mi telefona: “Ci andiamo?” “E perché no!”
Ci mettiamo subito a posto la coscienza fissando l’appuntamento mezz’ora prima del solito, alle 6.30; a quell’ora di traffico ce n’è poco, facciamo in fretta, alle 7.30 siamo già con gli scarponi ai piedi, la macchina la lasciamo di qua dal torrente perché dall’altra parte non c’è posto, il primo cartello tra le tante mete segnala anche il nostro Monte Rosso: 5 ore di salita. Bene, ci sta. Inizia la sterrata che presto diventa sentiero: è il numero 211. Ci si addentra nella faggeta, man mano compaiono larici e betulle, poi i ruderi degli alpeggi Lusiglietto (1618 m.) e Colau (1815 m.), il percorso continua ad essere segnato bene, anche se ogni tanto ci si trova fuori e bisogna tornare indietro a cercare i segni: ordinaria amministrazione. Poco sotto l’Alpe Radice (2150 m.) c’è ancora un bivio. Notiamo che c’è l’indicazione per l’Alpe Radice ma è sparita quella per il Monte Rosso: cercano di dissuadere? I segni proseguono nell’itinerario per il Lago Lusiglietto, per dove dobbiamo andare noi non è più segnato, si procede per tracce di sentiero e ometti, l’attenzione a non perdere la via aumenta: non ci possiamo permettere di perdere tempo.

Michele all’Alpe Radice

L’Alpe Radice è in una magnifica dolce costa, il luogo è proprio suggestivo, uno degli edifici è ancora parzialmente in piedi. La vetta è sempre alto sulla destra; a sinistra, non visibile da sotto, c’è il Colletto di Monte Rosso d’Ala (2590 m.): bisogna arrivare lì. Proseguiamo, tracce di sentiero e ometti, ad un certo punto compaiono i ruderi di un altro edificio, della malta sigillava gli spazi tra le pietre contro gli spifferi, sopra si intravedono le tracce di una stradina. Ma che ci fa una stradina lassù? Lo stupore è ancora maggiore quando compare un tratto dove la stradina, un paio di metri di larghezza, viene fatta passare sopra un muro che come un ponte supera una zona impervia di rocce. Dopo un po’ mi viene in mente il perché di quella strada e di quell’ultimo edificio rifinito, siamo vicino all’imbocco del canalino che porta al Colletto e proprio lì sulla cartina è segnalata la miniera di ferro abbandonata: la stradina era di servizio alla miniera. Al ritorno la vedremo proseguire anche sotto l’Alpe Radice, la seguiremo fino al grande pietrone erratico (grosso modo un cubo di 20 metri), lì, a destra, c’è la nostra incerta traccia di sentiero, la stradina scende da un’altra parte.
Dicevo del canalino. Per andare su bisogna passare da lì, l’imbocco è a destra, bisogna attraversare un tratto di pietraia, Giuliano è abilissimo a usare i due bastoncini, confortano piccoli ometti, si vede che nonostante tutto qualcuno ci è passato e li ha lasciati. Il canalino è rognosetto, come tutti i canalini, stranamente colonizzato dall’aglio ursino, cosa mai vista, l’unico posto dove ricordo di averlo trovato è sulla collina di Torino, a mezza strada nell’itinerario dei tre parchi per andare alla Maddalena. La pendenza si impenna, ma ci pare alla nostra portata, continuiamo a salire, con cautela, siamo ovviamente stanchi, sicuramente nella testa di tutti e due gira un pensiero: ne vale la pena? La stanchezza si sente, ma poi spiana un po’ ed ecco il Colletto: è presidiato da un ometto, miserello in verità, nessun’altra indicazione. Dall’altra parte si spalanca la vista sulla parte alta della Valle di Ala: a destra la Ciamarella dal dolce nome, cara agli escursionisti e alpinisti torinesi, dopo il Monviso la montagna più alta del Piemonte, senza contare la zona di confine del Monte Rosa; a sinistra un po’ nascosta la Torre d’Ovarda, poi la Bessanese e altre ancora in uno scenario la cui vista, guarda un po’, è buona parte della nostra gratificazione. Ci sarebbe ancora da salire la punta, la lasciamo dov’è: è tardi, siamo stanchi, ci sarebbe da arrampicare, e a quanto pare anche da cercarsi la via, perché non c’è traccia di ometti o segnalazioni. Non è il caso, anche se non credo che ci sarà un’altra occasione.

di Michele D’amico

Scarason di Fulvio Scotto

scarason_copertina2Scarason, Alpi Liguri, gruppo del Marguareis: questo nome ai più non dirà molto. E’ un angolo appartato della catena alpina, con montagne “basse”, defilate. Ma non sono le quote o il nome famoso a fare “grande” una montagna, e lo Scarason è una vera big wall su cui si sono cimentati alcuni tra gli scalatori più forti di varie generazioni. Verticalità continua, strapiombi, appigli precari, fessure ben poco inclini ad accogliere i chiodi e un vuoto che si subisce: Marguareis, del resto, è sinonimo di roccia marcia, come evoca il nome nella remota lingua brigasca.

Sono passati cinquant’anni dalla fine di aprile del 1967 in cui Alessandro Gogna e Paolo Armando ne realizzarono la prima ascensione. Approfittiamo di questa occasione per riprendere in mano il bel libro di Fulvio Scotto, uscito nel 2012.

Scotto la conosce bene, quella parete repulsiva: terza ripetizione e prima in giornata della Armando-Gogna nel 1982; cinque anni dopo, prima salita della via Diretta; infine, apertura de La Tana del Drago nel 2011. Conosce anche la storia dei vari tentativi, dei fallimenti e dei successi, che ricostruisce con pazienza certosina, insieme a quella dei suoi protagonisti, così che la vicenda dello Scarason diventa pretesto per fare storia dell’alpinismo.

Passano gli anni, cambiano le tecniche e i materiali, finanche all’arrivo di una fila di fix sulla pala centrale. Scorrendo le pagine del libro le ripetizioni sembrano meno complesse, le difficoltà iniziali quasi ridimensionate.

Quello che non muterà mai, però, è il fascino sottile della prima che regala l’emozione più grande. E così ci pare quasi di vederli i passaggi caratteristici, il diedro d’attacco, la canna fumaria, la piramide umana; e di sentirlo, quell’urlo finale liberatorio:”Siamo fuori!”.

Scarason, di Fulvio Scotto, Versante Sud, Edizione 2012

Il volume è in parte consultabile online su isuu.

Il 31 Maggio Alessandro Gogna sarà ospite presso la sede della tesoriera, qui i dettagli dell’evento.